11 marzo 2014

In ambasce

C'era stranamente silenzio dove, solitamente, è tutto un po' troppo concitato; come se anche il suono gli desse tempo e modo di interpretare parole scritte.

Quando rompi il salvadanaio sai esattamente quello che ci troverai dentro?
Sarà sempre troppo poco oppure sarà abbastanza?

Cominciò a pensare che, forse, il salvadanaio poteva tenerlo ancora un po', accumulare ancora qualcosa. Il silenzio era quasi fastidioso, un telefono squillava, non era il suo.

Alcune di queste monete sono preziose?
Più di quanto il conio racconti?

Leggeva in braille il mucchietto di parole scritte, monete di scambio di un poco rasente al nulla.

Come ti dici sempre tu, "Meglio poco, di una cosa, che il nulla", no?

Una voce, fuori, chiama qualcuno per un saluto.

Ecco, un semplice saluto non è già qualcosa?

Rimise gli spiccioli in un salvadanaio nuovo, le parole nella sua testa a fare qualsiasi cosa; bene o male erano parole, magari asciutte ma, si sa, l'umidità fa venire i reumatismi.

Speriamo ancora un altro po', dai.

Si disse.

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

04 marzo 2014

Caffeine

Sono dodici giorni che non bevo caffè, da quando mi è stato detto di evitarlo per via del cuore poetico, fino a quando non si capirà, effettivamente, perché balla. Non mi sto disperando per la mancanza; certo, quando ne sento il profumo sfuggire dalla caffettiera e venire ad infilarsi nelle mie narici mi viene voglia di farmene una tazzina ma evito, evito magari anche solo per scrupolo, perchè, alla fine, uno strappo, una volta sola, non potrebbe farmi nulla; evito perchè, davvero, non mi pesa, spesso non è nemmeno il caffè, ma il semplice "ci prendiamo un caffè?", che significa pausa, incontro, chiacchierata, ecco, quello pesa di più: c'è una gerarchia anche tra le rinunce, è questa la verità e, per me, il caffè è la rinuncia che mi pesa meno. Mi pesa molto di più rinunciare, che so, al cioccolato, altra cosa che mi è stato detto di evitare; oppure rinunciare ai fritti, anche alla pizza, m'è stato detto ma si resiste, si eccede un attimo, perché, nella gradazione delle rinunce, c'è anche da considerare quelle che fanno meno danni se si sgarra. Mi hanno detto, per ora, di rinunciare alla palestra che, pur sicuri di ciò che fa ballare, meglio evitare fino a quando non è chiaro da dove provenga la musica; e questa è una rinuncia abbastanza pesante, questa è una rinuncia che sale molto nella gerarchia anche perchè ho un metabolismo così lento che ingrasso anche solo pensando al cibo. Sono così le rinunce, il fatto che uno non prenda il caffè, non mangi la cioccolata, non vada in palestra, non significa che non muoia dalla voglia di farlo, anzi, di solito, se sono rinunce, si muore davvero e totalmente dalla voglia di farlo. Passi davanti ai bar e ti fermi un attimo per cogliere il profumo di caffè, guardi la tavoletta di cioccolato nello stipo, tocchi le tue maglie leggere da fitness e poi lasci stare. Le rinunce sono così, sono i cilici della nostra vita, delle specie di pentimenti, di costrizioni che pensiamo servano a qualcosa; non sempre è così, a volte ci sono rinunce inutili perchè sai che stai rinunciando ma la malattia non ti passerà, starà sempre lì, ne sei consapevole. così sono le rinunce, delle specie di azzardi con l'esistenza, con se stessi. A volte, sapete, si rinuncia a dire un "ciao" pur avendolo nelle corde vocali, pur avendolo sulla punta delle dita e nemmeno sai se è un bene o un male. Forse ho solo bisogno di un caffè.

28 febbraio 2014

Ma che blog c'hai?

In sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera la domanda che mi hanno fatto più spesso, dopo "ma è il tuo l'occhio?", è "ma che blog c'hai?" intendendo, credo, il genere di blog. Confesso che, sempre nei sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera me lo sono chiesto anche io, anche un po' con invidia nei confronti di quelli che diventavano blogstar che avevano un blog tematico. Essì, perchè, alla fin fine, come è catalogabile il mio blog? Ok, fuori chi ha urlato "CAZZATE", sù, nome e cognome! In che categoria, dicevo, può essere inserito il mio blog? Non è assolutamento un food-blog, certo, parlo spesso di cibo ma intendendo quello che, costantemente, ingurgito, non posto mica ricette, mai fatto; non è un blog professionale, anche perchè professionale preferisco esserlo sul lavoro e non nel blog. Che cos'è allora? Ogni tanto posto foto ma non è un foto-blog; alle volte parlo di attualità, ma non è un blog di informazione; scrivo recensioni di libri ma non è un blog letterario; men che meno (certo che, in diecirighedieci, ho già usato "fin fine" e "men che meno", mi alliscio le sopracciglia con indice e mignolo della mano destra), men che meno, dicevo, lo rendono tale i racconti che scrivo, non sono nemmeno tutti dello stesso genere, ho scritto praticamente di tutto; direttamente, ogni tanto, parlo di me ma non si può definire un diario, quelli che mi conoscono mi hanno conosciuto attraverso altre modalità, coadiuvati dai miei post; metto video musicali ma non è un canale tematico di youtube e nemmeno un blog musicale. Niente, io la risposta non sono riuscito a darmela, su che tipo di blog c'ho, diciamo che è un poutpourrì (e questa va, di diritto, insieme a "fin fine" e "men che meno"). Alla fine non so nemmeno che tipo di blogger sono; non sono uno di quelli che si (auto)definiscono scrittori e parlano sempre e costantemente di loro, dei loro scritti, dei loro sogni, dei loro consigli; non sono di quelli che sparano merda su qualsiasi cosa si muova perché sanno che è il modo migliore per ottenere consensi e nemmeno sono uno di quei blogger che, con una superiorità da ossigeno rarefatto, fa tanto il sarcazzo, nel senso di "sar'cazzo chi t'ha detto che fai ride". Non sono nemmeno un fashion blogger, di solito mi vesto lanciandomi nell'armadio e vedendo cosa mi rimane addosso. Non sono un poeta anche se ho scritto, rare volte, poesie. Insomma, a me 'sta cosa di non sapere che blog c'ho, che blogger sono mi lascia interdetto; si vede che devo continuare ad esserlo, magari alla fine lo scoprirò per davvero.

26 febbraio 2014

Un punto poco fermo in preda alla sua rotazione



Auto, aereo, navetta, autobus, due metro, due metro, autobus, aereo, navetta, metro, treno. I muscoli che chiedono un time-out, anche quello ballerino, quello che non gli bastano le cose normali e fa uno scatto in più, ma niente, riempi il tempo di tempo pieno, di affanni, lavoro e non lavoro. Sbagli? Fai bene? Non importa, importa quella sensazione di accelerazione, dentro, che ti piglia, all'improvviso e, analizzando, sai cos'è, sai perchè, e stai seduto in mezzo alla gente e non te ne frega nulla e cerchi come fossi un tossico e poi ti pianti le unghie nei palmi delle mani, ripari paratie che, sai già, crolleranno dopo poco e riparerai poco dopo, e poi ricrolleranno ancora. Cammini e ti fermi. Ti fermi e guardi. Poi ti capita anche che il tempo passi pure in modo diverso, pieno di parole e di passi, ma con il loro ritmo, senza passi in più, senza accelerazioni e lo senti, quello, come un tempo "giusto", se un senso può avere.

21 febbraio 2014

Fibrillazione sovra atriale

Fino a ieri non sapevo manco che esistesse. Praticamente il cuore fa, tipo, un battito in più; che sarebbe una cosa anche poetica, se non fosse, mi sa, una grandissima rottura di coglioni.

19 febbraio 2014

16 febbraio 2014

Oggi

La chiesa è piena in ogni ordine di posti, anche quelli in piedi, sono appoggiato al muro, praticamente all'ingresso, e guardo i fiori di gesso sul soffitto della cupola. Non mi piacciono i funerali, ma ci sono persone per cui è giusto esserci, soprattutto se, obiettivamente, sono andate via troppo presto. Sento le parole del sacerdote di colore, parla italiano meglio della maggior parte di quelli che assistono alle esequie, ognuno con la propria motivazione, dalla più seria alla più frivola. Invidio i credenti, il pensiero che, per loro, la morte sia l'inizio di qualcosa; per me non è così, per me la vita è ciò che accade tra la nascita e la morte ed è quella che va vissuta, per quello, non per ciò che, ipoteticamente, avverrà dopo. Non è una questione di religione o cristianità, a me non frega un cazzo nemmeno del karma, della vita successiva basata sulla vita precedente; la vita che va vissuta è questa, e basta, e non per guadagnare un ipotetico paradiso ma per sentire ogni fottuto attimo di questa esperienza terrena che sia lungo quanto la vita stessa o che sia più breve. Ascolto le parole del parroco e mi soffermo su quello che dice, racconta un aneddoto di vita della persona che siamo venuti a salutare; lavorava allo sportello, alle poste, e quando ci andava un suo conoscente, per salutarlo, tendeva la mano dalla fessura del vetro per avere un contatto fisico, lo ha fatto spesso anche con me, ti sorrideva, ti chiedeva come stavi e passava quattro dita sotto il vetro, per salutarti. Parla di mani tese, il parroco e, pur utilizzando una dialettica lontana dalla mia, dice una cosa che trovo giusta, dice che una mano tesa è il più bel gesto che si possa fare, che significa "ecco, sono qui, se hai bisogno, questa è la mia mano". Non sono religioso, credo in Dio ma a mio modo, credo in Dio ma non nell'umanità e, soprattutto, credo che il nostro tempo sia questo, non quello di una vita precedente, non quello di una vita successiva, e per questo dico che la mia mano è questa, è qui, prendila se ti serve, se hai bisogno.



14 febbraio 2014

Il dono della sintesi

Qualche giorno fa ho terminato di leggere "Mancarsi" di Diego De Silva, è il primo libro letto in questo 2014, ho cominciato tardi, lo so; l'ho comprato ai primi di gennaio prendendolo d'impulso dallo scaffale, era all'altezza dei miei occhi, occhi che guardavano altro. De Silva è uno scrittore che ho scoperto relativamente da poco ed il bello di questa cosa è che ho ancora tanto da leggere, molto in cui perdermi o, meglio, ritrovarmi. Credo che uno dei pregi di De Silva, oltre alla stupenda costruzione delle storie, sia proprio l'uso dell'italiano, superiore alla media a mio parere, con cui ce le racconta, con cui ci spiega la vita, il suo modo di osservarla. Ho constatato, già dal primo libro che ho letto, questa capacità di metterci davanti ad un'evidenza di cui spesso siamo già consapevoli ma per la cui espressione non abbiamo gli strumenti. Il bello di quello che scrive, di come lo scrive, è che vorresti tenere a mente tutto, tutte quelle magnifiche parole usate per spiegare qualcosa; cosa abbastanza normale quando leggi una frase che rappresenta il tuo pensiero ma la bravura di De Silva, la sua superiorità (sempre a mio parere) sta nel farti dire "che meravigliosa frase" anche se con la stessa non si è assolutamente d'accordo. Anche in "Mancarsi", titolo bellissimo, ci sono tante frasi che vorresti trattenere, tanti periodi che vorresti portare con te, come quando, da piccoli, si cerca di prendere quante più caramelle possibile ma, ahinoi, qualcuna ce ne cade sempre di mano; io, tra le tante parole, ho scelto un piccolo periodo che esprime perfettamente quello che, tempo fa, ho cercato di spiegare con un post di 646 parole, senza riuscirci troppo bene, mentre lui, usandone solo 43, fa capire perfettamente il senso di questa sacrosanta verità:


"Siamo adulti, sbagliamo continuamente e non impariamo da nulla. La comprensione di un errore, la sua localizzazione nel tempo e perfino l'individuazione delle cause che l'hanno provocato (quando è possibile individuarle) non ci impedisce di ripeterlo e non ci fa avanzare nella vita."

13 febbraio 2014

Considerando

A volte, soprattutto quando si attraversa un momento non propriamente felice, se non buio, capita, guardando i bambini,  gli animali; il loro sguardo semplice, puro, ma anche privo di limiti, verso l'infinito ed oltre, di pensare "Eh, loro sì che hanno capito tutto", riferendoci alla vita, non sicuramente alla fisica quantistica o alla filosofia dei presocratici che, comunque, un collegamento con la vita ce lo avrebbero pure. Quando pensiamo questo, magari con la mestizia di chi non può farci più nulla o con l'invidia del "beati loro" vien da chiedersi se, forse, in realtà, non sono loro ad aver capito tutto della vita ma noi che, della stessa, non ci abbiamo mai capito un benemerito cazzo.

11 febbraio 2014

Amico, terrificante, cadere

Solita premessa: il 25 ottobre 2009 ho chiesto ai miei lettori di darmi, nei commenti, tre parole; per l'esattezza un aggettivo, un sostantivo ed un verbo, ed io ci avrei tirato su un racconto. Ne arrivarono tante, di triplette, circa trentatre! All'inizio ero partito anche bene, spedito, poi, vuoi la vita, vuoi gli scazzi, ho rallentato la scrittura dei racconti; l'ultimo, infatti, risale addirittura al 27 settembre 2013, insomma, sono più di quattro anni che ho cominciato questa impresa e non mi fermerò fino a che non avrò esaurito le triplette. Qui sotto c'è il nuovo post, gli altri li potete leggere qui.

Il post dalle tre parole di Pupottina

Un pezzo di me


Uno dei miei rimpianti riguarda l’università, non che non l’abbia fatta, tutt’altro, solo che avrei voluto viverla di più. Ho seguito pochi corsi, non per presunzione, semplicemente perché pensavo che, trattandosi di una facoltà direi semi-umanistica, la maggior parte delle materie l’avrei capita di più confrontandomi semplicemente con i testi d’esame che ascoltando lezioni poco pratiche in mezzo ad altre migliaia di persone. Ho capito dopo che non è tanto per l’esplicazione delle materie che l’università va vissuta ma per la vita che ci passa in mezzo, e trattandosi di vita, a parte gli illuminati, si capisce solo alla fine del percorso, non all’inizio. Questo, comunque, non mi ha privato completamente di alcuni bellissimi ricordi del poco tempo trascorso nelle aule della facoltà di Economia di Bari, nei suoi corridoi, o bivaccando, nelle ore più fresche di quasi estate o in quelle più calde di autunno e primavera, sulle panchine sparse qua e la in quella parvenza di giardino che circondava la facoltà. Non penso che dimenticherò le partite a carte sui banchi, nell’attesa delle ore di esercitazione oppure l’ansia feroce che mi assaliva prima di un esame; l’ansia, quella fedele compagna che mi è accanto sempre, prima di ogni evento importante. Di quel periodo mi è rimasto anche qualche buon amico, persone che il destino mi ha posto accanto e che ancora adesso, per quanto magari divisi e lontani, lì accanto mantiene. Uno dei ricordi più vivi che ho riguarda uno dei pochi corsi che ho seguito, Ragioneria I; l’esame faceva parte, e lo fa ancora, credo, di quelli fondamentali del primo anno e proprio perché relativo al primo anno e fondamentale, il numero di soggetti che lo seguivano, o che avrebbero dovuto, era talmente alto da aver portato a dividere l’insegnamento in tre gruppi separati, con tre docenti separati. La separazione era fatta in base all’iniziale del cognome degli studenti e trovandosi, la mia, verso la periferia esterna dell’alfabeto, il mio gruppo di appartenenza era il terzo, a detta di tutti il più difficile. Il docente che teneva il corso, il professor P., portava con se una reputazione terrificante; a noi matricole venivano raccontate storie di ripetute bocciature all’esame, di pubbliche umiliazioni in aula, di terribili reprimende udibili fino all’ultimo piano della facoltà. Lo spirito, dunque, con cui affrontai la prima lezione era molto vicino a quello di un condannato e confesso che anche il primo approccio con il docente, al suo ingresso in aula, non fece che confermare tale stato d’animo; era molto alto e magro, vestiva un abito grigio di un’eleganza un po’ âgée ma quello che colpiva era il suo sguardo, duro, arcigno. L’altra cosa che si notava subito era l’estrema difficoltà che aveva nel camminare, anche aiutandosi con un bastone, era come fosse un pezzo unico; ci volle poco a sapere che, negli anni, la sfortuna s’era accanita contro di lui quasi paralizzandolo e non consentendogli elasticità nei movimenti. Il corso fu duro ma lui si rivelò meno terribile di quello che ci aspettassimo, almeno durante le sue spiegazioni; non che quello che ci era stato raccontato fosse del tutto falso o solo una leggenda, nei primi anni era stato davvero il docente più temuto con cui andare alla lavagna ma, probabilmente per le vicissitudini della vita, come a contrastare l’indurimento delle ossa, aveva ammorbidito il comportamento, senza però perdere la serietà nello svolgere il suo lavoro. Superai l’esame, che prevedeva un difficile scritto, con un ottimo voto ma, più di tutto, quello che è rimasto indelebile dentro di me è stato quello che ci disse all’ultima lezione del corso; dopo averci spiegato come si svolgeva l’esame, che non avrebbe accettato nessun mercanteggiare sul voto che avrebbe espresso, sul fatto che eravamo fortunati perchè, a differenza di quanto avveniva durante i suoi studi, le bocciature non venivano verbalizzate; alla fine di tutto questo ci disse: “E comunque, ragazzi miei, ricordatevi che nella vita può capitare di cadere, l’importante è sapersi rialzare con onore”. Se già allora, poco più che ventenne, quelle parole mi rimasero dentro, adesso, dopo più di quindici anni, ho capito il loro senso profondo che non è quello di sfida, di forza, di rabbia, nell’affrontare la caduta ma di comprenderla per quello che è, una delle tappe della vita.

02 febbraio 2014

Un salto nel passato

C'è stato un tempo, nella blogosfera, in cui tra blogger si faceva a gara a chi si passava più "premi" e/o "meme" in cui venivano fatte le domande più assurde (tanto per farvi capire, date un'occhiata qui); poi questa insana abitudine è passata, come tutte le mode ma, come tutte le mode, ogni tanto si ripropone (come i peperoni ma non così fastidiosa), infatti l'amica Zion qualche giorno fa mi ha fregiato di questo premio:
Le cui regole sarebbero queste:

Chi lo riceve deve ringraziare chi gliel'ha consegnato nominando il suo blog. E' un modo per far simpatica pubblicità ad un blog che segui con interesse. Dopodiché si risponde alle 10 domande che sono state poste; si nominano altri 10 blogger interessanti che abbiano meno di 200 followers; si preparano altre 10 domande e si avvisa i blogger della loro nomina.

Nel mio caso i follower sono più di 200 ma non cerchiamo il pelo nell'uovo eh!!

Ora comincio con le domande che pone Zion:

1. quale data imposteresti nella macchina del tempo?
Il 16 febbraio 2012, vi chiederete perché, lo so, ma non ve lo dico.

2. che arma useresti per abbattere l'ostacolo che ti impedisce di realizzare il tuo Grande Sogno?
Il sorriso e la consapevolezza delle mie ragioni.

3. teletrasporto: dove andresti in questo istante?
A Milano. Lo so che sembra una scelta stupida ma chi mi conosce sapeva già che avrei risposto così.

4. quale libro vorresti poter vivere?
Vabbè, anche questa domanda...dai...la conoscete già la risposta: "Baol", di Stefano Benni.

5. di quale film vorresti essere protagonista?
Mmmm...bella domanda...direi: "The Blues Brothers".

6. il piatto che hai sempre sognato di riuscire a fare ma non sei mai riuscito/a o non hai mai osato provare?
I panzerotti.

7. cosa faresti con 100 euro trovati per strada?
Li spenderei in libri.

8. La casa dei tuoi sogni come e dove sarebbe?
Una villetta, niente di pomposo, però che abbia un bel giardino.

9. hai a disposizione per 2 ore un grande chef, cosa gli chiederesti di prepararti?
Il piatto che gli ha fatto amare la cucina, qualunque sia.

10. devi scegliere fra un magnifico quadro e una magnifica fotografia, quale sceglieresti? 
Sceglierei la magnifica fotografia.

Direi che ho svolto il compitino, non lo giro a nessuno di voi, e non perché non mi interesserebbe sapere le vostre risposte ma perché, se volete, io sono qui per ascoltarle.

25 gennaio 2014

Intermezzo



La casa, il concetto di casa, il posto a cui siamo legati, è fatto di pareti ma anche di persone, di panorami ma anche di ricordi...

23 gennaio 2014

21 gennaio 2014

La saggezza

Tempo fa gli ho dedicato un post ma è su twitter che Andrea regala perle di saggezza, questa non potevo non riportarla:


Solo per ricordarvi che scambiare i compromessi con la sottomissione è il modo migliore per rimanere soli e pieni di complessi.
@Andrea_IlBanale

20 gennaio 2014

Blue monday

Pare che, secondo uno studio, oggi sia il giorno più triste dell'anno. Cioè? Che significa, che oggi le persone che mi mancano mi mancheranno ancora di più? Che una presenza obliqua farà più male constatando che non è una presenza frontale? La malinconia dei ricordi sarà più acuta? Oggi si piangerà, in media, di più? Si guarderà ancora più spesso il display del cellulare attendendo un segno che non arriva? Domani lo si guarderà meno? E ieri quante volte? Ce lo ricordiamo per poter affermare con certezza che oggi lo si è guardato di più? Si sfoglieranno tutti gli album di foto, reali e virtuali, soffermandosi su quello che non c'è più con ancora maggiore insistenza? Domani gli album verranno lasciati sugli scaffali a prendere polvere o nelle loro cartelle dentro gli hard disk? Oggi si comporranno più spesso numeri di telefono senza far partire le chiamate? Domani le chiamate non partiranno ancora ma saranno meno? Oggi si troverà sempre occupato? Online ma non per noi? Si starà più tempo seduti a contemplare il mare mosso? Ci si alzerà il bavero del cappotto e lo si stringerà con più insistenza? Si ripenserà con maggior enfasi a luoghi pieni di significato? Si rileggeranno lettere chiuse nei cassetti? Mail nei recessi di un cloud? In cosa sarà il giorno più triste dell'anno? Si mangerà più cioccolata per compensare? Si penserà ancora di più che piove da troppo? Ci si sentirà ancora più soli? Un'estremizzazione della solitudine? ci si incolperà di tutto con maggiore frequenza? Ci si maledirà con maggior vèrve? Con più fantasia? Dove sarà maggiore la tristezza? Durante tutta la giornata? Ci sarà una punta all'imbrunire? Si sa che l'imbrunire è triste se c'è gente che, dentro, ci va a cercare l'alba. Si lavorerà di più oggi? Con ancor meno soddisfazione? Non si riuscirà, ancor meno degli altri giorni ad ottenere un risultato? No, spiegatemi, alla fine, se oggi è il giorno più triste tutti gli altri lo saranno meno e quindi, da domani, è tutta in discesa.; ma questo dovrebbe rendermi meno triste già da oggi perché so per certo che domani sarà meglio. Quindi dovrei essere meno triste dei giorni in cui non so quando la tristezza diminuirà ma questo non lo renderebbe il giorno più triste dell'anno e quindi che significa?

19 gennaio 2014

Baol per il sociale

Ho deciso di organizzare una giornata per la salvaguardia delle razze bovine.
Si chiamerà VACCA CARE.

18 gennaio 2014

Perchè mi piace Capossela

Capita, a volte, quando scrivo un commento, o rispondo ad un commento che mi è stato scritto, che mi vengano in mente tante parole, troppe, per una semplice risposta, per un semplice commento, praticamente mi viene fuori un mezzo post ed allora, alla fine, meglio farne un post, no? Questa volta mi è capitato con il commento che mi ha lasciato Mareva nello scorso post; leggendolo mi sono chiesto: "Ma perché mi piace Vinicio Capossela?". Lei dice che le sta antipatico a pelle, a pensarci, mica ha torto, non sembra il massimo della simpatia (che poi, ormai, quello che viene identificato come "il massimo" a me fa solo venire il vomito) eppure a me non sta antipatico. Ma perché mi piace Capossela? Beh, prima di tutto, mi piace da molto prima che diventasse "di moda"; ricordo che facevo colazione, una mattina, e guardavo Videomusic, non si chiamava ancora MTV e, soprattutto, trasmetteva video musicali e non ancora pseudoprogrammi con sedicenni gravide. Facevo colazione ed ho cominciato a sentire un attacco musicale jazzato, era "All'una e trentacinque circa", il primo singolo del primo cd di un giovane (oh, allora era giovane) musicista italiano: Vinicio Capossela. Comprai il cd e mi piacque tantissimo, l'ho ascoltato fino quasi a consumarlo; da allora ho continuato a seguirlo anche se, confesso, l'ultimo che ho comprato è il doppio "Marinai, profeti e balene" e non l'ho nemmeno ascoltato, ma mica è colpa sua eh, è colpa mia; la vita, a volte, prende un giro che mica te lo aspetti. Ma può bastare questo a spiegare perché mi piace Capossela? Potrebbe pure ma, in realtà, ci sono altri motivi; un altro dei motivi è che è stato uno di quei musicisti che ho incontrato di persona, anche più di una volta. Ricordo che un pomeriggio abbiamo bevuto insieme del vino portato da noi; ricordo che avevo i capelli lunghi, all'epoca (ora, su 'sta cosa dei capelli, potreste fare finta di non aver letto) ed il pizzetto e lui, che allora di capelli ne aveva, disse che ero il suo sosia giovane (sì, era forte, il vino); diciamo che è anche un po' affetto, no? E quindi, sono questi i motivi per cui mi piace Capossela? Sì, sono anche questi ma, alla fine, il motivo principale è uno: le parole. Ci sono autori che, quando li ascoltiamo, ci piacciono, le loro parole ci arrivano, ci fanno pensare e poi ci sono autori che è come se le loro parole le avessimo già dentro e loro ci aiutino solo a riscoprirle, ed è una epifania ogni volta. Magari a voi le parole di Capossela non fanno questo effetto, ci saranno sicuramente altri autori che ve lo fanno ma, ecco, questo è il motivo per cui mi piace Capossela, è come se mi facesse riscoprire sensazioni che già so; questo, a volte, fa male ma è il male che fa la vita ed è della stessa natura del bene.

15 gennaio 2014

La faccia della terra

Il teatro all'improvviso si fa silente, lui, circonfuso di luce, parla; racconta di un libro, di una Nazione, di emarginati. Poi tocca le corde della chitarra e quelle vibrano, nel silenzio, e la vibrazione si allunga, lievemente distorta ed arriva dentro, senza quasi passare per le orecchie. Arrivano le parole, rauche, graffiate e quella vibrazione, dentro, si trasforma in una mano che ti stringe lo stomaco, come la sensazione che ti dà, a volte, un amore, un'attesa, una paura. Il teatro è pieno, pieno di occhi, pieno di orecchie ma è anche vuoto; il palco una macchia scura dentro una bolla nera e ti pare di vedere una nebbia che non esiste e da quella nebbia spuntare ombre, persone, gente. Sono loro, gli emarginati, li vedi: il devoto, il reverendo, la maestra, il folle solo, l'uomo lontano, la donna libera, il telegrafista innamorato e la moglie fedifrega, la donna gravida, tutti. Li vedi, gli emarginati, e capisci che non sono così diversi da te, che brulicano di vita sghemba come te, come tutti, che sono umani, come umano sei tu. Li vedi nella loro preghiera santa e laica cercare su questa terra, ciechi, soli. Li vedi anche se non ci sono perchè le parole si fanno corpo, la musica si fa scenario e senti sempre quello stringersi nella pancia, non ti guardi nemmeno intorno, sai che non sei solo lì, che il teatro è vuoto ma tu vedi solo loro che graffiano la terra per trovare qualcosa, per trovare una risposta.

Era il 9 febbraio 2009, era il Teatro Smeraldo di Milano, ero un altro io, ero lo stesso io.

...salvami da me stesso, lasciami andare, sulla nera nera terra a cercare.

11 gennaio 2014

Quindici anni



La verità, Dio, è che ti dovevi chiamare altri, non lui. Se vuoi te lo faccio io un bel elenco di teste di cazzo, almeno ti fai un po' perdonare.

05 gennaio 2014

Costruire



Lo sterrato del bordo strada ti impolvera le scarpe mentre, con i pugni infilati nelle tasche del giubotto corto, te ne torni verso casa. E' un primo pomeriggio, assolato, tiepidamente caldo di primavera appena a gli inizi; fuori, dentro credo faccia molto freddo. Cammini senza voltarti per non lasciar sfuggire nemmeno una goccia di dolore, per trattenere tutta la rabbia. Cammini senza voltarti, con la testa altra e i muscoli rigidi, il culo dritto e le spalle ferme; senza regalarti nemmeno una sosta, nemmeno un'esitazione, sempre un passo, saldo, davanti all'altro. Il beneficio del dubbio non fa parte di quel selciato, di quella polvere, di quelle spalle, consapevole che, tanto, verrà concesso sempre alle persone sbagliate, sempre nel momento meno adatto. Cammini senza voltarti e non vedi quell'auto che ha atteso un tempo infinito, ferma allo stop, prima di ripartire; il tempo infinito di veder sparire quelle spalle dietro una curva.

02 gennaio 2014

2013

1) Ascanio Celestini – Pro Patria
2) Corrado Guzzanti – Parola di Corrado
3) Roberto Costantini – Tu sei il male (ebook)
4) Marco Marsullo – Atletico Minaccia Football Club
5) Stefano Benni – Di tutte le ricchezze
6) Mario Desiati – Foto di classe – U uagnon se n'asciot
7) Lorenzo Licalzi – Un lungo fortissimo abbraccio (ebook)
8) Donato Carrisi – La donna dei fiori di carta (ebook)
9) Carlo Lucarelli – Il sogno di volare
10) Camilla Lackberg – La principessa di ghiaccio (ebook)
11) Gaia Coltorti – Le affinità alchemiche (ebook)
12) Fabio Mazzoni – La voce del muto
13) Piergiorgio Paterlini – Fisica quantistica della vita quotidiana
14) Katy Reichs – Duecentosei ossa (ebook)
15) Fabio Mazzoni – Quaranta chilometri ed altri racconti
16) Bruno Arpaia e Pietro Greco – La cultura si mangia!
17) Diego De Silva – Mia suocera beve
18) Jo Nesbo – Il cacciatore di teste
19) Daisy Hay – Più conosco gli uomini, più amo il mio gatto

Eccolo qui, il solito riepilogo dei libri letti nell'anno passato con cui apro il nuovo anno, ancora meno dell'anno scorso, già record negativo, eppure speravo di leggerne molto di più, quest'anno, ero anche partito bene, poi mi son perso. Mi capita spesso, ultimamente, di perdermi e di sperare una cosa che non si materializza ma, mettetevi l'anima in pace, non smetto di sperarla. Anche quest'anno un sacco di ottimi libri; Benni, che ve lo dico a fà? Sono troppo di parte (Non è vero,  Nasten'ka?), Licalzi, il sempre ottimo Carrisi, il divertente Marsullo, l'amico Fabio Mazzoni. Uno su tutti, però, vince De Silva, il suo "Mia suocera beve" è un libro bellissimo, divertente e pieno di periodi che fanno pensare che, naturalmente, mi sono scordato di segnare mentre leggevo, lascio a voi la scoperta delle sue perle. Il più brutto invece, quello di Gaia Coltorti, scusate se ve lo dico: una porcata immane, l'ho scaricato in regalo da ibs e sarebbero stati da denuncia, una storia bruttissima, niente altro da aggiungere.
E' cominciato il nuovo anno, avete visto? Speravo di fare record di post ed invece mi sono fermato a 99, nemmeno cento son riuscito a scriverne però, ammettetelo, ho chiuso con il botto eh? Non mi illudo assolutamente che il 2014 mi renda una persona diversa, non illudetevi nemmeno voi.

Aggiornamento: Scusate, ormai invecchio e se non aggiorno subito il file delle letture via via che leggo qualcosa può sempre sfuggire. Mi era sfuggito il libro di Nesbo, non male ma niente di esaltante.

31 dicembre 2013

Sei Uno Zero

Post 610, di fine anno; avrei voluto tanto utilizzarlo per togliermi i sassolini dalle scarpe, per dire ad un uomo di merda che sarà sempre e soltanto un uomo di merda, una nullità pericolosa, un essere spregevole e nauseante. Avrei voluto tanto utilizzarlo per dire ad una persona che non ha davvero capito un benemerito cazzo della vita, con quella filosofia da accatto da Liala, con tutti gli anni in più di esperienza che non sono serviti a praticamente nulla. Avrei tanto, ma tanto, voluto utilizzarlo per dire all'espertone di turno che era, è e sempre sarà, solo un grandissimo coglione viscido. Avrei tanto, tantissimo, voluto dire alla bella penna che, sì, sa mettere quelle due o tre parole in fila saccheggiando anni di letteratura americana ma rimane la presunzione personificata, lui, le canottiere e le bandane. Avrei tanto voluto dire queste cose, nel post di fine anno, per mettere sul groppone di questo 2013 tutto il fiele che c'ho dentro, così da cominciare il 2014 con pensieri migliori, più positivi, perché alle persone a cui voglio bene, ho detto "ti voglio bene" e questo basta, dovrebbe bastare. Avrei voluto cominciare con il piede giusto perchè le cose vanno cominciate così ma, una buona volta, diciamocela la verità: non esistono ricette per partire con il piede giusto, almeno, non esistono quelle universale e quindi, parlando direttamente a te, fattela una domanda, chieditelo in che momento hai avuto la serenità, che giorno era, che tempo faceva, chi c'era lì. Me ne fotto dei buoni propositi, la bontà, la verità, la sincerità, sono sopravvalutate; chiudete questo anno come lo chiuderò io, sapendo che domani è solo un altro giorno uguale ad oggi e che è con se stessi che si fanno i conti.

Chiudete il 2013 sentendo i muscoli della vostra anima farsi forti, siate quello che volete essere, anche una finzione, se vi va così; siate felici e vivi che io vi auguro tutto il meglio per ogni giorno del prossimo anno, vi auguro di sorridere come minimo ogni giorno un minuto di più, vi auguro che non vi basti una vita per tanto starete bene ma, scusate, io mi auguro quello che desidero io e se si scontra con la vostra volontà, beh, mi dispiace, dovrete cambiare desiderio, perché io non cambio, sono così.

30 dicembre 2013

Acquerello

La mia cucina si affaccia su una rotonda fatta male, ai piedi di un cavalcavia, in mezzo a due strade larghe e veloci, leggermente inclinata forma punti ciechi. La percorrono tutti come fosse un rettilineo, non fosse invece curva abbastanza da dimostrare in pratica la forza centrifuga. Sento costantemente stridio di freni, sempre imprecazioni, spesso schianti, a volte sirene; con qualsiasi tempo, con qualsiasi luce. Il mio balcone ha piante in fiore, piegate a guardare la strada; gerani multicolori, fresie screziate, un vaso di tulipani, rossi, una dichiarazione d'amore. Dopo una pioggia piena di urti e sirene, i tulipani macchiati di gocce brillanti, i calici lievemente piegati, un'ape in sovrappeso si appoggia lieve e brinda al calice piegandolo quel tanto che basta a versare la pioggia appena passata sulle foglie sotto. Bevevo vino.


(mi sono inventato tutto)

26 dicembre 2013

Regalo di Santo Stefano

Visto che a Natale sono tutti più buoni, vi regalo la serie completa dei post di Anna&Mario che magari vi fanno fare due risate, quelle non fanno mai male e ce n'è sempre bisogno...








Ancora tanti tanti auguri a tutti voi: DIVERTITEVI!!

24 dicembre 2013

Quasi Natale

Mario: Anna?
Anna: Che c'è?
M.: Stai bene? Tutto ok?
A.: Certo, perchè me lo chiedi?
M.: Perchè siamo quasi a Natale e sul nostro balcone ci sono solo lucine; niente babbi natale arrampicatori, niente set di renne tiraslitta; che cosa sta accadendo?! Sei stata sostituita dagli alieni come nella "Invasione degli ultracorpi"?! Dov'è il baccellone??
A.: Ma sei scemo? Che poi è una domanda retorica, la risposta la so già. Quest'anno non ho messo nulla visto che tu, ogni volta, ne approfitti per creare spettacoli porno con i pupazzi.
M.: Sono cene eleganti!!!
A.: Mia madre lo ha sempre detto che sei un cretino.
M.: Vabbè, tua madre dice anche che è cibo quello che cucina, quindi non mi preoccupo. Insomma, mi spieghi perché niente addobbi pacchiani? Quest'anno speravo ci fosse un pupazzo gonfiabile, avevo già prenotato una bambola gonfiabile da mettergli vicino.
A.: Ecco, poi ti chiedi perché non ho messo nulla, ti rischi di distorcere la sessualità dei figli della Marchetti!
M.: Mah, visto quello che faceva ieri sera il grande, sulla panchina in cortile, con la figlia della portiera, non mi pareva ci fosse nulla di distorto.
A.: Ma chi, la biondina? Ma se avrà sì e no sedici anni?!
M.: Io in te le chiederei se fa corsi di recupero.
A.: Faccio finta di non aver sentito. Comunque ho deciso che quest'anno facciamo il presepe.
M.: Bello, quando cominciamo?
A.: Ho ordinato il muschio, dovrebbero portarlo a momenti.
Driiiiin
M.: Sì? Chi è?
Voce al citofono: Siamo della Muschi&Licheni, abbiamo portato il muschio ordinato.
M.: Ok, terzo piano.
A.: Scendi a dargli una mano.
M.: Come "scendi a dargli una mano"?! Ma quanto ne hai preso??
A.: Tre rotoli da dodici metri.
M.: Ma facciamo il presepe o dobbiamo rifare il manto di San Siro?
A.: Scendi ad aiutarli, muoviti.
...
M.: Ora mi devi spiegare come intendi usare tutto 'sto muschio.
A.: Pensavo di utilizzarne due per ricoprire i divani ad angolo e farci le montagne e con il terzo farci la pianura qui, al centro del salone, levando il tavolo, naturalmente.
M.: Naturalmente...
A.: La grotta, poi, la ricaviamo lì a destra, nella parete attrezzata, basta levare uno dei pannelli in legno.
M.: Pensavo mettessimo un blocco di roccia naturale e lo scavassimo noi con dei martelli da geologi.
A.: Ci avevo pensato ma la cava aveva finito i blocchi.
M.: Che peccato...
A.: Al centro della pianura ci mettiamo un laghetto con il fiume che scende dalla montagna.
M.: Lo facciamo con la carta stagnola?
A.: Cosa?! No, no, ho già pensato di fare una pedana rialzata, in legno, qui al centro della stanza, ricavarne una nicchia in cui mettere la vasca e attraverso uno scivolo ed una pompa per il riciclo dell'acqua, farla scorrere.
M.: Scusa, scemo io a domandare.
A.: Pensavo di mettere i magi qui, al limitare della prima montagna e spostarli giorno per giorno fino a fagli raggiungere la grotta il sei gennaio.
M.: Ma la regia a chi la fai fare, a Mel Gibson?
A.: Perchè?
M.: No, no, così, chiedevo...chiamo la rosticceria all'angolo.
A.: La rosticceria?
M.: Certo, devo organizzare il catering per le maestranze.
A.: Ma quali maestranze? Facciamo tutto noi!
M.: Tu devi smetterla di guardare "Paint your life".
A.: Dai, cominciamo.
M.: Prima fammi chiamare in ufficio che gli dico che per il prossimo mese non mi vedono.

Questi due sono i personaggi più longevi del mio blog, dal 2006 appaiono, ogni tanto ad allietarmi e, spero, vi. Tanti auguri di Buon Natale a tutti dal vostro Baol!!!

13 dicembre 2013

Beneaugurante

Stamattina camminavo per strada...vabbè, non proprio per strada, sul marciapiede ché con voi bisogna essere precisi su 'ste cose che altrimenti pensate che mi ero messo lì a fermare il traffico come un forcone qualsiasi non sapendo che io, il forcone, a quei fascisti di merda glielo ficcherei al culo. Come al solito ho divagato, dicevo che stamattina camminavo per strada e m'è tornato in mente un vecchio episodio dei Simpson, ok, non così vecchio tipo prima o seconda serie ma più tipo tredicesima o quattordicesima che però sono più di dieci anni fa visto che sono arrivati alla ventisettesima serie e le ultime nemmeno le ho viste. A questa notizia la cara persona che mi prendeva per il culo perchè sapevo a memoria tutte le puntate sarà trasalità e a me non piace far trasalire le persone, soprattutto quelle care, che se trasalgono poi gli piglia l'ansia o, peggio, l'angina pectoris e non sia mai, oh, se è cara è cara, 'sta persona e tu non è che vuoi che alle persone care venga un'angina no? Che stavo dicendo che ho nuovamente divagato? (Mi sa che tempo fa l'ho scritto che mi piace divagare e che mi dovrebbero chiamare il Dottor Divago (ecco che ora ricomincio con le parentesi (parentesi e divagazioni: siete finiti!))). Ah, sì, dicevo che camminavo per strada senza bloccare il traffico che a me...etc etc... e mi è tornato in mente un episodio dei Simpson in cui Homer ha una specie di crisi esistenziale in cui non sa chi gli è amico, ed allora mentre è al bar di Boe (ma voi lo sapete che in originale si chiama Moe? Ma secondo voi perchè lo hanno cambiato? (Tipo il robottino di Star Wars, quello che sembra Brunetta ma è più simpatico ed intelligente, massì, quello che aiuta Luke a lanciare i missili (altro che La Forza, tutto culo, vabbè), no, non C3-PO, quello è quello magro e alto che sembra Fassino; no, quello piccolino. Ecco, quello, si è sempre chiamato RD-D2 ma nella prima trilogia lo avevano trasformato, nel doppiaggio in C1-P8 e ammetterete che C1-P8 sembra una cosa tipo "Gianni&Pinotto", non è serio per un robottino così. Vabbè, insomma hanno cambiato il nome anche a quello) Non mi spiego perché hanno cambiato il nome da Moe a Boe. Che dicevo? A sì che Homer c'ha questa crisi esistenziale e chiede nel bar se loro, gli altri avventori, quelli che stanno sempre lì, oh, avete capito dai, gli alcolizzati; insomma se 'sti tizi sono suoi amici e loro, tutti, gli dicono che non si definirebbero amici ma chi "compagno", chi "sodale", etc. etc. ma il massimo lo raggiunge Boe (o Moe?(Boh?)) che dice che lui è un "beneaugurante", nel senso che non è un amico ma che nemmeno gli augura qualcosa di male; e sì, insomma, stamattina mentre camminavo per strada sentra intralciare il traffico con i pugni chiusi in tasca m'è venuta in mente questa cosa ed ho pensato che anche io, alla fine, per molte persone sono un beneaugurante, anche per molti di voi sono un beneaugurante (poi, vabbè, c'è anche a chi sono proprio amico, più che sodale o compagno (c'è anche a chi non so più che cazzo sono e questa cosa, va da sè, mi lascia alquanto rattristato, a volte incazzato, spesso spiazzato (ma questa è un'altra storia (e dallì con le parentesi)))). Che dicevo? Ah ecco, che sono spesso un beneaugurante, quasi sempre, tranne alcune volte che non lo sono e, ad alcuni, ristretta cerchia, sono un "malaugurante" e non vi dico che cosa auguro, magari una volta lo scrivo ma oggi no. Insomma, perché tutta questa pappardella che ho pure perso il filo? Fatemici pensare...ecco, sì, tutto questo per augurarvi una buona giornata eh!

11 dicembre 2013

04 dicembre 2013

Con questa pioggia battente

"È notte alta e sono sveglio...". Il mio vicino è in revival anni '80 oggi, la butta sul malinconico. Sarà il tempo, con questa pioggia battente che mette un filtro opaco a tutto non è facile essere allegri. Ormai conosco perfettamente i suoi stati d'animo, le pareti di questi appartamenti sono così sottili che si sentono i respiri, figurarsi i sospiri. Se non sbaglio fa il consulente, sembra simpatico, dovrebbe avere poco meno di quarant'anni, a volte sembra ne abbia poco più del doppio. Credo abbia l'hobby della lettura, spesso lo incrocio con buste della Feltrinelli, piene. Bello avere un hobby, anche io ne ho uno, ogni volta che ho tempo pulisco per bene tutte le mie armi, come oggi che sto qui, tra odore di solvente e di cordite. Certo, non è solo questione di hobby ma, direi, grammaticale; un'arma efficiente può cambiarti anche i verbi, che detta così sembra una cosa stupida ma, credetemi, c'è una bella differenza tra aver colpito ed essere colpito. Non che le usi spesso, le armi; di solito nel mio lavoro di ripulitore arrivo sempre dopo che qualcun altro le ha usate ma non è detto che, a volte, non mi chiamino per ripulire prima. Nell'immaginario comune, lo so, adesso mi si figurerebbe qui al tavolo, magari al buio, solo con la luce tecnica accesa e puntata sul piano di lavoro, magari con una sigaretta, accesa, appoggiata al bordo che, ogni tanto, prendo con il pollice e l'indice e porto alle labbra per un lungo tiro. In realtà non fumo e non per salutismo ma perchè non devo avere addosso nessun odore particolare, devo passare inosservato come un'immagine sfocata, devo essere poco ricordabile. Anche il mio vicino, in realtà, se mi incontrasse per strada non so se mi riconoscerebbe, nonostante ci siamo incrociati per le scale e ci siamo anche parlati, a volte. Sto pensando a queste cose quando mi squilla il cellulare; è Lui.
- Dimmi.
- Ho un lavoro per te, Mario.
- Chi?
- Guido...
- Sì.
- Peccato, mi piaceva, Beatrice, era una brava persona.
- Lo so.
- Che le ha fatto?
- Strangolata.
- Dove?
- L'ha seguita fino a casa sua.
- Lo sai che quello è una merda pericolosa, vero?
- Lo so.
- Mandami l'indirizzo via sms, vado subito. Devo occuparmi anche di lui?
- Sì.
CLICK
Era quello che volevo sentire.

02 dicembre 2013

Quattro anni che sto qui

No, non è il compleanno del blog, quello è stato a settembre ed erano comunque sette anni. No, questo è un post che, verso la fine di novembre, scrivo tutti gli anni. Quest'anno, come in molte cose della mia vita, sono in ritardo. Il post serve a ricordarmi da quanti anni non sto più a Milano, da quanti anni ho preso la coraggiosa (?) decisione di tornare in Puglia, in provincia. Credo di avervi fracassato le palle abbastanza, con Milano, con quanto mi manca, con cosa significa e blablabla...e vi assicuro che non vi ho raccontato tutto. In realtà è un post che uso per tirare un po' le somme, per raccontare, anzi, raccontarMI un po', visto che sto sempre ad inventare storie, questo, invece, è uno di quei post che servono per mettere giù un po' di punti di vista. Quest'anno però sono stanco, più stanco del solito, me ne accorgo da alcuni gesti, da alcune epifanie, da alcune attese, da alcune insonnie. Me ne accorgo dai miei stessi pensieri, nemmeno troppo positivi, dai bandoli non trovati, dai pezzi sempre più piccoli di puzzle che, alla fine, sarebbero davvero semplici, di quelli a cubotti di quando ero piccolissimo. Me ne ricordo uno, di nove pezzi, dentro una valigetta rossa, credo fosse di Goldrake. Mi ricordo che mi sedevo per terra, sul tappeto, e ci giocavo, impilavo i cubotti, componevo l'immagine, era facile. Alla fine le cose non sono tutte complicate, a volte sono facili, di una facilità disarmante: Tutto è meglio di poco, poco è meglio di nulla. Ho speso gli ultimi quattro anni, oltre che a cazzeggiare, a cercare una motivazione nel lavoro, nel saper fare bene le cose e vi dico una cosa, a fine novembre del 2009 ero all'apice, avevo la consapevolezza, non dico al 100% ma quasi, di quanto fossi capace di fare, di quanto fossi capace di imparare ancora; solo che abbiamo vizi atavici, noi italiani, e non la butto in politica perché, sinceramente, sono stanco anche di quello; abbiamo vizi atavici che tolgono il respiro e la voglia, tolgono la spinta e l'illusione, tolgono. E dolgono. Quindi mi perdonerete se, questa volta, non sto a fare l'elenco di quanto sono stato stupido a tornare indietro, di come mi manchi la casa che avevo in via Biancardi, al numero sei; se non sto a raccontarmi che quella scelta ha comunque portato altre cose bellissime, dopo. No, sinceramente, non faccio nessun elenco. Alla fine, sono sicuro, dalle parole che ho scritto, c'è chi capira molto ma molto di più. Vi abbraccio e prometto che tornerò ai racconti quanto prima.

24 novembre 2013

La comprensione universale dei sentimenti

Entra che la serranda è ancora abbassata per metà, all'apertura manca un quarto d'ora. C'ha il sorriso permanente che può avere solo chi è inconsapevole della vita o chi lo è fin troppo... e non gli rimane che ridergli in faccia. Lui non lo so, esattamente, che via abbia percorso per arrivare fin qui. Quando ha cominciato a star male, com'era prima, se c'era... un prima. Io so che la mia superstrada, affollata di pensieri, ha incrociato la sua stradina di campagna. Isolata. Ci sono soltanto vie deserte, per persone come lui. E penso spesso a come le persone si incontrano/scontrano, per quei miliardi di avvenimenti casuali o combinati che l'esistenza regala ad ognuno di noi. Oggi indosso la mia divisa che fa molto massaia: lo 'znale (come si dice dalle mie parti) lo sopporto, il problema è tutto nella cuffietta, c'è un conflitto a fuoco tra lei e i miei capelli... alla fine, l'unica vittima di questa guerriglia sono io. Pane, salse, verdure, condimenti... mi faccio l'appello a mente mentre lui parla veloce di qualcosa che non riesco nemmeno lontanamente a capire. Il problema è che poi fa domande e proprio non me la sento di dare una di quelle risposte-prezzemolo, universali, che stanno bene su tutto. Io lo so, lo so che se ora avvio quel circolo vizioso del “come?!” non ne verremo più a capo. Lo so e lo dico, tutt'uno. C'è qualche terminazione interrotta tra il mio cervello e la mia lingua... Quando fai ripetere qualcosa a qualcuno, quando questo qualcuno ha già una sua particolare difficoltà a spiegarsi, bisogna prestare tanta attenzione. Ne va del rispetto. Così mi sporgo più che posso sul bancone, “appizzo le recchie”, stringo i denti e faccio gli occhi a fessura: in poche parole cerco di annullare tutti i sensi e lasciare via libera solo all'udito. Lui fa quella faccia un po' sconsolata, è la faccia di uno che nella vita ha dovuto ripetere ogni singola parola innumerevoli volte: è già così difficile comprendersi... figuriamoci se si salta la fase del capirsi... Scandisce lettere che io faccio fatica a comporre sotto forma di parole a senso compiuto, alla fine “acchiappo” al volo l'ultimo concetto e come la migliore delle codarde, mi aggancio a quello per dare una risposta appena sufficiente. Mi stupisce quest'uomo, non so dargli un'età e non saprei capire quale male lo affligge, ma so che adora la salamella nel panino, con poca poca maionese, che conosce a memoria tutte le canzoni straniere anni 80 che passano su radio capital... quando parte il video lui spara gruppo/titolo e data d'uscita. C'è un equilibrio straordinario nella natura che toglie dignità per poi restituirla sotto altre forme. E così mentre lavoro lui parla, e parla, e parla, seduto di lato al bancone... ogni tanto se la ride; capisco un 10% e nonostante la percentuale sia molto bassa, quel che sento mi va dritto nelle costate. Se il mio cuore mi volesse un po più bene indosserebbe quell'impermeabile che gli ho regalato parecchio tempo fa. Bastardo. Quando fa cenno di alzarsi per andare via mi lascia sul bancone questi foglietti, gli prometto che li leggerò quando non ci sarà folla, così da potergli dedicare la mia attenzione... fa cenno di si con la testa e saluta con questo suo accento del nord che qui, davvero, faccio fatica a capire. Me li tengo nella tasca del grembiule per tutta la sera e all'una di notte, sul tram gelido di questa città grigia, li apro e me li leggo. Due, tre, volte. Quanta tenerezza nel dolore, quanta delicatezza nella solitudine. L'impotenza è una sensazione feroce, ancora una volta mi rendo conto che prima di poter riuscire ad aiutare gli altri, sarebbe opportuno che io riuscissi ad aiutare me stessa.



Non scrivo da tanto (in realtà mi racconto un sacco di storie a mente tutti i santi giorni) e come in passato, sono pezzetti di sensazioni vissute, quelli che vengono a galla. Cambiano molte cose tutt'intorno, ma quasi mai la nostra essenza. Grazie Baol.

Questo è il post numero 600 di questo blog, non l'ho scritto io, me lo sono fatto regalare.

20 novembre 2013

Un pesante passato

La sala d’attesa è gremita come al solito, è periodo di influenze, periodo di mali di stagione e qui vengono da me anche per un semplice starnuto ma, in fondo, non mi dispiace, mi fa passare le giornate. Lui lo noto subito, è seduto alle sedie sulla destra dell’ingresso, spicca di una buona ventina di centimetri su quelli che ha ai lati. Indossa una giacca mimetica, occhiali a specchio e legge una rivista di caccia e pesca. Lo si potrebbe scambiare facilmente per uno dei tanti cacciatori di questo tranquillo paesino di montagna, venuto a farsi fare il certificato medico per il rinnovo della licenza ma capisco subito che è qui per me ma che non gli interesso come medico. Se fai parte, per anni, dell’Organizzazione, certi particolari non ti sfuggono; faccia nuova, mani curate, posizione tesa sulla sedia, come ad essere pronti allo scatto, rigonfiamento sotto la giacca: è dell’Organizzazione anche lui, ex reparti speciali, il tatuaggio sulla mano sinistra racconta quello; ne ho uno simile sulla schiena, in mezzo alle cicatrici. Mi hanno trovato; sapevo che prima o poi sarebbe successo, dall’Organizzazione non te ne puoi andare quando vuoi, non esiste la pensione, dall’Organizzazione te ne vai quando muori, da solo o con l’ausilio di altri. Quando ci sono entrato lo sapevo, ne ero consapevole, solo che la vita non è mica una linea, no, non sai mai cosa ti capita, è il suo bello. Ecco, a me era capitata una missione di troppo e, alla fine, avevo deciso di dire “basta” e mi ero finto morto, ma sapevo che con l’Organizzazione non si può fingere, non per molto. Peccato, mi piaceva fare il medico generico in questo paese, la gente mi aveva accolto bene nonostante fossi “il forestiero”, come mi chiamano qui. La sala d’aspetto risponde compatta al mio buongiorno, lui mi guarda, sembra calmo ma lievi vibrazioni delle dita denotano nervosismo, lo avranno sicuramente avvisato di chi lo mandavano ad eliminare, di cosa ero capace; all’Organizzazione lo sapevano bene, non avrebbero mandato uno sprovveduto, se mai ve ne fossero tra le loro fila. Per un attimo ripenso a quante volte mi sono trovato io al suo posto ed ho un brivido, so bene che potrebbe fare fuori tutti i presenti, anzi, sono sicuro che lo farà, è un protocollo standard: non si lasciano testimoni. Il sorriso che spunta dalla sua barba precisa mi fa capire che è uno che segue il protocollo alla lettera, perché gli piace. Mi guardo intorno, anziani, donne con bambini; un lampo, il ricordo della mia ultima missione, le mani che ho continuato a lavare per ore, dopo, fino a consumare la pelle. Sento quasi la sua adrenalina, con quella stazza gli basterebbero le mani nude con più della metà dei presenti, senza nemmeno scomporsi troppo, ma so anche che sotto quelle giacca mimetica ha un mezzo arsenale; devo fare in fretta. “Chi è il primo”, chiedo, come d’abitudine. “Io, dottore”, Marta, non l’avevo notata, troppo impegnato a controllare lui, senza insospettirlo; gestisce il rifugio per animali ai piedi della montagna, vicino al cimitero, praticamente da sola oltre a lavorare come cameriera nel bar del paese; ogni volta che la vedo, così esile, mi chiedo dove la trovi tutta l’energia per fare quello che fa. Chiacchieriamo, ogni tanto, quando vado al bar a fare colazione, mi mette serenità, una cosa che mi ero scordato pure esistesse. Ci si potrebbe innamorare, di Marta, perdersela dentro un abbraccio per farla riposare un po’. Ci ho pensato tante volte ma la vita ha quella sua ironia crudele e non sempre, non tutto, ha davvero il giusto incastro. Come potrei spiegarle i segni che ho sulla pelle? Come farle capire i segni che ho nell’anima, quelli che mi fanno urlare nel pieno della notte? Quelli che mi fanno dormire con un occhio semi aperto? Come glielo racconto tutto il mio passato? No, non si può, non tutto si può. “Marta, che sei venuta a fare? Si vede che sei sanissima! Vai a casa, và”, “Seeee, dottore, ma che dice? Mi sento a pezzi!”. So di aver fatto un errore, il mio “vai a casa” era troppo serio, lui se ne accorge, me ne sarei accorto anche io; è questo che differenzia i membri dell’Organizzazione. Non ho più tempo; lo guardo direttamente, in maniera plateale, e sorrido, come avessi un’illuminazione: “Giulio! Vecchio stronzo! Non ti ho riconosciuto subito, come stai?! Sono anni che non ci vediamo, come hai fatto a scovarmi su questi monti?!”, non devo dargli il tempo di reagire; mi rivolgo alla sala “Signori, scusatemi ma questa specie di armadio che faceva finta di non conoscermi è un caro vecchio amico, non vi dispiace se, prima di cominciare le visite vado a prendere un caffè con lui, vero?”. Ormai gli sono vicino, può essere grosso quanto gli pare ma sa benissimo che da quella distanza non è sicuro di uscirne indenne, non contro di me. La sala mormora qualcosa ma, per fortuna, sono riuscito a farmi volere abbastanza bene da farmi perdonare questo piccolo inconveniente. Guardo Marta che non sembra molto convinta, “Scusami Marta, sono subito da te, accomodati in ambulatorio intanto”. Lui fa buon viso a cattivo gioco, ha capito di aver perso l’effetto sorpresa e sta rivalutando la situazione; si alza, è enorme, ci saranno almeno quaranta chili di muscoli in più tra lui e me; anche io devo capire bene cosa fare ma adesso la cosa più importante è allontanarlo da tutta quelle gente, allontanarlo da Marta; fuori sarà solo una questione tra me e lui.

14 novembre 2013

Tris

Rope

Come fili di canapa si intrecciano, le dita, strette.
Si cercano, trovandosi nel buio, nell'inconscio, nel sonno.
Si cercano alla luce, volontariamente, oltre le convinzioni, oltre le coperture.
Si intrecciano, corda a filo doppio, le dita, legame tra la barca e il molo,
nell'abbraccio del nodo indissolubile.

Nope

Trancianti, le spalle, a volte,
nel loro volgersi al proprio orizzonte, al proprio sole.
Male interpretabili, fraintendibili, dolorose.
Negazione, a volte, solo di se stesse.
Delle paure.

Dope

Metadone, le parole, per astinenze incolmabili, leniscono a momenti,
sfamano di aria e nuvole.
Palliativo di istanti, tentativo di allungare i respiri brevi,
mozzati dalla mancanza della propria droga.
Le parole.
Inutili.

10 novembre 2013

Bookwebcrossing

Post un po' diverso dal solito questo, sì, parlerò di un libro; non che non lo abbia già fatto altre volte ma questa volta mi trovo a scrivere di un libro che mi è arrivato da una blogger ed io passerò, a mia volta, ad un altro blogger mio lettore, che vorrebbe leggerlo perchè, come recita il titolo del post, questo è un bookwebcrossing. Il libro è "La cultura si mangia!" di Bruno Arpaia e Pietro Greco; chiaramente non è un libro di cucina ma, confesso, il fegato me lo ha fatto rodere tantissimo, per tanti motivi; parla della tendenza italica, degli ultimi anni, a sottovalutare la cultura, a guardarla con occhio critico, considerarla inutile se non dannosa. Il titolo deriva dalla famosa CAZZATA detta da Tremonti: "Con la cultura non si mangia" ed il libro fa proprio quello, chiarisce, punto per punto, che quella detta da Tremonti (e appoggiata da praticamente quasi tutto l'arco costituzionale) è UNA CAZZATA: con la cultura si mangia eccome! Chiariamo che parla di cultura in tutti i suoi aspetti e sottolinea che sviluppare la cultura può solo far del bene all'economia della nostra nazione ma anche all'evoluzione stessa del nostro popolo che, vuoi o non vuoi, si troverà, continuando così, sempre più in ritardo rispetto al resto del mondo, di tutto il mondo. Chiariamo anche che non sono affatto d'accordo con chi parla di "decrescita felice", sono per una "crescita felice" fatta per l'umano, per migliorare il modo di vivere di tutti e, per favore, non cominciamo con CAZZATE come le scie chimiche, il fracking, i chip sottopelle e tutto il folklore della "lotta all'evoluzione"; la "decrescita felice" è una teoria che merita rispetto ma va esposta da chi la conosce bene. Detto questo, il libro esplica, in maniera chiara come siamo su una china discendente e che bisognerebbe fare qualcosa per invertire questa tendenza, che non significa semplicemente valorizzare il nostro patrimonio culturale ma sviluppare un patrimonio di cervelli che ci potrebbe consentire di sviluppare tutta quanta l'economia. Io, si sa, sono molto pessimista rispetto all'italiano medio, rispetto al nostro stesso futuro e gli ultimi anni non hanno fatto che peggiorare questa mia sensanzione ma, almeno, il libro mi ha fatto pensare che c'è chi ci sta provando, e questo è bello.
Da ultimo aggiungo, per campanilismo, il fatto che sia portato, come esempio positivo, tutto quanto fatto di buono in Puglia in quest'ultimo periodo.

Detto questo, vi chiedo, chi vuole leggerlo? Io lo spedirò al primo.

07 novembre 2013

Quattro rintocchi di campana

Quattro rintocchi di campana e poi il silenzio, mi siedo sul letto, non riesco a dormire; mi stavo innervosendo lì disteso, tanto, anche a stringere gli occhi non serve a niente. Penso qualcosa, una frase che mi voglio annotare, cerco un foglio, una penna e scrivo le parole che mi sono venute in mente prima che un altro pensiero, o un ricordo, le spinga via. Accendo la tv, una vecchia serie, di quando si chiamavano "sceneggiati", un giallo in bianco e nero. Siamo alla scena finale, il commissario sta per svelare chi è l'assassino, nulla, nelle facce dei presenti, fa presagire la verità. Mi viene da pensare che nemmeno gli attori la sapessero, prima che venga svelata. Non è stato il maggiordomo, no, ma l'anziana padrona di casa. cinque rintocchi di campana e poi il silenzio.

Questa cosa è vecchia, ha poco meno di due anni, scritta in un novembre sospeso, di attese e mancanze, riempito di parole scritte. Tanto e poco è cambiato da allora, la mancanza è rimasta uguale.

04 novembre 2013

Che Dio ti benedica

"Fighj mì, mi faresti aprire per favore? Tengo il peis mecher non ci posso passare, in mezzo". La signora potrebbe tranquillamente essere mia nonna, considerando che, come età, potrei essere padre, è bella che anziana. Niente, non c'è barba che tenga, né sguardo cattivo da rabbia che continua ad accumularsi dentro e che non riesco a far esplodere, né fila in banca appena sostenuta: mi guardano e mi chiedono un favore, sanno che non glielo negherò. Anche su gli autobus, sfuggo gli sguardi, altrimenti mi fregherebbero ed i questuanti li passo veloci e dico dei "NO!", fermi, decisi, inutili. "Va bene signora, adesso entro e le faccio aprire", "che Dio ti benedica, figlio mio", ancora? Vabbè che "nipote mio" suonerebbe peggio ma, poi, "che Dio mi benedica?" e lo facesse porca miseria ma mica solo Lui, io due o tre nomi che dovrebbero benedirmi ce li ho, belli, sicuri, piantati in testa. No, non mi ha preso nel giorno giusto la signora, né nella settimana giusta, forse nemmeno nel mese giusto; direi che nemmeno l'anno è quello azzeccato. Fosse stato, che so, cinque anni fa, magari a maggio, tipo di venerdì; ecco, forse sarebbe stato meglio. Che benedizione potrebbe darmi Dio? Mica mi manca niente, almeno così dicono quelli che mi conoscono; oddìo, quelli che davvero mi conoscono lo sanno che cosa mi manca, lo sanno bene; e potrebbe mai, Dio, benedirmi di una cosa che, a quanto pare, a quanto dicono i suoi scriba, non apprezza un gran che? Io non credo proprio. Benedica chi sta male senza conoscere un ministro, chi non lavora e continua a cercare. Benedica chi cerca e non chi se l'è cercata, chiunque sia. Benedica i buoni, non le merde come, invece, a quanto pare, fa; denotando quantomeno un umorismo sottile, direi inglese. La gente mi guarda rientrare e sorride, sorrido anche io, alla fine non avrei mai fatto nulla di diverso, nemmeno quando stramaledicevo anche a voce e non solo dentro, come faccio ora. In banca mi conoscono talmente bene che chiamo tutti per nome "Giampà potresti aprire alla signora? Grazie". In fondo lei che colpa c'ha? Mica è colpa sua se mi girano i coglioni. Lei c'ha solo la faccia di una, poverina, che si trova davanti una cosa che non capisce e vuole solo una mano. "Che Dio ti benedica!", e due. Magari ti ascolta signò, magari chiude pure un occhio, che tanto lo chiude pure spesso, e mi benedice un po' e magari mi addrizza il cervello, o magari mi ascolta un attimo, o parla a qualcun altro e gli spiega due o tre cose sull'illinearità della vita. Ecco signò, io ti ringrazio, ché una benedizione dal Gran Capo mica te la danno tutti i giorni, no; a me, al massimo, mi stramaledicono o, peggio, mi ignorano con una facilità che fa male. Ti ringrazio signora che potresti essere mia nonna, alla fine la benedizione di Dio mi starebbe proprio bene ma 'sta carta me la gioco come voglio, non è che poi se la tira indietro perchè non la uso per cose serie eh?! Siam chiari! Sorrido alla signora, in fondo voleva solo una gentilezza e non m'è costato niente farla, nonostante, forse, essere una merda sarebbe meglio.

26 ottobre 2013

Intermezzo


Le perle cadono sul pavimento, fanno un rumore di pioggia fredda quando comincia a cadere. Il gatto scappa di là come se non ne volesse sapere nulla, lui. Sempre il solito. La luce dalla finestra muore piano tanto per non far scordare subito che era giorno fino a pochi attimi fa; non che importi, non ora, non in questo momento, in questa stanza piena di foto e libri. Le perle cadono sul pavimento perché non sai mai quando si spezza il filo che le tiene, magari ci giochi un attimo e poi perdi tempo a cercarle, loro. Rotolano ovunque le perle che cadono sul pavimento, un po' è bello il rumore che fanno, quel ticchettio sempre più ravvicinato che, alla fine, si trasforma nel fruscio della rotolata.
Tic



Tic


Tic

Tic
Tic
TicTicTicTic
Rrrrrrrrr....

Fino a fermarsi, loro, le perle, ché noi non ci fermiamo davanti al rumore, non adesso che la luce sta morendo per rinascere domani, non in questo momento che ha spaventato anche il gatto, non ora che le vita, sì, la vita, sta aprendo il sipario.


17 ottobre 2013

Durante la pioggia

- Pronto.
- Ho fatto una cazzata, una cazzata grossa.
- Che cosa è successo?
- Sono venuto da Beatrice.
- Sei un coglione.
- Ma...
- Nessun "ma". Nessun "però". Sei un coglione. Un coglione ed un pazzo, ti avevo ordinato di non vederla mai più.
- Lo so ma ieri l'ho incrociata in Piazza Sant'Alessandro.
- Questo non significa un cazzo. Che cosa hai combinato?
- Sono venuto da lei.
- Questo lo hai già detto. Diventi ripetitivo. Ripetitivo e prolisso e sai che non lo sopporto.
- Sì, scusa. Sono venuto da lei, l'ho seguita e mentre si infilava in casa l'ho spinta dentro e sono entrato anche io. Volevo solo parlarle, giuro.
- Tu non dovevi nemmeno pensarla, Guido, nemmeno fantasticare su una persona che le somigliasse anche lontanamente. Te lo avevo ordinato io.
- Ma...
- Ti ho già detto cosa me ne faccio dei "ma", vero?
- Sì...
- Che cosa è successo?
- Abbiamo litigato.
- Pensavi ti avrebbe offerto un caffè? Pensavi ti avrebbe dato il culo Guido? Cosa pensavi? Dimmelo, sono curioso; voglio proprio sapere cosa ti ha convinto a non seguire un mio ordine diretto.
- Non lo so cosa pensavo, forse non pensavo.
- Non hai mai saputo farlo, questo è certo.
- ...
- Continua.
- Abbiamo litigato, mi ha riempito di insulti, MI HA DETTO CHE NON VALGO UN CAZZO!
- Non. Urlare.
- UN CAZZO! HA DETTO CHE SONO UN ESSERE INUTILE!!
- Ripeto. Non. Urlare. Mai. Più. Tu sei un essere inutile Guido, sei una merda, lo sei sempre stato, lo sarai sempre. Non sei altro. Una merda.
- Ma che dici???
- Quello che hai capito. Quel poco che riesci a capire. Sei una merda Guido, una merda di maiale che non è buona nemmeno a far concime. Beatrice ti ha detto solo quello che sei. Ti tengo solo perché sei un bravo analista e sai far girare i miei soldi ma mi fai girare anche i coglioni e prima o poi i secondi gireranno più velocemente dei primi. L'hai picchiata?
- Sì...
- E?
- E l'ho strangolata. Ma non volevo! NON VOLEVO!
- Se non avessi voluto adesso era viva. Ora te ne devi andare da lì, subito.
- Ma lei è qui, morta!
- Manderò un mio uomo, si chiama Mario, è un ripulitore. Una bravo. Lui. Ti ha visto nessuno seguirla in casa?
- No, stava già piovendo a dirotto.
- Bene. Ora vattene immediatamente da lì, e cerca di non farti vedere da nessuno.
- Va bene...
- Ah, Guido...
- Sì?
- Ti avevo ordinato di dimenticartela.
CLICK
TUTUTUTUTUTUTUTU

13 ottobre 2013

Beato


Tu, che ti godi beato un momento di piacere e vibri sorridendo con la coda, tu, nemmeno lo sai il bene che mi fai in quei momenti, anche se non bastano.

11 ottobre 2013

Arcobaleno

La luce del sole, attraversando le piccole gocce sospese nell'aria nel cielo, terso, dopo la pioggia, si scindono nei colori fondamentali e, per la curvatura della difrazione si piegano a gobba creando un arco colorato nel cielo. C'è chi pensa che alla fine di quell'arco ci sia un tesoro, una pentola di monete d'oro messa lì da un folletto con le orecchie a punta. Così pensava Mario chiudendo la valigia in cui aveva riposto accuratamente tutti i pezzi di Beatrice, chiusi in buste di plastica sigillate. Non poteva ancora togliersi la tuta bianca con cui si era coperto, doveva prima lavare con la candeggina la vasca da bagno. Fuori, l'arcobaleno si sbiadiva mentre il sole, lento, spariva all'orizzonte.

10 ottobre 2013

Intermezzo


Le barche sulla sabbia sparse alla rinfusa,
spogliate e capovolte al sole...

07 ottobre 2013

Due libri

Sono anni che non scrivo una recensione, agli albori del blog la facevo per ogni libro letto, mi divertivo; ora sono un po' arrugginito ma questa recensione ci tengo particolarmente a farla. Il bello di avere un blog da tanto tempo è che, negli anni, ti ha permesso di incrociare un sacco di persone, amici, di conoscere tante vite ed io ho sempre pensato che ogni persona, ogni vita, racconta una storia, bella o brutta che sia; il blog non mi ha mai deluso, tutte le persone che ho conosciuto, tutte quelle che conoscerò, mi hanno sempre fatto crescere, migliorare. Tra queste persone che ho conosciuto ci sono anche Nathan e la Francese (e la maghetta), dopo anni di conoscenza virtuale, finalmente, quest'estate sono riuscito a materializzarli, ed è stato davvero un piacevole incontro che mi ha confermavo tutto quello che già pensavo di loro. Tutta questa premessa per dire che Nathan, al secolo Fabio Mazzoni, ha scritto due libri che, a distanza di mesi, ho divorato in pochissimo tempo; due libri diversi ed uguali, un romanzo ed una raccolta di racconti. Sono due libri autoprodotti e dopo averli letti sono qui che mi chiedo perché siano autoprodotti, nel senso che non capisco perché nessuno abbia avuto l'idea geniale di produrglieli, al buon Fabio. Lo so, ora direte: "Tu sei di parte, siete amici", ok ok, è vero che siamo amici e che Fabio mi sembra, ad occhio, un buon amico, un buon fratello maggiore. Uno zio no, gli zii, spesso, se scrivono, sono molto presuntuosi. Però vi assicuro che sono obiettivo, i libri sono molto belli e meritano di essere letti. Mi accorgo ora di non aver ancora scritto i titoli, dei due libri, presto fatto: il romanzo si intitola "La voce del muto" e la raccolta di racconti "Quaranta chilometri ed altri racconti"; non vi sto a raccontare nulla sui libri, se non che il romanzo l'ho divorato in un giorno ed i racconti, spesso, mi hanno fatto sognare e ricordare. Potete tranquillamente saperne di più andando sul sito la voce del muto, da lì viene facile farsi un regalo (o due) e comprarsi i libri; secondo me vi piaceranno un sacco.

06 ottobre 2013

Sostanze stupefacenti

Pare, dico "pare", ma essendo una cosa che è apparsa anche nei Simpson DEVE essere reale, che leccando il dorso di determinati rospi ci si sballi un bel po'. Dunque c'è gente che leccherebbe volentieri un rospo, io invece leccherei volentieri una tartaruga.

03 ottobre 2013

Tirando le somme

Guardando il mio blog, l'altro giorno, mi sono accorto che, in questo 2013, ho scritto già 74 post, 75, con questo qui, e siamo ancora ad ottobre. Constatavo che sono vicino ai 78 post del 2009 e sono ancora ad ottobre, mi viene da sperare che potrei addirittura ambire ad avvicinarmi (se non superare) i due anni top, 2008 e 2010, in cui ho scritto rispettivamente 104 e 105 post. Ok, non sto a fare un confronto sulla qualità dei post perchè, altrimenti, non ne uscirei bene, lo so anche io, però mi fa piacere aver scritto un po' di più degli ultimi due anni, che sono stati, si vede, molto poco prolifici. Naturalmente m'è anche venuto da pensare a gli anni passati. Il 2008 è stato un anno di scelte ma, alla fine, lo sono tutti; sono diventato commercialista, mi sono interrogato sul cosa fare, mi sono impelagato nell'avventura "Milano"; non lo so perchè ho scritto così tanto, forse avevo più voglia, non lo so. Il 2009 è stato il mio anno a Milano, sono successe tante cose, anche e sopratto IN me, non solo fuori di me; cambiamenti? Non so se definirli così, negli ultimi mesi ho maturato la considerazione che, in realtà, bene o male, siamo, in potenza, tutto quello che saremo e le nostre evoluzioni, le nostre giravolte, beh, sono solo dovute al fatto che i periodi della vita che attraversiamo mettono in luce certi aspetti e ne mettono in ombra altri; poi i periodi cambiano e, come durante una giornata, cambia anche la luce. Milano per me è stato il "grande salto", oh, certo, so che c'è chi ne fa di più lunghi, anche di più sconsiderati, direi io, nascondendosi il motivo reale delle cose, inventandosene altri, finti, o minori e poi portandosi ad interrogarsi sul perché le cose non vadano. Vabbè, dicevo che è stato il mio "grande salto", sono stato fortunato, sono stato bene e, forse sbagliando, l'ho fatto finire a fine 2009. Quante cose ho fatto finire che non volevo finissero? Quante cose sono finite e non dovevano finire? Tantissime, sia in quell'anno che, soprattutto, in quelli successivi. Il 2010 è stato l'anno del "record" di cose scritte e, so bene, è stato l'anno in cui è cambiata, fondamentalmente, la luce che mi illuminava. C'è chi mi ha scritto, in quell'anno, che non ero più il blogger di una volta, che non scrivevo più cose divertenti, che ero "diverso". E' vero, ero diverso, l'ho scritto, è cambiata la luce, cambiato il messaggio di ciò che scrivevo e scrivo, identificato il destinatario, che, vuoi o non vuoi, tale è rimasto. Però è stato un anno meraviglioso, e pauroso, insieme; un anno esplosivo e calmo. Sì, credo che 2009 e 2010 possano definirsi GLI ANNI, almeno di questo breve periodo di vita. E siamo al 2011, il punto più basso del blog, almeno per quanto riguarda i numeri, solo 58 post; un anno anche difficile, soprattutto nella seconda metà; un anno pieno, anche, di piccoli dolori da poco, come direbbe Benni che, sommati, fanno tanto male, anche a chi li produce, non solo a chi li riceve. Il 2012 è andato a ruota, sono successe tante cose anche in questo anno, mi sono sposato, tanto per dirne una. Sì, lo so, non ve l'ho detto, non mi piace pubblicizzarmi troppo e poi, avevo una remora di troppo. Ora siamo al 2013 e, cosa di cui mi ero accorto già da fine 2012, la luce è come scesa, tipo tramonto, e si sa che la luce del tramonto crea ombre lunghe e porta luce negli anfratti bassi, ed ho scoperto la mia rabbia, la mia amata Rabbia che mi fa stare qui, mi coccola, a volte e si è messa a braccetto con l'Amore e sta portando avanti quest'anno. So che qualcuno dirà "passerà", "cambierà", perchè cambierà la luce ma, torno a quello che ho scritto prima: siamo tutti, in potenza, tutto quello che saremo quindi quello che sono non è una cosa che cambia, ma solo che va in ombra o in luce, a seconda della provenienza della luminosità. Come dice il titolo, tirando le somme ci sono circa altri tre mesi davanti, mesi in cui mi auguro di scrivere ancora molto, di raggiungere e superare i 600 post del blog, di ritrovare vecchi amici, di scoprirne di nuovi ma, soprattutto, mi auguro che chi sa leggere, legga, e capisca.