29 gennaio 2021

Caduto in prescrizione

Tanti anni fa, ma proprio tanti eh, così siamo sicuri che la cosa è caduta in prescrizione; qui al mio paese fece una grossa nevicata. Ricordo che fu di sabato sera, saranno state circa le 19 quando cominciò a fioccare, ero con tre amici in piazza che cazzeggiavamo un po' e stavamo decidendo come passare la serata quando vedemmo scendere questi larghi fiocchi di neve dal cielo. Visto che dalle mie parti non capita spesso, direi anzi quasi mai, visto che il mio paese se lo schifa pure la neve negli inverni più gelidi, la cosa ci entusiasmò non poco. Decidemmo di andare a prenderci un paio di polli a girarrosto, due o tre birre, a testa naturalmente, e ci dirigemmo a casa di uno dei quattro visto che faceva abbastanza freddo. Finiti i polli ma, soprattutto, le birre, ci affacciammo alla finestra e lo spettacolo era quasi da levare il fiato, era tutto coperto da almeno trenta centimetri di neve, non girava un'auto ed era tutto ovattato. Non ci dicemmo nulla ma tutti e quattro ci mettemmo in fretta e furia cappotto, cappello, sciarpa e guanti e scendemmo in strada per una memorabile battaglia di neve. Mentre ci stavamo bombardando dai due lati di una larga via del paese per caso ci accorgemmo che una delle auto parcheggiate era aperta, ci guardammo un attimo in faccia tutti e quattro e poi, come un sol uomo, riempimmo il sedile posteriore dell'auto di neve, ma tanta eh, e poi chiudendo nuovamente l'auto scappammo via trattenendo le risate. Il giorno dopo la neve cominciò a sciogliersi velocemente e tutto tornò come prima. Non sappiamo cosa abbia potuto pensare il padrone dell'auto quando, il giorno dopo, deve aver trovato il sedile posteriore trasformato in una ghiacciaia, possiamo immaginare che abbia evocato le nostri stirpi passate. Per anni, fino a quando ci siamo frequentati, ogni tanto ricordavamo di quella nevicata e dell'auto aperta. Credo che sia per quello che io, ogni volta che chiudo l'auto, torno indietro ad accertarmi che sia chiusa per bene. 

25 gennaio 2021

Sandro

Sandro constata la desolazione di quel pomeriggio quasi sera, una sigaretta fra le dita, la faccia contro il freddo; il vento smuove un po' i rami di quel gruppo di sparuti alberi che arreda la piazza vuota e fa un po' di scena con le foglie cadute spostandole da destra a sinistra per poi farle tornare, con un colpo di coda, dove erano prima; praticamente la rappresentazione dell'inutilità di quel tempo perso, lì, sigaretta a parte. Sandro fa due tiri più per smuoversi dal torpore che per reale necessità di nicotina, soffia via il fumo che si confonde con le nuvole dell'alito che si condensa e lo guarda galleggiare giusto un attimo, prima che il tutto sparisca verso il cielo che si fa più scuro. al lato opposto della piazza passano un po' di auto che vanno, o tornano, non sa, i fari accesi, un clacson ogni tanto, a fare scena e poi via, verso dove non sa, e nemmeno gli importa. La sigaretta è quasi finita, l'ultimo tiro e poi la spegne in uno di quegli inutili portacenere pubblici che spesso vengono usato per tutto fuorché la cenere; dà un ultimo sguardo al cielo, ormai scuro, e pensa che un'altra inutile giornata è passata. Per fortuna.

18 gennaio 2021

Mario

Mario viveva una anticipazione del problema alla volta, spesso, quando particolarmente in forma, anche due. Ormai era avvezzo alla sua stessa ansia, quasi abituato, tanto da andare in ansia nel momento in cui constatava di non essere in ansia, peggio di una profezia autoavverante. Mario non era peggiorato nell'ultimo periodo, in quello era stato lungimirante, era ansioso da prima che andasse di moda o che fosse una nevrosi di massa. Anzi, un po' lo infastidiva questo eccesso di ansia in giro, quasi che l'ansia si fosse commercializzata, non fosse più quella bella ansia indipendente di un tempo. Prima era un soggetto preoccupato in un mondo di felici, adesso no, adesso è un numero e questa cosa gli metteva tristezza, non ansia, e alla tristezza non era tanto abituato; sì, certo, aveva avuto i suoi momenti di tristezza, in passato, come tutti, ma lui aveva sempre preferito anticipare il problema, preoccuparsi che una determinata situazione avrebbe potuto renderlo triste, e quindi farsi prendere dall'ansia. Tutto sommato la cosa non lo faceva vivere male, certo, un po' di tachicardia, un po' di affanno, le apnee notturne, l'insonnia, la stanchezza. Beh, sì, in effetti viveva male ma non se ne voleva nemmeno separare, "E se non fossi più ansioso, alla fine cosa proverei?" e questa domanda lo metteva in ansia. Il non conoscere quello che poteva accadergli lo stremava, e prevedeva tutto, era un anticipatore, ve l'ho detto; ma questo non lo salvava dall'ansia perché, per quanto potesse prevedere tutto la sua testa partoriva un nuovo "e se?" che se avesse trovato il modo di incanalarli quegli "e se" magari avrebbe anche trovato di che viverci.

14 gennaio 2021

L'insonne

Io devo dormire Doc, ho smesso da non so quanto, guardo il soffitto, conto i minuti. Non ho la scusa di malanni fisici da darmi, è il mio fisico ormai ad accusarmi. No, non sono le responsabilità Doc, è diverso, è la rabbia, io brucio di rabbia, mi snocciolo i passi fatti andando indietro e mi incolpo ad ogni passo del passo precedente, o del successivo, visto che torno indietro. Dammi una chimica Doc che mi piombi i piedi e le palpebre, mi deve impastare la bocca, tanto più amaro dell'amaro che mastico non credo sarà mai. Non me ne frega che spacchino il fegato Doc, io me lo rimangio tutte le notti il fegato, mi annodo l'intestino, peggio di così non faranno mai. Dammi una chimica Doc che io devo dormire, non mi interessa la forma, mi basta la sostanza, soprattutto se è psicotropa. Voglio alzarmi e metterci mezz'ora a ricordarmi come mi chiamo; meglio di ora che mi ripeto chi sono tutta la notte e ci aggiungo i cosa sono diventato e ci rimesto il cosa potevo essere. Io devo dormire Doc, devo dormire per tutti gli insonni del mondo, sto portando i pensieri di una carovana, dammi il ristoro degli ignari, dammi la debolezza degli ignavi Doc o almeno il sonno degli ingiusti perché sono gli unici che realmente dormono bene, tra due guanciali di non me ne frega niente. Devo dormire Doc perché questo non crollare ma scivolare piano mi logora l'esistenza, mi trascina i passi; dammi una droga Doc, anche poco legale, qualcosa di speciale che mi porti un blackout, un abbassamento di tensione, che fermi le rotative dentro la mia testa che ogni notte deve tirare fuori un'edizione straordinaria del mio fallimento. Anche una botta in testa Doc, assestata bene, che metta a tacere le accuse che mi muovo, non dico per sempre, troppa grazia, ma almeno una notte Doc, fammi dormire.

11 gennaio 2021

Rimango un coglione

Vi racconto una storia divertente, anni fa, un bel po' di anni fa, avevo dodici o tredici anni, sono caduto con la bici nel canale di deflusso delle acque piovane del mio paesello. Sento da qui le vostre giuste risate. Come è successo? Facile, mancava totalmente la ringhiera di protezione lungo un tratto del canale, negli anni e per l'incuria si era consumata ed era crollata lungo un tratto che costeggiava un parcheggio attiguo ad una pineta dove, da ragazzino, andavo a giocare. Non c'era nemmeno un muretto, nulla, strada e subito due metri circa di dislivello. Nel mentre era stato deliberato l'ampliamento del canale e quindi, in attesa che partissero i lavori tutto quel tratto rimaneva così, libero da protezione, senza nemmeno un paio di transenne, due o tre strisce di nastro bianco e rosso, un avviso di pericolo, nulla. Questo era il "come" sia successo ma il "perché"? Facile, ero un coglione, che tradotto per esteso sarebbe: pensavo di fare il figo camminando con la bici lungo il bordo del canale, come un antesignano di un Brumotti qualsiasi, e la ruota anteriore mi è scivolata lungo il bordo e sono caduto. Fortunatamente, a parte qualche livido e graffio non mi sono fatto niente ma, a pensarci, potevo farmi molto male. Immagino che, tra le risate, stiate pensando che è scandaloso che quel tratto rimanesse così, incustodito; e se ci fosse caduto un bambino piccolo? Vero, completamente d'accordo, però ci sono caduto io che, comunque, a dodici anni il concetto di pericolo e rischio lo avevo abbastanza chiaro e vi assicuro che non sono mai stato un ragazzino avventuroso, semplicemente ero pienamente convinto di riuscirci, ed ero anche un coglione. Il comune avrebbe dovuto fare qualcosa? Certo. Il comune ha messo a rischio la gente lasciando quel tratto di canale incustodito senza protezione? Certo. Io rimango un coglione? Sì. Tutto questo racconto può adattarsi alla situazione attuale che stiamo vivendo? Secondo me sì ma lascio a voi le analisi in merito.

21 dicembre 2020

Pulizie...

Anna: Mamma mia, ma cos'è questo odore di chiuso?! Mario, apri un po' le finestre... Ma dov'è l'interruttore della luce qui?!

Mario: Chiuso? Ma è proprio puzza di cadavere. Oddio, non è che Baol...

A.: Ma sarai scemo? Ma se ci hai parlato al telefono nemmeno dieci minuti fa?

M.: Eh, ma che ne sai? Di 'sto periodo ora ci sei e poi immediatamente dopo cominci a far fatica a respirare.

A.: Sento il rumore del suo grattarsi i coglioni da qui. Magari la puzza è di qualcuno dei cadaveri che ha sparso nei suoi racconti.

M.: Ah guarda, non scrive da talmente tanto che quelli sono belli che diventati polvere ormai, non sono sicuramente loro.

A.: Hai ragione anche tu. Comunque ho trovato l'interruttore.

*click*

A.: Mamma mia che abbandono, tutto coperto da almeno due dita di polvere del tempo. Va ad aprire quella finestra dai.

M.: Vado vado, però mi chiedo perché 'sti lavori li fa sempre fare a noi due.

A.: Perché in fondo siamo i suoi preferiti?

M.: Minchia che culo!

A.: Vabbè, da dove cominciamo? Una bella scopata?

M.: Anna! Non pensavo che i posti così trasandati ti facevano effetto, a saperlo non mettevo a posto lo studio.

A.: Niente, sei scemo, mia madre aveva ragione. E comunque non mi pare che spostare un paio di fogli dalla scrivania alla mensola significhi "mettere a posto".

M.: Sempre puntigliosa tu oh, qualcosa ho fatto.

A.: Sì, è un tuo classico fare giusto "qualcosa"... Va a prendere la scopa dallo sgabuzzino.

M.: E se ci sono i ragni? Sai che ho paura dei ragni.

A.: Ma che ragni vuoi che ci siano?! Saranno morti di solitudine pure quelli a star qui; ecco, forse la puzza sono loro..

M.: Vabbè, diamoci da fare, Baol ha detto che probabilmente almeno per gli auguri di Natale passava.

A.: Seee lallèro...

31 dicembre 2019

Fatalismi

Il lancio della moneta fa un tintinnio metallico per il tocco dell'unghia, uno solo, sale in alto fino a quando la spinta glielo consente; quando il vettore in salita equipara quello in discesa della forza di gravità la moneta ha un infinitesimale stallo in aria come fosse tutti i momenti del mondo e poi ricade, con una accelerazione non percepibile ad occhio nudo data la breve distanza. Presa al volo viene messa a mano chiusa sul dorso dell'altra mano e in quel momento è schrodingerianamente sia testa che croce, tutto e la negazione di tutto, il suo contrario; fino a quando, scoperta, rivela la risposta al cui destino il lancio era affidato, salomonica, senza meriti né colpe. Colui che lancia, per un attimo, ipnotizzato dal precedente volo a parabola della moneta, quasi non ricorda la domanda affidata al lancio giusto pochi istanti prima ed è tentato di lasciare tutto così com'è e rimettere la moneta in tasca, poi ricorda e, curioso come gli aruspici con le viscere, controlla l'esito del fato sulla sua scelta, abbozza un sorriso sghembo, rimette la moneta in tasca ed esce.