25 agosto 2010

Una storia, diversi stili...

immagine presa da qui


Prima persona

La pioggia mi aveva colto di sorpresa uscendo di casa, la mia insana abitudine di non controllare mai, dalla finestra, che tempo c’è. Ero già in ritardo, Laura mi aspettava in stazione e non potevo tornare su per prendere l’ombrello e così iniziai a correre stando attento a non scivolare sull’asfalto lucido e viscido per il forte scroscio; per fortuna almeno le scarpe avevano la suola in gomma. Arrivai sulla banchina che il treno si stava già allontanando, Laura mi guardava con la testa fuori dal finestrino, inzuppandosi anche lei, come me; aveva la faccia di chi se lo aspettava, alzò quattro dita dal bordo del vetro e sparì nella curva. Non ero riuscito nemmeno ad urlarle “ciao”, capii che dovevo diventare puntuale.

Seconda persona

Mio fratello Luca è diventato puntuale quando non riuscì a salutare Laura, la sua fidanzata, il giorno che partì. Quel giorno si alzò già in ritardo confidando, come suo solito, in un bioritmo che, secondo lui, era perfetto ma che non poteva sostituire una sveglia. Certo, il tempo non fu nemmeno dalla sua parte perché si trovò ad uscire sotto un acquazzone di quelli che vengono ricordati; mettendo a repentaglio tutte le ossa del corpo, corse verso la stazione ma non ce la fece, arrivò sulla banchina che il treno si stava allontanando e Laura lo guardava, consapevole, con la testa fuori dal finestrino salutandolo con un cenno. Fu allora che Luca capì che doveva essere puntuale ma, come al solito, lo capì in ritardo.

Terza persona con punto di vista limitato

Quando vide l’ora, aprendo gli occhi, quella mattina, forse si domandò del perché non avesse messo la sveglia. Cercò di ridurre al minimo le azioni così da recuperare un po’ di tempo; i suoi familiari lo guardavano con un’espressione tra l’interrogativo e lo sconfortato, la faccia di chi si chiede se lui cambierà mai e si risponde “no”. Davanti al portone alzò gli occhi al cielo e lo vide cadere in tante, tantissime gocce; pioveva ed il tempo diventava sempre meno. Si assicurò che le scarpe gli dessero una vaga possibilità di non scivolare ed iniziò a correre ricordandosi, ogni tanto, di respirare. Quando arrivò sulla banchina il treno ormai si allontanava e lei era lì, affacciata al finestrino, con la faccia di chi se lo aspetta e lo salutò facendo spuntare quattro dita dal vetro. Lui guardò l’orologio e mormorò “mai più”.

Terza persona con punto di vista esterno

Uscì di casa con un lembo della camicia che spuntava dal davanti dei pantaloni e venne investito in pieno dallo scroscio della pioggia che, da alcuni minuti, martellava la città. Titubò un attimo guardandosi le scarpe e si buttò a capofitto tra le auto imbottigliate nel traffico che suonavano una overture per clacson. Entrando in stazione si fermò a dare una veloce occhiata al tabellone delle partenze ed il giubbotto lucido d’acqua ne approfittò per piangere un po’ sul pavimento; giusto il tempo di creare una piccola pozza d’acqua sotto di lui che corse verso i binari. Arrivò sulla banchina che il treno si stava già allontanando, i vagoni chiusi, solo una ragazza affacciata al finestrino lo guardò con un’espressione enigmatica e fece un cenno con la mano che sembrava un saluto. Lui si fermò a respirare e si batté le mani sulle cosce.

Narratore onnisciente

Luca quella sera, come suo solito, si fidò troppo di se stesso e non puntò la sveglia; Laura partiva il giorno dopo e lui le aveva detto che sarebbe stato lì per salutarla; lei, più pragmatica, non si era illusa nemmeno un minuto. Quando, il giorno dopo, Luca avrebbe aperto gli occhi puntandoli sull’orologio a parete, per l’ennesima volta si sarebbe stramaledetto. I suoi familiari conoscevano perfettamente il copione, suo fratello, prima che andasse a letto, lo aveva anche avvisato ma aveva fatto la fine di Cassandra. Luca non immaginava che potesse esserci qualcosa a rallentare il suo cammino, non lo metteva in conto ma il giorno dopo una pioggia battente lo attendeva sul portone di casa; corse con dentro una speranza incosciente mentre, in stazione, Laura non batteva nemmeno il piede, guardava l’orologio più per abitudine che per altro; certo, dentro aveva un piccolo barlume di speranza ma neppure lei ci credeva davvero. Lo vide arrivare correndo, sulla banchina, con addosso più acqua che vestiti, che il treno già si allontanava. La curiosità l’aveva spinta ad essere l’unica affacciata al finestrino e l’arrivo di lui non fece altro che spegnere quell’ultimo barlume; lo salutò senza espressione e chiuse il vetro, non badando ai rivoli che le scendevano sul collo mentre lui, in debito di ossigeno e fiducia, si rendeva conto di dover cambiare.

Visto che non so mai quale è il modo migliore per narrare una storia perché c'è chi preferisce, per esempio, i racconti in prima persona e chi no allora stamattina mi sono detto "quasi quasi provo a raccontare una storia in tutti i modi possibili e vediamo cosa ne viene fuori". Sì, ma che storia? Allora sono andato a cercare una foto (e spero che l'autore apprezzi) e mi sono fatto ispirare...

16 agosto 2010

Sembianza, sembrare, sembiante

Il post dalle tre parole di Sconfusionata


Orfeo

La vedo durante un sonno agitato, nell'intercapedine tra veglia e sogno in cui mi rifugio.

E' solo un'anima a lei sembiante

Le voci nella mia testa sono più sensate di me ma non le ascolto; per alcune cose logica e senso comune sono solo un fardello inutile che appesantisce il passo.

Lei non c'è più

E anche se fosse? Non ha gusto la ricerca di cose certe, è quasi noiosa e poi un lumicino di speranza non è il buio e fosse pure solo l'ombra della sua sembianza andrò comunque a riprendermela fino all'inferno.

Lei si concede ad altri

Lo so, l'ho sempre saputo che ha danzato per tanti, che si concede ad altre mani ma è me che ama, solo con me c'è il vortice che toglie il fiato e che strozza le parole in gola.

Anche per gli altri è così

Le voci nella mia testa vogliono solo evitare che mi faccia male ma so che non è vero come so che le more più dolci sono quelle che crescono più in profondità, tra i rovi.

Non vorrà tornare

Metterò il vestito elegante a tutte le parole che amava e le farò ballare fino a quando non tornerà con me. La cerco e scendo in tutti i posti in cui può essere e la trovo. La trovo negli occhi di mille persone e riflesso dopo riflesso sono davanti a lei dove tutto sembra e niente è; abbraccia il suo carceriere.

Lei non ha catene

Le ha, sono solo più difficili da spezzare ma non tornerò indietro senza di lei. Prendo la mia anima e ne faccio un foglio, il sangue inchiostro e scrivo; fino a quando lei non mi segue. Risalgo le mille curve che ci separano dalla luce ma non mi volto, non la perderò dopo quello che ho fatto per ritrovarla, per ritrovare lei, l'ispirazione.

12 agosto 2010

La saggezza popolare

Jalz't sub't a matein e kh'k a do jak'j*

*Se ti alzi per primo ti scegli il posto migliore per liberarti

10 agosto 2010

Chiariamo

Io Lost l'ho adorato, penso sia stata una serie innovativa, potente e bla bla bla, l'ho vista in italiano e su Rai2, senza streaming o emule o sky. Non sono di quelli che dice "meglio seguirla in originale, si capiscono le sfumature", il mio inglese è discreto ma 1) una delle cose che facciamo meglio in Italia è il doppiaggio e 2) già con il doppiaggio non si capiva niente. Ho divagato. Dicevo che ho adorato Lost e oggi finalmente sono riuscito a vederne il finale, non credo di spoilerare niente dato che, tra streaming, emule e sky, mi sa che ero rimasto l'unico al mondo a non sapere come fosse finito Lost. Ho divagato di nuovo. Dicevo che ho adorato Lost, che la considero una serie innovativa e potente, scritta bene, girata bene e recitata bene; ne ho apprezzato i salti temporali, la genialità delle idee, ne ho apprezzato il pathos e il romanticismo di certe storie, ne ho adorato alcuni personaggi ed odiato altri (e questo è proprio solo di una gran serie); insomma tutto questo, questo che mi ha accompagnato per queste 4 stagioni di telefilm facendo appassionare, facendomi porre un sacco di domande, facendomi venire il gusto per le risposte; tutto questo è finito, ho visto apparire il titolo della serie sullo sfondo nero per l'ultima volta e mi è nata l'ultima domanda della serie:
Ma si può fare un finale così di cazzo?!

01 agosto 2010

(semi) chiuso per ferie...

Vi assicuro che non ce la facevo più, non ce la faceva più nemmeno la (neo) Dott.ssa Oceano ed allora ce ne siamo venuti nel buen retiro salentino in cui mi rifugio in agosto...questo per dirvi che latiterò un po' dal mio e dai vostri blog ("come se adesso fossi presentissimo" direte voi...ed avreste ragione) pc e connessione ci sono però non è che assicuro di utilizzarli. Buone vacanze a tutti, qui siete sempre i benvenuti. Ah, un'ultima cosa, metto la moderazione ai commenti perché con i ritmi che avrò per controllare mi si riempirebbe di spam...ciaooooooooooo....

26 luglio 2010

Occhi

Bisogna sempre tenere gli occhi ben aperti...soprattutto quando si sogna!

20 luglio 2010

Marlene sul muro

Marlene sul muro mi guarda strano, col cappello a cilindro e lo sguardo socchiuso dalla noia di chi sa, di chi ha capito che va così e non può andare in altro modo. Seria, il sorriso di chi ti ha radiografato, dentro, pronto ad esplodere fragoroso nel momento migliore, a coglierti nudo da ogni corazza. Marlene sul muro si staglia sullo sfondo nero mentre faccio colazione, ripetendo i gesti in un eterno, confortevole déjà vu; la spalla protesa in avanti a difesa ed offerta e le labbra a cuore col materno disgusto di chi vorrebbe vederti spezzare un ciclo. Marlene sul muro mi guarda distratta e mi distraggo anche io sciacquando una tazza, pensando a miriadi di scelte possibili che ne aprono altre miriadi e così via fino alla vertigine e mi devo sedere per rimettere a fuoco la stanza, il lavello, Marlene sul muro.



Manca una cosa, come ogni anno: :'(

17 luglio 2010

L'americano

E' ricco. L'americano è ricco. Ha fatto i soldi con la borsa, non sbagliava un colpo, si districava fra tori ed orsi meglio di un ammaestratore di un circo russo. Ha fatto i soldi comprando e vendendo qualsiasi cosa; quando è arrivata la crisi lui era molto ricco; quando è esplosa la bolla lui era lì, ha venduto tutto un attimo prima che l'ago della realtà la scoppiasse. Quando è arrivata la crisi lui era molto ricco, dopo, lo era molto di più. Le malelingue dicono che fosse una strega a dargli i consigli, a dirgli cosa fare e questa, per non farsi vedere, si trasformasse in uno dei dieci cani che si portava sempre in giro, ovunque andasse. Un tipo bizzarro l'americano, veste sempre elegante ma ha la barba lunga ed incolta ed i suoi cani non sono di razza ma circonvallazioni di geni. E' tornato a San Michele l'americano, è tornato al suo paese; è arrivato una mattina presto, quando l'alba sbadigliava ancora ed è entrato nel bar, quello all'angolo del vicolo che taglia in due il quartiere lungo la direzione del mezzogiorno; ha ordinato un cappuccino con la schiuma densa, del cacao in polvere da metterci sopra, un cornetto alla crema ed il bar, barista compreso. Non erano le otto che aveva già iniziato il suo monopoli. Ha comprato tutte le costruzioni della strada in poco più di una settimana, si dice fosse la strada dove era cresciuto, dove abitava, da dove andò via quando, ragazzino, si diresse verso la stazione per partire; tutto il suo mondo precedente era lì, il suo barbiere, il suo emporio, i suoi vicini. Ha iniziato ad abbattere tutto nemmeno un giorno dopo, la nostalgia fa venire le rughe all'anima e poi così la strada è più ariosa.


In realtà anche questo racconto qui è un reloaded, è il reloaded di questo bel racconto, per una volta non ho preso un libro ma un post...

15 luglio 2010

Il mondo visto dallo spazio

La memoria è uno strumento fantastico: il titolo di un post mi ha ricordato una canzone, una canzone dei Delta V e riascoltandola mi è venuto in mente il loro primo singolo, meraviglioso, eccolo per voi...





13 luglio 2010

Poltrona, condire, pregnante

Il post dalle tre parole di Pippi


Casualità

“Maria ha il sorriso lievemente storto, luminoso come il cielo di maestrale; si è messo perpendicolare alla mia anima”. Così mi raccontava Paolo della prima volta che l'aveva vista; lui stava seduto sulla poltrona del barbiere con le forbici che danzavano intorno alle orecchie e lei era lì, di fronte, alla fermata dell'autobus che perdeva tempo con gli occhi ed ogni tanto controllava il cellulare prendendolo dal tascapane verde che aveva a tracolla. Giusto il tempo di collimare gli sguardi un attimo che già l'autobus era lì e lui ancora alla sfumatura sulle orecchie. “E tu cosa hai fatto?”, gli ho chiesto, perché la curiosità è femmina ma io sono per la parità tra i sessi. Il giorno dopo è ritornato alla fermata dell'autobus confidando nella pendolarità e ci ha azzeccato; Maria era seduta sotto la pensilina stordendo l'attesa con la musica di un lettore mp3. Mi raccontava che si è avvicinato, lento come una processione, non sapendo nemmeno cosa dire; me lo immaginavo farsi più vicino e ripetersi come un mantra: “Dì qualcosa di pregnante, dì qualcosa di pregnante...”. Le ha sorriso alzando una mano e quando lei ha tolto le cuffie ha detto “Ciao, sono quello di ieri, del barbiere”; ha sorriso anche lei, forse ha riso, ed ha risposto “Bel taglio”; tutto sommato poteva andare peggio. In realtà quando i pezzi è scritto che si devono incastrare in un modo puoi pure tirarli come dadi, rotoleranno un po' in giro ma sempre si incastreranno. Maria è arrivata e quando l'ho vista ho concordato sul sorriso, storto, luminoso e non euclideo; mi hanno salutato e mentre li guardavo andare via, salendo sul mio di autobus, ho pensato che, per fortuna, non sai mai chi arriverà a condirti la vita.

tutti i racconti, qui

09 luglio 2010

La metamorfosi reloaded

E' cominciato tutto alle tre di notte, ho sentito i rintocchi della campana della chiesa. Lui dorme a pancia in su, sta sognando credo, sono la sua coscienza, non la sua incoscienza. Una convulsione e si inarca sulla schiena come se qualcosa volesse scappare via; il dolore gli toglie fiato e parole ed ha solo lacrime che lucidano occhi sbarrati. La pelle della pancia si tende inconsapevole o insensibile all'urlo silenzioso di tutte le cellule; io stessa, annidata chissà dove dentro di lui, sento il male che prova; non so cosa sta causando tutto, forse un caso, forse era scritto. Ormai la pelle gli si è lacerata ed è stata sostituita da un carapace fatto di snodate, solide, placche. Non riesce ad emettere nessun suono, solo un sordo mugolio dalla bocca spalancata in cui sono spariti i denti e che sta diventando un muso fatto di lamelle. I suoi occhi ormai esprimono il dolore che sente, quello provato fino ad ora e quello che, sicuramente, è lì da venire; non posso fare niente se non guardare gambe e braccia trasformarsi in sottili zampe pelose ed altre due scoppiare fuori dai fianchi. Ormai di umano non c'è più niente, solo la sofferenza rimasta imprigionata dentro la sua testa; testa da cui, come ultima beffa, sono spuntate due lunghe antenne a scrutare il mondo. E' stremato e sull'orlo della follia ed io con lui; non posso lasciarlo così, l'unica cosa che posso fare è cancellargli il ricordo di tutto il dolore, sì, domani Gregor Samsa si sveglierà senza ricordare niente.

Questo più che un reloaded mi sa che è un prequel ma visto l'intento con cui sono nati, ci sta bene anche qui. Visto il libro, anche questo lo dedico al buon bro fabio.

05 luglio 2010

Quanto è vero!

"Se si fa una cosa alla volta, c'è tempo per fare tutto in un giorno; ma se si vogliono fare due cose allo stesso tempo non basta un anno"

Philip Dormer Stanhope, 4th Earl of Chesterfield, statista (1694 -1773)

01 luglio 2010

Suona ancora



Stamattina volevo riascoltarmi la dichiarazione d'amore alla musica fatta dai Casino Royale in quel capolavoro che è "Sempre più vicino" e YouTube mi ha ricordato che Mina anni fa ne ha fatto la cover ed allora ho deciso di postare quella, tanto per allietare la giornata.

29 giugno 2010

Walter Simmons

I miei genitori pensavano che sarei diventato
grande come Edison o più grande:
perché da ragazzo costruivo palloni
e aquiloni meravigliosi e giocattoli a molla
e piccole locomotive che correvano su rotaie
e telefoni di barattoli e filo.
Suonavo la cornetta e dipingevo,
modellavo la creta e recitai la parte
del cattivo in Octoroon.
Ma poi a ventun anni mi sposai
e dovevo vivere, e così, per vivere
imparai il mestiere dell’orologiaio
e avevo una gioielleria in piazza,
e pensavo, pensavo, pensavo, pensavo,-
non agli affari, ma alla macchina
che progettavo di costruire.
E tutta Spoon River aspettava impaziente
di vederla in funzione, ma non funzionò mai.
E qualche anima buona pensò che il mio genio
fosse in qualche modo impedito dal negozio.
Non era vero. La verità era questa:
non ero un genio.

Edgar Lee Masters

27 giugno 2010

Entropia

Tic
Il ticchettio è un boato nella caverna del mio mal di testa. Si propaga nella sua forma d'onda lungo le ossa, arriva ai denti e li stringe. Mi chiedo quando...
Tac
Quando ci siamo incontrati? Quando ho incrociato i suoi occhi portatori sani di guai? Era martedì. Era ottobre. Era un'altra vita.
Tic
Trattengo quasi il fiato tra la sistole e la diastole dei battiti meccanici, come se tutto sospendesse e venisse risucchiato altrove. Un profumo...
Tac
Caffè sudamericano, nero, profondo; un odore di tostatura che si ficca nelle sinapsi dritto dalle narici e ne moltiplica la frenesia delle informazioni trasportate.
Tic
E' giorno. La luce obliqua che taglia il pulviscolo della finestra mi confessa che sono le dieci e l'orologio al mio polso le dà ragione. Ho i piedi nella macchia gialla del sole. Un colore...
Tac
La rabbia ha un colore? La sua era un buco nero, assorbiva la luce del suo contorno nel personale “orizzonte degli eventi”. Il tramestio intorno rubava le parole meno importati ed isolava drammaticamente quelle definitive.
Tic
Guardo le facce degli altri e ci scovo le differenze che li... che ci rendono tutti uguali ma non mi chiedo perché, guardo solo le facce, la sua faccia...
Tac
La sua faccia non aveva emozione, probabilmente rubata, sparita nel fiume delle parole, annegata nella rabbia, anestetizzata dall'odio. Le emozioni erano nelle sue mani che si muovevano come farfalle impazzite e si aprivano e chiudevano, si sbiancavano e si arrossavano facendo da punteggiatura al racconto.
Tic
Le sue mani sono calme adesso, è davanti a me, con la stessa faccia che non tradisce emozioni, che non svela dubbi. Il ticchettio è un respiro, inspirazione sospensione espirazione; come un respiro sfiata, come un respiro sbuffa, come un respiro si trattiene, come un respiro esala...
Boom

24 giugno 2010

Tutto sommato...



Non che mi aspettassi molto di più ma quando ti accorgi, nel secondo tempo della partita definitiva, che non insistendo con gli stessi nomi riesci a fare qualcosa in più forse andrebbe anche fatto un mea culpa...

23 giugno 2010

15 giugno 2010

Sognare, tenacia, forte

Il post dalle tre parole di anonimo


La confessione del destino

Voi che cosa siete in fondo? Voi che vi dibattete persi in un bicchiere d'acqua; inezie, increspature, impercettibili sfumature di grigio nell'immensità uniforme e atona dell'universo. Mi state quasi simpatici con la vostra tenacia nell'aggrapparvi alle pareti lisce della vita, con il vostro scavalcarvi uno con l'altro brulicanti e tarantolati. Ogni tanto trovate un appiglio e vi ci aggrappate forte, vi issate tendendo tutti i muscoli del corpo, scalciando coi piedi la zavorra degli altri ed allora vi guardo con più interesse, nel vostro essere una moltitudine moralmente in fila, troppo impegnati a sognare una vita migliore di quella di chi è dopo di voi o, al massimo, una peggiore per chi sta prima di voi. Vi guardo e, l'ho detto, provo quasi simpatia per i vostri sforzi inutili, quasi vorrei farvene trovare un altro di appiglio, ancora più in alto, proprio per vedervi ancora meglio risplendere della bassezza; gonfiarvi, nonostante l'immenso sopra di voi, della relatività di quel primato, della vertigine del secondo gradino quando tutti sono ancora al primo. E' allora che vi tolgo il sostegno che avete sotto i piedi, intenti in una scalata che non finirà mai; vi tolgo le certezze per vedevi sul volto l'ineluttabilità della caduta ed allora mi state anche più simpatici e rido, perché, alla fin fine cosa siete? Solo il rumore di fondo dell'esistenza, inezie, umani.

i racconti precedenti qui

09 giugno 2010

Frammento n.1

Il cinese aveva lunghe unghie laccate di nero e baffi stretti che pendevano dalle labbra fino al collo, sembrava uscito da un film anni cinquanta su Fu Manchu; somigliava ad un pesce gatto e sono convinto che ne avesse la stessa capacità di nuotare agile sui fondali limacciosi, l’uno dei fiumi, l’altro della vita. Continuava a tirare dadi sulla scacchiera di fronte a lui senza far muovere nessuna pedina, solo per sentirne il rumore di sonaglio quando li faceva girare nel bicchiere e per vederne l’ipnotico rotolare una volta lanciati. “Sei in ritardo”, non aveva nessuna inflessione, vibrava la erre come un qualsiasi occidentale; “Ho trovato traffico”, “Allora dovevi partire prima”, “Ne avrei trovato di più”. La mia risposta sembrò piacergli perché smise il monotono gesto del far ballare i dadi e si grattò la punta del naso con il mignolo della mano destra. Senza essere invitato mi accomodai sulla poltrona di fronte a lui e presi uno dei dadi dalla scacchiera, bello, in madreperla, con gli angoli smussati per rotolare meglio. Se lui sembrava uscito da un film di Fu Manchu, io, con il mio impermeabile, sembravo essere stato cacciato via da un libro di Dashiell Hammett. “Hai notizie per me?”, “Dipende, tu per me hai qualcosa?”, “Molta stima”, simpatico il cinese, risi per cortesia soffiando un po’ dal naso, “Non mi sembra che la stima fosse nei termini dell’accordo”, “Molta stima e cinquantamila euro”, “Così andiamo meglio. Te l’ho trovata” e buttai un paio di foto sulla scacchiera facendo rotolare una coppia di dadi che si fermarono sugli occhi di serpente; ritraevano una ragazza bruna, anche lei sicuramente orientale, che portava in giro un cane di piccola taglia, una specie di topo elegante. “Perfetto”, gli occhi del cinese somigliarono in maniera inquietante ai due dadi che avevo lanciato per sbaglio; “Naturalmente hai anche l’indirizzo”, “Naturalmente, ma chi sarebbe la signorina?”, sorrise facendo fare due strane curve ai baffi, “Adesso sei tu che non rispetti i patti”; aveva ragione, mi aveva chiesto di non fare domande ed io avevo accettato volentieri, anche perché è una mia regola base non fare domande, in fondo, io cerco persone, non cerco risposte. Sorrisi anche io, “Giusto”, prese una borsa da palestra da sotto il tavolo, la aprii e ad occhio capii che la somma era esatta, “Perfetto”, tirai fuori un biglietto e glielo diedi, “Via von Neumann 11, non è nemmeno troppo lontano”. Gli strinsi la mano e me ne andai. Mi ci volle qualche secondo per riabituare gli occhi alla luce, misi la borsa del portabagagli della macchina e giocherellai con le chiavi prima di sedermi al volante; non ero contento, non era la prima volta che lavoravo per gente così ma non riuscivo a far combaciare tutti i pezzi, non era un ‘brutto presentimento’, non ci ho mai creduto ai brutti presentimenti, ho sempre pensato che fossero solo degli escamotage che si trovano in romanzi o film, nemmeno troppo belli, per far quadrare le cose; nella vita vera nessun presentimento ti avvisa quando l’onda di merda ti sta per colpire.


Continua?

02 giugno 2010

Un regalo per voi



Questa canzone secondo me è tra le più belle che ci sono in giro ultimamente e ne ho scelto una gran bella versione live...buon ascolto e buona festa della Repubblica!!!

31 maggio 2010

Secondo me, in fondo, hanno ragione

il PDL ha dato degli spregiudicati a Ciampi e Veltroni per le loro affermazioni sulle stragi di mafia del 1993; a guardare bene non hanno tutti i torti. La "S", prima di una parola, in molti casi è negativa, ne denota il contrario; ad esempio connesso - sconnesso. Forse, quelli del PDL, hanno semplicemente voluto distanziarsi da Ciampi e Veltroni, forse volevano sottolineare che loro sono diversi, che per loro la parola spregiudicati non si può usare, per lo meno non con la "S" davanti, ma forse mi sbaglio...

28 maggio 2010

I dolori del giovane Werther reloaded

Ludwig: Ciao Guglielmo!
Guglielmo: Ciao, Ludwig.
L.: Ma cosa c'è? Hai una faccia...
G.: Eh, sapessi; oggi mi è arrivata un'altra lettera di Werther.
L.: Ancora?! Ma ti scrive tutti i giorni??
G.: Praticamente sì, non ce la faccio più, il postino ormai pensa che ce la intendiamo.
L.: Per il Cancelliere di Prussia! Davvero?
G.: Sì, stamattina mi ha lasciato la posta dicendomi: 'C'è un'altra lettera del vostro amichetto'. Che mi portasse sua sorella, questo vile!
L.: Mamma mia; vieni, ti offro una birra così mi racconti meglio.
G.: Va bene, grazie.
...
L.: Insomma, mi dicevi che Werther ti ha scritto anche oggi, ma non ha niente di meglio da fare?
G.: Guarda, mi è molto caro, siamo amici da tempo, ma adesso mi ha rotto le scatole. Prima se ne va a Wahlheim per stare in pace e dipingere e poi non fa stare in pace me.
L.: Dipingere?
G.: Sì, lo dovevi sentire all'inizio: 'E quanto è bello qui', 'E le persone semplici ma affettuose', 'un paradiso'. Pensa che mi ha scritto che era talmente bello che non riusciva nemmeno a dipingere.
L: E cosa faceva?
G.: Passeggiava! Passeggiava e mi descriveva tutto per filo e per segno.
L.: Che bella vita! Ma provare a lavorare qualche volta? Quel ragazzo è sempre stato sfaticato, andasse a spaccare legna per l'inverno!
G.: Ma questo è il minimo. Dopo un po' ha conosciuto una, una certa Carlotta, la figlia del borgomastro, ed ha iniziato a scrivermi di quanto è bella, di come sia uno spirito eletto, ed io che gli rispondevo che ero contento e che magari avrebbe potuto scrivere un po' a lei adesso.
L.: E poi?
G.: E poi ha scoperto che questa era promessa sposa ad un certo Alberto.
L.: Che sfortuna però, si sarà fatto da parte a quel punto...
G.: Macchè! Lo ha pure conosciuto, questo Alberto e ad iniziato a scrivermi pure di lui!
L.: Ma è malsana questa cosa, ma tornasse qui che ho un paio di amiche che gliela fanno passare tutta questa voglia di scrivere lettere.
G.: Werther ha proprio perso il lume Ludwig, ma anche senza luce riesce a scrivermi. Gli ho consigliato di allontanarsi, eravamo riusciti a trovargli un buon lavoro.
L.: E?
G.: E lui ha rotto le scatole anche lì! Ha litigato con mezza borghesia ma la cosa peggiore è che non ha nemmeno diminuito le lettere.
L.: Ma non gli vengono i crampi?
G.: Ma cosa ne so?! Sembra immune.
L.: Adesso cosa sta facendo?
G.: Indovina...
L.: Torna a casa?
G.: Macchè! E' tornato a Wahlheim!!!
L.: Ancora?? Ma allora si è giocato il cervello a Peppa Tencia!
G.: Completamente, va scrivendo di notti ed oblio; ha spaventato Carlotta ed Alberto tanto che quest'ultimo ha consigliato alla ragazza di allontanarlo.
L.: Ottimo consiglio, lui come l'ha presa?
G.: Apriti cielo! Vuoi sapere cosa ha scritto nell'ultima lettera?
L.: Cosa?
G.: Durante una tempesta se ne è andato sulla collina a guardarla imperversare sulla valle; scrive che è uno spettacolo che lo smuove dentro.
L.: Non ho parole, non vorrei davvero essere nei tuoi panni. Cosa pensi di fare?
G.: Cambio casa e non comunico il nuovo indirizzo a nessuno.

Un altro reloaded, questa volta mi sono chiesto cosa avrebbero potuto pensare del Werther di Goethe dall'altro lato delle lettere. Naturalmente lo dedico a fabio.

23 maggio 2010

Ma che, per caso, sei tu?


Tu, sì tu, lettore occasionale (perché di sicuro non sei tra i miei lettori abituali), tu che sei arrivato qui per caso, magari cercando "donne che fanno vedere alli uomini il culo" (denotando anche un meraviglioso utilizzo dell'italiano); se sei arrivato qui e ti riconosci nel padrone della Opel Astra GTC che stasera, a Rutigliano (BA), mi ha impedito di rientrare la macchina e mi ha costretto a lasciarla fuori; volevo solo renderti edotto del fatto che sei
UNA GRANDISSIMA TESTA DI CAZZO!!!!

Un'attesa ripagata

UNO TITULI
foto presa da qui

DUE TITULI
foto presa da qui

TRE TITULI
foto presa da qui

20 maggio 2010

Chissà

Qui sono due giorni che piove, deciso, incessante, noioso. Torno a casa col tergicristallo a velocità doppia e la strada lucida che nemmeno nel più classico novembre incrociando solo un altro paio di macchine; gli occupanti si domandano in che stagione siamo. Torno a casa e mi accosto al grosso portone di legno di casa, esco e lo spalanco per sistemare la macchina; sento solo il rumore delle gocce sulla lamiera. Sul cofano della macchina c'è una lumaca, piccola; la prendo con due dita, è tutta bianca e sembra che si giri a guardarmi, la fisso un po', mi guardo in giro. Davanti ad un negozio ci sono delle siepi in vaso, mi avvicino e l'appoggio lì, magari non le servirà a niente ma chissà.

19 maggio 2010

Mi sa che è proprio così...

"non hai mai fatto na na na na
per districarti dai tuoi guai
la mia generazione ha un trucco buono
critica tutti per non criticar nessuno
e fa rivoluzioni che non fanno male
così che poi non cambi mai
essere innocui insomma che sennò è volgare

puoi giudicare come sono se vuoi, ma lo sai"



Baby Fiducia - Afterhours

15 maggio 2010

Latitanza...

Eggià, solita latitanza, ogni tanto capita però 'stavolta c'ho la scusa: come due anni fa "C'ho il blogger ospite", anzi, per la precisione i blogger sono due: M@rcello e MarKino! Sapete come vanno queste cose, mostra questo paese e mostra l'altro e vai al mare a prendere il sole e mangia al fornello e mangia panzerotti e mangia focacce e mangia il pesce crudo e bevi il vino del luogo e bevi birre artigianali e poi di nuovo pranzi e cene: è un lavoro duro ma qualcuno deve pur farlo no?

09 maggio 2010

Promessa, furtivo, viaggiare

Il post dalle tre parole di stellastale


La casa degli insonni*

Insonnia. Furtivo mi muovo per la casa attento a non svegliare i suoi occupanti, in queste ore in cui anche un lieve fruscio si amplifica nell'eco della notte. La notte; se l'alba è una promessa la notte è la constatazione che non si è avverata. Mi siedo ad una sedia in cucina e guardo la tv senza sonoro, prende quasi senso nel susseguirsi di immagini che viaggiano sullo schermo e piano mi assento alla coscienza per concedermi poche ore di un sonno per niente ristoratore.

Di nuovo. Furtivo lo chiama, quel suo muoversi da elefante sul parquet del corridoio; l'unico al mondo con le pantofole di suola ce lo abbiamo noi in casa, sembra di avere Fred Astaire come coinquilino. Sono le due di notte e domani alle cinque devo essere sveglio e pronto per partire: viaggiare in treno per undici ore e la notte prima passarsela rimanendo sveglio! Eppure mi aveva fatto una promessa: che si comprava delle scarpe di gomma.

Poverino. Non riesce a dormire nemmeno stanotte, chissà quanti pensieri nella testa; sono settimane che va avanti così, ha il viso sempre più scavato anche se è ancora più bello. Ormai lo guardo e viaggio con l'immaginazione; sogno di rubargli un bacio di nascosto, furtivo; appartati negli angoli lontani della casa e poi, guardandolo negli occhi, strappargli la promessa di incontrarlo ancora.

Sospira. Finge di dormire ma la sento, con quel suo soffio da operetta, quello struggersi dentro da eroina da romanzo dell'ottocento; gli manca solo la tisi e poi sarebbe perfetta. Persa dietro quell'altro insonne, il ballerino di tip tap in notturna; fa tanto l'intellettuale filosofo ma è solo un fuorisede di trentanni. Lei si affanna a nascondere la sua passione, quel suo amore furtivo di cui, in realtà, siamo tutti a conoscenza; lui compreso, che si diverte a guardarla come una promessa e a vederla sognare ad occhi aperti. Anche a me piacerebbe poter sognare, viaggiare con la fantasia ma non mi posso permettere nemmeno quello, troppo impegnata a fare i conti con la realtà: precaria nel lavoro, precaria nella vita e precaria anche nel sonno. Io, insonne di rabbia, costretta a dividere la stanza con una insonne d'amore; almeno non fingesse, passeremmo il tempo a giocare a carte.

Remoto. “Viaggiai” è passato remoto, un ricordo lontano che diventa sfocato, la promessa di un futuro diverso che questo presente non rappresenta nemmeno per sbaglio. Volevo essere cittadino del Mondo e sono diventato un semplice abitante, una delle tante comparse della vita. Ma quale scelta ha deviato la mia strada? Quale dei tanti possibili destini mi si è parato davanti, subdolo, silenzioso, furtivo, ed ha spostato la mia vita senza nemmeno che me ne accorgessi? E' questo il dubbio che rende le mie notti una finzione, in questa casa in cui tutti hanno un pensiero con cui convivere.



*Sì, mi sono ispirato al titolo del libro di Jonathan Coe, ma solo a quello eh!

05 maggio 2010

Magra consolazione

- Nice diceva che se guardi a lungo nell'abisso, l'abisso guarda dentro di te.
- Lo so, a me è successo.
- E?
- L'abisso ha sbadigliato.

26 aprile 2010

Un buon inizio?

Tempo fa una persona mi ha mandato il link di un video, e vi confesso che guardandolo mi sono commosso. Mi sono commosso per tanti motivi, alcuni nemmeno li saprei spiegare, credo che, come tutti ho corde scoperte che quando sollecitate suonano male (o bene, dipende dai punti di vista). Ricordo, comunque, che quel video mi era piaciuto, che lasciava comunque degli ottimi messaggi. Stamattina un'altra persona mi ha reinviato il link via posta ed allora mi sono detto che invece di mandarlo via mail sarebbe stato meglio postarlo ed amen, magari sarebbe stato anche un buon inizio di settimana...


23 aprile 2010

Onagro, strepsirrino, scornare

Il post dalle tre parole di Aglaia


La spedizione

Il vento soffiava costantemente sugli altopiani della Cappadocia ed emetteva un lungo fischio che sottolineava il silenzio. La nostra spedizione naturalistica era partita dall'Italia tre mesi prima per cercare una specie animale che si credeva estinta da secoli: il macaco strepsirrino, chiamato anche “scimmia dal muso di cane” proprio per la particolare conformazione delle narici. Tre mesi che ormai ci sembravano ere geologiche, accampati in quel paesaggio lunare, spostandoci in maniera circolare di bivacco in bivacco, nell'area della ricerca; non usavamo nemmeno mezzi a motore che avrebbero potuto spaventare gli animali, muovevamo uomini e mezzi usando degli asini, una nuova razza di onagro proveniente dalla Siria. Piano piano, con i giorni, avevamo esaurito l'entusiasmo, i sorrisi ed infine anche le parole e ci eravamo immersi, quasi regrediti, in un mutismo fatto di sguardi e frasi smozzicate; facevamo i resoconti della ricerca negli inutili briefing settimanali ma negli appostamenti di osservazione ormai eravamo capaci di non parlarci, tra noi, per giorni; magari parlavamo da soli per evitare che la notte asiatica ci entrasse dentro ma tra noi era come se una nuova babele avesse sconvolto le lingue. L'aridità del posto ci aveva invaso, la nostra anima somigliava a quel brullo altopiano e qualsiasi scusa era buona per scornarci tra di noi. Scoppiavano litigi ormai ogni giorno, per i motivi più futili: una parola, un gesto, un silenzio. Della scimmia nemmeno l'ombra, nonostante i continui avvistamenti che le cronache del luogo riportavano; probabilmente si era estinta per noia, ammazzandosi per futili motivi. In fondo era una scimmia e nonostante il naso da cane, la sua somiglianza con l'uomo era comunque troppa. Decidemmo di tornare a casa, prima di perderci del tutto, prima di scordarci completamente, nel buio della notte, quello che eravamo. Il capo spedizione ci radunò con un gesto e tutti capimmo quello che dovevamo fare, prendemmo le nostre cose e le caricammo sugli asini; silenziosi come una processione laica iniziammo il cammino a ritroso. Io chiudevo la fila e mi girai a guardare quella landa colpita dai raggi di un sole obliquo per controllare di aver preso tutto, soprattutto la mia anima e tra le ombre della parete la vidi, col suo muso da cane, la scimmia che avevamo cercato; ci guardava andare via, consapevole che non avrei avuto le parole per avvisare la comitiva, che non avrei avuto la forza di fermarli, e per quanto avesse il muso da cane, sono sicuro, rideva.

20 aprile 2010

Penso positivo...

Leibniz diceva che quello in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili...
Non oso immaginare quanto stanno frecati gli altri!


Sì, ho letto il Candido di Voltaire e, sì, ho scritto volontariamente "frecati".

Buona giornata a tutti

18 aprile 2010

34...come quelli della terza E

E sono 34, trantaquattro, scritto per esteso fa il suo effetto; il mio genetliaco, la data in cui ti chiedi un sacco di cose: "Dove sto andando?", "Ho fatto le scelte giuste?", "Metterò mai la testa a posto?"; poi ti guardi allo specchio e dici: "Vabbè, risponderò l'anno prossimo"
Buona vita a tutti!

16 aprile 2010

Parole sante...

Grazie al blog di elfonora ho ritrovato un video speciale, lo spezzone di un magnifico film.
Questa parte, in particolare, quando l'ho vista mi ha lasciato in bocca l'amaro della realtà, della consapevolezza di sapere che è così, ve lo regalo come buon auspicio per questo weekend che si concluderà domenica con i miei trentaquattro anni...


12 aprile 2010

Matita, celestiale, aggrapparsi

Il post dalle tre parole di Tintarella di Luna


Quando l'anima si sfoca

Il ricordo più bello della mia infanzia è un odore, il profumo celestiale della focaccia che cuoce nel forno, la domenica mattina. Mia nonna distribuiva meticolosamente gli ingredienti; olio, sale, acqua tiepida, lievito, qualche pomodorino tagliato a metà e, al centro del tavolo, un cratere polinesiano di candida farina. I passi che da quegli elementi portavano al prodotto finale sembravano approssimati, nella loro empiricità fatta di pizzichi e manciate, ma nascondevano una precisione nei tempi e nelle quantità acquisita con gli anni. Dopo aver combattuto e vinto con l'impasto mia nonna gli lasciava il tempo di accorgersi della sconfitta e di lievitare e successivamente lo adagiava nella sua vecchia teglia di metallo, unta di olio, lo puntellava di mezzi pomodorini e spolverava di sale e poi infilava tutto nel fidato forno della cucina a gas, quello con la bombola azzurra. Dopo pochi minuti per la casa si espandeva il profumo della cottura, della trasformazione della pasta in focaccia; ti veniva a cercare per le stanze della casa quel profumo e quando ti trovava, ti faceva sorridere e chiudere gli occhi nell'immaginazione del primo morso. Quel ricordo anche se piccolo è l'unica cosa che funzioni nei momenti in cui, come ora, mi sento uno schizzo, un disegno abbozzato a matita. Succede, “capita” ti dicono, basta distrarsi un attimo o concentrarsi troppo e ci si trova a scorrere asincroni rispetto al resto, come se si fosse persa una battuta e si fosse fuori ritmo. Ti capita, allora, di guardare il mondo e non sentirtici dentro, come una macchia indistinta sullo sfondo, sfocata, e di non riuscire a comprendere il senso delle cose anche quelle che, fino ad un attimo prima ti erano chiare. Serve tutto in momenti così, anche aggrapparsi ad un ricordo marginale come il profumo della focaccia appena sfornata e tutto, piano piano, torna ad avere i contorni conosciuti, le cose ad avere un senso ed il nostro passo ad avere un ritmo; fino alla prossima distrazione, alla prossima sfocatura dell'anima.

Finalmente il nuovo "racconto dalle tre parole" ha preso forma, sono tutti qui!

11 aprile 2010

La faccia sta ancora lì

La faccia sta ancora lì ed io non mi decido a finire di scrivere il nuovo racconto dalle tre parole ma stasera non va; mi è venuta in mente una canzone, una canzone che adoro. Mi è venuta in mente 'sta canzone e mi sono ricordato che l'altro giorno mi è capitato di essere in macchina, mi è capitato di ascoltare radio deejay, per la precisione tropical pizza; non ascolto quasi mai radio deejay, non ascolto mai la radio a quell'ora lì, era giovedì e tornavo da una bella giornata ed ho sentito una nuova versione di quella canzone che mi è piaciuta un sacco.
Stasera m'è venuta in mente la meravigliosa versione originale, mi si adatta di più, ma voglio essere buono, vi faccio sentire la cover...

06 aprile 2010

Ma con che cuore?

Ma con che cuore, mi chiedo, con che cuore? Lascio quella foto lì senza scrivere niente, senza mettere qualcosa per fare in modo che scivoli via? Volevo scrivere un'altro dei racconti dalle tre parole ma è ancora in fase bozza...
Che significa che sono riuscito ad inserire solo la prima parola delle tre, perciò, per augurarvi un buon inizio di settimana (corta), vi lascio un bel video!

01 aprile 2010

Poi non dite che non ho ragione

DISCLAIMER:

Attenzione! Il post che segue presenta immagini che potrebbero nuocere gravemente alla salute: è accertato che una esposizione prolungata produca una perdita crescente delle cellule nervose, continuate a vostro rischio e pericolo.





Il prossimo che mi dice "Iscriviti a facebook, si incontra gente interessante", lo denuncio!

31 marzo 2010

Tanto per ricordarcelo

Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

30 marzo 2010

Mah...

Non so voi ma io mi sento in una specie di riserva indiana...

27 marzo 2010

Sono stanco di essere preoccupato...

Ebbene sì, sono stanco di essere preoccupato di quello che altri, nel vuoto delle loro facoltà mentali faranno, quel vuoto, riempito di parole false, da ore ed ore di televisione di sovraesposizione. Sono stanco di temere, per me e per gli altri, che le cose vadano come temo solo perchè non si guarda che al proprio orto...



Per poche cose sono orgoglioso di essere pugliese, spero di rimanere orgoglioso...

25 marzo 2010

Dopo mesi...palbeduchescional channel

Finalmente, dopo mesi, posso postare. "Ma se è passata solo una settimana dall'ultimo post?!" direte voi, miei amatissimi lettori che, passando di qui denotano (in)sanità mentale; è vero, rispondo io, che dell'insanità mentale ne ho fatto un lavoro, ma non mi riferisco al classico continuum dei post del mio blog (e comunque avrei pure delle remore a parlare di continuum visto che, con i ritmi che ho preso, al massimo si può parlare di discontinuum), mi riferisco al post che, mesi fa, avevo promesso a palbi di scrivere. Andiamo con ordine però ché, altrimenti, ci capite meno del solito. L'amico palbi rientra tra quei soggetti che la terra natia ama tanto, ama talmente tanto da fargli trovare un lavoro dall'altro lato dell'oceano; "oceano" in piccolo eh! Ché visto come chiamo io la mia ragazza, dire "dall'altro lato dell'oceano" potrebbe creare fraintendimenti ma sto divagando e chi legge qui sa che sono un gran divagatore. Insomma, palbi vive e lavora negli Stati Uniti ed ogni tanto ci delizia con delle lezioni di inglese (americano, per essere precisi) che, quando scapperò prima dei rastrellamenti, mi saranno molto utili. Fra queste lezioni ce ne sono alcune con cui il sunnominato palbi spiega significato ed uso degli acronimi che gli americani usano in quantità industriale, quasi quanto Anna Moroni usa la besciamella in cucina. Ebbene sì, cari amici lettori, gli americani spendono e spandono soldi e sprofondano nella crisi ma quando possono risparmiano sulle parole. Insomma, palbi, per spiegarci l'utilizzo di questi acronimi ed il loro significato, crea dei racconti e ce li butta in mezzo; mesi fa, probabilmente confondendomi con qualche altro blogger, mi ha detto "visto che tu sei bravo a scrivere (e già qui mi sono guardato alle spalle sicuro che avesse sbagliato persona) ti lascio una lista di venti acronimi, ne scegli tre e ci scrivi un raccontino" ed io, che sono lungimirante e furbo come una volpe lobotomizzata, ho detto sì. Mi aveva dato una settimana di tempo che, magicamente ho fatto lievitare fino a coprire dei mesi, a quel punto non potevo più limitarmi a scegliere ed allora ho utilizzato tutti e venti gli acronimi, il raccontino è questo:

L’aria del mattino esplode di colori mai visti, sembrano CGI (computer generated imagery) = gli effetti speciali, sarà colpa dell’inquinamento ma non importa: sono felice, mi si prospetta un magnifico weekend di riposo. Questa sensazione però ci mette poco ad abbandonarmi, mi basta andare in cucina; mia moglie mi ha preparato caffè e frittelle o, meglio, qualcosa a cui lei attribuisce tali nomi ma che io chiamo WMD (weapon of mass destruction) = armi di distruzione di massa. Non posso rifiutare di mangiarli perché la vendetta sarebbe molto peggio, lei ha POA (power of attorney) = delega sul mio conto corrente, sarei a secco prima di arrivare alla macchina, in garage; è stato l’avvocato a consigliarmi di delegarla, il fatto che fosse suo fratello avrebbe dovuto insospettirmi. Mia moglie mi guarda sorridendo ed ho un brivido lungo la schiena; “senti”, mi fa, “prima di andare al lavoro passeresti dal nostro MD (medical doctor) = medico a farti fare la ricetta per la pomata per Tom? Ricordati di portare il suo SSN (social security number) = codice della sicurezza sociale!”. Tom è nostro figlio o, almeno, suo di sicuro dato che ho assistito al parto, mio, beh, è biondo con gli occhi azzurri e noi due siamo entrambi bruni con gli occhi scuri e nessuno dei nostri parenti ha capelli biondi ed occhi azzurri. Il suo ginecologo mi ha rassicurato, mi ha detto: “non si preoccupi, è normale, raro ma normale, un gene recessivo che vaga c’è sempre, come una bomba ad orologeria, meglio quello che cose peggiori no?”, “ne è sicuro?”, “certo, guardi me, i miei sono entrambi con capelli ed occhi neri ed io sono biondo con gli occhi azzurri”; mia moglie si fida tanto di lui, mah. Tom è nostro figlio, dicevo, si è fatto male durante la PE (physical education) = l'ora di ginnastica ma è una semplice storta, basterebbe un normale farmaco OTC (over the counter) = i medicinali da banco, preso dalla farmacia in fondo alla strada, ma lei no, lei vuole quello con la ricetta. Peccato che il nostro medico sia a DUMBO (down under the manhattan bridge overpass) = quartiere di Brooklyn che è dalla parte opposta di dove lavoro e per arrivarci bisogna prendere la circonvallazione che, a quest’ora, è talmente ingolfata che sembra Times Square durante il NYE (new year's eve) = Capodanno; arriverò sicuramente in ritardo e farò incazzare quel SOB (son of a bitch) = figlio di buona donna del mio capo. L’ultima volta per solo cinque minuti di ritardo mi ha mandato a fare un noiosissimo corso di CPR (cardiopulmonary resuscitation) = tecniche di primo soccorso, una rottura, avrei preferito mille volte alcolizzarmi per poi andare a raccontare la mia storia a gli AA (Alcoholics Anonymous) = alcoolisti anonimi. Lavoro per la “SURE ASSURANCE” ma il suo DBA (doing business as) = nome commerciale dovrebbe essere “WE FUCK YOU VERY MUCH”. “Va bene”, dico a mia moglie per evitare il drenaggio dei liquidi e lei “BTW (by the way) = a proposito, oggi pomeriggio ci sono i PTA (parent teacher association) = i colloqui genitori-insegnanti alla scuola di Tom, potresti andarci tu?”, sto per dire qualcosa ma ho come la visione di un fiume che si prosciuga ed annuisco tristemente. Mi metto in macchina e mi avvio verso la prima tappa, mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va, non funziona la A/C (airconditioning) = aria condizionata, fa di testa sua, prima con bordate di caldo e poi con bordate di freddo, con questo ritmo mi sgretolo prima di mezzogiorno. Come sospettavo arrivo al lavoro con più di mezz’ora di ritardo, raffreddato. Il mio parcheggio riservato è occupato da un banchetto per la raccolta fondi contro la MS (multiple sclerosis) = sclerosi multipla, mi dispiace farli sloggiare allora parcheggio un po’ più lontano e mentre cammino per andare in ufficio passo di fronte ad un ATM (automatic teller machine) = bancomat e penso che, forse, dovrei prelevare un po’ di liquidi, un bel po’, almeno quelli mia moglie non potrebbe prosciugarmeli; sono in ritardo ma tanto, ormai, sarà già pronto il mio trasferimento alla filiale in Tibet. Prelevo cinquecento dollari e sento subito una cosa fredda alla base della nuca, una specie di tubo, mi stanno rapinando; non sono il tipo da fare l’eroe e do subito tutti i soldi, il tizio mi ringrazia pure. L’unica cosa che riesco a pensare è TGIF (thank god it's friday) = grazie al cielo è venerdì, mi squilla il cellulare, mia moglie, “pronto?”, “caro, una bella notizia, i miei vengono da noi e si fermano per il weekend”, è ufficiale , sono un POW (prisoner of war) = prigioniero di guerra.

16 marzo 2010

Altre due storie minime

Andando

Il nome me lo racconta tutti i giorni il cartello azzurro ed io fingo di scoprirlo ogni volta che il treno rallenta, entrando in stazione. Quattro casupole sparse, come se a Dio fossero cadute le pedine del Monopoli e non se ne fosse accorto; tutte uguali, così uguali che se non ci fosse la croce non si riconoscerebbe la chiesa. L’uomo con la paletta si avvicina lento mentre rallentiamo e si ferma ogni giorno nello stesso punto, come se si muovesse anche lui lungo dei binari; guarda l’orologio quasi marziale e ci congeda con un fischio lungo. Ci passo tutti i giorni da qui, due volte, con la luce obliqua del mattino e quella speculare della sera ed ogni volta mi chiedo come sia col sole a picco; non mi sono mai fermato.

Restando

Puntuale. Posso avere tanti difetti ma sono puntuale; potrei dividere la giornata lungo le frazioni della mia vita. Qui, quattro casupole sparse, tutte uguali, come le costruzioni di un bambino a corto di pezzi e di idee; qui, passo il tempo ad aspettare, è il mio mestiere. Faccio il capostazione, aspetto i treni in transito ed i pochi che si fermano, mi piace vederli arrivare dal loro altrove, quando spuntano dalla curva lì a sinistra e guardo le facce dietro i finestrini. Facce per lo più uguali, facce tutto sommato familiari; le vedo passare con sul viso il rammarico della notte passata, le vedo tornare con sul viso la speranza della notte futura. Mi concedo il tempo di mischiarmi a quelle vite e poi le fischio via, lasciandole andare verso un altro altrove, sparendo nella curva lì a destra. Mi domando come siano questi altrove; non me ne sono mai andato.

12 marzo 2010

I Massive...

Tanto tempo fa ho scritto un piccolo racconto facendomi ispirare da una canzone dei Massive Attack; lo facevo spesso, ascoltavo una canzone e scrivevo le immagini che mi venivano in mente. Scrivevo di più e scrivevo anche cose più divertenti prima, vabbè, va così, però vi regalo un video dei Massive che è meraviglioso ed è un racconto in ogni immagine...

07 marzo 2010

Strato di millefoglie, zuccherato, lanciato in aria

AVVISO: QUESTO POST E' MOLTO LUNGO!

Il post dalle tre parole di Viola


SUITE N.13

Primo Movimento – Uno strato di millefoglie

“La verità è come una millefoglie, a strati. Il primo, candido di zucchero a velo, è quello per tutti, la verità di apparenza, perfetta ed uniforme. Poi c'è quella per i conoscenti, gli amici più periferici: dolce per lo zucchero e per lo strato di crema morbida che c'è sotto la prima sfoglia; la verità soffice, quella confortante. Andando più a fondo c'è la verità per pochi, gli amici veri, i confidenti, te; è la verità più ricca, con i due strati di crema; è quella con più sfumature. E poi c'è l'ultimo strato di sfoglia a chiudere, quello magari un po' bruciato, col retrogusto amarognolo: quella è la verità solo per me”. Matteo diventava sempre filosofo al dessert, magari aiutato dal vino che, di solito, lo aveva abbondantemente preceduto. Affondava la forchetta nel suo pezzo di millefoglie e ne mangiava con gusto, dei bocconi; lei invece continuava a cincischiare col suo creme caramel, non che non fosse buono, ma ripensava alla storia che le aveva raccontato prima, quella che lui definiva “piano” e che lei chiamava “follia”. Matteo era un imprenditore dell'import-export ma se gli chiedevi cosa importasse od esportasse ti rispondeva, vago, “merci”; in realtà principalmente lavorava per Don Ignazio Lopedote che non era un parroco ma il boss del narcotraffico barese. Le aveva raccontato che stava per arrivare un grosso carico di “merce”, cocaina purissima, attraverso i soliti canali sicuri; era un trasporto enorme, uno dei più grosso a cui avesse mai partecipato: duecento chili, tutta una nave porta container. Le aveva spiegato, con precisione da contabile, che un grammo di quella roba arrivava a costare anche cento euro e che quindi il carico, tutto, valeva venti milioni di euro. Il suo compito, come al solito, sarebbe stato quello di tenere la merce in uno dei suoi magazzini puliti per circa un mese, far calmare le acque ed iniziare la procedura di smistamento. Per ragioni di sicurezza, a parte i più alti in grado dell'organizzazione, ogni pedina conosceva solo il suo tratto del percorso della merce. Matteo aveva avuto il colpo di genio una notte, mentre si faceva i conti di quanti soldi girassero; se prendeva cinquanta grammi per ogni chilo e lo sostituiva con bicarbonato, la tagliava un po' insomma, avrebbe avuto per sé dieci chili di roba che, al prezzo di vendita, gli avrebbe garantito un bel milione di euro. Aveva il tempo, aveva le capacità e si era pure trovato i contatti giusti. “Ti farai ammazzare”, lei glielo disse guardandolo dritto negli occhi e spostando via il piatto con il creme caramel massacrato.

Secondo Movimento – Un caffè molto zuccherato

Don Ignazio era seduto alla poltrona della sua scrivania; l'ufficio, se così si poteva chiamare quella piccola stanza con una sola finestra, un paio di sedie, qualche mobile archivio ed una triste pianta di ficus nell'angolo, si trovava al terzo piano di una palazzina al limite del quartiere murattiano, quasi a Carrassi, in fondo all'appartamento che faceva da sede amministrativa della sua impresa edile. Don Ignazio si faceva una risata ogni volta che ci pensava: il capo di un'organizzazione criminale che aveva come copertura un'impresa edile, dava molto di cliché da romanzo di serie B. in realtà non era nemmeno una copertura nel vero senso della parola, faceva sul serio l'imprenditore edile; all'inizio faceva solo quello e basta poi, quando si era accorto che tutti i suoi amici della “Bari-bene” tiravano come aspirapolvere della Folletto, gli era venuto in mente il business secondario. Era stato bravo e nel giro di pochi anni si era fatto un nome; a quel punto, ormai, non poteva lasciare l'attività edile, funzionava abbastanza bene come copertura a parte quella divertente situazione da cliché. Inoltre le sue case erano pure costruite a regola d'arte, non aveva mai utilizzato materiali scadenti e nemmeno aveva fatto mai sparire i suoi nemici nel cemento; anche perché a quello ci pensava il tizio che era seduto davanti a lui su una delle due sedie. Non aveva per niente l'aria di un sicario, altezza media, magro, occhiali da vista con la montatura in titanio ed un abito grigio senza cravatta; al massimo poteva essere preso per un ragioniere ed infatti quello era il suo mestiere ufficiale. Don Ignazio passò una foto al tizio con scritto sul retro un indirizzo, “Si chiama Matteo Labbellarte e mi ha fottuto dei soldi ma, soprattutto, mi ha preso per il culo. Fai un lavoro pulito”, “Non ne so fare di altro tipo”. Don Ignazio si fece una risata alla risposta ma dentro ebbe un brivido guardando la faccia senza espressione del suo “ragioniere”; aveva ragione, era sempre riuscito a far quadrare i conti. “Vabbè, mo pigliamoci un caffè”, senza nemmeno aspettare la risposta Don Ignazio aveva già chiamato la segretaria con l'interfono e le aveva chiesto i due caffè. Di fronte alla tazzina fumante il ragioniere fece un sorriso, il primo della giornata probabilmente, e ci mise dentro tre cucchiaini di zucchero; “Vedo che ti piace amaro” lo apostrofò, ridendo, Don Ignazio, “Già la vita è amara, il caffè lo voglio dolce”.

Terzo Movimento – Come una moneta lanciata in aria

Matteo beveva un Martini sulla terrazza del suo attico a Poggiofranco, gli piaceva guardare da lì la notte barese e poi non aveva sonno. Il piano era andato alla perfezione, aveva i soldi già accreditati su un conto cifrato e dopo pochi giorni avrebbe raggiunto Vittoria ai Caraibi; l'aveva fatta partire prima per non destare sospetti e per farle correre meno rischi. Guardava il panorama della città dalla terrazza, in fondo viveva bene, guadagnava un bel po' con il suo lavoro, però aveva voluto lo stesso correre il rischio, molti al suo posto non lo avrebbero fatto. Era la stessa cosa che gli aveva detto Vittoria alla fine della cena in cui, mesi prima, le aveva esposto il piano. Lei gli aveva chiesto il perché, perché uno che, come lui, guadagna bene dovrebbe correre un rischio così grosso; “Perché voglio qualcosa di speciale per noi”, e quella era la verità per lei. Perché i soldi fanno venire voglia di averne sempre di più; e quella era la verità per sé. Non lo sentì arrivare, se lo ritrovò alle spalle che gli tappava la bocca e lo immobilizzava, sentiva che era più o meno alto quanto lui ma nonostante questo Matteo non riusciva a fare nessun movimento; l'aggressore lo alzò di peso oltre il parapetto e lo lasciò cadere di sotto. Lungo i quindici piani di discesa Matteo non rivide la sua vita ma pensò solo che, come una moneta che decide il suo destino, non sapeva se all'arrivo sarebbe stato “testa” o “croce”. Il ragioniere scrisse velocemente sul pc di Matteo un breve messaggio, prima di sgattaiolare via per le scale di emergenza, in silenzio come era arrivato; Don Ignazio segue le regole, mette sempre le scale di emergenza nei palazzi che costruisce, sa che possono sempre servire. Il messaggio diceva solo “Vittoria scusami per quello che ti ho fatto”; la donna fu trovata cadavere il giorno dopo, strangolata. Un delitto passionale seguito da un suicidio.


Tutti i racconti dalle tre parole qui

04 marzo 2010

01 marzo 2010

26 febbraio 2010

Masterizzato!

Eccomi di ritorno, dopo la mia due giorni milanese sono di nuovo a casa. Sono tante le considerazioni che ho in testa e tante le immagini che mi sono tornate alla mente in poche ore. Grazie sia per gli abbracci che per i, ventilati, pomodori; la cerimonia, per mia fortuna, non era aperta al pubblico. Ormai non sono più manco originale: sono masterizzato!
Vi volevo lasciare con una constatazione che ho maturato nei miei frequenti trascorsi aeroportuali: Se, per caso, un giorno vi trovate in una città estera e avete bisogno di trovare degli italiani, con il vostro inglese o, magari, a gesti, fatevi portare nel più vicino aeroporto e, una volta lì, cercate l'unica fila a piramide, state sicuri che sono italiani.

Ho aperto il feedreader e ci sono quasi trecento post da leggere...ma quanto scrivete?!

24 febbraio 2010

Diplomando...

Ecco, siamo arrivati all'ultimo atto del master, oggi pomeriggio parto per Milano e domani, alle 17:30, ci sarà la cerimonia di consegna dei diplomi. Ci penso da un po', rivedrò persone con cui, bene o male, ho condiviso un lungo periodo della mia vita, un BELLISSIMO (almeno per me) periodo della mia vita. Tornare a casa è stata una scelta sofferta e, ogni tanto, mi pento di averla fatta, ringrazio che ci sia Oceano, sapere di averla di nuovo più vicina mi addolcisce una pillola che io reputo amara e che molti non capiscono. So di aver fatto la scelta che alla quasi totalità delle persone sembra quella giusta ma non posso fare a meno di soppesare tante delle cose a cui ho rinunciato e dubitare della scelta. Dicevo che rivedrò queste persone con cui ho condiviso tempi e spazi, alcune le credevo amiche e si sono rivelate false come una Gioconda bionda, non porto rancore, ne ho portato, passarà anche questa, come tutte, ed infatti mi farà comunque molto molto piacere riabbracciarle. Vabbè, era anche per dirvi che il prossimo paio di giorni non avrò il pc a disposizione, non fate troppo casino eh, tanto torno presto.


Una comunicazione di servizio: Sono dovuto tornare al vecchio editor dei post perchè il nuovo dava problemi, ho letto sul forum che è un problema abbastanza comune, lo avete avuto anche voi?

22 febbraio 2010

Novecento reloaded

Siamo diventati amici per una reprimenda, una punizione in comune per i danni fatti. Lo avevo solo invitato a ballare con me con l'Oceano; poverino, camminava come uno a cui continuavano a togliere il pavimento da sotto i piedi, aveva il passo da terraferma; ho solo pensato che sarebbe stato meglio seduto. Suonava la tromba, era nuovo, mescolava le note e lo faceva bene, certo, erano solo le note normali ma lo faceva senza sapere perché e questo aiuta molto. Aveva negli occhi un sacco di cose ancora da vedere, alcune non molto belle, ma questo non gliel'ho detto. Gli ho insegnato a riconoscere in mezzo alla gente il primo che avrebbe visto l'America; non ci credeva che ce l'hanno scritto nel destino da molto prima. A me la musica piaceva un sacco, quella normale e quella mia, dicevano pure che ero bravo; una volta è anche venuto un tizio ed abbiamo fatto una specie di gara, era bravo eh, davvero bravo, ma antipatico ed allora ho lasciato fare alle mie mani ed ai tasti, come facevo sempre e quello se n'è andato con la faccia di chi non ha ancora capito quante mani suonassero. Un giorno il mio amico trombettista mi ha pure chiesto se fosse vera la storia dell'Oceano e della terraferma, se fosse vero che non ero mai sceso dalla nave ed era vero, sì, non so, forse non mi è mai interessato; poi, di punto in bianco, un giorno, mi interessò e dissi che sarei sceso. Lui mi raccontò una storia di quadri appesi che decidono di cadere, dissi di sì ma non ci capii molto, era strano lui, fumava pure. Il mio amico Tom, si chiama così, era sulla balaustra a vedermi scendere con addosso il suo cappotto ed era ancora lì quando, col fiato mozzato dall'immensità, tornai indietro silenzioso. Suonai con lui quando decise di andare via ma non lo guardai scendere, per me era già andato; non so cosa ha fatto dopo, mi ha raccontato che durante la guerra una tromba non serve molto, forse un pianoforte un po' di più. E' andato via da poco, ha cercato di farmi scendere o, meglio, mi ha ascoltato seduto, come me, sulla dinamite ma poi gli ho detto di andare via, ché non era salutare. Sono nato su questa nave e andrò via con lei, come è vero che mi chiamo Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, e in culo a tutto il resto.

Dopo Baol continuo il gioco dei libri riassunti in maniera diversa, questa volta con Novecento di Alessandro Baricco; mi sono chiesto come sarebbe andata se il monologo lo avesse fatto direttamente Novecento...
Un'ultima cosa, il post precedente a questo è il mio trecentesimo, me ne sono accorto solo ora!

19 febbraio 2010

A voi non capita?

Ogni tanto ho dei periodi di non-voglia, mi scoccio pure a pensare, a voi non capita?

14 febbraio 2010

Flamenco, leporino, ospedalizzare

Il post dalle tre parole di Ross


La vita fa il suo giro

“Lo abbiamo dovuto ospedalizzare perché la respirazione era sempre più difficoltosa”, il medico è giovane, credo non abbia nemmeno la mia età, parla senza leggere la cartella come se avesse imparato il copione a memoria ed adesso lo stesse recitando per il suo provino, è un pessimo attore, magari come medico è meglio. Ha la faccia di uno che vorrebbe essere altrove ed anche io; il labbro superiore è lievemente pronunciato, quasi leporino, l'unico sintomo di nervosismo sono le piccole gocce di sudore che lo imperlano, per il resto è un manuale di distacco professionale. Mio nonno è lì, nel letto di fronte a me, che ascolta spaventato parole che nemmeno comprende, con la mascherina dell'ossigeno a coprirgli mezza faccia e gli occhi che si muovono in giro, veloci, come a volersi rendere conto per davvero di dove si trova. Il medico parla di terapie con la convinzione di un astrologo ed io guardo mio nonno, le sue mani ossute sulle lenzuola e mi ricordo di quante volte ho stretto quelle mani attraversando la strada per andare ai giardini e lì ascoltare le sue storie. I ricordi sono come crepe in una diga, appena se ne apre una, sai già che ne spunteranno altre e se non corri ai ripari, in poco tempo ti trovi sommerso. Mi ricordo delle volte che mi ha difeso quando ne combinavo una, oppure quella volta che, per prendere in giro nonna che voleva andare in Spagna, si è improvvisato ballerino di flamenco mimando le nacchere con le mani e battendo i tacchi sul pavimento. Adesso si trova lì a rimpicciolirsi in un letto cercando di dare meno fastidio possibile consapevole di non poterlo evitare. Il medico continua a parlare ma non gli do molto ascolto, comunque non potrei fare niente, sento solo mio padre dire: “Faccia tutto il possibile”, “Non si preoccupi, lo rimetteremo in sesto. Adesso però lasciatelo riposare”; il medico ha chiuso il provino con il più classico dei cliché, non so se si aspetti applausi o fischi, non decidiamo noi se la parte è sua o meno, siamo solo il pubblico. Esco per ultimo dalla stanza e faccio un cenno con la mano a mio nonno, mi risponde alzando due dita dal lenzuolo, lo lascio con i suoi ricordi e vado via con i miei.


Ennesimo racconto dalle tre parole, procedo a rilento ma procedo.
Sono tutti qui

13 febbraio 2010

Diamo tutti una mano

Ebbene sì, ho appena scoperto che a Parigi non arrivano i minestroni surgelati; "e sti cazzi" direte voi, ma come siete prosaici e scurrili! Vabbè, insomma, ho scoperto questa cosa qui ed ho capito che questa per una giovane donna lavoratrice, sposata da poco, è una specie di tragedia. Questa povera giovane donna adesso deve prendere verdura per verdura e preparare lei il minestrone ma non ne ha voglia, bisogna assolutamente convincerla perchè il minestrone fa bene ed è un ottimo pasto!
Dopo tante petizioni inutili facciamo davvero qualcosa di buono:

DIAMO AD ANNA UN MOTIVO PER CUCINARE

Andate qui e datele una buona motivazione per cucinare un minestrone fresco

12 febbraio 2010

11 febbraio 2010

Ma porca miseria!

E' sparito l'occhio...pure questa ci voleva mo!


Giornata del cazzo!


(Aggiornamento: Ho dovuto ricaricare la foto e amen...)

03 febbraio 2010

Baol reloaded

Sono tempi pessimi e lo sono da troppo. Mi ritrovo qui, al bancone di un bar dal nome biblicamente esotico, che bevo qualcosa di terribilmente alcolico e parlo con il barista. La sua faccia porta i segni di troppe cose, bevute, tradimenti, risse, vita; la mia racconti di illusioni, una dietro l'altra. Ho un tatuaggio che mi brucia dalla parte interna e mi sento come se fosse notte ormai per tutto. In giro ci sono solo sciacalli e prede, alcuni sono entrambe le cose; magari adesso dalla porta entrerà una donna a cercarmi, magari qualcuno per offrirmi un lavoro. Sono uno che risolve i problemi, dicono che sono bravo, dicono che sono un mago. Vorrei smettere e, spesso, lo faccio ma se entrasse qualcuno a chiedere di me, so già che direi di sì e andrei di nuovo all'inferno a combattere qualcosa che non si può raccontare o anche solo un vecchio nemico e, alla fine, sarà come sempre, mi sentirò solo un'ipotesi, un'idea, un sogno.


In giro per la rete ci sono un sacco di trailer di film rimontati per darne un senso diverso, mi è sempre piaciuta come cosa ed allora mi sono detto che, magari, anche i libri si possono riassumere in maniere diversa. Ho cominciato, come era naturale, da Baol, non potevo non iniziare da questo libro. Come sarebbe stato senza l'ironia e la comicità? Non so se continuerò 'sto gioco, intanto questo post lo dedico, naturalmente, a Stefano Benni.

30 gennaio 2010

Speranze

Gli americani non sanno fare un cazzo!




Ora spero che almeno un assessorato regionale me lo diano.

26 gennaio 2010

Scrivere e non scrivere

Stamattina facevo il mio giro dei blog attraverso il reader, un giro piccolo perchè in questi giorni ho un sacco di cose da scrivere, sì, ma per lavoro, non per priscio, come si dice da noi. Facevo il mio giro di blog mentre mi arrovellavo sulle risposte che devo dare e pure sul fatto che dovrei scrivere qualcosa anche per il blog, quando, sul blog di Tito Faraci, ho trovato una poesia di Charles Bukowski, non la conoscevo; ad essere sinceri di Bukowski non conosco molto ma cercherò di recuperare. Questa poesia mi è piaciuta particolarmente perchè, nonostante tutto, l'ho sentita mia e per questo, la faccio leggere anche a voi.

E così vorresti fare lo scrittore?

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.


se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.


non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall’auto-compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.


quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in
te.


non c’è altro modo.


e non c’è mai stato.

19 gennaio 2010

Cristo è grande

No, non ho avuto una crisi mistica, solo che stavo facendo un giretto su youtube ed ho trovato questa perla qui di quando Solfrizzi non faceva le fiction su raiuno...godetevelo



Domani torno a Milano per tre giorni...
 

13 gennaio 2010

Demiurgo, pantagruelico, irridere

Il post dalle tre parole di MarKino


L’evoluzione di un gruppo

La porta si apre con uno schianto seguito da un rutto da fare invidia ad un boeing 747 in fase di atterraggio, per essere precisi è il rutto a spalancare la porta facendola gemere sui cardini; è Giovanni, detto Jo, magro come un chiodo con un diaframma che dovrebbe essere oggetto di studi per quello che riesce a produrre. A dodici anni, durante una lezione di canto lirico il suo maestro gli disse: “Usa il diaframma”; intonò l’aria “Libiamo ne’ lieti calici” dalla Traviata con un unico rutto da 120 decibel; alla “a” di “calici” esplosero i vetri delle finestre e ci furono danni strutturali all’edificio: quindici milioni di lire di danni, per fortuna coperti da una assicurazione contro eventi sismici. L’unico commento del suo maestro fu: “Sembrava che a cantarla fosse Linda Blair ne “L’Esorcista”. Da allora Giovanni cambiò genere di musica e adesso, dopo aver militato per anni nei Macellatori della domenica, gruppo heavy di Castellaneta Marina, come bassista, ha fondato un gruppo suo con i due compagni di appartamento; non avevano ancora scelto il nome ma c’erano già tre denunce per rumori molesti. Jo entra nella stanza, lo sguardo viene calamitato dai suoi due compagni: Michele detto Mick, chitarra solista e seconda voce nonché autore dei testi, per le musiche si affidavano alla fonderia industriale dietro l’angolo, e Oronzo detto Orr, batterista ed esperto di tutto ciò che riguarda il trash metal, conosce a memoria tutti i dischi, side project compresi, di tutti i gruppi, dai più famosi a sconosciute formazioni scandinave di villaggi della costa nord. Dopo la panoramica sul resto del gruppo Jo alza la testa e vede un grosso striscione con su scritto: “The Miurgo”; “Che cazzo è quella cosa?”, Mick lo guarda sogghignando “Non ti piace? E’ il nuovo nome del gruppo”, “Ma non stavamo pensando di chiamarci The evil sons of Efesto?”, “Sì, ma poi Orr mi ha detto che sua cugina ha deciso di cambiare il nome del gruppo in The naughty daughters of Afrodite, ormai gli dei greci erano tutti sputtanati”, “Che palle! Ma quale cugina?”, “Eufy”. Eufemia detta Eufy, figlia della sorella del padre di Orr e tremenda voce solista, diplomata geometra in una classe tutta di maschi, fregava i soldi ai suoi compagni minacciandoli con il compasso. Al suo ultimo concerto, quando ancora si chiamavano Sister Knife, aveva picchiato a sangue una che cercava di salire sul palco, era la bassista che aveva fatto stage diving e cercava di risalire. “Vabbè, ma The Miurgo che significa?”, “Niente, il bello è quello, in inglese non significa niente però suona come Demiurgo”, “E che vuol dire?”, “Nella filosofia platonica l’artefice divino ordinatore del mondo, il creatore; saremo i creatori di un nuovo suono!”, “Dimmi la verità, demiurgo è la nuova parola di oggi?”, “Sì”, Mick aveva deciso di imparare una nuova parola ogni giorno, per questo è considerato l’intellettuale del gruppo ed infatti i testi li scrive lui. Jo sorride aprendosi una bottiglia di birra con i denti, sputa via i pezzi di vetro e fa una sorsata; modula un bitonale “Mi piace” e con la “a” spegne il televisore dei vicini. Mick si alza in piedi e lo abbraccia “Diventeremo più famosi dei Gentle Cannibals con il loro disco My brother for dinner tonight”. Alla citazione del disco Orr si sveglia dal torpore: “My brother for dinner tonight, 1997, LP di maggior successo dei Gentle Cannibals gruppo punk metal di Rovigo, la recensione della rivista di settore Urlo Intonato: My brother for dinner tonight non è un semplice disco, è un pantagruelico pasto di suoni da cui si esce sazi ma ancora affamati”, Orr conclude aprendo una birra con le dita dei piedi e svuotandola prima ancora che il tappo tocchi il pavimento. “Allora siamo d’accordo, domani sera al concorso per nuovi gruppi ci presentiamo come i The Miurgo”, “Sì, spaccheremo, nessuno si permetterà di irriderci!”, “Di farci che?”, “Irridere: ridere e scherzare sopra qualcosa, prendersi gioco, sbeffeggiare”, “Un’altra parola nuova?”, “Sì, ero così felice che ho voluto esagerare, però ora basta che c’ho già mal di testa”.

10 gennaio 2010

Ebbene sì, lo confesso

Sì, ogni volta che eppi ne assegnava uno rodevo di invidia (buona) perchè ne volevo anche io uno ma adesso ci sono riuscito!!!
Anche io figuro tra i vincitori del TEFPOW!!!

bravo


02 gennaio 2010

Chissà dove finiscono, gli anni passati...

Se ti guardi bene nella testa, in una curva (chè angoli, la testa, non ne ha...a parte quei tizi con la testa quadrata), in una curva dicevo, tra le pieghe di cellule nervose e sinapsi stressate, c'è un cassetto che, a vederlo dal di fuori, non gli daresti un euro ma se lo apri ti viene la vertigine perchè sembra come affacciarsi su uno strapiombo, con l'unica differenza che dello strapiombo vedi la fine. Dentro il cassetto è tutto buio però, quando gli occhi ci si abituano iniziano a vedersi un po' di cose ed allora spunta fuori un sorriso dolce dell'infanzia, uno di quelli che ci ha fatto addormentare; oppure la vergogna che ci ha fatti scappare in lacrime o, anche, il dolore che ci ha tolto il fiato.
Ecco, gli anni passati sono in quel cassetto lì.


LaCapa s'è fatta 'sta domanda e a me è venuta 'sta risposta.