03 ottobre 2017

Mea culpa

Una volta ho dato dell'idiota ad una persona, dopo attenta analisi eh ma comunque con un certo impeto, con una certa verve; anche con un certo gusto, devo ammetterlo, che le lettere a formare la parola "idiota" me le sono figurate in testa, le ho fatte ballare tra di loro una specie di valzer, a due a due, girando per la pista del mio ipotalamo. La "i" con la "d", che è sua moglie ed è incinta, l'altra "i" con la "o" che sarà pure in sovrappeso ma è tanto simpatica e poi quel perticone della "t" con la "a" che è anche lei incinta ma si vergogna un po' e sta a testa bassa. Insomma le ho fatte ballare un valzer romantico, quasi fossero al ballo delle debuttanti, e poi, tutte insieme, tenendosi per mano, hanno disegnato "idiota" sul palcoscenico dei pensieri espressi, hanno fatto anche la riverenza. Poi però mi sono accorto di aver sbagliato, sì, di aver comunque dato un giudizio affrettato, di aver basato la mia idea su un costrutto di ipotesi, su uno scontro di ideali, di pensieri in contrasto che mi hanno fatto dare a questa persona uno sconveniente identificativo quale è "idiota"; mea culpa, ammetto il mio errore di valutazione, lo sbaglio nel costruire un perimetro intorno ad un soggetto identificandolo in termini così diretti e classificanti quali sono quelli che lo scarno termine "idiota" racchiude. Mea culpa, a volte un giudizio nasce da analisi con pochi dati, fatte in momenti di non completa lucidità, accorgendosi poi di aver tirato delle somme troppo presto, di esser stati, forse, presuntuosi, credendosi capaci di saper capire da poche pennellate tutto il senso di un quadro. Per questo ho guardato meglio, soppesato, analizzato ancora di più, guardato il filo tenue di ragnatele sociali che ognuno di noi tesse intorno a se, e no, me ne sono reso conto "idiota" non era giusto, era quasi cattivo gusto, faciloneria, era avventato giudizio, era uno sbaglio perché, in effetti, questa persona non è un idiota, no, è proprio un coglione putrefatto. Mea culpa.

02 settembre 2017

Undici anni

In pratica questo Blog oggi compie undici anni, è pronto per la scuola media adesso. So che, poverino, lo sto trascurando e, cosa peggiore, sto trascurando anche voi. Però non demorde,  sono sicuro che le parole sono qui da qualche parte, dentro questa testa che comincia a vedere un numero consistente di capelli bianchi. Sono qui, in mezzo ai tantissimi "ma dove mi porterà tutto questo?", in mezzo ai "muoviti, non sto lì fermo, bloccato" e via così. Le parole ci sono e torneranno, spero presto, spero fiumi, a cascate, ad oceani. Si sa che gli undici anni sono periodi di mutismo ma speriamo che questo "bambino" ombroso ricominci ad essere logorroico. Grazie a voi per esserci ancora.

29 agosto 2017

I monotematici

Cosa sono i monotematici? Quanti se ne incontrano nella vita? Sono tutti uguali? Dobbiamo picchiarli? Stamattina mi sono soffermato a pensare sui monotematici, quei soggetti che parlano solo e soltanto di un argomento, che tu magari parti parlando, che so, della fotosintesi clorofilliana e loro, grazie ad un varco spaziodimensionale riescono a portare il discorso sul loro argomento unico. Non sono tutti uguali i monotematici, ci sono quelli che più che parlare di un solo argomento, parlano di un solo soggetto: loro stessi. Chiaramente in questo caso si tratta di di egocentrismo sparato all'ennesima potenza; ma a cosa sono dovuti tutti questi discorsi egoriferiti? A volte è una forma di rassicurazione personale credo, il non sentirsi davvero importate e quindi cercare di portare sempre il discorso su se stessi, altre invece è proprio l'enorme presunzione di credersi migliori ed il centro di tutto. Poi ci sono quelli che parlano sempre di sesso, che ogni battuta ha un doppio senso; non una ogni tanto, no, proprio tutte; in tal caso, va da se, solitamente è perché se ne fa poco, ma magari è proprio una forma maniacale, spesso di misoginia, e via ad immaginare tutte le parafilie di cui possono essere affetti questi soggetti. Poi ci sono quelli che parlano solo di calcio, unica fonte di gioia della loro vita mi sa, che poi, bisogna pure analizzare se si tratta di gioia vera, perché se nei momenti di felicità devi andare a cercare quelli che, in antitesi, non stanno gioendo, per sbattergliela in faccia, qualche problema mi sa che ce l'hai eh. Poi c'è chi parla solo e soltanto di lavoro, i workhaolic, i malati di lavoro, quelli che non possono proprio farne a meno, anche fuori dall'orario di lavoro, anche in vacanza, anche mentre dormono, nel sonno. Poi ci sono quelli che hanno avuto un'esperienza bellissima, un viaggio che li ha cambiati, una roba così, e per un lungo periodo, che può davvero essere molto molto lungo, parlano solo e soltanto di quello (tipo me quando parlo di Milano e di quando ho vissuto lì per il master); sono quelli che all'inizio ci fa anche piacere ascoltarli perché il brillare dei loro occhi mentre descrivono ci fa quasi vivere le stesse loro emozioni. Poi dopo un po' anche basta però, quando ascolti per l'ennesima volta dell'alba vista dalle cime del tal monte o del rumore delle onde della tal spiaggia sperduta, un po' ti si rompono le palle e ti vien voglia di prendere un cargo ed andare a scaricare napalm sulla zona in questione, che sia abitata o meno. Poi ci sono i monotematici per necessità, quelli che lo fanno perché si sono accorti di qualcosa che non va e ci vogliono avvisare e sono gli unici che, in realtà, andrebbero ascoltati ma che, ahimè, come Cassandra, sono quelli che vengono additati prima di rompere il cazzo. Ora faccio un esempio: mettiamo che c'è un bel prato, un parco pubblico, dove la gente va per godersi il verde, per passeggiare, per rilassarsi; mettiamo che uno dei tanti che ci va per starci bene si accorge che nel parco sono cominciati ad arrivare anche dei soggetti un po' maleducati, che lasciano le carte in giro, che urlano sguaiatamente tra di loro, che si danno manforte. Ed allora il tizio comincia a raccontare a tutti quelli che incontra, che anche loro frequentano il parco per star bene, che c'è gente che il parco lo sta rovinando; e lo dice al primo, lo dice al secondo e via così, sempre, perché è giusto che si sappia. Solo che non tutti quelli che lo ascoltano sono della stessa idea, alcuni dicono "son ragazzi, si divertono", altri addirittura si trovano bene con i nuovi arrivati, altri non vogliono avere problemi, e solo pochi son d'accordo e annuiscono. Mettiamo poi che i nuovi arrivati comincino a portare nel parco i liquami che a casa loro non riescono a smaltire, il monotematico ancora di più ripeterà fino allo sfinimento quello che sta accadendo e sarà vieppiù tacciato di essere un monotematico, un rompicoglioni. Ecco, a mio parere, a differenza degli altri, questo monotematico sarebbe da ascoltare.

07 agosto 2017

Ho visto

Ho visto un sacco di cose in questi anni, ho visto persone dall'intelligenza superiore perdere il sonno per sottospecie di amebe, per delle aberrazioni dell'umanità che partoriscono pensieri che nemmeno una scimmia urlatrice del Borneo dopo una lobotomia prefrontale arriverebbe a partorire. Ho visto solitudini acide inventarsi un personaggio e trovare seguaci pronti a difenderle davanti all'indifendibile; solitudini sacrosante per mancanza del diritto stesso di rovinare la vita ad altre persone che si arrogano senza alcuna ragione sensata il diritto di giudicare la vita degli altri, che offendono la decenza stessa dell'essere umano soltanto respirando e che, per i miracoli dell'analfabetismo funzionale di ritorno, trovano terreno fertile ed aspettative. Ho visto degli ego grossi come persone che sommando luoghi comuni di una stupidità ipergalattica trovano consenso dentro occhi troppo ciechi per vedere il contorno; ego ipertrofici che si gonfiano ad ogni apprezzamento anche solo virtuale e che si dedicano ad una masturbazione del loro stesso pensiero tale da rasentare la pornografia più efferata. Ho visto giudici giudicare senza alcuna ragione ne esperienza sul giudizio in questione per il semplice fatto di essere, tale atto posto a giudizio, fuori dai mediocri schemi mentali in esso stesso presenti. Ho visto acclamazioni a tali giudizi e contemporaneamente stigmatizzazioni violente degli stessi. Ho visto assoluzioni per semplice amicizia e condanne a morte per motivi opposti. Ho visto intelligenze meno che medie credersi premi Nobel senza motivazione alcuna per una specie di autoproclamazione di superiorità inestistente. Ho visto genti a cui non sarebbe giusto dare nemmeno un mezzo soldo bucato di un monopoli scaduto da una decina di anni ritrovarsi in futili empirei autospompinatori fino a fratturarsi le vertebre cervicali e dorsali in esercizi di genuflessione nei confronti di soggetti a cui non andrebbe affidata nemmeno la pulizia di una stalla dell'Epiro i cui animali sono affetti da diarrea congenita. Ho visto tutto questo e altro ancora. Per fortuna che ho guardato anche altrove.

20 luglio 2017

Ogni anno

Ogni anno, di oggi, scrivevo una cosa qui o, meglio, lasciavo un semplice segno in memoria di un ragazzo. Quest'anno ci metto due parole anche se non so nemmeno io quali; da quel giorno nero di Genova ne sono state dette tante e non mi va di aggiungere frasi a frasi, tengo i miei pensieri per me, per rimanere stabile mentre vedi tutto che traballa intorno, vedi la schiuma alla bocca della gente, l'ignoranza che prevarica logica e umanità.Vedo un odio che aumenta giorno per giorno fomentato da chi da quell'odio ci guadagnerà soltanto. L'unico gesto che mi viene invece è un abbraccio, il gesto più semplice che c'è ma che, alla fine, renderebbe le cose migliori (a mio parere).
Ciao Carlo.

03 luglio 2017

Torno qui

Torno qui come si torna in una casa in cui hai vissuto tanto, chiusa da molto tempo. Come fosse la casa in cui sei cresciuto, tanto, ma in cui ormai non metti quasi più piede. Entro e guardo la polvere farsi pulviscolo nel controluce della porta, i lenzuoli che coprono i mobili, fantasmi delle mie parole passate. Non accendo la luce, vado a memoria fino alle finestre, le apro, faccio entraria aria e luce; tutto intorno scricchiola, sono le frasi che ho lasciato qui, si muovono come topi nei muri, ormai unici abitanti della casa. Guardo il salone principale riprendere i contorni che aveva anche se stento a riconoscerli, almeno al primo sguardo, poi la memoria mi ridisegna tutto, le parole, le persone, gli incontri, le risate e tutto il resto. Controllo che tutto funzioni, che ci sia elettricità, acqua, gas, come dovessi tornarci e forse succederà; volevo solo rendermi conto, tornare a quando versavo qui quasi ogni pensiero. Il divano è ancora comodo anche se, sedendomi, faccio alzare un po' di polvere, rovino la festa a qualche migliaio di acari che non si aspettavano di essere disturbati. Faccio il giro delle stanze, sorrido ai ricordi, ai racconti, e mi avvio verso la porta. Con la promessa di tornare.

04 maggio 2017

La resa dei gamberetti

L'altro giorno pulivo i gamberetti per il pranzo; sono molto meticoloso quando lo faccio, per prima cosa levo tutte le teste e le metto da parte per portarle ai gatti randagi; so che potrei farci un'ottima bisque ma bisogna fare il fondo di pomodoro e cipolla, poi mettere le teste e rosolarle, schiacciarle per bene, sfumare, aggiungere l'acqua, far cuocere. Tra questo e vedere i gatti che escono a code ritte e sgranocchiano le teste come fossero chips preferisco la seconda, e poi per una volta non gli do i soliti croccantini. Levate tutte le teste comincio a togliere il carapace; stacco le zampette e partendo dalla parte più grossa comincio a staccarlo, poi con due dita premo sull'ultimo tratto di coda e tiro via tutto; a meno di gesti inconsulti così facendo il gambero rimane bello pulito intero. Fatto questo tolgo il filetto interno, l'intestino; solitamente viene via abbastanza facilmente tirandolo dalla punta ma nel caso sia più ostico del previsto con un coltellino incido la schiena e lo tiro fuori. Finita la pulizia li lascio un attimo a scolare i liquidi in eccesso così una volta in padella non annacqueranno il sugo ma si manterranno belli sodi. Alla fine di tutto guardo sempre il mucchietto di gamberi che ho ottenuto, si è no una manciata; dal mezzo chilo che di solito compro, levata testa, levato il carapace, levato il filetto, mi rimangono sì e no poco più di duecento grammi di polpa che in cottura subirà un ulteriore calo di peso; in pratica la resa dei gamberetti è meno del cinquanta percento del loro peso di partenza, quando li vedi lì, belli, lucidi, con le loro antenne, la corazza. Ecco, ogni volta mi viene da pensare che per molte persone vale lo stesso discorso.

30 marzo 2017

Arturo Fresconi

Arturo Fresconi è un fascista, ma non di quelli "DIOPATRIAFAMIGLIA", quelli che, in casa, tengono il busto di Mussolini e lo mostrano con orgoglio agli amici, aggiungendo un nostalgico "Ah, se ci fosse lui..." a cui sperano si affianchi sempre un coro di "davvero" mormorati a mezza voce quasi fosse una commemorazione. No, Arturo è di quei fascisti nascosti, quelli che si dicono "liberistii" e che credono in un libero mercato, ma solo di italiani; di quelli che davanti all'ennesimo sbarco di disperati sulle nostre coste dicono "andrebbero aiutati a casa loro" pensando dentro di sè "ma perché non li prendiamo a cannonate?!". Arturo fa parte di quella bella fetta di benpensanti con la pancia piena che sotto sotto fa il tifo per l'uomo forte, che spera in Putin, che ha avuto un orgasmo con l'elezione di Trump dove, incredibilmente, si è spinto addirittura a commentare con un sommesso "ci stupirà". Arturo era così già da ragazzo, all'università era quello con la borsa di pelle in mezzo a quelli con gli zaini; quello che invidiava, in segreto, quelli con le bretelle e gli anfibi, che magari faceva anche la battuta "però son comode" e rideva solo lui. Arturo non partecipava alle manifestazioni ma si fermava lì, nella piazza accanto, sperando nelle cariche della polizia o nei manganelli di quelli in bretelle per poi tornare a casa e dirsi scosso e preoccupato "per la deriva di questo bellissimo Paese". Arturo è di quelli che si nasconde, sicuro del proprio pensare, dietro concetti di massima cercando una platea che applauda al suo essere equilibrato ma che, dentro, ad ogni applauso ed approvazione ha un brivido che dal cervello gli arriva fino all'inguine.

07 gennaio 2017

Libri letti 2016

1) Alessandro Robecchi – Dove sei stanotte
2) Pietro Colaprico – Trilogia della città di M.
3) Alessandro Robecchi – Di rabbia e di vento
4) Giuseppe Ferrandino – Pericle il Nero
5) Romano De Marco – Città di polvere
6) Roberto Costantini –alle radici del male
7) Tommy Dibari, Fabio Di Credico – Non ho tempo da perdere
8) Claire Bessant – Cosa vogliono i gatti
9) Roberto Costantini – Il male non dimentica
10) Roberto Bolano – I detective selvaggi
11) Donato Carrisi – L'ipotesi del male
12) Tito Faraci – La vita in generale
13) Mirko Zilahy – E' così che si uccide

Temevo peggio come letture un questo 2016, ma alla fine almeno un libro al mese è stato letto, certo avrei preferito di più ma devo dire che il libro di Bolano, un tomo di più di 800 pagine, scritte in piccolo, mi ha portato via abbastanza tempo; gran bel libro ma complesso da digerire, un sacco di personaggi e nomi da ricordare, e storie, e intrecci. Per il resto molti, moltissimi noir, ma si sa che ormai sono il mio genere preferito. Spero che il vostro anno sia cominciato bene; un abbraccio!

23 dicembre 2016

Pinuccio Randòm

Pinuccio Randòm, al secolo Giuseppe Milella, ha una macelleria in fondo a via Trevisani e una fiorente attività serale di “fornello improvvisato” sul lungomare. Lo chiamano “Randòm” perché non ha una sede fissa; la sera, quando intorno alle sette e mezza chiude il negozio, carica in macchina una quintalata tra salsiccia e bombette varie, passa da casa a prendere sua moglie Filomena e quattro casse di Peroni da 66cl; casse che basteranno sì e no alle necessità sue, di Filomena e di suo figlio Minguccio, centoventi chili di ventiduenne per un metro e novanta. In macchina ha già pronta la fornacella da campeggio e due bustoni di carbone di legna. A quel punto Pinuccio si avventura sul lungomare e il primo parcheggio libero che trova pianta il suo “fornello improvvisato”, poi chiama suo figlio Minguccio e si fa portare due sacchi di panini che accoglieranno salsiccia e bombette, la galetta da cinquanta litri e tre stecche di ghiaccio industriale in cui verranno messe a dimora le prime otto o dieci Peroni da 66cl, diciamo come aperitivo. Pinuccio controlla da che parte tira il vento e orienta la fornacella che, con l’ausilio di abbondanti spruzzate di alcool etilico, in un attimo si trasforma in una colonna di fuoco e fumo da essere avvistata con facilità dall’Albania; Pinuccio fa abbassare la fiamma, solitamente con un rutto di Peroni ghiacciata, e appronta la prima graticola di carne da arrostire; intanto tra lui, Filomena e Minguccio la prima cassa di Peroni è finita e la seconda è in ghiaccio. L’addetto alle bevande è Minguccio che appena vede che iniziano a scarseggiare si fa il giro di tutte le “società” tra Bari Vecchia, Madonnella e Carrassi e si procura il biondo nettare. Intanto, meglio di uno spot, il profumo della carne sul fuoco fa avvicinare i primi affamati che, alla modica cifra di cinque euro riescono ad avere, a scelta, o panino con salsiccia e Peroni da 66cl “sudata” o panino con bombette con ripieno misto e Peroni da 66cl “sudata”; il menù non è molto vario ma la cosa non sembra interessare molto vista la fila che, solitamente, si forma davanti al “fornello improvvisato”. Il tutto condito dalle massime di vita di Pinuccio che tra un colpo di pinza per girare la carne prima che bruci ed un sorso alla bottiglia di Peroni che porta appesa alla cintura, espone la sua personale weltanschauung in un misto di dialetto e italiano, perché non si sa mai ci siano turisti che non capiscono l’idioma locale. “P’cè la fem’n, la donna, a da iess coom alla Peroon, a va iess S’DAAT”, cosa, il turista, possa capire oltre alla parola “donna” è un mistero chiuso nella testa di Pinuccio ma va da se che il gesto e soprattutto l’espressione allusiva al paragone tra la Peroni che “suda” e la donna non lasciano molto spazio all’immaginazione. A quel punto Filomena, seduta accanto alla galetta delle birre, si fa una risata bitonale da increspare i vetri delle macchine parcheggiate e dice, sempre, “Semb u sceem a da fa” e scambia uno sguardo con il marito che pare promettere fuoco e fiamme. In alcune giornate speciali, solitamente in estate, al posto delle solite salsiccia e bombette Pinuccio mette sulla brace i polpi. Quando vede che la giornata e serena ed il mare piatto chiama suo cugino Giangaspero Menicucci, detto “U Ch’zzaal” per via dello scialo di cozze a Torre a Mare, e gli chiede se la sera andrà a pesca di polipi o se ha uno sbarco di sigarette di contrabbando. Naturalmente al telefono i due cugini usano un codice per non essere intercettati dalla Finanza:

Giangaspero: “Auè Pinù ce je? T’a’ppò?”
Pinuccio: “T’a’ppò Giangà. Ste bbuun?”
G.: “Essèin ce je? Probblem?”
P.: “Ennùd Giagà josc a po’ o a biò? C’a fè?”
G.: “A biò je mazz. A po’, t serv’n?”
P.: “J’arrost Giangà vit c n jakj assè”
G. “E viin pur tu!”
P.: “A sciuut n’acchjaam a nderrlalanz”*

*G.: “Buongiorno Giuseppe che succede? Tutto a posto?”
P.: ”Tutto abbastanza bene Giangaspero. Tu? Stai bene?”
G.: “Ma certo, ma sicuro che non succede nulla? Ci sono problemi?”
P.: “Ma nulla Giangaspero solo mi chiedevo se oggi andrai a polpi o a scaricare sigarette. Che farai?
G.: “Mah, è periodo di magra per le sigarette. Penso che andrò a pescare polpi, te ne servono?”
P.: “Pensavo di fare i polpi arrostiti Giangaspero; sarebbe possibile averne un considerevole quantitativo?”
G.: “Beh ma vieni a darmi una mano, scusa!”
P.: “Mi par giusto, ci troviamo sul Lungomare di Crollalanza”

La battuta di pesca solitamente dura tutta la notte, in una barchetta dal fondo trasparente con una lampada appesa davanti e, dentro, un quantitativo di birra bastevole per la ciurma di un cargo battente bandiera liberiana. Una volta procurati i polpi Pinuccio e Giangaspero solitamente vanno, il mattino dopo, sugli scogli davanti al faro ad arricciarli sbattendoli per intenerirne le carni e, nel mentre, fischiano alle ragazze che prendono il sole. Una volta si trovò a passare lì davanti Filomena e sentì Pinuccio dire ad una ragazza “Moh signorì se vuole do un’intenerita pure a lei”, il suo “MO CA VIIN A CAAAAAAS” (ne riparliamo quando torni a casa) fu sentito fino nell’entroterra di Corato; quella sera non ci fu nessun “fornello improvvisato” e Giangaspero dovette vendere allo scialo, oltre alle cozze, dodici chili di polpi già inteneriti. A parte quella rara eccezione la braciata di polpo è molto richiesta e solitamente la scorta di polpi, panini e birre viene consumata in brevissimo tempo tanto che nasce sempre l’esigenza di trovare altro da mettere sulla brace prima che la clientela delusa passi alla concorrenza, tale Maria la N’Zivosa (non propriamente dedita alle regole base dell’igiene) che frigge le sgagliozze in piazza Ferrarese. Il più delle volte tale mancanza viene colmata mandando Minguccio ad acquistare una quarantina di fette di mortadella spesse un dito che arrostite e condite con olio e limone farciscono i restanti panini. Appare chiaro che l’attività di “fornello improvvisato” non sia propriamente legale non avendo nessuna autorizzazione amministrativa, sanitaria e fiscale se non il benestare dell’arciprete della basilica che passa tutte le sere a benedire il cibo e se ne torna in canonica con due panini e due birre; dunque capita, a volte, che arrivino pattuglie di vigili urbani in assetto antisommossa per far immediatamente cessare l’attività di “fornello improvvisato”; a quel punto solitamente Pinuccio dice che non sta vendendo niente ma è solo un “barbecue di famiglia” e sono tutti parenti. Una volta dovette spacciare due turisti giapponesi per i figli di uno stracugino di suo padre emigrato in Oriente per esportare le cozze crude; per fortuna solitamente il problema si risolve con un paio di panini in amicizia ed una Peroni a giro, tranne quella volta che Minguccio, lievemente alticcio dopo 12 Peroni da 66cl e una bottiglia e mezza di amaro Lucano, scambiò il capo dei vigili per un rapinatore e gli mollò un ceffone talmente forte che il poverino per due giorni chiese se qualcuno avesse preso la targa di chi lo aveva investito. Quella sera finirono tutti in caserma, anche due turisti norvegesi che Pinuccio aveva spacciato per nipoti di terzo letto di sua zia; tornarono a casa con dieci chili di carne avanzata, una cassa di Peroni, quaranta panini, una multa di 570 euro per “fornello abusivo e percosse a pubblico ufficiale” e Filomena svenuta per la vergogna di essere stata portata in caserma.



BUON NATALE A TUTTI!!!

29 settembre 2016

Tizio e Caio e il mercato dei panini

C'erano una volta due ragazzi, Tizio e Caio, entrambi avevano lo stesso sogno, aprirsi una paninoteca e vendere panini; Tizio e Caio non si conoscevano ma avevano questo stesso sogno, su per giù nello stesso periodo decisero, sia Tizio che Caio, di materializzare quel sogno e così si aprirono una paninoteca; Tizio in via del Re, Caio in una parallela, via della Regina. Entrambi facevano panini abbastanza buoni c'era chi andava da Tizio a mangiare la salamella al sugo e chi andava da Caio a mangiare il panino con la frittata e la gente diceva "che buoni i panini di Tizio", "che buoni i panini di Caio" e allora magari chi andava sempre da Tizio andava qualche volta da Caio e chi andava sempre da Caio qualche volta andava da Tizio. Tizio e Caio avevano due locali piccoli ed i loro tavoli erano più o meno sempre occupati. Un giorno però arrivò in città il Signor Voinonvaleteuncazzo, questi aveva tentato, un tempo, di fare panini anche lui ma i suoi panini facevano obiettivamente cacare, lui era scontroso, supponente e pensava di fare i panini più buoni del mondo ma aveva capito, sotto sotto, che piacevano solo a lui e a due o tre palati bruciati che gli giravano intorno. Un giorno capitò nella paninoteca di Caio e vide che la gente mangiava i suoi panini ma che i tavoli erano pochi e pensò "quasi quasi questo è abbastanza scemo da farsi fregare" e andò da Caio e gli disse "ma lo sai che tu potresti guadagnare molto di più?", "e come?" chiese Caio, "con il passaparola indotto", Caio guardò questo signore dallo sguardo non proprio intelligente e disse che non aveva capito; allora il Signor Voinonvaleteuncazzo disse "lascia fare a me" e Caio, che non pensava di avere molto da perdere, gli disse va bene. Il Signor Voinonvaleteuncazzo andò da tutti i piccoli commercianti di via della Regina e li riunì, una sera, nella paninoteca di Caio. Il Signor V. chiamiamolo così per abbreviare disse che tutti loro potevano guadagnare di più, dovevano semplicemente farsi pubblicità a vicenda e quindi dovevano tutti dire che i panini di Caio erano i più buoni, le scarpe del ciabattino Sempronio erano le migliori, i formaggi del salumiere Mezio erano fantastici, anche se i panini di Caio non gli piacevano, le scarpe di Sempronio si rompevano e i formaggi di Mezio puzzavano. E così cominciarono ad andare in giro dicendo così, e tutti loro mangiavano da Caio che anche lui andava sempre in giro a dire di Sempronio e Mezio e aveva meno tempo per fare la spesa ed allora i panini erano un po' meno buoni ma c'erano sempre Sempronio, Mezio e V. che mangiavano lì e chiamavano la gente per mangiare lì e la gente vedeva che c'erano loro seduti e dicevano "ma se mangiano loro sempre qui significa che i panini sono buoni" ed entravano a mangiare, i panini non erano così buoni ma ormai li stavano mangiando. Tizio intanto continuava a fare i suoi panini mediamente buoni ma la gente che entrava era meno "avranno meno fame" pensava Tizio, e continuava a fare i suoi panini. Intanto Caio, Sempronio, Mezio e V. andavano dicendo che in realtà i panini di Tizio non è che fossero così buoni, che lo diceva anche Sofronia, la sarta di via della Regina, che era la più brava di tutte, aggiungevano loro e così anche Sofronia mangiava i panini di Caio che però erano sempre peggiori, metteva le scarpe di Sempronio, che si scollavano facilmente e comprava i formaggi di Mezio, che ormai rifiutavano pure i topi, perché pensavano più a girare in tonto ed allargare il giro che ai loro prodotti. Dopo qualche mese a Tizio erano rimasti sì e no i clienti affezionati e continuava a sfornare i suoi panini mediamente buoni e fragranti, mentre Caio si era allargato, aveva avuto un prestito dal Signor V. come anche Sempronio, Mezio e Sofronia ed aveva il locale pieno, solo che i panini facevano sempre più schifo ma tanto ormai il palato delle persone si era abituato e si mangiavano tutta la merda che sfornava e diceva di essere contento, peccato che alla fine pagasse un sacco di interessi al Signor V., così come Sempronio, Mezio e Sofronia; guadagnando meno di quando faceva panini mediamente buoni ed era allo stesso livello di Caio.
La morale della favola tiratela un po' voi.

02 settembre 2016

Dieci anni

Ebbene sì, oggi questo blog compie dieci anni, se solo ci penso mi vengono un po' i brividi, cavolo, sono tanti; insomma, dieci anni a scrivere cazzata è un lavoraccio, eppure a quanto pare ci sono riuscito. Lo so, ultimamente, diciamo da almeno un paio d'anni, scrivo meno e giro meno per blog, e mi manca, ma è come se mi sentissi a corto di parole, di quelle giuste almeno. Di quelle messe per bene, in fila, a creare un po' di emozioni. Il bello è che, anche se a stento, non ho mai pensato di chiudere questo spazio, lo amo troppo. Internet è cambiato in questi dieci anni, sono cambiato io, o, meglio, mi sono "evoluto"; anche il modo di fruirne è cambiato, in realtà è come se avesse fatto un piccolo passo indietro, come se fosse tornato al periodo dei forum, con la gente che deve per forza esprimere un parere su tutto, che litiga per qualsiasi cosa, che offende con una facilità che fa rabbrividire. I blog, rispetto a tutto questo, sono sempre stati un'isola non dico "felice" ma quantomeno differente, il modo stesso di utilizzarli, come sversatoi di parole, li rende differenti dall'approccio diretto; proprio per questo non credo che abbandonerò questo posto, anzi spero di tornare a scrivere come prima, anche se sembra, in questo momento, difficile. Mi guardo indietro e la cosa che mi lascia perplesso è che alcuni dei problemi che c'erano dieci anni fa ci sono ancora, parlo di me, del mio approccio alla vita, solo che adesso ho dieci anni di più e mi sento stanco; stanco di dover sempre trovare una buona parola per tutto quando invece vorrei solo alzarmi, distribuire con gentilezza dei "vaffanculo", e andare via; dove non so ma via, perché spesso non è che vuoi andare in un posto, vuoi semplicemente andartene da dove stai. Poi ci penso e dico che risolvo poco così, risolvo poco se il malessere continuo a portarmelo vicino, ovunque andrò sarà con me, come la "casetta" delle lumache. Ad uno sguardo attento, in questi anni, appare chiaro che si è "evoluto" anche il modo di scrivere, le cose dette magari rimangono le stesse, l'occhio che le guarda, la luce che le illumina, invece sono diversi. Ecco, questa cosa della luce è il mio modo di spiegare il fatto che non cambiamo, a parte il periodo di sviluppo che va dall'infanzia alla post-adolescenza, alla fine, in potenza, siamo già tutto quello che saremo, solo che cambia la luce. Per spiegarmi meglio, immaginate un uovo, no, non fritto, un uovo intero, con il guscio; ora pensate di illuminarlo da un lato, uno qualsiasi, con una luce; vedrete che dove batte la luce il guscio è chiaro, dall'altro lato, quello in ombra, è scuro; se spostate la luce la situazione cambia e quello che era illuminato va in ombra e viceversa. "Hai scoperto l'acqua calda" direte voi, avendo anche un po' ragione, solo che era per dirvi che anche per un oggetto liscio e semplice come un uovo i lati in luce e quelli in ombra dipendono da dove arriva la luce. Ecco, immaginate, adesso, una roccia, imperfetta, dalla superficie piena di buchi ed escrescenze, ecco, ancora di più quello che viene illuminato e quello che rimane nell'ombra dipendono dalla luce e da dove colpisce. Le persone sono così, abbiamo "anfratti" e "bitorzoli" e come reagiamo alle cose dipende dalla luce che ci sta illuminando in quel momento; noi siamo già bene o male tutto, solo che la vita, la stronza, sposta la luce. Ecco, questo è il mio punto di vista sui "cambiamenti"; magari la luce non tornerà mai più dove stava prima, magari ci tornerà velocemente, non ci è dato saperlo. Comunque, alla fine sono passati dieci anni e luce o non luce, sono qui, poco, ma ci sono e ripenso a tutti quelli che sono passati, quelli che ci sono ancora e quelli che sono spariti, quelli che sono diventati persone in carne ed ossa e anche se magari da qui non ci passano più spero sempre che abbiano il sorriso sulle labbra. Sì, alla fine non posso chiudere questo posto, gli voglio troppo bene.

20 luglio 2016

Ogni anno

C'è una cosa che facevo ogni anno, di oggi, ed era un semplice post su Carlo Giuliani in cui non scrivevo nulla, mettevo il link alla canzone di Guccini "Piazza Alimonda" e chiudevo i commenti perché Carlo Giuliani è sempre un argomento che fa ribollire gli animi, mi chiedo perché però; me lo sono sempre chiesto, in fondo basta un attimo di lucidità e di ricerca sul web per capire che "se l'è cercata" non è esattamente la realtà dei fatti; per capire che non ci sarebbe stata tutta la mistificazione dell'avvenuto che, invece, è stato dimostrato sia avvenuta. Basterebbe leggere un po' per accorgersi che quel povero ragazzo è morto non tanto per il proiettile che gli è stato sparato deliberatamente, non a cazzo, non in aria e deviato da un sasso volante che si trovava a passare per caso (converrete che questa è la scusa più cretina dai tempi del compito mangiato dal cane); quanto dal Defender che gli è passato sopra tre volte. Capisco anche che uno non accetti che possa essere successa una cosa che pensiamo accada solo in Paesi non democratici, che le forze che sono lì per difenderci abbiano offeso; ma io nemmeno credo nel male in tutti loro, anzi, io sono convinto che la maggioranza delle persone che fanno parte delle forze dell'ordine abbiano diritto ad un abbraccio ed un "grazie". La maggioranza, non quelli che erano lì, dalla base ai capi; questo è un fatto, dimostrato ma non accettato. Tutto qui. Non ve la metto la canzone quest'anno, faccio il mio solito saluto a Carlo con cui, se lo avessi conosciuto, ci avrei pure litigato, lo so, ma che alla fine è quello che si è trovato, come un Pharmakon, ad accumulare in sé tutti i peccati del nostro mondo, e non è giusto.

07 luglio 2016

Dio si intravede

Dio si intravede dentro tramonti che fanno le nuvole rosa, che ne definiscono i contorni; si intravede nel mare che urla e spuma ed in quello che riposa placido confondendosi con il cielo. Dio si intravede nell’odore del pane appena sfornato, nel vapore profumato che sprigiona quando lo spezzi; si intravede in quel gesto di morderti un labbro per frenare un sorriso, nello sguardo sfuggito a nascondere un luccichio. Dio si intravede nelle parole confuse dalle emozioni e dentro il suono di una chitarra; si intravede nell’ondeggiare sincrono delle braccia alzate dentro una notte calda di note e parole. Dio si intravede nelle mancanze, quelle nascoste senza confessarle, perché “non sarebbe giusto”. Dio si intravede nella rabbia, quella che fa stringere i pugni e sbiancare le nocche; nel pianto che ricacci dentro. Si intravede dentro il dolore taciuto e in quello urlato. Dio si intravede nei fiori che appassiscono ma con eleganza, negli occhi tristi e negli sguardi profondi, quelli che dicono anche ciò che non vogliamo raccontare nemmeno a noi. Si intravede nel tocco delle dita sulla pelle e nel brivido che lo accompagna, e dentro il caldo che toglie il fiato. Dio si intravede nella penombra artificiale del pieno della notte, nell’urgenza di sentirsi; nel coraggio di parlarsi. Dio si intravede nelle domande dei bambini e dentro il silenzio degli adulti; si intravede nel coraggio del confronto e nella paura dello stesso. Si intravede nelle storie di sconosciuti e nei segreti dei vicini, dentro i gesti non raccontati ed in quelli frenati. Dio si intravede in quello che ci nascondiamo ed in quello che ci ripetiamo allo stremo per convincerci. Si intravede nelle notti estive, silenziose, nel frinire dei grilli, e dentro la pioggia battente che lava le strade ed i pensieri. Dio si intravede nelle sensazioni e nella confusione, dentro le scelte comodo ed in quelle difficili. Si intravede nelle parole scritte, nello scorrere della penna sul foglio, nel ticchettio delle dita sulla tastiera, nel suono dei fonemi formati in gola. Dio si intravede in noi, in ciò che siamo; ma spesso guarda altrove.

17 giugno 2016

Comunicare

Tempo fa mi è capitato di seguire un corso di Public Speaking, un corso per imparare a parlare in pubblico insomma, l'ho fatto fondamentalmente per lavoro ma anche per mettermi alla prova, per vincere proprio quella paura di parlare in pubblico che spesso e volentieri manda l'ansia in circolo. Non che l'ansia, con me, abbia bisogno di una spinta per andare in circolo ma ci sono occasioni in cui la stronza (intendo l'ansia (non vorrei che qualcuna, leggendo, fraintendesse (ecco che ricomincio con le parentesi))) scivola dentro con tale facilità che cominci a chiedersi se non fosse sempre stata lì, tra l'aorta e l'intenzione, direbbe De Andrè. Vi domanderete quante occasioni io abbia di parlare in pubblico ed in effetti non sono poi così numerose solo che quando uno dice "parlare in pubblico" ci si immagina una platea gremita di gente ed invece configura "parlare in pubblico" anche il parlare faccia a faccia con una persona, anche quella è una conversazione, anche lì c'è comunicazione e molto spesso è anche di importanza vitale. Lo so che vi sto annoiando, piccoli occhietti stanchi, magari volete semplicemente festeggiare la vittoria dell'Italia contro la Svezia e vi siete detti "Cavoli, Baol ha scritto un altro post, sarà sicuramente un divertentissimo post partita", ed invece vi trovate a leggere una roba sul parlare in pubblico. Abbiate pazienta tenere ciglia cispose che un senso lo si trova sempre; mentre seguivo questo corso il nostro insegnante ci ha giustamente spiegato in cosa consiste la comunicazione perché uno pensa sempre che la "comunicazione" siano le parole e voi sapete bene quanto io le ami, quelle dolcissime puttane che ogni tanto mi lasciano per andare a far baldoria negli angoli più remoti della mia testa (le capisco, solitamente in tali angoli vado a riporre tutti i pensieri più sconci e laidi (sì, ho pensieri sconci e laidi (pure ricordi se è per questo (e continuo a divagare di parentesi))); dicevo dei pensieri sconci e laidi, le parole si vanno a nascondere lì, insieme a quei pensieri e cominciano a ballare e ubriacarsi. Oppure le parole si affollano per uscire e visto che la testa è grande, la bocca meno e non parliamo poi della punta della penna, quelle si incastrano una con l'altra e non riesco a dire nulla. Insomma dicevo uno pensa sempre che la "comunicazione" siano le parole, cioè quello che si dice (o si scrive) ed invece no, almeno, non solo. Praticamente la comunicazione ha tre livelli, il primo è quello delle parole, di "quello che si dice" (o si scrive (e aridanghète con le parentesi)) e viene definito comunicazione verbale, poi ci sono la comunicazione para-verbale e quella non-verbale. La comunicazione para-verbale è il "come lo si dice", il modo, il tono della voce, la velocità, il timbro, il volume, anche le inflessioni; la comunicazione non-verbale, invece, è quello che comunichiamo con il corpo, tipo con la postura, la faccia, anche con i vestiti. Insomma, metti che uno ti dica "ti voglio bene", le parole sono belle no? Il messaggio chiaro. Però poi il tono è scocciato e con le mani mima intensamente di essersi gonfiato i coglioni, voi capirete che a quel punto il messaggio diventa quanto meno più criptico. Ok, ho esagerato, spesso e volentieri sono sfumature, l'incrociare le braccia pare sia chiusura (oppure hai le ascelle sudate e non vuoi farle vedere). A quel punto, una volta spiegataci questa cosa, il nostro docente ci ha chiesto in che percentuale questi tre livelli di comunicazione influissero su come viene percepito il messaggio; tutti, più o meno, abbiamo risposto che la cosa più importante è la comunicazione verbale, diamine dai, quello che si dice DEVE essere la parte più importante di un discorso e lui a quel punto ha sorriso (ma che cazzo c'hai da ridere?!) e ci ha mostrato questa foto:


praticamente "quello che si dice" influisce solo al 7%, per il restante 93%, ripeto novantatré percento, NOVANTATRE, ad influire su come recepiamo il messaggio è proprio il para-verbale e non-verbale; insomma, come lo si dice e come ci poniamo nel dirlo. Ora voi vi chiederete "ma, scusa, tutto questo pippone sulla comunicazione, perché?!", ora ci arrivo, cari scoiattoli curiosi; mi è tornata in mente questa considerazione sulla comunicazione perché ultimamente, con lo sviluppo dei social di qualsiasi tipo si è portati a scriversi, a comunicarsi le cose, usando parole, spesso poche, scambiate attraverso messaggi che sono semplicemente il formarsi di leggere su uno schermo ed ho pensato che così si finisce che non ci si capisce più, mentre le parole, quando uno ha voglia o necessità di farle arrivare all'altra persona, hanno bisogno di voce e corpo. E allora? Lo so, ve lo leggo nelle iridi stanche, allora, quando un messaggio è importante, una comunicazione delicata, bisogna parlarsi faccia a faccia, occhi dentro gli occhi; quando abbiamo qualcosa di importante da dire l'altra parte merita che si abbiano i coglioni per dirla in faccia.
Grazie per l'attenzione

31 maggio 2016

Il companatico delle parole

Una birra non si dovrebbe negare a nessuno, ghiacciata, di frigo, con tanto di brina e con un po’ di fumo da escursione termica appena fai saltare il tappo a corona, e poi giù, in una prima lunga sorsata, con la bottiglia alta sul naso. Fai scendere il liquido socchiudendo un attimo gli occhi ed emettendo un bel suono soddisfatto, un sospiro di piacere, riportando la bottiglia sul tavolo, se sei seduto oppure all’altezza della pancia se sei semplicemente appoggiato al muro. Un attimo di silenzio e poi puoi parlare, sì, perché il companatico di quella birra è la compagnia, l’amico che beve con te e che ti fa da orecchio, o tu lo fai a lui. Non è detto che si discuta di questioni internazionali, a volte basta la giornata di lavoro o anche solo la tipa seduta due tavoli più in là; anche perché non è tanto quello che si dice ma solo il semplice scambiarsi le parole. Infatti, il più delle volte, è solo quello che serve, perché le parole ti stanno in testa e girano e vanno forte, a volte, e ti sbattono dentro la testa, e fanno male ed allora farle uscire è ciò che serve, ed una birra, semplicemente, le fa andare più veloci.

Una cosa che è rimasta a decantare su carta dal novembre del 2011, adesso ci vorrebbe proprio...

20 maggio 2016

Istantanea

I gelsi sui rami sono acerbi, hanno bisogno ancora di acqua e sole, il merlo però ne sceglie uno che magari profuma un po' di più e vola a raccoglierlo con il becco. Lo va a mangiare sull'albero accanto fidandosi maggiormente dei suoi solidi rami. Il sole si fa spazio tra le foglie e scalda l'aria tutta intorno; i due sulla panchina si sorridono tra le parole, anche quando i sorrisi sembrano pescati dal profondo. Si danno dei baci saltuari come fossero la normalità, la punteggiatura delle frasi. Gli occhi si scambiano domande silenziose e risposte mute, si raccontano storie di vite che si incrociano come strade di periferia, quelle dove magari ti fermi a prendere un caffè in quel bar lì, quello con l'insegna che sembra uscita dagli anni '80. Il bello di parlarsi così sta nel dirsi cose senza voce, anche quando gli sguardi sfuggono, forse ancora di più in quel guardare altrove, nei sospiri spezzati. Un cane intraprendente si avvicina alla panchina annusando in giro, calmo, come fosse la cosa più normale del mondo; degna i due di uno sguardo fugace, un soffio di naso, un paio di colpi di coda, tipo un “ciao” tra conoscenti, e poi si allontana così come si era avvicinato. I due si stanno vicini come a dire “io ci sono eh, non pensare mai il contrario”, si sottolineano la presenza ma con gesti semplici: una mano nell'altra, una carezza, un bacio lieve e morbido, quasi accennato, di quelli che finiscono con le labbra piegate all'insù e lo sguardo altrove . C'è una specie di malinconia che li abbraccia, un timore sottaciuto che accompagna le risate quasi volessero scacciarlo senza riuscirci, quasi volessero confermare un'emozione senza dirsela. Si interrompono all'unisono con un bacio un po' più lungo, braccia nelle braccia, una pausa di tempo e di vita che stentano a terminare. Si regalano un sorriso prima di alzarsi dalla panchina e muovere passi incerti sul ghiaietto, quasi riluttanti, fino ad arrivare all'ingresso del parco e dividersi, come fosse l'ultima cosa al mondo che desiderassero fare.

18 aprile 2016

Considerando

Si dice che le somme si tirano a bocce ferme, quando hai metabolizzato i pro ed i contro, quando ormai non ti rode più nulla; quindi io non dovrei parlare affatto, adesso, dei miei 40 anni compiuti oggi, di quanto mi senta stanco, di quanto non mi senta soddisfatto che di pochissime cose. No, non dovrei affatto dirlo perché verrebbe scambiata come una roba tipo "crisi di mezza età", e magari lo è, una crisi di mezza età, quando ti rendi conto che hai passato 40 anni e non senti di aver afferrato ancora quel cazzo di senso che dovresti, invece, tenere stretto da un bel po'. Forse è una fase di down, un "cambio di stagione", questo non vedere quello che molti dicono, che "il momento è questo", che ormai l'uomo a 40 è nel pieno, nel massimo della sua forza mentale; io non me la ritrovo mica questa forza mentale, è come se i remi della barca mi abbiano fatto i calli alle mani senza però farmi muovere che di pochi metri. Forse sono le acque limacciose, forse non sono portato per vogare, non lo so; non che non me lo chieda, anzi, mi chiedo spesso in che momento sto, mi chiedo che cosa sto vivendo. Mi ritrovo a contare i passi che mi hanno fatto arrivare qui, a questa scrivania, e non riesco a considerarli tutti giusti, no, assolutamente no e nonostante tutti gli sforzi, nonostante le energie che ho speso, me ne ritrovo sempre meno, sempre meno voglia, sempre meno spinta. No, non lo so se "il momento è questo", vedo solo che recrimino ogni giorno le cose che desideravo e non ho avuto la forza di andarmi a prendere, sempre troppo meticoloso nel soddisfare necessità altrui; vedo sempre meno tempo, sempre meno possibilità ma, soprattutto, sento sempre più "tanto ormai..." scorrere dentro di me. Non si fanno le considerazioni a sangue amaro, non si tirano le somme con la stanchezza addosso ma credo che festeggerò questi 40 anni andando a letto presto.

07 aprile 2016

Out of time

Una volta ero giovane sai? Avevo la forza di sognare perché avevo più giorni davanti che alle spalle, mi guardavo le mani ed erano ferme, adesso le guardo e sono sfocate, e tremano. Le volte che mi tremavano da giovane era per la rabbia, o per l’amore; tutte e due le cose portano passione, tutte e due le cose portano a tremare. Cerchi di fermarle, nella tua testa le vuoi fermare ma loro no, loro continuano a tremare. Come adesso, anche adesso nella mia testa le vorrei fermare ma loro no, loro fanno un po’ come gli pare. Non che la testa funzioni bene, a volte scordo le cose, scordo le date, scordo i nomi; l’unica cosa che non scordo è il tempo che è passato, la strada alle spalle; quella no, quella me la ricordo tutta, metro per metro, caduta per caduta. No, la testa non mi funziona affatto bene. C’è chi ti potrebbe dire che nemmeno da giovane funzionasse alla perfezione, che era “fallata” già allora; troppo attento a tutto, spesso intransigente, a volte rabbioso. Te l’ho detto che tremavo per la rabbia? Per la rabbia e l’amore…vedi? Mi scordo le cose; come tutti gli anziani annoio, soprattutto me stesso, perché mi inchiodo ogni giorno, alle scelte che non ho fatto, più che a quelle che ho fatto. Non credere a quelli che ti dicono “sono sereno, ho fatto una bella vita”, cazzate! Per quanto meravigliosa possa essere stata ci sarà sempre qualcosa che non è stato; il bacio che hai avuto paura di dare, il “NO!” che hai avuto paura di dire, la strada che hai avuto paura di prendere. E non credere alla storia del “senno del poi”, non conforta un cazzo quando ti ritrovi ad avere più debolezza che forza, più nebbia che memoria. Non conforta dire “ho vissuto”, e non tirarmi in ballo quelli che non hanno potuto averla una vita lunga perché già mi sento una merda di mio a lamentarmi, a non sentirmi fortunato. La verità è che la vita, per come è fatta, la capisci quando ormai è alle spalle. Una volta ero giovane, sai? Ora non lo sono  più.



Un esercizio che mi è sempre piaciuto molto è far andare una canzone e vedere che immagini mi faceva nascere in testa...

20 febbraio 2016

L'ortensia

Le ortensie hanno colori screziati, a questo pensa Claudia avvicinando il naso al fiore per sentirne il profumo; ride, "screziati", mai avrebbe pensato di usare una parola del genere. Certo, in effetti mai aveva pensato di fare cose che, in realtà, le era capitato di fare, così, come annusando un fiore. Non conosceva questo negozio, l'ha portata Marta, lei è fissata con la scoperta di posti strani, è come una avventuriera urbana, una specie di naturalista del cemento. Una sognatrice insomma, che cerca angoli inesplorati quasi nel salotto di casa. Claudia no, Claudia è pragmatica, con i piedi per terra; lei è sempre stata quella a cui tutti si affidavano, quella con una buona parola per tutti. E per lei? Ecco, una domanda che Claudia si ripete da anni, "per lei?"; il consiglio, la parola giusta, la frase che rimette in equilibrio lei doveva sempre cercarle dentro ché fuori doveva sembrare infrangibile. Marta sta comprando fiori che basterebbero per un paio di Festival di Sanremo, le piace che la casa sia colorata e profumi, anche se poi, quando appassiscono ci rimane male. Ah, Marta, a volte Claudia pensa che sia la sua ancora di fantasia, perché la salvezza devi cercartela da sola. "Claudia tu non prendi niente?", "Si, un'ortensia, quella screziata".