07 gennaio 2017

Libri letti 2016

1) Alessandro Robecchi – Dove sei stanotte
2) Pietro Colaprico – Trilogia della città di M.
3) Alessandro Robecchi – Di rabbia e di vento
4) Giuseppe Ferrandino – Pericle il Nero
5) Romano De Marco – Città di polvere
6) Roberto Costantini –alle radici del male
7) Tommy Dibari, Fabio Di Credico – Non ho tempo da perdere
8) Claire Bessant – Cosa vogliono i gatti
9) Roberto Costantini – Il male non dimentica
10) Roberto Bolano – I detective selvaggi
11) Donato Carrisi – L'ipotesi del male
12) Tito Faraci – La vita in generale
13) Mirko Zilahy – E' così che si uccide

Temevo peggio come letture un questo 2016, ma alla fine almeno un libro al mese è stato letto, certo avrei preferito di più ma devo dire che il libro di Bolano, un tomo di più di 800 pagine, scritte in piccolo, mi ha portato via abbastanza tempo; gran bel libro ma complesso da digerire, un sacco di personaggi e nomi da ricordare, e storie, e intrecci. Per il resto molti, moltissimi noir, ma si sa che ormai sono il mio genere preferito. Spero che il vostro anno sia cominciato bene; un abbraccio!

23 dicembre 2016

Pinuccio Randòm

Pinuccio Randòm, al secolo Giuseppe Milella, ha una macelleria in fondo a via Trevisani e una fiorente attività serale di “fornello improvvisato” sul lungomare. Lo chiamano “Randòm” perché non ha una sede fissa; la sera, quando intorno alle sette e mezza chiude il negozio, carica in macchina una quintalata tra salsiccia e bombette varie, passa da casa a prendere sua moglie Filomena e quattro casse di Peroni da 66cl; casse che basteranno sì e no alle necessità sue, di Filomena e di suo figlio Minguccio, centoventi chili di ventiduenne per un metro e novanta. In macchina ha già pronta la fornacella da campeggio e due bustoni di carbone di legna. A quel punto Pinuccio si avventura sul lungomare e il primo parcheggio libero che trova pianta il suo “fornello improvvisato”, poi chiama suo figlio Minguccio e si fa portare due sacchi di panini che accoglieranno salsiccia e bombette, la galetta da cinquanta litri e tre stecche di ghiaccio industriale in cui verranno messe a dimora le prime otto o dieci Peroni da 66cl, diciamo come aperitivo. Pinuccio controlla da che parte tira il vento e orienta la fornacella che, con l’ausilio di abbondanti spruzzate di alcool etilico, in un attimo si trasforma in una colonna di fuoco e fumo da essere avvistata con facilità dall’Albania; Pinuccio fa abbassare la fiamma, solitamente con un rutto di Peroni ghiacciata, e appronta la prima graticola di carne da arrostire; intanto tra lui, Filomena e Minguccio la prima cassa di Peroni è finita e la seconda è in ghiaccio. L’addetto alle bevande è Minguccio che appena vede che iniziano a scarseggiare si fa il giro di tutte le “società” tra Bari Vecchia, Madonnella e Carrassi e si procura il biondo nettare. Intanto, meglio di uno spot, il profumo della carne sul fuoco fa avvicinare i primi affamati che, alla modica cifra di cinque euro riescono ad avere, a scelta, o panino con salsiccia e Peroni da 66cl “sudata” o panino con bombette con ripieno misto e Peroni da 66cl “sudata”; il menù non è molto vario ma la cosa non sembra interessare molto vista la fila che, solitamente, si forma davanti al “fornello improvvisato”. Il tutto condito dalle massime di vita di Pinuccio che tra un colpo di pinza per girare la carne prima che bruci ed un sorso alla bottiglia di Peroni che porta appesa alla cintura, espone la sua personale weltanschauung in un misto di dialetto e italiano, perché non si sa mai ci siano turisti che non capiscono l’idioma locale. “P’cè la fem’n, la donna, a da iess coom alla Peroon, a va iess S’DAAT”, cosa, il turista, possa capire oltre alla parola “donna” è un mistero chiuso nella testa di Pinuccio ma va da se che il gesto e soprattutto l’espressione allusiva al paragone tra la Peroni che “suda” e la donna non lasciano molto spazio all’immaginazione. A quel punto Filomena, seduta accanto alla galetta delle birre, si fa una risata bitonale da increspare i vetri delle macchine parcheggiate e dice, sempre, “Semb u sceem a da fa” e scambia uno sguardo con il marito che pare promettere fuoco e fiamme. In alcune giornate speciali, solitamente in estate, al posto delle solite salsiccia e bombette Pinuccio mette sulla brace i polpi. Quando vede che la giornata e serena ed il mare piatto chiama suo cugino Giangaspero Menicucci, detto “U Ch’zzaal” per via dello scialo di cozze a Torre a Mare, e gli chiede se la sera andrà a pesca di polipi o se ha uno sbarco di sigarette di contrabbando. Naturalmente al telefono i due cugini usano un codice per non essere intercettati dalla Finanza:

Giangaspero: “Auè Pinù ce je? T’a’ppò?”
Pinuccio: “T’a’ppò Giangà. Ste bbuun?”
G.: “Essèin ce je? Probblem?”
P.: “Ennùd Giagà josc a po’ o a biò? C’a fè?”
G.: “A biò je mazz. A po’, t serv’n?”
P.: “J’arrost Giangà vit c n jakj assè”
G. “E viin pur tu!”
P.: “A sciuut n’acchjaam a nderrlalanz”*

*G.: “Buongiorno Giuseppe che succede? Tutto a posto?”
P.: ”Tutto abbastanza bene Giangaspero. Tu? Stai bene?”
G.: “Ma certo, ma sicuro che non succede nulla? Ci sono problemi?”
P.: “Ma nulla Giangaspero solo mi chiedevo se oggi andrai a polpi o a scaricare sigarette. Che farai?
G.: “Mah, è periodo di magra per le sigarette. Penso che andrò a pescare polpi, te ne servono?”
P.: “Pensavo di fare i polpi arrostiti Giangaspero; sarebbe possibile averne un considerevole quantitativo?”
G.: “Beh ma vieni a darmi una mano, scusa!”
P.: “Mi par giusto, ci troviamo sul Lungomare di Crollalanza”

La battuta di pesca solitamente dura tutta la notte, in una barchetta dal fondo trasparente con una lampada appesa davanti e, dentro, un quantitativo di birra bastevole per la ciurma di un cargo battente bandiera liberiana. Una volta procurati i polpi Pinuccio e Giangaspero solitamente vanno, il mattino dopo, sugli scogli davanti al faro ad arricciarli sbattendoli per intenerirne le carni e, nel mentre, fischiano alle ragazze che prendono il sole. Una volta si trovò a passare lì davanti Filomena e sentì Pinuccio dire ad una ragazza “Moh signorì se vuole do un’intenerita pure a lei”, il suo “MO CA VIIN A CAAAAAAS” (ne riparliamo quando torni a casa) fu sentito fino nell’entroterra di Corato; quella sera non ci fu nessun “fornello improvvisato” e Giangaspero dovette vendere allo scialo, oltre alle cozze, dodici chili di polpi già inteneriti. A parte quella rara eccezione la braciata di polpo è molto richiesta e solitamente la scorta di polpi, panini e birre viene consumata in brevissimo tempo tanto che nasce sempre l’esigenza di trovare altro da mettere sulla brace prima che la clientela delusa passi alla concorrenza, tale Maria la N’Zivosa (non propriamente dedita alle regole base dell’igiene) che frigge le sgagliozze in piazza Ferrarese. Il più delle volte tale mancanza viene colmata mandando Minguccio ad acquistare una quarantina di fette di mortadella spesse un dito che arrostite e condite con olio e limone farciscono i restanti panini. Appare chiaro che l’attività di “fornello improvvisato” non sia propriamente legale non avendo nessuna autorizzazione amministrativa, sanitaria e fiscale se non il benestare dell’arciprete della basilica che passa tutte le sere a benedire il cibo e se ne torna in canonica con due panini e due birre; dunque capita, a volte, che arrivino pattuglie di vigili urbani in assetto antisommossa per far immediatamente cessare l’attività di “fornello improvvisato”; a quel punto solitamente Pinuccio dice che non sta vendendo niente ma è solo un “barbecue di famiglia” e sono tutti parenti. Una volta dovette spacciare due turisti giapponesi per i figli di uno stracugino di suo padre emigrato in Oriente per esportare le cozze crude; per fortuna solitamente il problema si risolve con un paio di panini in amicizia ed una Peroni a giro, tranne quella volta che Minguccio, lievemente alticcio dopo 12 Peroni da 66cl e una bottiglia e mezza di amaro Lucano, scambiò il capo dei vigili per un rapinatore e gli mollò un ceffone talmente forte che il poverino per due giorni chiese se qualcuno avesse preso la targa di chi lo aveva investito. Quella sera finirono tutti in caserma, anche due turisti norvegesi che Pinuccio aveva spacciato per nipoti di terzo letto di sua zia; tornarono a casa con dieci chili di carne avanzata, una cassa di Peroni, quaranta panini, una multa di 570 euro per “fornello abusivo e percosse a pubblico ufficiale” e Filomena svenuta per la vergogna di essere stata portata in caserma.



BUON NATALE A TUTTI!!!

29 settembre 2016

Tizio e Caio e il mercato dei panini

C'erano una volta due ragazzi, Tizio e Caio, entrambi avevano lo stesso sogno, aprirsi una paninoteca e vendere panini; Tizio e Caio non si conoscevano ma avevano questo stesso sogno, su per giù nello stesso periodo decisero, sia Tizio che Caio, di materializzare quel sogno e così si aprirono una paninoteca; Tizio in via del Re, Caio in una parallela, via della Regina. Entrambi facevano panini abbastanza buoni c'era chi andava da Tizio a mangiare la salamella al sugo e chi andava da Caio a mangiare il panino con la frittata e la gente diceva "che buoni i panini di Tizio", "che buoni i panini di Caio" e allora magari chi andava sempre da Tizio andava qualche volta da Caio e chi andava sempre da Caio qualche volta andava da Tizio. Tizio e Caio avevano due locali piccoli ed i loro tavoli erano più o meno sempre occupati. Un giorno però arrivò in città il Signor Voinonvaleteuncazzo, questi aveva tentato, un tempo, di fare panini anche lui ma i suoi panini facevano obiettivamente cacare, lui era scontroso, supponente e pensava di fare i panini più buoni del mondo ma aveva capito, sotto sotto, che piacevano solo a lui e a due o tre palati bruciati che gli giravano intorno. Un giorno capitò nella paninoteca di Caio e vide che la gente mangiava i suoi panini ma che i tavoli erano pochi e pensò "quasi quasi questo è abbastanza scemo da farsi fregare" e andò da Caio e gli disse "ma lo sai che tu potresti guadagnare molto di più?", "e come?" chiese Caio, "con il passaparola indotto", Caio guardò questo signore dallo sguardo non proprio intelligente e disse che non aveva capito; allora il Signor Voinonvaleteuncazzo disse "lascia fare a me" e Caio, che non pensava di avere molto da perdere, gli disse va bene. Il Signor Voinonvaleteuncazzo andò da tutti i piccoli commercianti di via della Regina e li riunì, una sera, nella paninoteca di Caio. Il Signor V. chiamiamolo così per abbreviare disse che tutti loro potevano guadagnare di più, dovevano semplicemente farsi pubblicità a vicenda e quindi dovevano tutti dire che i panini di Caio erano i più buoni, le scarpe del ciabattino Sempronio erano le migliori, i formaggi del salumiere Mezio erano fantastici, anche se i panini di Caio non gli piacevano, le scarpe di Sempronio si rompevano e i formaggi di Mezio puzzavano. E così cominciarono ad andare in giro dicendo così, e tutti loro mangiavano da Caio che anche lui andava sempre in giro a dire di Sempronio e Mezio e aveva meno tempo per fare la spesa ed allora i panini erano un po' meno buoni ma c'erano sempre Sempronio, Mezio e V. che mangiavano lì e chiamavano la gente per mangiare lì e la gente vedeva che c'erano loro seduti e dicevano "ma se mangiano loro sempre qui significa che i panini sono buoni" ed entravano a mangiare, i panini non erano così buoni ma ormai li stavano mangiando. Tizio intanto continuava a fare i suoi panini mediamente buoni ma la gente che entrava era meno "avranno meno fame" pensava Tizio, e continuava a fare i suoi panini. Intanto Caio, Sempronio, Mezio e V. andavano dicendo che in realtà i panini di Tizio non è che fossero così buoni, che lo diceva anche Sofronia, la sarta di via della Regina, che era la più brava di tutte, aggiungevano loro e così anche Sofronia mangiava i panini di Caio che però erano sempre peggiori, metteva le scarpe di Sempronio, che si scollavano facilmente e comprava i formaggi di Mezio, che ormai rifiutavano pure i topi, perché pensavano più a girare in tonto ed allargare il giro che ai loro prodotti. Dopo qualche mese a Tizio erano rimasti sì e no i clienti affezionati e continuava a sfornare i suoi panini mediamente buoni e fragranti, mentre Caio si era allargato, aveva avuto un prestito dal Signor V. come anche Sempronio, Mezio e Sofronia ed aveva il locale pieno, solo che i panini facevano sempre più schifo ma tanto ormai il palato delle persone si era abituato e si mangiavano tutta la merda che sfornava e diceva di essere contento, peccato che alla fine pagasse un sacco di interessi al Signor V., così come Sempronio, Mezio e Sofronia; guadagnando meno di quando faceva panini mediamente buoni ed era allo stesso livello di Caio.
La morale della favola tiratela un po' voi.

02 settembre 2016

Dieci anni

Ebbene sì, oggi questo blog compie dieci anni, se solo ci penso mi vengono un po' i brividi, cavolo, sono tanti; insomma, dieci anni a scrivere cazzata è un lavoraccio, eppure a quanto pare ci sono riuscito. Lo so, ultimamente, diciamo da almeno un paio d'anni, scrivo meno e giro meno per blog, e mi manca, ma è come se mi sentissi a corto di parole, di quelle giuste almeno. Di quelle messe per bene, in fila, a creare un po' di emozioni. Il bello è che, anche se a stento, non ho mai pensato di chiudere questo spazio, lo amo troppo. Internet è cambiato in questi dieci anni, sono cambiato io, o, meglio, mi sono "evoluto"; anche il modo di fruirne è cambiato, in realtà è come se avesse fatto un piccolo passo indietro, come se fosse tornato al periodo dei forum, con la gente che deve per forza esprimere un parere su tutto, che litiga per qualsiasi cosa, che offende con una facilità che fa rabbrividire. I blog, rispetto a tutto questo, sono sempre stati un'isola non dico "felice" ma quantomeno differente, il modo stesso di utilizzarli, come sversatoi di parole, li rende differenti dall'approccio diretto; proprio per questo non credo che abbandonerò questo posto, anzi spero di tornare a scrivere come prima, anche se sembra, in questo momento, difficile. Mi guardo indietro e la cosa che mi lascia perplesso è che alcuni dei problemi che c'erano dieci anni fa ci sono ancora, parlo di me, del mio approccio alla vita, solo che adesso ho dieci anni di più e mi sento stanco; stanco di dover sempre trovare una buona parola per tutto quando invece vorrei solo alzarmi, distribuire con gentilezza dei "vaffanculo", e andare via; dove non so ma via, perché spesso non è che vuoi andare in un posto, vuoi semplicemente andartene da dove stai. Poi ci penso e dico che risolvo poco così, risolvo poco se il malessere continuo a portarmelo vicino, ovunque andrò sarà con me, come la "casetta" delle lumache. Ad uno sguardo attento, in questi anni, appare chiaro che si è "evoluto" anche il modo di scrivere, le cose dette magari rimangono le stesse, l'occhio che le guarda, la luce che le illumina, invece sono diversi. Ecco, questa cosa della luce è il mio modo di spiegare il fatto che non cambiamo, a parte il periodo di sviluppo che va dall'infanzia alla post-adolescenza, alla fine, in potenza, siamo già tutto quello che saremo, solo che cambia la luce. Per spiegarmi meglio, immaginate un uovo, no, non fritto, un uovo intero, con il guscio; ora pensate di illuminarlo da un lato, uno qualsiasi, con una luce; vedrete che dove batte la luce il guscio è chiaro, dall'altro lato, quello in ombra, è scuro; se spostate la luce la situazione cambia e quello che era illuminato va in ombra e viceversa. "Hai scoperto l'acqua calda" direte voi, avendo anche un po' ragione, solo che era per dirvi che anche per un oggetto liscio e semplice come un uovo i lati in luce e quelli in ombra dipendono da dove arriva la luce. Ecco, immaginate, adesso, una roccia, imperfetta, dalla superficie piena di buchi ed escrescenze, ecco, ancora di più quello che viene illuminato e quello che rimane nell'ombra dipendono dalla luce e da dove colpisce. Le persone sono così, abbiamo "anfratti" e "bitorzoli" e come reagiamo alle cose dipende dalla luce che ci sta illuminando in quel momento; noi siamo già bene o male tutto, solo che la vita, la stronza, sposta la luce. Ecco, questo è il mio punto di vista sui "cambiamenti"; magari la luce non tornerà mai più dove stava prima, magari ci tornerà velocemente, non ci è dato saperlo. Comunque, alla fine sono passati dieci anni e luce o non luce, sono qui, poco, ma ci sono e ripenso a tutti quelli che sono passati, quelli che ci sono ancora e quelli che sono spariti, quelli che sono diventati persone in carne ed ossa e anche se magari da qui non ci passano più spero sempre che abbiano il sorriso sulle labbra. Sì, alla fine non posso chiudere questo posto, gli voglio troppo bene.

20 luglio 2016

Ogni anno

C'è una cosa che facevo ogni anno, di oggi, ed era un semplice post su Carlo Giuliani in cui non scrivevo nulla, mettevo il link alla canzone di Guccini "Piazza Alimonda" e chiudevo i commenti perché Carlo Giuliani è sempre un argomento che fa ribollire gli animi, mi chiedo perché però; me lo sono sempre chiesto, in fondo basta un attimo di lucidità e di ricerca sul web per capire che "se l'è cercata" non è esattamente la realtà dei fatti; per capire che non ci sarebbe stata tutta la mistificazione dell'avvenuto che, invece, è stato dimostrato sia avvenuta. Basterebbe leggere un po' per accorgersi che quel povero ragazzo è morto non tanto per il proiettile che gli è stato sparato deliberatamente, non a cazzo, non in aria e deviato da un sasso volante che si trovava a passare per caso (converrete che questa è la scusa più cretina dai tempi del compito mangiato dal cane); quanto dal Defender che gli è passato sopra tre volte. Capisco anche che uno non accetti che possa essere successa una cosa che pensiamo accada solo in Paesi non democratici, che le forze che sono lì per difenderci abbiano offeso; ma io nemmeno credo nel male in tutti loro, anzi, io sono convinto che la maggioranza delle persone che fanno parte delle forze dell'ordine abbiano diritto ad un abbraccio ed un "grazie". La maggioranza, non quelli che erano lì, dalla base ai capi; questo è un fatto, dimostrato ma non accettato. Tutto qui. Non ve la metto la canzone quest'anno, faccio il mio solito saluto a Carlo con cui, se lo avessi conosciuto, ci avrei pure litigato, lo so, ma che alla fine è quello che si è trovato, come un Pharmakon, ad accumulare in sé tutti i peccati del nostro mondo, e non è giusto.

07 luglio 2016

Dio si intravede

Dio si intravede dentro tramonti che fanno le nuvole rosa, che ne definiscono i contorni; si intravede nel mare che urla e spuma ed in quello che riposa placido confondendosi con il cielo. Dio si intravede nell’odore del pane appena sfornato, nel vapore profumato che sprigiona quando lo spezzi; si intravede in quel gesto di morderti un labbro per frenare un sorriso, nello sguardo sfuggito a nascondere un luccichio. Dio si intravede nelle parole confuse dalle emozioni e dentro il suono di una chitarra; si intravede nell’ondeggiare sincrono delle braccia alzate dentro una notte calda di note e parole. Dio si intravede nelle mancanze, quelle nascoste senza confessarle, perché “non sarebbe giusto”. Dio si intravede nella rabbia, quella che fa stringere i pugni e sbiancare le nocche; nel pianto che ricacci dentro. Si intravede dentro il dolore taciuto e in quello urlato. Dio si intravede nei fiori che appassiscono ma con eleganza, negli occhi tristi e negli sguardi profondi, quelli che dicono anche ciò che non vogliamo raccontare nemmeno a noi. Si intravede nel tocco delle dita sulla pelle e nel brivido che lo accompagna, e dentro il caldo che toglie il fiato. Dio si intravede nella penombra artificiale del pieno della notte, nell’urgenza di sentirsi; nel coraggio di parlarsi. Dio si intravede nelle domande dei bambini e dentro il silenzio degli adulti; si intravede nel coraggio del confronto e nella paura dello stesso. Si intravede nelle storie di sconosciuti e nei segreti dei vicini, dentro i gesti non raccontati ed in quelli frenati. Dio si intravede in quello che ci nascondiamo ed in quello che ci ripetiamo allo stremo per convincerci. Si intravede nelle notti estive, silenziose, nel frinire dei grilli, e dentro la pioggia battente che lava le strade ed i pensieri. Dio si intravede nelle sensazioni e nella confusione, dentro le scelte comodo ed in quelle difficili. Si intravede nelle parole scritte, nello scorrere della penna sul foglio, nel ticchettio delle dita sulla tastiera, nel suono dei fonemi formati in gola. Dio si intravede in noi, in ciò che siamo; ma spesso guarda altrove.

17 giugno 2016

Comunicare

Tempo fa mi è capitato di seguire un corso di Public Speaking, un corso per imparare a parlare in pubblico insomma, l'ho fatto fondamentalmente per lavoro ma anche per mettermi alla prova, per vincere proprio quella paura di parlare in pubblico che spesso e volentieri manda l'ansia in circolo. Non che l'ansia, con me, abbia bisogno di una spinta per andare in circolo ma ci sono occasioni in cui la stronza (intendo l'ansia (non vorrei che qualcuna, leggendo, fraintendesse (ecco che ricomincio con le parentesi))) scivola dentro con tale facilità che cominci a chiedersi se non fosse sempre stata lì, tra l'aorta e l'intenzione, direbbe De Andrè. Vi domanderete quante occasioni io abbia di parlare in pubblico ed in effetti non sono poi così numerose solo che quando uno dice "parlare in pubblico" ci si immagina una platea gremita di gente ed invece configura "parlare in pubblico" anche il parlare faccia a faccia con una persona, anche quella è una conversazione, anche lì c'è comunicazione e molto spesso è anche di importanza vitale. Lo so che vi sto annoiando, piccoli occhietti stanchi, magari volete semplicemente festeggiare la vittoria dell'Italia contro la Svezia e vi siete detti "Cavoli, Baol ha scritto un altro post, sarà sicuramente un divertentissimo post partita", ed invece vi trovate a leggere una roba sul parlare in pubblico. Abbiate pazienta tenere ciglia cispose che un senso lo si trova sempre; mentre seguivo questo corso il nostro insegnante ci ha giustamente spiegato in cosa consiste la comunicazione perché uno pensa sempre che la "comunicazione" siano le parole e voi sapete bene quanto io le ami, quelle dolcissime puttane che ogni tanto mi lasciano per andare a far baldoria negli angoli più remoti della mia testa (le capisco, solitamente in tali angoli vado a riporre tutti i pensieri più sconci e laidi (sì, ho pensieri sconci e laidi (pure ricordi se è per questo (e continuo a divagare di parentesi))); dicevo dei pensieri sconci e laidi, le parole si vanno a nascondere lì, insieme a quei pensieri e cominciano a ballare e ubriacarsi. Oppure le parole si affollano per uscire e visto che la testa è grande, la bocca meno e non parliamo poi della punta della penna, quelle si incastrano una con l'altra e non riesco a dire nulla. Insomma dicevo uno pensa sempre che la "comunicazione" siano le parole, cioè quello che si dice (o si scrive) ed invece no, almeno, non solo. Praticamente la comunicazione ha tre livelli, il primo è quello delle parole, di "quello che si dice" (o si scrive (e aridanghète con le parentesi)) e viene definito comunicazione verbale, poi ci sono la comunicazione para-verbale e quella non-verbale. La comunicazione para-verbale è il "come lo si dice", il modo, il tono della voce, la velocità, il timbro, il volume, anche le inflessioni; la comunicazione non-verbale, invece, è quello che comunichiamo con il corpo, tipo con la postura, la faccia, anche con i vestiti. Insomma, metti che uno ti dica "ti voglio bene", le parole sono belle no? Il messaggio chiaro. Però poi il tono è scocciato e con le mani mima intensamente di essersi gonfiato i coglioni, voi capirete che a quel punto il messaggio diventa quanto meno più criptico. Ok, ho esagerato, spesso e volentieri sono sfumature, l'incrociare le braccia pare sia chiusura (oppure hai le ascelle sudate e non vuoi farle vedere). A quel punto, una volta spiegataci questa cosa, il nostro docente ci ha chiesto in che percentuale questi tre livelli di comunicazione influissero su come viene percepito il messaggio; tutti, più o meno, abbiamo risposto che la cosa più importante è la comunicazione verbale, diamine dai, quello che si dice DEVE essere la parte più importante di un discorso e lui a quel punto ha sorriso (ma che cazzo c'hai da ridere?!) e ci ha mostrato questa foto:


praticamente "quello che si dice" influisce solo al 7%, per il restante 93%, ripeto novantatré percento, NOVANTATRE, ad influire su come recepiamo il messaggio è proprio il para-verbale e non-verbale; insomma, come lo si dice e come ci poniamo nel dirlo. Ora voi vi chiederete "ma, scusa, tutto questo pippone sulla comunicazione, perché?!", ora ci arrivo, cari scoiattoli curiosi; mi è tornata in mente questa considerazione sulla comunicazione perché ultimamente, con lo sviluppo dei social di qualsiasi tipo si è portati a scriversi, a comunicarsi le cose, usando parole, spesso poche, scambiate attraverso messaggi che sono semplicemente il formarsi di leggere su uno schermo ed ho pensato che così si finisce che non ci si capisce più, mentre le parole, quando uno ha voglia o necessità di farle arrivare all'altra persona, hanno bisogno di voce e corpo. E allora? Lo so, ve lo leggo nelle iridi stanche, allora, quando un messaggio è importante, una comunicazione delicata, bisogna parlarsi faccia a faccia, occhi dentro gli occhi; quando abbiamo qualcosa di importante da dire l'altra parte merita che si abbiano i coglioni per dirla in faccia.
Grazie per l'attenzione

31 maggio 2016

Il companatico delle parole

Una birra non si dovrebbe negare a nessuno, ghiacciata, di frigo, con tanto di brina e con un po’ di fumo da escursione termica appena fai saltare il tappo a corona, e poi giù, in una prima lunga sorsata, con la bottiglia alta sul naso. Fai scendere il liquido socchiudendo un attimo gli occhi ed emettendo un bel suono soddisfatto, un sospiro di piacere, riportando la bottiglia sul tavolo, se sei seduto oppure all’altezza della pancia se sei semplicemente appoggiato al muro. Un attimo di silenzio e poi puoi parlare, sì, perché il companatico di quella birra è la compagnia, l’amico che beve con te e che ti fa da orecchio, o tu lo fai a lui. Non è detto che si discuta di questioni internazionali, a volte basta la giornata di lavoro o anche solo la tipa seduta due tavoli più in là; anche perché non è tanto quello che si dice ma solo il semplice scambiarsi le parole. Infatti, il più delle volte, è solo quello che serve, perché le parole ti stanno in testa e girano e vanno forte, a volte, e ti sbattono dentro la testa, e fanno male ed allora farle uscire è ciò che serve, ed una birra, semplicemente, le fa andare più veloci.

Una cosa che è rimasta a decantare su carta dal novembre del 2011, adesso ci vorrebbe proprio...

20 maggio 2016

Istantanea

I gelsi sui rami sono acerbi, hanno bisogno ancora di acqua e sole, il merlo però ne sceglie uno che magari profuma un po' di più e vola a raccoglierlo con il becco. Lo va a mangiare sull'albero accanto fidandosi maggiormente dei suoi solidi rami. Il sole si fa spazio tra le foglie e scalda l'aria tutta intorno; i due sulla panchina si sorridono tra le parole, anche quando i sorrisi sembrano pescati dal profondo. Si danno dei baci saltuari come fossero la normalità, la punteggiatura delle frasi. Gli occhi si scambiano domande silenziose e risposte mute, si raccontano storie di vite che si incrociano come strade di periferia, quelle dove magari ti fermi a prendere un caffè in quel bar lì, quello con l'insegna che sembra uscita dagli anni '80. Il bello di parlarsi così sta nel dirsi cose senza voce, anche quando gli sguardi sfuggono, forse ancora di più in quel guardare altrove, nei sospiri spezzati. Un cane intraprendente si avvicina alla panchina annusando in giro, calmo, come fosse la cosa più normale del mondo; degna i due di uno sguardo fugace, un soffio di naso, un paio di colpi di coda, tipo un “ciao” tra conoscenti, e poi si allontana così come si era avvicinato. I due si stanno vicini come a dire “io ci sono eh, non pensare mai il contrario”, si sottolineano la presenza ma con gesti semplici: una mano nell'altra, una carezza, un bacio lieve e morbido, quasi accennato, di quelli che finiscono con le labbra piegate all'insù e lo sguardo altrove . C'è una specie di malinconia che li abbraccia, un timore sottaciuto che accompagna le risate quasi volessero scacciarlo senza riuscirci, quasi volessero confermare un'emozione senza dirsela. Si interrompono all'unisono con un bacio un po' più lungo, braccia nelle braccia, una pausa di tempo e di vita che stentano a terminare. Si regalano un sorriso prima di alzarsi dalla panchina e muovere passi incerti sul ghiaietto, quasi riluttanti, fino ad arrivare all'ingresso del parco e dividersi, come fosse l'ultima cosa al mondo che desiderassero fare.

18 aprile 2016

Considerando

Si dice che le somme si tirano a bocce ferme, quando hai metabolizzato i pro ed i contro, quando ormai non ti rode più nulla; quindi io non dovrei parlare affatto, adesso, dei miei 40 anni compiuti oggi, di quanto mi senta stanco, di quanto non mi senta soddisfatto che di pochissime cose. No, non dovrei affatto dirlo perché verrebbe scambiata come una roba tipo "crisi di mezza età", e magari lo è, una crisi di mezza età, quando ti rendi conto che hai passato 40 anni e non senti di aver afferrato ancora quel cazzo di senso che dovresti, invece, tenere stretto da un bel po'. Forse è una fase di down, un "cambio di stagione", questo non vedere quello che molti dicono, che "il momento è questo", che ormai l'uomo a 40 è nel pieno, nel massimo della sua forza mentale; io non me la ritrovo mica questa forza mentale, è come se i remi della barca mi abbiano fatto i calli alle mani senza però farmi muovere che di pochi metri. Forse sono le acque limacciose, forse non sono portato per vogare, non lo so; non che non me lo chieda, anzi, mi chiedo spesso in che momento sto, mi chiedo che cosa sto vivendo. Mi ritrovo a contare i passi che mi hanno fatto arrivare qui, a questa scrivania, e non riesco a considerarli tutti giusti, no, assolutamente no e nonostante tutti gli sforzi, nonostante le energie che ho speso, me ne ritrovo sempre meno, sempre meno voglia, sempre meno spinta. No, non lo so se "il momento è questo", vedo solo che recrimino ogni giorno le cose che desideravo e non ho avuto la forza di andarmi a prendere, sempre troppo meticoloso nel soddisfare necessità altrui; vedo sempre meno tempo, sempre meno possibilità ma, soprattutto, sento sempre più "tanto ormai..." scorrere dentro di me. Non si fanno le considerazioni a sangue amaro, non si tirano le somme con la stanchezza addosso ma credo che festeggerò questi 40 anni andando a letto presto.

07 aprile 2016

Out of time

Una volta ero giovane sai? Avevo la forza di sognare perché avevo più giorni davanti che alle spalle, mi guardavo le mani ed erano ferme, adesso le guardo e sono sfocate, e tremano. Le volte che mi tremavano da giovane era per la rabbia, o per l’amore; tutte e due le cose portano passione, tutte e due le cose portano a tremare. Cerchi di fermarle, nella tua testa le vuoi fermare ma loro no, loro continuano a tremare. Come adesso, anche adesso nella mia testa le vorrei fermare ma loro no, loro fanno un po’ come gli pare. Non che la testa funzioni bene, a volte scordo le cose, scordo le date, scordo i nomi; l’unica cosa che non scordo è il tempo che è passato, la strada alle spalle; quella no, quella me la ricordo tutta, metro per metro, caduta per caduta. No, la testa non mi funziona affatto bene. C’è chi ti potrebbe dire che nemmeno da giovane funzionasse alla perfezione, che era “fallata” già allora; troppo attento a tutto, spesso intransigente, a volte rabbioso. Te l’ho detto che tremavo per la rabbia? Per la rabbia e l’amore…vedi? Mi scordo le cose; come tutti gli anziani annoio, soprattutto me stesso, perché mi inchiodo ogni giorno, alle scelte che non ho fatto, più che a quelle che ho fatto. Non credere a quelli che ti dicono “sono sereno, ho fatto una bella vita”, cazzate! Per quanto meravigliosa possa essere stata ci sarà sempre qualcosa che non è stato; il bacio che hai avuto paura di dare, il “NO!” che hai avuto paura di dire, la strada che hai avuto paura di prendere. E non credere alla storia del “senno del poi”, non conforta un cazzo quando ti ritrovi ad avere più debolezza che forza, più nebbia che memoria. Non conforta dire “ho vissuto”, e non tirarmi in ballo quelli che non hanno potuto averla una vita lunga perché già mi sento una merda di mio a lamentarmi, a non sentirmi fortunato. La verità è che la vita, per come è fatta, la capisci quando ormai è alle spalle. Una volta ero giovane, sai? Ora non lo sono  più.



Un esercizio che mi è sempre piaciuto molto è far andare una canzone e vedere che immagini mi faceva nascere in testa...

20 febbraio 2016

L'ortensia

Le ortensie hanno colori screziati, a questo pensa Claudia avvicinando il naso al fiore per sentirne il profumo; ride, "screziati", mai avrebbe pensato di usare una parola del genere. Certo, in effetti mai aveva pensato di fare cose che, in realtà, le era capitato di fare, così, come annusando un fiore. Non conosceva questo negozio, l'ha portata Marta, lei è fissata con la scoperta di posti strani, è come una avventuriera urbana, una specie di naturalista del cemento. Una sognatrice insomma, che cerca angoli inesplorati quasi nel salotto di casa. Claudia no, Claudia è pragmatica, con i piedi per terra; lei è sempre stata quella a cui tutti si affidavano, quella con una buona parola per tutti. E per lei? Ecco, una domanda che Claudia si ripete da anni, "per lei?"; il consiglio, la parola giusta, la frase che rimette in equilibrio lei doveva sempre cercarle dentro ché fuori doveva sembrare infrangibile. Marta sta comprando fiori che basterebbero per un paio di Festival di Sanremo, le piace che la casa sia colorata e profumi, anche se poi, quando appassiscono ci rimane male. Ah, Marta, a volte Claudia pensa che sia la sua ancora di fantasia, perché la salvezza devi cercartela da sola. "Claudia tu non prendi niente?", "Si, un'ortensia, quella screziata".

14 febbraio 2016

Libri letti 2015

1) Francesco Serafino – La festa insanguinata
2) Alessandro Piperno – Inseparabili (e-book)
3) Gianrico Carofiglio – La regola dell'equilibrio
4) Sandrone Dazieri – Uccidi il padre (e-book)
5) Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile infelicità
6) Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica
7) Stefano Benni – Cari mostri
8) Geof Dyer – Natura morta con custodia di sax (e-book)
9) Romano De Marco – Io la troverò (e-book)
10) Francesco Piccolo – L'Italia spensierata
11) Alessandro Robecchi  –Dove sei stanotte

Anno di poche parole il 2015, di poche parole scritte e di pochissime parole lette, almeno nei libri, che, forse, di parole da altre parti ne ho lette pure troppe. Non mi segno speranze per questo nuovo anno, sta andando come quello passato...e questo non è bene.

11 gennaio 2016

Era il '99

Io ancora non ci credo che sono passati diciassette anni; diciassette anni in cui non ci sei, andato via in una mattina fredda di gennaio. Ancora non ci credo che tutta questa acqua sia passata sotto i ponti perché tutto è più vivo che mai, forse è questo il potere dei grandi, aver lasciato qualcosa che li farà ricordare per sempre. Però a me ci sono i giorni in cui non basta sai? Soprattutto oggi, a diciassette anni di distanza, mi chiedo quanta altra poesia avresti potuto regalarci e mi chiedo anche se ce la saremmo meritata, quella poesia o se, come quasi tutte le cose belle che ultimamente ci vengono donate, non ce ne saremmo accorti. E poi penso pure che io sì, io me le meritavo le tue parole e la tua musica, anche solo per imparare la vita come ho sempre fatto con le tue canzoni. Per questo mi fa male pensare che non ci sei più, perché mi sono accorto che ho ancora molto da imparare, che ogni tanto mi scordo la tolleranza che hai contribuito a farmi imparare. Diciassette anni sono tanti, troppi, e saranno sempre di più perché ci sono vuoti che è giusto che non si colmino dall'esterno ma che sia io, quando ci riesco, a reimparare dalle tue parole.
Ciao Fabrizio

30 dicembre 2015

Regionale veloce

F. arriva in stazione che il treno è già al binario, lo sapeva che non doveva attardarsi così tanto ma quel abbraccio che profuma di infanzia non poteva scioglierlo come niente fosse, solo che ora è lì che corre, la sciarpa che lascia scoperti solo gli occhi, il cappotto che la rende ancora più goffa del normale e il borsone che pesa sulla spalla; quel paio di pantaloni in più poteva lasciarli a casa ma almeno l'ultimo dell'anno bisogna cedere alla vanità. Lancia un "aspetti!" soffocato dalla lana, al controllore che è pronto a fischiare, mentre oblitera in maniera un po' sbilenca il biglietto, spera solo che sul treno non le facciano storie, a volte sono così pignoli. Entra nello scompartimento con un po' di fiatone, c'è il tepore asciutto dei tipici riscaldamenti dei treni, quello che secca il palato ma per fortuna c'è. Si allarga la sciarpa perché le manca un po' il fiato, lo scompartimento è vuoto, pensa che è un po' strano ma alla fine meglio così, nessuno che cerca di attaccare bottone. Si accomoda giusto quando il treno comincia a muoversi, si rassetta un po', la corsa si è fatta sentire, è un po' fuori allenamento e rimpiange l'aver interrotto la palestra, un po' per pigrizia, un po' per mancanza di testa e tempo. E' un po' persa nei suoi pensieri F. quando sente fischiettare, tanto che, sulle prime, pensa sia dentro la sua testa, poi si accorge che non è sola nel vagone, c'è qualcuno tre file più avanti, vede una nuca che spunta dalla spalliera del sedile vicino al finestrino. F. vorrebbe prendere il libro che ha in borsa ma la sua curiosità è forte, cerca di capire che canzone sta fischiettando il passeggero misterioso seduto più avanti; le sembra di riconoscerla ma quando pensa di averla individuata c'è qualche variante di tono che le fa cambiare idea. Il treno ha ormai lasciato la città e sferraglia ondeggiando nella campagna buia; F. guarda fuori ma non vede niente, nemmeno la luna, "strano", pensa, "non c'erano nuvole quando sono partita" ma poi si concentra nuovamente sulla canzone, è un suono triste, una specie di nenia ma, forse per incapacità nel modulare, forse per ragioni di gusto personale, ha come una incrinatura nella melodia, come se scendesse di una ottava in maniera ciclica, come un improvviso refolo freddo dietro il collo. Non sa perché pensa questa cosa ma è come se lo sentisse davvero e così controlla se il finestrino è chiuso bene; fuori è sempre tutto buio, eppure ci sarebbe dovuto essere quel paesino di poche anime, ma magari è più avanti o forse è passato e pensava alla musica. F. si sente inquieta, il tizio continua a fischiettare, non fa altro; lo ha identificato come un uomo sulla quarantina ma in realtà non ne sa nulla. Ci si sta fissando F., ride, "sempre così" pensa, "sono troppo curiosa"; decide di fare altro, prende il cellulare, vuole chiamare lui, la ragione del viaggio, ci pensa e sorride, le succede sempre, dall'inizio di tutto, e finchè si sorride la partita è vinta e persa insieme. Nessun segnale, sotto le feste le compagnie telefoniche sono peggio del solito; appena passa il controllore deve chiedere se sono in orario, non vuole che lui aspetti da solo, in stazione, così tardi. Strano che non sia già passato, solitamente non fa nemmeno in tempo a sedersi che arriva a chiedere "biglietti", avrà poca voglia di lavorare pure lui, in fondo è la sera del 30 dicembre, vorrà essere a casa invece che su questo "regionale veloce" che poi non sembra nemmeno veloce; sarà il buio ma se non fosse per il dondolio sembrerebbe fermo nel nulla. Ad F. gira un po' la testa, forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di partire, e poi quel caldo opprimente da riscaldamento bloccato, sembra aumentare, mette sonnolenza; e quella nenia che non accenna a smettere, F. si chiede come faccia, quel tizio, a fischiettare senza riprendere fiato. Il cellulare è ancora morto; si allarga il collo della maglia per prendere un po' di fresco, se lo leverebbe se non fosse sconveniente; si alza per cerca di aprire il finestrino ma è bloccato, la testa gira un po' di più, le gambe le cedono e ricade seduta, non capisce che succede, sente il panico salire, "calma F, stai calma", si ripete dentro, fa anche una risata dandosi della stupida ma si sente stanca, la testa gira sempre più forte; chiude gli occhi un attimo e sente le palpebre pesanti, cerca di riaprirli ma ci riesce solo in parte, nella nebbia che le è calata davanti ha solo il tempo di vedere il tizio che fischietta alzarsi e girarsi verso di lei sorridendo; poi il buio.

29 dicembre 2015

Segni

La piscina è praticamente deserta, un paio di ragazzi stanno tirando le ultime bracciate prima di andare via; M. T. ama venire di venerdì sera, dopo le dieci, rimane sola e ha tutta la piscina a disposizione; il centro sportivo rimane aperto 24 ore su 24 ma la gente, poca, che si avventura di venerdì sera, solitamente preferisce la sala attrezzi al piano di sopra perché lì c'è la musica, gli istruttori, qualcuno a cui mostrarsi. In piscina invece si è più nascosti, impegnati nel mettere un braccio dopo l'altro e a spingere via i pensieri, o almeno è il motivo per cui M. T. ci va; non le piace la folla, il doversi ricavare il proprio spazio, già lo fa tutti i giorni, nella vita, no, almeno in piscina non vuole ingombri, andando a quell'ora è sempre praticamente sicura di essere solo lei e l'acqua; in dicembre poi pochi hanno la forza d'animo di lasciare il calore delle proprie case per mettersi in costume e andare a muovere i muscoli atrofizzati. I due ultimi nuotatori la salutano mentre vanno verso gli spogliatoi, è sola, la piscina è illuminata più delle pareti che la contengono, questo contrasto, combinato con la temperatura dell'acqua, mostra una lieve evaporazione in superficie, come una leggera foschia. M. T. lascia scivolare l'accappatoio su una delle sedie e accoglie il familiare brivido che produce la temperatura dell'aria sulla pelle nuda, sorride un po', come sempre, anche se questa volta ha come l'impressione che quel brivido duri di più, che sia più profondo. Si volta d'istinto verso le gradinate buie, quelle che nei giorni di gara accolgono i parenti e gli amici dei nuotatori; sono vuote come si aspettava e si dice che quel prolugamento dei brividi sarà stato provocato da qualche spiffero, qualche porta lasciata socchiusa. Prima di tuffarsi dà un'occhiata al display del cellulare, sospira lieve, nessun messaggio, come pensava; si avvicina al bordo della piscina sentendo un po' più freddo di quanto si aspettasse e si affretta ad entrare in acqua con un tuffo preciso. L'impatto con l'acqua riscaldata le spande un lieve torpore, rimane ferma un attimo ad acclimatarsi a pancia in sù, gli occhi chiusi, la testa immersa quasi del tutto. Sott'acqua tutto è ovattato e anche quel poco di musica che, lieve, arriva dal piano superiore lì diventa una impercettibile linea di basso. Si sente completamente rilassata, quasi potesse addormentarsi da un momento all'altro e forse per un attimo succede perché si ridesta di soprassalto come se avesse sentito un rumore; apre gli occhi e tira su la testa ma non si sente nulla, se non quel po' di musica che fende il silenzio. Scuote un attimo la testa e decide che è il momento di allungarsi e scacciare, a suon di sforzi, i pensieri che da giorni, settimane, le occupano il tempo. Ci mette un po' a spezzare il fiato, le prime due vasche procedono lente, quasi affaticate, poi sente di aver preso il ritmo solito, la giusta sincronia di braccia e respiro e procede leggera nell'acqua. I pensieri sono praticamente spariti, anche il rumore, anche il brivido; procede meccanica quando sente uno strattone alla caviglia, perde il momento della respirazione e finisce con la testa sotto, è una frazione di secondo ed è già ferma che tossisce un po', il respiro affannato dalla bracciata mancata e anche da una punta di inquietudine. Si guarda intorno, la sala è vuota, in piscina c'è solo lei, guarda anche sott'acqua, si sente un po' stupida a farlo soprattutto perché anche lì non c'è nulla. Immagina sia stato un crampo, probabilmente, pensa, ho tirato troppo; allunga un po' la gamba e sente che è tutto a posto; riprende a nuotare con meno spinta ma con una specie di muta oppressione. Chiude gli occhi un attimo e tira un respiro più profondo come quando, da bambini, si ha un incubo e si cerca di tornare alla realtà. Il ritmo riprende ad essere costante e preciso, M. T. ha virato l'ennesima vasca quando si sente tirare nuovamente, questa volta è sicura, non è un crampo, qualcosa la sta tirando giù e non sa cosa, sente una stretta forte al piede destro, uno strattone deciso; cerca di urlare sperando di essere sentita ma è già con la testa sotto, la bocca le si riempie di acqua. La stretta è come se si allentasse e per la spinta dell'acqua ritorna sù; appena è fuori con la testa tira un respiro profondo e fa per accennare una richiesta d'aiuto che si spegne immediatamente perché la stretta ricomincia a tirare e lei è ormai sotto. Il panico ha preso il controllo ed un uno spasmo butta fuori quel poco di aria che era riuscita a rubare; l'automatismo della respirazione è più forte di lei ed in un attimo ingloba acqua cercando ossigeno, i polmoni si chiudono, la stretta non molla nonostante lei si divincoli con forza. Con l'ultimo barlume di lucidità M. T. guarda in giù ma vede solo il fondo della piscina e l'acqua che si muove vorticosa intorno alle sue gambe. Porta le mani alla gola, sente che ormai non può più fare nulla, vorrebbe scegliere almeno il suo ultimo pensiero ma la paura le urla dentro e non riesce a formulare nemmeno quello. Ormai la superficie dell'acqua non ribolle più, si è calmata; l'unico movimento è quello del corpo di M. T. che risale spinto dall'acqua come se niente più lo tenesse sotto. Il giorno dopo i giornali le dedicheranno un trafiletto in cronaca tra una rapina ed una manifestazione: "La notte tra il 18 e il 19 dicembre M. T. di anni 42 è stata trovata morta nel centro sportivo di B. alle porte di Milano; gli inquirenti pensano sia dovuto ad un malore". Il medico legale accerterà la morte per annegamento e ne troverà la causa in una contrattura muscolare; spiegherà ai familiari che, con tutta probabilità, M. T. aveva avuto la contrattura nuotando e, presa dal panico, aveva respirato l'acqua della piscina, annegando. Quello che continuerà a non spiegarsi, per anni, sarà quel segno rosso intorno alla caviglia destra.

23 ottobre 2015

Quasi un naufragio

Alle volte le parole se ne vanno alla deriva, sparpagliate, non seguono nemmeno le correnti perché in quel caso sarebbe facile, studi le mappe, i venti, le stagioni e le vai a ripescare come le paperelle di un esperimento di un po' di anni fa. Le parole no, non sono paperelle galleggianti, no, sono delle strambe primedonne che hanno voglia della loro platea e se ne vanno a gruppi disconnessi, magari i soggetti con le congiunzioni, i verbi con i complementi e ancora, i gerundi con passati prossimi e gli indicativi a parte, condizionali a fondo, congiuntivi ai bordi di qualche occhio da far lacrimare. Sulle prime brucia, impazzisci per questa deriva da incontinenti, da parole che marcano il territori altrove, altrove da te, altrove con te; poi ti stanchi e le lasci andare, un briciolo di consapevolezza sul "tanto torneranno" che rasenta la follia e l'illusione. Ti inventi personaggi dentro la testa ma anche loro, effimere visioni, come fantasmi sembrano sparire all'alba; magari ti infili in gorghi malsani, per creare una storia che regga al futuro; diventi altro da te e metti fieno in cascina che speri verrà buono per il prossimo inferno. Passi il tempo rimandando a domani, sia sul foglio bianco che nella vita, poi domani arriva e diventa quello dopo, passano i giorni con le parole che si formano, magari altrove, che vanno a far sognare altre teste, che vanno a far ridere altre bocche e tu sei lì e qui, in questo spazio che quasi ti sembra polveroso; batti le mani ed un pulviscolo di punteggiatura riluce dentro fasci di storie vecchie, quelli che filtrano dalle finestre dell'anima. Le parole in fondo sono lettere, ti dici, che come tasselli di un puzzle formano figure, solo che hanno forme ambigue e cangianti, mutevoli e adattanti e tu non sembra le sappia più adattare. Confidi nella rabbia che altre volte ti ha fatto creare dei mostri di carta ma nemmeno quella, per ora, sembra abbastanza, soffocata da delusioni effimere e virtuali; come le persone. Le parole sono anche quello, sono le persone che abitano la tua testa, i mille personaggi che non sei stato, quelli che avresti voluto, quelli che hai temuto di diventare; rimangono lì, anche loro stanchi, stanchi di far teatro su un palco di periferia; sognando i teatri importanti, gli applausi veri, le lacrime a fiumi, le risate scroscianti e quei personaggi che ami, anche quelli che ancora non hai conosciuto, che non hai ancora creato; quei personaggi rimangono lì, a guardare le parole che, quasi disgregandosi, diventano lettere e fonemi e suoni per poi spandersi nel cielo come scintille di fuochi d'artificio. Allora ti siedi un attimo, respiri, come se te ne fossi scordato e guardi, e vedi che le parole sono lì, frutti in attesa di essere raccolti; e allora ti togli di dosso un po' della tua stessa polvere e vai a mietere i chicchi di lettere.

02 settembre 2015

Nove anni

Oggi questo blog compie nove anni, che a pensarci è un gran bel po' di tempo per un blog che sono tipo i cani, ogni anno ne vale circa 7 umani. In quest'ultimo anno si è sentito vecchio, sia il blog che il suo autore; forse lo è, il blog eh, non l'autore! Si rigira stanco le sue parole, ne cerca altre, si confonde, si distrae, si sente stanco (questo l'autore ma magari pure il blog), legge poco e male, si innervosisce e scazza e poi ride e si tranquillizza (sempre l'autore). Ogni tanto mi guardo indietro e vedo le cose che ho scritto e poi rivedo le persone incrociate e quelle incontrare, le risate e le cazzate e non rinnego nulla, rifarei tutto, magari meglio; infiocchetterei le virgole, finirei i tre parole (ma ci conto ancora), e i reloaded e tutte le stupidaggini che mi sono inventato. Darei un seguito a tutti i racconti scritti, anche solo per vedere come sono invecchiati i personaggi. Riabbraccerei quelli che non ho più incontrato e mi riprometterei di farlo ancora e ancora. Il blog oggi compie nove anni, è un ometto ormai, verrebbe da farlo andare sulle sue gambe ma, alla fine, si rallenta, ci si allontana ma si torna e allora...che lo spettacolo continui.

10 agosto 2015

Quasi...

Quasi non me lo ricordo più come si scrive; come si formano, su carta, i pensieri. Quasi non mi rendo conto del tempo che passa, bene o male, come ha sempre fatto. Quasi mi viene voglia di abbandono, di ruderi, di castelli che hanno avuto una storia ed adesso non più. Quasi comincio a pensare di sbagliare sulle persone, e mai mi era successo. Quasi. Poi ripenso alle parole di Benni che dice che se guardi bene una parete vedrai le crepe di come la maceria si disegnerà; ecco, io mi ero semplicemente stancato di vedere le crepe delle persone, di sapere già le loro macerie, ad un semplice sguardo. Succede, ci si stanca un po' di tutto, per tanto o per poco tempo; ci si stanca che quasi non ti interessa più, quasi. Poi alla fine non ci riesci, le vedi le crepe, attraverso le parole e te ne dovresti fottere perché "non sono problemi tuoi" solo che non ho più l'età del sopportare, no, non per troppo almeno. Quasi non me lo ricordo più cosa volevo dire, in mezzo a tutti i pensieri che girano in testa. Quasi non so come continuare, Quasi. In fondo quando sei stato via per un po' di tempo ti sembra estranea quasi casa tua, devi riabituarti agli angoli, soprattutto agli angoli; devi riconoscere gli spigoli, le curve; quasi che non fosse casa tua, quasi. Quasi mi sgriderei per non aver rispettato gli appuntamenti annui qui sopra, quasi; ma ho lasciato che la vita andasse bene così che ogni tanto un quasi ci sta tutto. Quasi.

03 luglio 2015

Le regole dello "stocazzo"

Come spesso accade ci si dimentica che questo blog ha, principalmente, un intento educativo e sociale e quindi oggi ci occuperemo di dare una risposta definitiva sulle regole dello "stocazzo". Lo "stocazzo" è un famoso gioco di compagnia in cui si fa in modo di farsi fare una domanda a cui rispondere "STOCAZZO!" e suscitare ilarità negli astanti, compreso, a volte, il domandante. La storia del gioco affonda nella notte dei tempi e diverse sono le leggende che circolano sull'argomento; pare che in un frammento disperso dei "dialoghi di Timeo e Crizia" Platone raccontasse come gli abitanti di Atlantide per alleviare il peso degli studi, tra un simposio e l'altro, amassero sollazzarsi con dialoghi tipo "Oh, Amessimandro, c'è chi mette in dubbio i tuoi studi sul bilanciamento idrico", "Oh, Diudonio, chi osa?!", "STOCAZZO! Amessimandro". Alcuni storici ipotizzano che la civiltà atlantidea sia scomparsa per uno stocazzamento finito male. Fatto sta che lo “stocazzo” ha attraversato i secoli; ci sono geroglifici nella piramide di Cheope in cui un Horus guarda interrogativo Ra che gli fa il gesto delle mani, di taglio, sul basso ventre e Anubi ride divertito; il geroglifico è stato interpretato, da alcuni, come la maledizione del sole sul plesso solare ma storici più attenti lo definiscono la prima rappresentazione grafica dello “stocazzo”. Lo “stocazzo”, infatti, è stato rappresentato diverse volte nell’arte, come ha più volte sottolineato lo storico dell’arte Jean De Stocazzon arrivando a teorizzare una corrente artistica attraversante i secoli, chiamata “stocazzismo”. Secondo De Stocazzon il David di Michelangelo esprime la posa fisica della risposta “STOCAZZO!” ed è nudo proprio per questo motivo. La Gioconda, in realtà, sorriderebbe allusiva ad uno “STOCAZZO!” dettogli da Leonardo. De Stocazzon arriva a dire che lo stesso Urlo di Munch sia il ritratto di uno che ha preso male una stocazzata. Altri storici fanno risalire, invece, la nascita dello “stocazzo” al periodo delle Crociate quando gli uomini andavano in guerra e lasciavano le proprie donne da sole per anni; queste, per sopperire alla mancanza del proprio uomo, è noto, intrattenevano rapporti extraconiugali e pare che, quando gli amanti bussavano alle loro porte e loro chiedevano “chi è?”, si sentissero rispondere “STOCAZZO”, quasi fosse un codice. Quale ne sia la storia lo “stocazzo” è giunto fino a noi ed è stato protagonista di eventi storici importantissimi; nella famosa foto della Conferenza di Yalta, infatti, Churchill ha appena stocazzato Roosevelt e Stalin si trattiene dal ridere. Ma quali sono le regole dello “stocazzo”? In realtà sono molto semplici, bisogna fare in modo di farsi chiedere dal malcapitato qualcosa che consenta la risposta “STOCAZZO!” ma va chiarito che non tutte le domande vanno bene, anche se grammaticamente e sintatticamente giuste; non è possibile rispondere “STOCAZZO!” ad una domanda tipo “in che modo?” o a “come stai?” e per tale motivo il Comitato Olimpico Internazionale ha disciplinato che le uniche domande ammesse per lo “stocazzo” sono “chi?” e “cosa?”. Sicuri di aver chiarito i dubbi che, fino ad oggi, attanagliavano tutti vi invitiamo a rispondere, a chi, dubitando siano queste le regole, vi chiede “ma chi lo dice??”, con un grandissimo “STOCAZZO!!”.