30 aprile 2014

Pagine non scritte

Dopo una consistente produzione letteraria fatta di romanzi e racconti, Francisco Quinoa Descartes smise improvvisamente di scrivere; comunicò la cosa al suo agente con un semplice biglietto spedito tramite posta ordinaria, con su scritto “Smetto”. A niente servirono i tentativi dell'agente di contattarlo perché Francisco Quinoa Descartes, insieme allo scrivere, smise anche di fare vita pubblica; non rispose più al telefono, alle lettere, alla posta elettronica. Quando il suo agente fece il tentativo di incontrarlo di persona si rifiutò di aprirgli e quando questi gli chiese, davanti alla porta chiusa, “Perché?”, una voce attutita dal legno rispose solo “Per le storie”, per poi tacere. Dopo quel tentativo estremo da parte del suo agente, Francisco Quinoa Descartes sparì del tutto; si affrettò a vendere la sua casa, svuotò i suoi conti correnti e chiuse tutte le utenze. Per un periodo se ne occuparono anche i giornali, si parlò di malattia, di pazzia, di morte; i suoi tanti lettori si chiedevano che fine avesse fatto, speravano tornasse, sognavano un nuovo libro. Come per tutte le cose della vita, con il tempo, l'interesse per la sparizione di Francisco Quinoa Descartes andò scemando; nuovi libri furono pubblicati, nuovi autori divennero famosi ma, come per tutte le cose della vita, non per tutti il tempo fa questo effetto; c'è sempre qualcuno, alla fine, che ricorda, che pensa, che spera. Vicente Ilario Dos Passos era uno di quelli per cui il tempo non cancellava nulla; era una di quelle persone per cui le foto non sono solo immagini ma vite; è pesante un'esistenza così, portandosi addosso tutte le vite importanti incrociate ma Vicente Ilario Dos Passos non ne conosceva altre e non ne avrebbe mai vissute di diverse, nemmeno potendo scegliere. Quando guardava la sua libreria con i libri di Francisco Quinoa Descartes non poteva non chiedersi dove fosse, quali altre parole avrebbe potuto scrivere; ricominciò a leggere i suoi libri partendo da quello che aveva amato di più: “Persistenza”; fu nella storia di quel villaggio tra i monti che lo ritrovò, nella storia di Donna Maite ed il suo curare con le parole ed il silenzio. Vicente Ilario Dos Passos partì senza pensarci, come si dovrebbe fare per tutte le cose importanti della vita; partì per il villaggio natale di Francisco Quinoa Descartes, quel villaggio le cui strade, sapeva, avevano ispirato quelle in cui si muoveva Donna Maite. Appena sceso nella piccola stazione del paese ebbe la sensazione di conoscere ogni angolo, ogni via, ogni pietra; girò per ore, non come un turista o qualcuno che cerca ma come uno tornato a casa dopo anni lontano. Visitò i luoghi di cui aveva letto, incontrò, nei volti, nei gesti, i personaggi del libro; incontrò anche il matto perché, come diceva il poeta, “per ogni matto c'è un villaggio”, quello che nel libro veniva chiamato Zorro, e fu proprio a lui che chiese, perché, spesso, per avere la risposta che cerchi devi chiedere ai folli, a patto di fare la domanda giusta. Infatti Vicente Ilario Dos Passos a lui chiese “Dove posso trovare Donna Maite?” e non ottenne un “Chi?!” come risposta, non ottenne un blaterare incomprensibile ma un semplice “Quella che cura con le parole ed i silenzi? Lo trovi al bar di Jesus”. Vicente Ilario Dos Passos non ebbe necessità di chiedere altro, si avviò sicuro lungo la strada alla sua destra e dopo circa 300 metri vide l'insegna del bar dove sapeva che l'avrebbe trovata e senza sorprendersi, e questo lo sorprese, guardò a colpo sicuro all'ultimo tavolino in fondo e lo trovò; Francisco Quinoa Descartes era seduto con davanti una birra, uguale a come lo ricordava dalle tante foto che aveva visto. Si sedette allo stesso tavolo come se fosse la cosa più naturale del mondo e l'uomo che si trovò davanti lo guardò come si guarda uno che aspetti ma che arriva in orario e disse “Ciao”. Vicente Ilario Dos Passos prima di tutto ordinò una birra e poi, senza nemmeno presentarsi, come sentisse la cosa inutile, chiese semplicemente “Perché sono io il primo?”. Francisco Quinoa Descartes parlò: “Sai perché si scrive? I motivi sono tanti, si scrive per se stessi, per gli altri, per tutti, per uno o una sola; per la gloria, per il denaro, per la noia; per capire, per capirsi, per centinaia di motivi diversi; le parole, però, decidono loro cosa fare. Probabilmente le mie era a te che volevano raccontare dove fossi.”, “Ma perché ha smesso di scrivere?”, Vicente Ilario Dos Passos aveva fatto la domanda per cui, alla fine, era partito; la domanda per cui era seduto a quel tavolo, davanti ad un bar di un villaggio sperduto tra i monti. Francisco Quinoa Descartes rispose come aveva fatto al suo agente da dietro una porta: “Per le storie”, ma poi continuò, “Scrivevo per raccontare, era una specie di bisogno fisico, una necessità, poi, un giorno, mi resi conto che, per quanto scrivessi, non avrei mai potuto raccontare tutte le storie possibili; per ogni pagina che scrivevo ce ne erano infinite non scritte. Cominciai a non finire le storie perché ogni finale escludeva tutti gli altri; fu allora che decisi di smettere, perché la pagina bianca racchiudeva tutte le storie possibili.”, “Anche la vita si sa solo che finisce ma non si sa mai come, forse per questo vale meno la pena di viverla? Non è il finale, sono i momenti che portano a lui a fare il racconto, a fare la vita. Le storie sono fatte di parole, non sono solo un finale ma anche, e soprattutto, quello che c'è in mezzo; non chiudiamo un libro perché non ci piace come finirà. La vita è uguale, non è quello che la conclude che la fa ma quello che avviene prima, è quello che deve farci stare bene.”. Detto questo Vicente Ilario Dos Passos bevve la sua birra, si alzò, strinse la mano di Francisco Quinoa Descartes e mise sul tavolo ciò che aveva portato con sé da casa, un taccuino vuoto ed una penna nera.

24 aprile 2014

Clichè

E niente, è che giusto poco fa, prima di entrare in ufficio, pensavo che, a volte, soffriamo di omologazione; ci convinciamo che sia nostro dovere seguire un copione senza sapere nemmeno bene quale sceneggiatore l'ha scritto. Sì, insomma, magari lo ha scritto un premio Oscar e allora, via, potrebbe essere un ottimo copione, che tu sia protagonista, coprotagonista, antagonista, comprimario o comparsa; ma metti che lo ha scritto uno "scalzacani"? Con tutto il rispetto per i cani, si intende. Metti che questo sceneggiatore sia del tutto privo di fantasia, che non conosca nemmeno le regole base del racconto? Eppure spesso ci convinciamo che una cosa debba andare in un determinato modo perchè è quello che ci si aspetta da noi, come se davvero noi avessimo un ruolo, come se dovessimo rispettare un clichè. Ci convinciamo che la cosa migliore è seguire delle "regole sociali", come il non poggiare i gomiti sul tavolo quando si mangia, come il non rispondere quando non si dovrebbe. Ci facciamo indirizzare la vita da una specie di Monsignor Della Casa che è dentro di noi perchè ci siamo convinti non tanto che sia la cosa giusta per noi quanto quella più confacente ad un Regolamento non scritto. Vorremmo essre sbracati ma rimaniamo compunti, vorremmo essere solitari ma dobbiamo socializzare, e via così alla ricerca di cosa poi? Com'è che la chiamano? Felicità? Tranquillità? Equilibrio? Ma rispetto a cosa? Continuiamo a dire che una cosa ci fa felice perchè abbiamo visto che fa felice qualcun altro e allora pensiamo che debba essere così anche per noi e via a dire sì o dire no sulla base di un preconcetto; e via a sopportare palate di merda perchè, quantomeno, riusciamo ad essere vicini ad un obiettivo. Non è nemmeno più una questione di essere ed apparire, quanto una questione di ricalco; mi viene in mente una cosa che, da piccolo, facevo spesso: prendevo la carta velina e l'appoggiavo su un disegno che mi piaceva molto e poi, con la matita, ne ricalcavo i bordi, poi alzavo la velina e la guardavo controluce, alla fine il disegno poteva essermi venuto meravigliosamente ma non raggiungeva mai l'originale, anche se gli somigliava tantissimo. Ecco, per quanto in molte cose della vita faccia comodo, a me non piace essere carta velina, preferisco essere disegnato fuori dai bordi.

20 aprile 2014

Giusto un ovetto

Tanti auguri di Buona Pasqua amici miei, solo questo, che oggi il resto delle parole, secondo me, lasciano il tempo che trovano...

18 aprile 2014

Oggi



L'altro giorno guardavo la mia foto della patente, la faccia di uno che non ha capito che ci sta a fare lì, o al mondo, la faccia di uno che sembra si sia appena svegliato o che si stia per addormentare, la faccia di uno che "Bah, che avranno tutti da dire?!". Avevo 19 anni, oggi ne ho compiuti 38. Avevo la metà degli anni e, probabilmente, il doppio dei sogni; alcuni sono stati avverati, altri se ne sono andati con il tempo, sulle strade del ripensamento, sulle strade del "ormai non si può più". Altri sono rimasti, certo, meno di allora ma sono rimasti, non ho ancora capito se a far male o a spronare. Altri ne sono arrivati, più sensati, forse, meno sensati, sicuramente; sono arrivati altri sogni, fatti di luoghi, di parole, fatti di persone, di visi, di occhi. Provo anche a ripensare a quello che sentivo allora e, confesso, in alcune cose non è tanto diverso da quello che sento ora, con il doppio degli anni, un po' di chili in più, sicuramente più barba. Vorrei dire anche "con maggiore esperienza" ma l'esperienza è una cosa strana, appena sei convinto di averne, arriva qualcosa a fotterti e allora, no, non so se adesso ho più esperienza; certamente ho visto più cose, vissuto più cose, e questo non può che farmi pensare un po' di più. Vorrei dire che questi 19 anni in più mi hanno tolto il vizio di giudicare ma probabilmente non è così, l'unica cosa sicura è che non lo faccio più a cuor leggero, senza aver "sentito le parti", anche se le parti sono semplicemente le due facce della mia stessa medaglia. Guardo quella foto e mi chiedo se fossi più sognatore allora o lo sono più adesso, non in quantità, l'ho detto, i sogni sono sempre di più a 19 anni perchè è come se avessi una vita eterna per contenerli ma magari sono piccoli e tanti o, meglio, ci sono quelli infiniti, quelli enormi, quelli grandi, quelli normali e quelli piccoli; adesso magari i sogni piccoli nemmeno li fai, forse te li vai direttamente a prendere, però ce ne sono di mastodontici, monolitici, direi storici. Ci sono quelli apparsi si è no, boh, quattro anni fa (per dire eh), sogni che magari hai pure vissuto, sogni che magari adesso arriverà qualcuno a dirmi di chiuderli in un cassetto e buttare la chiave ma quei 19 anni in più ti hanno regalato, questo sì, 19 anni in più di conoscenza di te stesso e che quindi, no, non ti prendi più in giro, sai come gestisci le cose, sai che non c'è spazio, per certe cose, nei cassetti. Che non ci sono interruttori da premere, cassetti da chiudere; e poi ripensi anche alle prime parole del libro da cui hai preso il nome, "Baol", e ti confermi che, no, chiudere i sogni nel cassetto non è una cosa baol. Guardo la foto della patente, guardo quel ragazzino di 19 anni, penso a questo uomo (?) di 38 fatti giusti giusti oggi e mi faccio la domanda che, tra amici, ci facciamo da anni: "Ma quando metterai la testa a posto?" e mi rispondo quello che rispondo sempre. Mai.

ps
Anche Google mi ha fatto gli auguri, oggi...

17 aprile 2014

Intermezzo



Visto che con il post di ieri qualcuno lo avrò fatto un po' arrabbiare, oggi vi regalo questa canzone.

16 aprile 2014

Fra tutti

Ci sono quelli che parcheggiano dove non dovrebbero, quelli che parlano urlando al cellulare; ci sono quelli che non aspettano di trovare un cestino dei rifiuti ma gettano qualsiasi cosa per strada. Ci sono quelli che lasciano cagare il cane al centro esatto del marciapiede e non puliscono, quelli che "hanno capito tutto loro"; ci sono quelli che non vedono l'ora di dirti come devi vivere. Ci sono quelli che fanno due pesi e due misure, quelli che non danno la precedenza nemmeno alle ambulanze, quelli che la precedenza se la prendono. Ci sono quelli che dicono "attimino", quelli che dicono "Io non sono razzista/omofobo/sessista ma...", ci sono quelli che non gli va mai bene niente. Ci sono quelli che ci tengono tanto ad inquadrarti in qualcosa, quelli che sanno come sei senza nemmeno conoscerti, quelli che va bene solo quello che piace a loro. Ci sono quelli che guardano dall'altra parte, quelli che guardano soltanto; ci sono quelli che il rispetto pensano di doverlo avere a prescidere, come gli fosse stato calato dall'alto. Ci sono quelli che ti guardano dall'alto in basso, quelli che piangono miseria senza averla, quelli che si fingono umili per pugnalarti. Ci sono quelli che fanno gli amici senza esserlo per nulla, quelli che odiano, quelli che amano solo se stessi. Ci sono quelli che seguono la massa, quelli che si devono distinguere per forza; ci sono quelli esterofili, quelli italiofili. Ci sono quelli che tifano solo contro, quelli che non hanno il senso della misura; ci sono quelli che devono dirti cosa mangiare, come e quando; quelli che non gli si puo dir nulla. Ci sono un sacco di tipi ma posso dire con ragionevole certezza che, a mio parere, i più coglioni sono quelli che dicono "italiota".

06 aprile 2014

Leggervi

Io ne avrei di parole da dire, di storie da raccontare, ne sono convinto, solo che, spesso, quelle parole rimangono lì, basite da se stesse, dentro la mia testa. Le vedo che ci sono, allineate come su scaffali da supermercato, un discount della parola, pronte ad essere prese e messe nel carrello lessicale. Solo che io me le guardo, a volte, quelle parole negli scaffali e saprei anche come servirvele, che cosa cucinarci, ma mi fermo li, con le mani strette al manico del carrello che guardo quello che non ho preso come se tutte le cose da dire, le storie da raccontare, avessero remora a mostrarsi. Poi succede che, mentre sono lì che cerco la somma delle lettere, intanto che mi viene voglia di raccontare, vi leggo ed accade una magia: mi perdo in mezzo alle vostre, di parole, come quando si corre in un campo di spighe di grano, alte fino a coprire la vista. Leggervi è anche, un po', parlare con voi e leggo di torte e profumi del passato, di libri, di film da vedere o da scartare, di weekend passati o da venire, di sogni e certezze. Ogni volta, in mezzo a tutte quelle frasi messe in fila mi perdo sempre un po', poi la strada la ritrovo ma, ogni tanto, ci si deve anche perdere. Leggervi è un po' perdersi, uscire dal supermercato senza aver comprato nulla, rimandare ancora un po' il racconto di una storia, che sia la mia o quella che, sul momento, mi invento ma, alla fine, ne vale la pena. Grazie.

02 aprile 2014

Intermezzo



Io che ho fin troppe parole
a volte resto in silenzio...

Oh, a me questa canzone piace un sacco, più la ascolto e più mi piace.

31 marzo 2014

Stamattina

Stamattina volevo postare la poesia di Walt Whitman che viene letta nel nuovo spot dell'iPad (e che è ripresa da "L'attimo fuggente), l'ho anche trovata; i suoi versi mi piacciono, mi piace il riferimento alla vita come al "potente spettacolo", al fatto che ci si possa contribuire con un semplice verso che è un po' il senso dello scrivere, secondo me: entrare nella vita, contribuirci. Non sempre è solo questo, magari per qualcuno è anche una specie di "ruota del pavone", il modo per mostrare il proprio incommensurabile ego, il sentirsi soddisfatto di sapere le proprie parole lette, apprezzate, metabolizzate, da altri occhi, da altre persone. Per altri è una cura, la necessità di espellere, attraverso le parole, un dolore, quella tossina che le avvelena dentro; funziona? Non lo so, a volte è catartico, ti fa sentire meglio, magari non dura ma è un momento di quiete durante una vita in balia delle onde. Volevo postare quella poesia, stamattina, poi m'è passata la voglia, non per un motivo in particolare ma perchè va così; a voi non capita? Non vi succede di avere un repentino cambio di volontà? A me succede, forse da sempre, forse da qualche anno, come se la spinta a fare fosse soffocata dall'apatia, dal "tanto a che serve?"; non che duri eh, ma avviene, accade, succede, è come la sensazione che si prova, a volte, uscendo da una stanza, spegnendo la luce e chiudendo la porta alle proprie spalle, c'è, addirittura, chi ci riesce con le vite degli altri, a chiudersele alle spalle. C'è chi ci riesce, io no.

19 marzo 2014

Dopo la pioggia

Il corpo di Beatrice pesa poco più di quaranta chili, al netto del sangue e dell'anima; il sole è tramontato da un po' portandosi via l'arcobaleno dopo la pioggia, è rimasta solo un po' di foschia a sfumare i lampioni. Mario non ha fatto fatica a sistemare i pezzi, ben sigillati nelle buste di plastica, nella valigia che ha con se, ha ripulito tutta la vasca, ha messo la tuta bianca da lavoro, con le sovrascarpe, in un'altra busta e l'ha infilata tra il tronco e la gamba destra di Beatrice, nella valigia. Ha pulito anche il bisturi, la lama lunga e la sega per ossa che, adesso, ripone nella valigetta di metallo. Non c'è nessuno in giro, il clima umido e freddo tengono in casa anche i più audaci; al massimo vedrebbero un signore barbuto, con la pancia, che fa scorrere una grossa valigia sulle ruote; Mario sa passare inosservato e, a volte, per passare inosservato devi saltare all'occhio. Mentre esce da casa di Beatrice, guarda il pavimento con le sue impronte, non gli importa, calza stivali di due misure più grandi ed anche a guardarlo sembra più altro, potere dei rialzi interni e di un cappello, a volte basta poco. Ha parcheggiato la sua auto in una strada laterale, sotto un lampione che ha provveduto, anticipatamente, a spegnere; sia la valigia con il corpo di Beatrice che quella più piccola con i suoi ferri del mestiere, vanno perfettamente nel vano che ha ricavato sotto il divano dei sedili posteriori. Parte in silenzio, uno dei pregi delle auto ibride, e si avvia fuori città, la strada è poco trafficata e via via che si allontana dal centro abitato le auto diventano sempre meno; il vano sotto i sedili non è facilmente individuabile ma tiene sotto controllo, sul cellulare, un navigatore sociale che, in tempo reale, lo avvisa della eventualità di traffico o di posti di blocco; il bello di internet è la voglia che dà, praticamente a tutti, di raccontare qualsiasi cosa. La statale ormai ha fatto posto ad una strada provinciale e, successivamente, ad una piccola strada di campagna che uno nemmeno si aspetta a così poca distanza dalla metropoli; Mario arriva a destinazione, un casolare isolato di una azienda agricola, apre il cancello con un telecomando e si avvia verso la zona delle stalle. E', il posto, uno dei tanti beni di proprietà del capo, una delle coperture; sulla carta è un'azienda agricola in cui si producono salumi ma Mario non ne avrebbe mai assaggiato uno, sapeva bene cosa mangiavano i maiali. I maiali mangiano tutto, frantumano le ossa, Mario li guarda impassibile mangiare con foga i pezzi del corpo di Beatrice, guarda impassibile ma è solo apparenza, la smorfia sul volto fa trapelare come quell'incombenza non fosse assolutamente tra le cose che desiderava fare. Quando ormai non è avanzato praticamente nulla passa alla seconda fase e prende il sacco che ha ai piedi, dentro ci ha messo tutte le buste in cui c'erano i pezzi di Beatrice, la sua tuta, gli stivali, la barba finta che aveva indossato, e si avvia alla fornace per gli scarti, brucia ad una temperatura talmente alta da rendere cenere tutto quello che avanza. Apre la fornace dopo aver messo i guanti di sicurezza e la maschera e lancia la sacca nella fiamma, si leva la maschera e sul viso ha un ghigno, “Guido”, pensa, e chiude la fornace.

11 marzo 2014

In ambasce

C'era stranamente silenzio dove, solitamente, è tutto un po' troppo concitato; come se anche il suono gli desse tempo e modo di interpretare parole scritte.

Quando rompi il salvadanaio sai esattamente quello che ci troverai dentro?
Sarà sempre troppo poco oppure sarà abbastanza?

Cominciò a pensare che, forse, il salvadanaio poteva tenerlo ancora un po', accumulare ancora qualcosa. Il silenzio era quasi fastidioso, un telefono squillava, non era il suo.

Alcune di queste monete sono preziose?
Più di quanto il conio racconti?

Leggeva in braille il mucchietto di parole scritte, monete di scambio di un poco rasente al nulla.

Come ti dici sempre tu, "Meglio poco, di una cosa, che il nulla", no?

Una voce, fuori, chiama qualcuno per un saluto.

Ecco, un semplice saluto non è già qualcosa?

Rimise gli spiccioli in un salvadanaio nuovo, le parole nella sua testa a fare qualsiasi cosa; bene o male erano parole, magari asciutte ma, si sa, l'umidità fa venire i reumatismi.

Speriamo ancora un altro po', dai.

Si disse.

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

04 marzo 2014

Caffeine

Sono dodici giorni che non bevo caffè, da quando mi è stato detto di evitarlo per via del cuore poetico, fino a quando non si capirà, effettivamente, perché balla. Non mi sto disperando per la mancanza; certo, quando ne sento il profumo sfuggire dalla caffettiera e venire ad infilarsi nelle mie narici mi viene voglia di farmene una tazzina ma evito, evito magari anche solo per scrupolo, perchè, alla fine, uno strappo, una volta sola, non potrebbe farmi nulla; evito perchè, davvero, non mi pesa, spesso non è nemmeno il caffè, ma il semplice "ci prendiamo un caffè?", che significa pausa, incontro, chiacchierata, ecco, quello pesa di più: c'è una gerarchia anche tra le rinunce, è questa la verità e, per me, il caffè è la rinuncia che mi pesa meno. Mi pesa molto di più rinunciare, che so, al cioccolato, altra cosa che mi è stato detto di evitare; oppure rinunciare ai fritti, anche alla pizza, m'è stato detto ma si resiste, si eccede un attimo, perché, nella gradazione delle rinunce, c'è anche da considerare quelle che fanno meno danni se si sgarra. Mi hanno detto, per ora, di rinunciare alla palestra che, pur sicuri di ciò che fa ballare, meglio evitare fino a quando non è chiaro da dove provenga la musica; e questa è una rinuncia abbastanza pesante, questa è una rinuncia che sale molto nella gerarchia anche perchè ho un metabolismo così lento che ingrasso anche solo pensando al cibo. Sono così le rinunce, il fatto che uno non prenda il caffè, non mangi la cioccolata, non vada in palestra, non significa che non muoia dalla voglia di farlo, anzi, di solito, se sono rinunce, si muore davvero e totalmente dalla voglia di farlo. Passi davanti ai bar e ti fermi un attimo per cogliere il profumo di caffè, guardi la tavoletta di cioccolato nello stipo, tocchi le tue maglie leggere da fitness e poi lasci stare. Le rinunce sono così, sono i cilici della nostra vita, delle specie di pentimenti, di costrizioni che pensiamo servano a qualcosa; non sempre è così, a volte ci sono rinunce inutili perchè sai che stai rinunciando ma la malattia non ti passerà, starà sempre lì, ne sei consapevole. così sono le rinunce, delle specie di azzardi con l'esistenza, con se stessi. A volte, sapete, si rinuncia a dire un "ciao" pur avendolo nelle corde vocali, pur avendolo sulla punta delle dita e nemmeno sai se è un bene o un male. Forse ho solo bisogno di un caffè.

28 febbraio 2014

Ma che blog c'hai?

In sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera la domanda che mi hanno fatto più spesso, dopo "ma è il tuo l'occhio?", è "ma che blog c'hai?" intendendo, credo, il genere di blog. Confesso che, sempre nei sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera me lo sono chiesto anche io, anche un po' con invidia nei confronti di quelli che diventavano blogstar che avevano un blog tematico. Essì, perchè, alla fin fine, come è catalogabile il mio blog? Ok, fuori chi ha urlato "CAZZATE", sù, nome e cognome! In che categoria, dicevo, può essere inserito il mio blog? Non è assolutamento un food-blog, certo, parlo spesso di cibo ma intendendo quello che, costantemente, ingurgito, non posto mica ricette, mai fatto; non è un blog professionale, anche perchè professionale preferisco esserlo sul lavoro e non nel blog. Che cos'è allora? Ogni tanto posto foto ma non è un foto-blog; alle volte parlo di attualità, ma non è un blog di informazione; scrivo recensioni di libri ma non è un blog letterario; men che meno (certo che, in diecirighedieci, ho già usato "fin fine" e "men che meno", mi alliscio le sopracciglia con indice e mignolo della mano destra), men che meno, dicevo, lo rendono tale i racconti che scrivo, non sono nemmeno tutti dello stesso genere, ho scritto praticamente di tutto; direttamente, ogni tanto, parlo di me ma non si può definire un diario, quelli che mi conoscono mi hanno conosciuto attraverso altre modalità, coadiuvati dai miei post; metto video musicali ma non è un canale tematico di youtube e nemmeno un blog musicale. Niente, io la risposta non sono riuscito a darmela, su che tipo di blog c'ho, diciamo che è un poutpourrì (e questa va, di diritto, insieme a "fin fine" e "men che meno"). Alla fine non so nemmeno che tipo di blogger sono; non sono uno di quelli che si (auto)definiscono scrittori e parlano sempre e costantemente di loro, dei loro scritti, dei loro sogni, dei loro consigli; non sono di quelli che sparano merda su qualsiasi cosa si muova perché sanno che è il modo migliore per ottenere consensi e nemmeno sono uno di quei blogger che, con una superiorità da ossigeno rarefatto, fa tanto il sarcazzo, nel senso di "sar'cazzo chi t'ha detto che fai ride". Non sono nemmeno un fashion blogger, di solito mi vesto lanciandomi nell'armadio e vedendo cosa mi rimane addosso. Non sono un poeta anche se ho scritto, rare volte, poesie. Insomma, a me 'sta cosa di non sapere che blog c'ho, che blogger sono mi lascia interdetto; si vede che devo continuare ad esserlo, magari alla fine lo scoprirò per davvero.

26 febbraio 2014

Un punto poco fermo in preda alla sua rotazione



Auto, aereo, navetta, autobus, due metro, due metro, autobus, aereo, navetta, metro, treno. I muscoli che chiedono un time-out, anche quello ballerino, quello che non gli bastano le cose normali e fa uno scatto in più, ma niente, riempi il tempo di tempo pieno, di affanni, lavoro e non lavoro. Sbagli? Fai bene? Non importa, importa quella sensazione di accelerazione, dentro, che ti piglia, all'improvviso e, analizzando, sai cos'è, sai perchè, e stai seduto in mezzo alla gente e non te ne frega nulla e cerchi come fossi un tossico e poi ti pianti le unghie nei palmi delle mani, ripari paratie che, sai già, crolleranno dopo poco e riparerai poco dopo, e poi ricrolleranno ancora. Cammini e ti fermi. Ti fermi e guardi. Poi ti capita anche che il tempo passi pure in modo diverso, pieno di parole e di passi, ma con il loro ritmo, senza passi in più, senza accelerazioni e lo senti, quello, come un tempo "giusto", se un senso può avere.