17 agosto 2013

Guardastelle


Il cielo ha questa capacità assurda che, quando si scolora, te lo guardi ed è come se il tempo avesse un altro battito. Tu stai lì, fermo ad osservare, ed è un attimo che il cielo è azzurro ed il sole giallo e poi tutto cambia e si cominciano a vedere altre sfumature ed ha una sua lentezza particolare, un suo tempo; guardi il cielo cambiare colore e capisci i gatti, alla fine, capisci il loro star fermi, la loro vibrazione. Poi le vedi apparire, quasi ti stupisci, anche se sai che sono lì da sempre; prima le più luminose nell'indaco profondo e poi, una alla volta, a trapuntare il cielo, piccoli punti di luce nel manto nero. C'è chi diceva fossero i buchi da cui entrava la luce dell'infinito e fa pensare che quella luce lì sia partita millenni fa e che, probabilmente, sia solo l'immagine di una stella che non esiste più. Se intorno è abbastanza scuro ti ci puoi perdere, in quel manto di luci dentro al nero, e disegnare tutto quello che vuoi e, forse, è quello che vuoi, perderti, perchè solo così si può trovare una strada.

11 agosto 2013

Periodo rarefatto

Ascolto De Andrè, De Andrè che riscriveva Masters; ne sento dentro la potenza, in ogni frase ed in ogni parola e ritrovo la voglia di parole anche io. Ritrovo la voglia di scrivere storie, di inventare mondi, di raccontare vite e ritrovo la voglia anche di non dire nulla, di lasciare che siano le parole degli altri a dire qualcosa, che siano anche i silenzi a raccontare. Ritrovo uno spirito uguale e diverso ed è bello, il voler sentire le parole formarsi in testa ed il guardare quello che c'è intorno anche stando zitto.

08 agosto 2013

Un piccolo brivido estivo…

La finestra è aperta sul buio, non è un buio pesto, è rischiarato appena dalla luce tremula di una candela. Un ventilatore appoggiato sul pavimento si muove da sinistra verso destra e torna indietro e, ad ogni passaggio, fa ondeggiare la fiamma della candela e ballare le ombre lunghe e scure, sul muro. Seduta sul divano una ragazza, dai lineamenti sembrerebbe russa, o ucraina; cerca, pare, di trovare refrigerio nel buio e nell’aria accelerata dal ventilatore; è immobile, assorta in qualche pensiero profondo, la lama di fuoco si riflette nei suoi occhiali, una piccola goccia di sudore le imperla la fronte. Ha in mano un bicchiere, un calice, per essere precisi, con dentro quello che sembra vino bianco fermo, ghiacciato, si direbbe, vista la patina formata sul bicchiere fino a dove c’è liquido. C’è silenzio, un silenzio quasi irreale che, all’improvviso viene interrotto da una voce querula che chiama da un buio più profondo, “Ludimilla… Ludmilla…”. La ragazza sembra trasalire, il suo sguardo chiaro, profondo, tradisce le sue emozioni, anche la mano non è più ferma. Beve un sorso dal bicchiere, lungo, si alza e si immerge in quel buio profondo.

Chissà come continua...

06 agosto 2013

Carme 85

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Catullo

E poi ci sono quelli che mi stanno solo sul cazzo, so' tanti eh.

02 agosto 2013

Moneygrabber

Il racconto è un po' crudo, vi avviso.



“Alzati”, la mia voce lo va a riprendere dentro gli anfratti remoti dell’incoscienza in cui il sonno lo ha portato. Non mi riconosce subito, no, la consapevolezza si fa strada, a fatica, dentro le ombre di qualche sogno; poi vede i miei occhi e, successivamente, la canna della pistola; delle due cose non credo sia la seconda a spaventarlo di più. “Alzati”, ripeto, questa volta è più pronto e dopo essersi messo a sedere sul letto, fa per alzarsi; lo colpisco alla bocca con il calcio della pistola, lo colpisco bene anche se c’è poca luce; il labbro si spacca e saltano via un incisivo ed un canino, forse un altro paio di denti li ingoia. Dalle labbra esce sempre molto sangue, una grossa macchia amaranto si allarga sulla sua maglietta bianca, ricade seduto sul letto. “Alzati”, gli dico, di nuovo; è titubante, teme un altro colpo ma questa volta lo faccio alzare. Lo spingo verso la cucina, “Perché?”, mi chiede, “Lo sai”, gli rispondo; inizia a farfugliare qualcosa, sembra stia pregando ma non si rivolge a Dio, si rivolge a me; ha capito cosa sta per accadere, cosa sto per fargli; comincia anche a piangere un po’. Lo faccio sedere al tavolo della cucina, sotto la luce che pende dal soffitto, bianca. Gli lego le mani dietro la schiena e i piedi nudi alle gambe della sedia; ho portato con me solo la corda per legarlo, il resto lo trovo lì, siamo in una cucina e, si sa, la cucina è un luogo pericoloso. Non gli ho tappato la bocca, no, devo sentirlo urlare perché non devo concedergli nulla, nemmeno il mugugno; non sentirà nessuno, ha voluto isolarsi dal mondo, lo stronzo, come se ne avesse schifo, come se non dovesse essere il contrario ed essere il mondo ad aver schifo di lui. Mi guarda, il labbro spaccato, gli occhi pieni di lacrime, la maglia sporca di sangue, “Pietà”, mi chiede, nemmeno troppo convinto, in realtà, sa che non gliene darò mai, non ne ha mai avuta quando era il suo turno di darla e adesso non ha crediti da scontare ma solo debiti da pagare; lo guardo ridendo mentre armeggio col cassetto degli utensili da cucina, “Ma perché, sai anche che cos’è la pietà? Me la vorresti spiegare? Io devo averla persa giusto qualche mese fa, era gennaio, ti ricorda qualcosa?”, e gli sparo al ginocchio destro. L’urlo mi entra direttamente nelle fibre, non so nemmeno se passa per le orecchie per quanto lo sento fisicamente. Accendo il gas, “Che fai?!”, mi chiede tra lacrime e dolore, “Mi faccio un caffè, mi sta venendo sonno”, piange, gli infilo uno spiedo incandescente di calore rosso, nel fegato; batte i denti dal dolore ed io spiego “Sai perché l’ho arroventato? Perché così cauterizza i vasi e non muori dissanguato, mi rovineresti il divertimento” e ne infilo un altro, in un polmone, gli manca il fiato. Ero un uomo ed in questo momento sono un mostro, ero un uomo e questa merda che comincia a somigliare a San Sebastiano m’ha dato questa trasformazione, me l’ha fatta pagare cara ma adesso è qui; forse c’era già da prima, non siamo tutti qualcosa, in potenza? Non abbiamo tutti un limite? Una tensione di rottura? Il punto di frammentazione? Chiamiamolo come vogliamo ma succede che si supera e si diventa quello che sono io, adesso, mentre gli disarticolo una clavicola con un batticarne. Ormai quello che grida e quello che sputa non mi interessano nemmeno, mi laverò dopo, mi farò una doccia, adesso sono troppo impegnato a controllare se uno schiaccianoci riesce a fratturare tre dita insieme. Sì, ci riesce. Lo guardo, è quasi svenuto dal dolore, ansima, e respira a fatica, uno spiedo in un polmone, un coltello da carne nell’altro non lo aiutano; gli vado vicino, gli tiro indietro la testa e gli chiedo “Vuoi morire?”, credo mi risponda di “Sì”, non ne sono nemmeno troppo sicuro, “Va bene, ma solo perché ormai mi sono rotto il cazzo di te” e gli squarcio la gola con il coltello per il pane, con tanta di quella forza che lo scheggio sulla spina dorsale, vertebre cervicali. Sul tavolo lascio un biglietto: 'Non ringraziatemi, è stato un piacere'.

Questo racconto lo avevo promesso e lo avevo anche iniziato l'undici novembre 2011 ed allora nessuno aveva indovinato di cosa avrebbe parlato; eppure non sono stato il primo a collegare questa canzone ad una cosa simile, è stata colonna sonora di un episodio di Criminal Minds. Lo so, ci metto tempo ma le promesse le mantengo, tutte.

31 luglio 2013

Home


Il tempo sulle scale è tempo dedicato ai pensieri, fai mente locale sulle cose mentre, infilando la mano in tasca, cerchi con la punta delle dita le chiavi di casa; nello spazio del corridoio ti sei quasi dato tutte le risposte e infilando la chiave nella serratura, prendendo inconsapevolmente la mira, già non te ne frega più un cazzo. Appoggi la borsa e ti togli le scarpe, riprendi confidenza con il pavimento, lo gratti un po' con le dita dei piedi, quasi fosse un gatto; molli le chiavi nel posacenere e ti slacci la cravatta, senti il respiro che un po' si allunga e lanci la giacca sulla poltrona. Apri il frigo e cacci fuori una birra mentre, con l'altra mano, hai ritrovato un apribottiglie vintage dentro un cassetto. Con gesto quasi meccanico apri la birra godendoti il fresco della bottiglia ed il piacevole sibilo dell'aria, intrappolata nel collo, che si libera nello stappo. Apri la finestra sulla sera e t'affacci, piedi nudi e birra in mano; mentre dai un senso alla birra che hai stappato, cerchi di ricordare le risposte che t'erano venute e le domande a cui corrispondono, non fai a tempo a farle combaciare che la birra è finita, regalandoti un sospiro di goduria colto ad occhi chiusi e collo esteso e ti dici che, alla fine, se le risposte sono giuste, che arrivino quando servono.

24 luglio 2013

Tanto per dire

A: Quando fai così giuro che non ti sopporto, va all'inferno!!!
B: Io non andrò mai all'inferno, sono sicuro che Dio mi metterà tra gli angeli.
A: Certo, perchè Dio, nella sua immensa grandezza essendo gli angeli, senza sesso, ti metterà dove non potrai rompere il cazzo a nessuno!

19 luglio 2013

Quella cosa che chiami vita

L'erba del lungofiume è verde delle piogge invernali appena finite, brilla nel primo sole, caldo, di aprile ed urla alla primavera di essere pronta; l'acqua scorre veloce sui sassi lisci, grigi e marroni, ed accompagna le pinnate decise di alcuni pesci. Tutto intorno le montagne guardano, come a controllare, lo svolgimento solito delle cose; la ragazza dai capelli sottili cammina svelta con le mani in tasca, fingendo un broncio, mascherando un sorriso; ha falcate sicure di chi conosce la strada ed evita l'erba più alta senza schiacciarla. Il ragazzo si affretta incerto, meno sicuro di dove saranno i suoi piedi al passo successivo ma, grazie a leve più lunghe, con qualche passo veloce ha colmato il distacco. Finge un fiatone più grosso di quello che ha e la ferma cingendole le spalle, lei cerca di trattenere il broncio finto che il sorriso sta spingendo via con forza, lui riesce solo a dire “Hey...”, piano, quasi accompagnando un sospiro; stringe un po' di più le braccia e l'avvicina a sé, affonda la faccia nei capelli sottili e le bacia, lieve, il retro del collo. Un uomo in tenuta da jogging li incrocia e sorpassa sorridendo a quella vista, i suoi passi sono l'unico rumore che supera il fruscio del vento; in alto due rondini si incrociano in volo e macchiano, per un attimo, il sole.

13 luglio 2013

La fine di un mito?

“E siamo qui riuniti per condividere la gioia immensa di questo giorno con Andrea e Caterina...”. Ma come cazzo mi ci sono trovato in questa situazione?! Baol, tutta colpa sua, lo so, mortacci sua! “Vedo la commozione del testimone...”, commozione un cazzo! Quello sta'a'ride e si nasconde la faccia, e poi, 'sta Caterina ma chi cazzo la conosce?! "Ti devo fa' conoscere una", mi fa quo'o stronzo, "si chiama Caterina. Namo a bere". Ma che minchia amo bevuto?! Cherosene?? Questa Caterina ridefinisce i limiti del concetto di roito, c'ha più barba di me e la barba le sta pure bene, sfina il volto, anche perché per affinare il resto ci vuole una fresa industriale. C'ha begli occhi però, vabbè, uno, quello di vetro, sarà vetro buono, tipo Murano. Guardo Baol implorante, e quello ride!!! Lo possino... Ma tanto mo' quando mi chiede se la voglio prendere come mia sposa dico di no, chemmèfrega a me! Famme vedè chi altro sta in chiesa...TUTTE! Tutte le ha invitate, tutte quelle con cui so' stato, almeno tutte quelle del mio quartiere, tutte tutte non ci stavano; mezza navata della cattedrale so' ex! E rideeee, mo mo'o'magno. Che fa? Mi indica di guardare dall'altro lato, tra i parenti della sposa. E chi so' quei tre colossi?! Saranno padre e fratelli de 'sta Caterina, mi guardano, me fanno cenni strani con le mani, tipo parentesi ma più minacciose, sembra che mi abbiano letto in faccia il mio intento, mi sa che se dico di no qua mi fanno la pelle. “Ma è un giorno felice, perché tutte queste lacrime?” Eh, già, perché?! “Andrea, le tue amiche piangono tutte, sono così sensibili?”, "Sò disperate" je dovrei dì; e Baol ride, anfame!! Ma quando gliel'ho chiesto, a questa, de sposamme?? Io manco la so formulare la frase “mi vuoi sposare?”, mi esce sempre, “scopiamo”, senza nemmeno il punto interrogativo. Ma poi, tutte le pratiche per il matrimonio chi cazzo le ha fatte? Baol! Sempre lui, quello c'ha lo zio da'a'moje che è prete; guardalo come ride! “Prima di procedere con la formula di rito, ci sono gli anelli?”, bene, manco so dove si comprano, le fedi, mi basta l'anello al pollice, quello d'argento; l'anello, non il pollice. “Certo, li ho io”, chi cazzo ha parlato?! Baol! Ma grandissimo fijo de na' mignotta! Mi sa che questo l'ho detto ad alta voce perché mi stanno guardando, il prete è pure sbiancato che secondo me gli viene un infarto. Magari. Sorrido, ridono, me viè da piagne. Baol ride. Guardo ancora i parenti di Caterina, magari non sono poi così grossi; se n'è aggiunto n'artro, pare n'armadio a quattro ante, solo il collo è grosso quanto la mia coscia destra; mi guarda e mi sorride, c'ha un dente sì ed uno no e quello sì è d'oro; c'ha la faccia di uno che chiama per nome tutti i secondini di Rebibbia. Riguardo Caterina, magari non è poi così male, ha pure i baffi curati. Magari ha un buon carattere. Ma che ha fatto? Ja mostrato il dito medio a quelle del mio lato? 'Na signora. E Baol ride, se sopravvivo lo smonto. “Vuoi tu, Caterina, prendere il qui presente Andrea il Banale come tuo legittimo sposo?”, “Avoja!”, confermo: una signora. Sudo freddo, sudo pure l'acqua con cui m'hanno battezzato, la poca che non è evaporata al contatto. E Baol ride e mi fa cenno di guardare il prete, “Vuoi tu, Andrea il Banale, prendere la qui presente Caterina come tua legittima sposa?”, guardo Caterina che mi sorride, ha lo stesso dentista dell'armadio, mi sa; guardo i suoi parenti che stritolano le panche in legno, l'armadio stritola direttamente la balaustra di marmo; guardo il prete che aspetta la risposta; guardo Baol, che ride, e urlo “NOOOOOOOOOOOOOO!”. Mi sveglio nel mio letto, madido di sudore, due barche di sushi e sei birre mi sa che so' tante, o forse è stato il kekab prima di andare a dormire. Squilla il cellulare, è Baol: “Banà, ti devo fa' conoscere una, si chiama Caterina”, “Mavattelapijànderculo!” e chiudo.

Confido nel senso dell'umorismo di Andrea il Banale

10 luglio 2013

Intermezzo


Perchè il vuoto c'è, il vuoto arriva, il vuoto accade; come un'improvvisa variazione di pressione. E' la mancanza di sostegno, l'appiglio consueto che si spezza. Il vuoto avviene, si appalesa, e lo senti mentre cadi e sembra non fermarsi mai, non finire mai. Ma lo senti anche quando ti rialzi, quando lotti e quando imprechi e lo senti che ti spinge e risali, sia una mano, sia una vita, sia un sorriso.

08 luglio 2013

Tornato

E' che ce ne sarebbero di parole, tante, su ogni volta che torno a Milano, che ogni volta è uguale, che ogni volta è diversa. Ho rispettato quello che avevo scritto, viverla libero da certi pesi che comunque ci sono, sono dentro, non se ne andranno mai ma se li metti nel loro compartimento stagno, dopo che sono tracimati per un sacco di tempo, beh, forse riesci ad essere quello che dovresti essere, te stesso. Sono tornato, come ogni volta, più ricco; no, non di soldi (magari) ma più ricco di vita, di immagini, di rabbia buona, di fame. Sono tornato ed ogni tanto penso e sorrido e per questa cosa ringrazio, ma tanto. Scriverò ancora, ne ho voglia, ne ho rabbia, scriverò ancora. Sono tornato.


02 luglio 2013

Milano

Sono a Milano, appena arrivato. Come ogni volta ho fatto mio, da subito, ogni passo, ogni respiro. Non importa sia di polvere e caldo, ogni respiro è un ricordo, ogni strada un'immagine. Si dice che un posto, per capirlo, va vissuto; io questa città l'ho vissuta, un tempo breve e eterno ed ogni volta che torno mi riconosce e mi dà qualcosa. Sempre uguale, sempre diversa; felicità, tristezza, euforia, rabbia. Da sole e tutte insieme. Per un periodo l'ho guardata appannata, dietro una cataratta di tristezza e rabbia, cercavo risposte dentro le cose, cercavo persone dentro le facce, senza nemmeno sapere cosa avrei fatto una volta trovate le risposte. Senza nemmeno sapere cosa avrei detto se avessi incontrato le persone. Quando ogni angolo ti racconta qualcosa è difficile tirare un respiro; che sia una fermata della metro, o un tram o, addirittura, una fredda panchina di cemento. Poi, l'ultima volta che sono stato qui, una rivelazione, come il click di una telefonata che si chiude e cadono, con la comunicazione, anche gli orpelli e cade, addosso a te, la tua stanchezza e ti ripiomba addosso anche la tua logica ma, soprattutto, il tuo orgoglio e allora quella cataratta, quella patina, cade anche lei e vedi tutto. Tutto il bello che tale rimarrà ma anche tutte le stronzate che le persone hanno il coraggio di dirti, le stronzate che hanno il coraggio di bersi. Sono di nuovo a Milano e torno a rivedere i ricordi, nitidi, belli; torno a ripensare alle penombre e alle strade, al caldo di luglio e al freddo di febbraio. Sono di nuovo a Milano ma, soprattutto, ho di nuovo fame.

29 giugno 2013

Ciao Margherita


Oggi è venuta a mancare Margherita Hack, aveva 91 anni ed io la saluto così, con questo video. Perché proprio questo, vi chiederete, non ha nulla a che vedere né con lei, né con un lutto e, in più, è anche un video che sta scatenando un sacco di polemiche perché ritenuto sessista. Invece metto questo video perché, proprio in occasione di un lutto, chi rimane dovrebbe cercare di trovare, ovunque, un po' di allegria; metto questo video perché lei, a vederlo, si sarebbe fatta una risata, ne sono convinto, una risata sguaiata da toscanaccia. Ho avuto la fortuna di ascoltarla, qualche anno fa, in una scuola, parlare a dei ragazzi ed essere come si dovrebbe:pratica, diretta, goliardica. Metto questo video perché, se le avessero detto, "è sessista", se lo sarebbe guardato con più attenzione e si sarebbe fatta un'altra risata ed avrebbe esortato ad essere meno bacchettoni e un po' più attenti a guardare bene dove sta il vero "sessismo", in che pieghe si nasconde per davvero; lei, prima donna a dirigere un osservatorio astronomico, in Italia penso che sapesse bene il significato della parola "sessismo". Metto questo video per salutarla, lei, scienziata, comunista, tostissima perché, in fondo, è un bel modo per salutare, con una bel giro di basso. Mi dispiace sia andata via ma ha avuto una vita lunga, piena di soddisfazioni, molto più di quanto io stesso credo otterrò mai e sono triste, sì, sono triste che sia andata via perchè la cosa che punge, la cosa che fa male, non è sapere che lei non ci sarà più ma sapere che molte, moltissime merde, invece, sono rimaste ancora qui.

26 giugno 2013

Intervista ad un baol

Onde evitare orde di fotografi e autografi da firmare ho concesso al buon MikiMoz un'intervista esclusiva, correte a leggervela QUI

25 giugno 2013

La mala educacion

Questo è un post di scuse, sì, di scuse, perché oggi mi sono accorto che molti contatti della chat di Gmail risultavano bloccati da Google, a mia insaputa (sì, lo so, fa tanto politico italiano). Ho dovuto fare l'upgrade a Google+ per poterli sbloccare, praticamente Google mi ha costretto ad essere su Google+ (e m'ha pure costretto a trovare un nuovo feedreader perché Google Reader dal primo luglio non funzionerà più). Mi girano vorticosamente; scusatemi se non mi vedevate più online o avete pensato vi avessi bloccato. Scusate.

23 giugno 2013

Dei libri

Ho appena chiuso un libro, oddìo, non so quanto si possa usare il termine "chiuso" per un ebook, comunque l'ho finito un attimo fa e lo avevo cominciato ieri. Il libro è "Un lungo fortissimo abbraccio" di Lorenzo Licalzi ma, alla fine, non è del libro che voglio scrivere, non di quello nello specifico, almeno (che, comunque, a me è piaciuto molto). Da qualche anno, per ogni anno, mi creo un file in cui mi segno tutti i libri che leggo, appena finisco di leggerli apro il file e lo segno (non ditemi che pensavate che il post che faccio ogni inizio di anno lo facessi a memoria eh?!); anche questa volta ho fatto così e mi sono accorto che, dall'inizio dell'anno questo è il settimo libro letto. A marzo ero già arrivato a sei e poi, un blocco, non sono più riuscito a mettermi lì a leggere, aprire un libro (o un ebook) e tirare lungo per finirlo, sì, ho cominciato un libro di racconti di Durrenmatt ma, proprio perché sono racconti, mi sono fermato e ci ho inframmezzato il libro di Licalzi. Non lo so perché mi sono bloccato. No, in realtà lo so perché, e sono tanti motivi insieme; stanchezza, impegni, il tablet in fissa su Twitter, il pc in fissa sui blog, pensieri, parole, opere, omissioni...no, vabbè, questo magari c'entra poco. Tanti motivi, tutti insieme e tutti separati ma le parole dei libri non mi scendevano più perché dicono tutto e non dicono nulla ed uno si blocca ad interpretarle, a dire "ma io vivo in questa maniera?" oppure "allora anche a me andrà così" e si insinua in un vortice che, alla fine, non porta da nessuna parte. Non sempre eh, per me un libro è sempre stato un libro, rappresenta la bellezza che le sue parole riescono a costruire, le emozioni che riescono a dare, solo che, come una specie di nausea, ho cominciato a pensare che, a volte, è come se ci si faccia insegnare come vivere, dai libri, anzi, peggio, dalla nostra interpretazione dei libri, di quello che dicono, di quello che noi vogliamo ci dicano, come l'interpretazione di segni, a posteriori. In questo periodo lungo mesi m'è capitato (mi capiterà ancora, lo so) anche con le frasi lette online ma lì è diverso, prendi il poetastro da twitter e smonti la sua smielosità da operetta con una frase ad effetto oppure lo lasci stare, pensi "ma che cazzata" e vai avanti; anche con i blog, no? Succede la stessa cosa, alla fine, indeciso se lasciare o non lasciare un commento, se cominciare una discussione, oppure no. Di solito decido di lasciar perdere e poi, almeno i blog, so di essermeli scelti molto bene, mai avuto problemi. Un libro è diverso invece, è più intimo, è il tuo stesso rapporto con le pagine, con le frasi, con le singole parole, con la punteggiatura, addirittura; lì non si scherza, sei tu e il libro, ed il libro vince sempre perché lui racconta soltanto, poi sta a te. Mesi di lontananza dai libri ne ho avuti, altre volte, ma mai, come in questo caso, dovuti ad una rielaborazione del senso stesso dell'approccio alle parole. Si sa, in realtà quello che siamo è figlio delle esperienze vissute e percepite e forse anche quello ha contribuito a tenermi lontano dai libri, come se fossi consapevole che non me li sarei goduti, come se fossi andato in sovraccarico e ne avrei solo smosso le pagine e non è da me leggere in questo modo. Periodi, capitano a tutti, capiteranno sempre, per fortuna, perchè la monotonia è la cosa peggiore che possa capitare ma comunque, quando i periodi arrivano, bisogna vedere che cosa portano con sè, a me hanno portato, tra le altre cose, diverse consapevolezze, una è l'amore per i libri, per la loro scoperta, per le loro parole, le storie che raccontano, i sogni e le emozioni che fanno nascere. Le altre? Beh, le altre sono consapevolezze diverse, una di queste è che, ogni tanto, mi rompo il cazzo anche io.