01 aprile 2011

A te

A te, sì, dico a te, a te che mentre parlava la deputata Ileana Argentin hai detto "non fatela parlare quella handicappata del cazzo", a te che non hai nemmeno avuto il coraggio di mostrarti

MI FAI SCHIFO

e quelli che erano intorno a te, che magari hanno sorriso, magari accennato un applauso, che non ti hanno preso di forza e sbattuto fuori dagli scranni

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO

e quelli del tuo gruppo, quelli che lo sanno che sei stato tu, che magari adesso dicono che non si fa

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO


ed il tuo capogruppo, perché ce l'hai un capogruppo, quello che non ti ha buttato fuori, non ti ha cacciato, non ti ha radiato da qualsiasi elenco del cazzo in cui fai parte

MI FA SCHIFO ANCHE LUI

ed il capo del tuo partito, chiunque egli sia, rincoglionito da ictus o meno che non ti ha ancora mostrato in pubblica piazza e cacciato

MI FA SCHIFO ANCHE LUI

e quelli che ti hanno votato, tutti quelli che ti hanno votato, direttamente o indirettamente e che adesso non chiedono a gran voce le tue dimissioni

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO

Abbi almeno il coraggio di essere un uomo e di dire "sono stato io"

31 marzo 2011

L'uomo che risolve i problemi

Arriva in aereo l'uomo che risolve i problemi, con il jet privato, per essere precisi; lui se la sarebbe fatta a piedi camminando sulle acque ma gli hanno consigliato di tenere un profilo basso. Arriva con il sorriso delle grandi occasioni l'uomo che risolve i problemi, quello di maiolica, abbaglia le prime due o tre file e per sicurezza vengono distribuite maschere da saldatore alle donne anziane. Ha i tacchi alti e il culo basso ma non è la Ramona di Vinicio, è l'uomo che risolve i problemi, non ha avuto il tempo di crescere di più, lui doveva lavorare, crescere è roba per nullafacenti. Fa uno sguardo di commiserazione l'uomo che risolve i problemi, sa bene cos'è la pietà, glielo ha spiegato il suo segretario poco prima di scendere altrimenti si scordava, non ha tempo per queste cose l'uomo che risolve i problemi, lui risolve i problemi, non ha mica tempo di sapere quali. Abbraccia la folla con lo sguardo e bacia i bambini, l'uomo che risolve i problemi, bacerebbe volentieri anche la biondina in terza fila ma l'altro segretario gli ha detto che sarebbe meglio evitare; si è chiesto il perchè l'uomo che risolve i problemi, lui risolve i problemi, avrà diritto anche ad un po' di svago, cribbio! Perchè dice "cribbio" l'uomo che risolve i problemi, lo dice spesso, a volte è come la linea di sottolineatura nelle parole scritte; "io risolvo i problemi, cribbio!". Cammina per le strade l'uomo che risolve i problemi e vede che è stata davvero una visita improvvisata, non hanno fatto in tempo a spargere i petali, per questa volta si accontenta, l'uomo che risolve i problemi, perchè lui è magnanimo; il consigliere gli ha consigliato di fare il magnanimo e lui ha fatto una battuta su quello che c'era da magnare perchè è simpatico, l'uomo che risolve i problemi e ridono tutti alle sue battute, da nord a sud, rientrano un attimo la lingua e ridono. Uno, una volta, ha riso senza rientrare la lingua e se l'è morsa. Dice che in meno di due mesi farà tornare le cose come prima, ha inventato il teletrasporto l'uomo che risolve i problemi, tutta la gente applaude e dice "bravo"; farà tornare il turismo l'uomo che risolve i problemi perchè la gente lì vive con il turismo ed è preoccupata per il turismo; dice che ha comprato una villa, la gente è sempre più preoccupata per il turismo ma applaude e dice "bravo" e le donne dicono "bello" perchè il contratto diceva almeno cinque applausi due "bravo" e qualche "bello" alla bisogna. Torna a casa l'uomo che risolve i problemi, lo riportano sul jet privato e mentre guarda il mare fuori dall'oblò, si volta verso il segretario principale e gli chiede: "Com'è che si chiama il posto dove siamo stati?".



Dedicato ad un'isola meravigliosa e, visto lo stile, con tutti i limiti, ad Ascanio Celestini...

ps
Ho parlato di "meno di due mesi", circa 60 giorni, in realtà ha detto "60 ore"! Probabilmente non ce la faceva nemmeno la parte ironica del mio cervello ad accettare questa cazzata.

22 marzo 2011

Centrali "nuculari"

Sicuramente molti si staranno chiedendo perché non mi sono ancora espresso sulle centrali nucleari (perché tutti voi, la mattina, vi domandate su cosa mi esprimerò, quali pregnanti argomenti toccherò, quali illuminanti considerazioni partorirò...vero?!), però, siete dei bei curiosi eh? Eppure ci sono tanti argomenti su cui non mi sono mai espresso: la precessione degli equinozi, le monocotiledoni, il ripieno dei fichi secchi...no, un attimo, sul ripieno dei fichi secchi mi sono espresso ampiamente. Vabbè, la precessione degli equinozi è un movimento della Terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse; oh, non lo dico io, lo dice wikipedia, io non c'ho nemmeno capito niente in realtà, solo che si scombina tutto, che il Premier sia la nostra precessione degli equinozi? Chi ha detto "No, la nostra rottura di coglioni!"? Vabbè, cosa sono tutte quelle mani alzate? Abbassatele. Comunque non dovevo parlare di precessione degli equinozi, l'argomento all'inizio era un altro. Le monocotiledoni sono...ok, ok, la finisco (avete visto che ho messo pochissime parentesi? (Ecco, avessi finito di dirlo)). Dicevo che non mi sono espresso sulle centrali nucleari nè qui nè in nessuno dei millemila blog che hanno trattato l'argomento, molto di attualità sfortunatamente per la terribile disgrazia avvenuta in Giappone, perchè credo che abbiano parlato tutti tranne chi aveva titolo per esprimersi (che non sono io eh, ma gli esperti, i fisici (ma come, di colpo così serio? No, sono sempre scemo, solo che ogni tanto ho lampi di imbecillità (ok, ok, questa è di Flaiano))). Come la penso io? Non vedo le centrali nucleari come il problema, il problema lo vedo in chi le costruisce, come e dove lo fa; centrali fatte con cemento disarmato su un territorio instabile gestite da soggetti quanto meno inadatti, per non dire di peggio. Il problema sta nel partire già vecchi, con una tecnologia già sorpassata, senza investire anche in altro...insieme a quello. Ma allora tu vuoi le centrali nucleari?! Sì, ne ho giusto una in bagno, ci faccio andare la lavatrice. Vorrei solo che il problema fosse affrontato con il cervello, non con la pancia come si fa dalle nostre parti e soprattutto non mi piace il "Sì ma non nel mio giardino", troppo comodo! Adesso siamo spaventati da quello che è accaduto in Giappone, terribile, davvero terribile ma perché costruire una centrale nucleare su una faglia? Ancora me lo domando, perchè il Giappone è semplicemente l'emersione di due belle faglie che ballano la samba. Poi si parla delle scorie, di dove piazzarle, di dove metterle, altro problema molto importante; come ha giustamente detto la Littizzetto, non riusciamo a smaltire la normale immondizia e crediamo di poter smaltire le scorie? Cerchiamo di essere chiari su questa cosa, il problema non è l'energia nucleare che non è peggiore della termoelettrica, ma gli uomini che devono cercare di produrla, che, per farlo bene, devono rinuciare a far lavorare l'amicodelconoscentedelfratellodelministro, devono rinunciare a risparmiare sul materiale che viene utilizzato, devono rinunciare a prendersi delle belle stecche, devono rinuciare a tutto quello che, secondo loro, ci ha fatto "grandi"; è quello il problema e non la centrale, non la fissione, le barre di uranio e plutonio, l'acqua pesante, gli ioni, ecco, il problema non sono gli ioni, sono i coglioni, se da questi ultimi si potesse ottenere altrettanta energia saremmo i primi esportatori della stessa nel mondo; ci sarebbero i coglionodotti dall'Italia verso il resto del mondo; ne bastano due o tre che appaiono spesso in televisione e vedete quanta energia si produrrebbe! Ora so che magari potrei anche riceve delle gentilissime frasi del tipo, "allora fattela a casa tua la centrale nucleare, coglione!" (tanto per avere un po' di energia da me stesso, vi assicuro che ci sono state occasioni nella mia vita che con una sola frase avrei illuminato New York per tre capodanni consecutivi), io lascio i commenti aperti, sperando di non pentirmente...

17 marzo 2011

09 marzo 2011

Constatando

- Sai, come diceva Kierkegaard...
- Chi?!
- Soren Kierkegaard!
- Il centravanti del Goteborg?
- Il filosofo!!
- Aaah, era detto "il filosofo", allora non era centravanti, era regista!
- Ossignore! Era un filosofo danese del 1800.
- Io di danesi conosco solo i biscotti al burro, quelli che alzano il colesterolo anche solo leggendo l'etichetta della scatola.
- Ho presente ma non c'entra un cazzo. Insomma, vuoi sapere cosa diceva Kierkegaard oppure no?
- Ho qualche speranza che, dicendo no tu non me lo dica?
- Nessuna.
- Ok, cosa diceva Kierkegaard? Sono curiosissimo...
- Diceva: "La vita si può comprendere solo guardando indietro, ma si può vivere soltanto guardando avanti".
- Insomma, come la fai e la fai ce l'hai al culo!
- Il tuo dono della sintesi mi stupisce tutte le volte.

ps
il dialogo è inventato, sono semplicemente due delle mie troppe personalità che parlano tra loro :D

02 marzo 2011

400 parole

Ieri ha piovuto. Tanto. I tergicristalli spostavano secchiate d'acqua ad ogni colpo di spazzola e non facevano nemmeno in tempo a tornare indietro che dovevano spostarne ancora. Ho ripensato che avevo un ombrello, nella preistoria dell'adolescenza. Anche adesso ho un ombrello, anche più di uno ma sono ombrelli comunitari, di tutta la famiglia; nella preistoria dell'adolescenza avevo un ombrello tutto mio, era l'ombrello di mio nonno ed era mio; l'ho voluto quando mio nonno non c'è più stato, e l'ho avuto. Questo ombrello, nero, con il manico di pelle, nera, e la punta in metallo, era grande, da riparare due persone meno due spalle, ma a me non importava perché ero uno e quindi mi riparavo tutto per bene; i vantaggi dell'essere uno. A volte ospitavo sotto l'ombrello qualche amico ma erano passaggi saltuari, la maggior parte delle volte ero uno e mi salvavo dalla pioggia. Se non pioveva ma minacciava di farlo, con nuvole tutte grigie e compatte, portavo il mio ombrello con me e lo usavo a mo di bastone oppure, con la punta di metallo, schiacciavo con estrema precisione le ghiande cadute dagli alberi del viale. Nella preistoria dell'adolescenza, come diceva De Andrè, “mi innamoravo di tutto”, e andavo anche alle feste, anche quelle in maschera, quelle del carnevale; un anno mi sono vestito come Rosario Chiarchiaro, il protagonista de “La patente” di Pirandello, come lo fa Totò in una delle sue interpretazioni. Tutto fatto per bene: l'abito nero, il panciotto nero, la camicia bianca e la cravatta nera con il nodo piccolo, un po' storto ed allargato, i calzini neri e le scarpe nere di suola, i guanti neri, l'occhiale nero dalle lenti piccole e tonde e la bombetta nera, i baffetti neri, rasati con cura dopo averli fatti crescere, in previsione, e poi, come tocco finale, il mio ombrello nero con il manico di pelle, nera. Perfetto. Un giorno ho prestato l'ombrello a mio fratello, doveva andare a fare un servizio con la macchina; quando ho ripreso l'ombrello dalla macchina non era lo stesso, si era confuso, era un semplice ombrello nero con il manico di legno marrone. Credo che si sia rotto quasi subito, forse sentendosi non amato, ed io da allora non ho più un ombrello mio, a volte uso il primo che trovo, a volte preferisco bagnarmi la testa.

Quattrocento parole per il mio post numero quattrocento (comprese queste qui)

17 febbraio 2011

Domanda esistenziale

Ma perché nessuno mette più la scorzetta di limone nei fichi secchi?! Stamattina pensavo proprio a questo; guardate che è una cosa importante, la scorzetta di limone dà quel senso di acidulo e di fresco che contrasta con il dolce del fico secco. Stamattina ne mordevo uno (ok, erano due ma solo perché, per chi non lo sapesse, i fichi secchi si fanno accoppiati: si aprono i fichi dal culo (e questo fa capire che è un cibo molto italiano (mi sa che ho ricominciato col vizio delle parentesi)), si fanno seccare, si mette all'interno del fico una mandorla o, in alternativa, appunto, la scorzetta di limone (certi ci mettono anche i pezzetti di cioccolata ma poi diventa una cosa troppo da gourmet (e aridaje con le parentesi)), e poi, dicevo, si chiudono con un'altra coppia di fichi. Il tocco finale sarebbe spolverarli di cioccolato in polvere ma non chiediamo troppo alla provvidenza). Dicevo che stamattina ne mordevo un...due e mi è subito venuto in mente che più nessuno mette la scorzetta di limone; è piacevolo, quando mordi il fico, sentire la consistenza diversa della scorzetta di limone che ti esplode di gusto in bocca. Sono domande importanti queste, mi dicevo stamattina mentre mordevo i fichi e sfogliavo i giornali, ne va dell'equilibrio di una merenda, sottolineavo a me stesso mentre leggevo di processi e donne e "vado avanti". L'equilibrio di una merenda è importante, direi necessario addirittura, perché da lì dipende l'approccio al pranzo, a come ci poniamo davanti al piatto di pasta o di altro che ci attende verso mezzogiorno mentre cerchiamo in tutti i modi di non ascoltare quello che il telegiornale molto spesso non dice. Insomma mordevo e sfogliavo e guardavo le figure (certe figure di merda che vedevo sul giornale che non vi dico (ma non è che tutte queste parentesi danno fastidio?(mannò, nel caso me lo direste(me lo direste, vero?)))) e mi sono fermato con in mano la coppia di fichi meno un pezzo ed ho guardato il mezzo fico con il segno dei miei denti e dentro spiccava il bianco della mezza mandorla appena morsicata e mi sono subito chiesto perché nessuno mettesse più la scorzetta di limone nei fichi secchi, anche a livello cromatico eh, perché quel giallo che spunta (solo il giallo naturalmente, l'albedo sarebbe troppo amaro), quel giallo che spunta nel marroncino del fico secco, dicevo, ha anche la sua bellezza, è piacevole da vedere mentre osservi il mezzo fico con il calco dei tuoi denti. Sono domande importanti eh, mica pizza e fichi (appunto); a volte non ci si rende conto di quanto tutto questo sia pregnante, uno pensa "ma è solo un fico secco!", e no! A parte che sono due, come ho detto prima, ma pensare una cosa del genere denota una estrema superficialità; il giusto equilibrio palatale è una cosa di vitale importanza perché ne va dell'approccio che abbiamo alla giornata. Sono queste le cose importanti, altro che! Per questo stamattina, mentre sfogliavo il giornale facendo merenda mi sono giusto chiesto il perché nessuno più ormai mettesse la scorzetta di limone dentro ai fichi secchi, voi lo sapere?

11 febbraio 2011

Prima o poi



Oh sì, prima o poi lo faccio, prima o poi lo scrivo un racconto con questa colonna sonora, perché una voce così non va lasciata impunita, un ritmo così incalzante, il brivido che ti viene mentre ascolti guardando altrove, guardandoti dentro. Oh sì, prima o poi le metto in fila queste dannate parole, mentre ascolto la musica e magari muovo il piede e mi viene pure lo sguardo cattivo, tipo quello dei film americani o quello del Freddo di Romanzo Criminale, la serie eh, non il film. Prima o poi faccio ballare le dita sulla tastiera con questa Adele in sottofondo e rotolo anche io nel profondo ché mi viene così facile, ci metto un niente a diventare baratro e ad inciamparci pure ed allora, sì, via parole, una dietro l'altra, una in fila all'altra ché sono le parole ad essere brave, mica io, si mettono in fila, educate e ve le mandano a dire. Prima o poi, sì, lettera dopo lettera metto in racconto 'sta canzone, se lo merita anche solo per la mano che ti fa battere sulla coscia; secondo me parlerà di un omicidio, il racconto dico, parlerà di più di un omicidio e pure di una fuga va, che secondo me questa musica con la fuga ci sta bene e non è così poi? Non fuggiamo comunque tutti? "Da qualcosa" o "verso qualcosa", ma fuggiamo, magari facciamo entrambe le cose contemporaneamente, magari anche dalla stessa cosa. Sì, mi sa proprio che parlerà di questo il racconto, la musica scorrerà sotto e ballerà insieme alle frasi e insieme scenderà nel profondo. Sì, prima o poi mi godrò questa canzone mentre scrivo e dirò alla penna "fai tu che mi fido" e poi mi leggerò quello che ne sarà uscito fuori. Sì, prima o poi scriverò, voi intanto ascoltatela.

Naturalmente non smettete di dirmi i vostri luoghi del cuore, il post precedente è sempre aperto.

03 febbraio 2011

I luoghi del cuore

No, non è un post sul FAI, però nei commenti al post precedente si è parlato dei luoghi e dei ricordi che portano con se, del fatto di legarsi, per un motivo o per un altro, ad un posto in particolare e così mi sono incuriosito; voi ce l'avete un luogo del cuore? Un posto a cui sono legati sogni e ricordi? Penso proprio di sì ed allora, nei commenti, ditemi qual'è e per quale motivo e se avete anche una foto, tanto meglio, linkatela, anche se è vostra (tanto ci sono un sacco di siti di hosting che permettono di farlo) ed io poi li metterò tutti insieme...Sì, sono curioso come una scimmia ma magari poi ci metto anche uno dei miei...

25 gennaio 2011

Risolvere un problema

"Quello che devi fare è risolvere un enigma. e con gli enigmi, quello che devi fare è rifletterci per un po', considerare tutti i fatti che puoi scoprire e poi formulare un'ipotesi. Proporre una soluzione. Il passo successivo è fare quanto possibile per confutarla. Mostrare che i pezzi non si incastrano nel modo in cui avevi proposto: se ci riesci, proponi un'altra soluzione. E poi riprovi. La realtà è un puzzle ingannevole. capita che alcuni pezzi si incastrino fra loro, anche se quello non è davvero il loro posto. Alcune soluzioni sembrano giuste per un po' di tempo, ma poi fanno fiasco. La soluzione che tiene conto di tutti i fatti rilevanti e non può essere confutata - tutti i pezzi vanno a posto senza forzarli, e quelli nuovi si adattano a quelli che già abbiamo - probabilmente è quello che stavi cercando"

Kary Mullis - Ballando nudi nel campo della mente

Solo noi, in Italia, da circa vent'anni cerchiamo di risolvere i problemi sempre con la stessa soluzione...

16 gennaio 2011

Anche questo è un "tre parole"

Qualcuno si ricorda ancora dei miei racconti "solo tre parole"? Spero di sì perché io non me ne ero scordato affatto, solo che non sempre si va in linea con i propri desideri, soprattutto nello scrivere. Il 25 ottobre del 2009, temendo di avere l'immaginazione un po' assonnata ho chiesto ai lettori di propormi tre parole, un aggettivo, un sostantivo ed un verbo, ed io ci avrei scritto un post sopra, di proposte me ne sono arrivate trentatre ed io ho promesso a voi, ma soprattutto a me, che, anche se ci sarebbe voluto un secolo, avrei utilizzato le trentatre triplette. Solo che alcuni hanno esagerato con la proposta, una di queste è stata la volpe che, più che proporre le tre parole, ha proposto un vero e proprio plot, vi riporto il commento che lasciò ormai più di un anno fa e poi il racconto che ne è uscito:

Bene sono ancora in tempo....
Allora scelgo un altro metodo di ispirazione:
Soggetto: Pin-up
Esterno notte : banchina del porto
Oggetto: foglietto di carta
fin qui facile vero??!!
Difficoltà aggiunte: scimmietta ammaestrata- altalena appesa al ramo di un albero - messa cantata.

Si è proprio divertita, vero, beh, ci ho messo un bel po' ma finalmente il post dalle parole de la volpe è pronto


Un cumulo di neve sporca

Faccio sempre il turno di notte, soffro di insonnia, tutto quello che ho visto al massimo mi concede un paio d'ore di sonno tormentato e sfiancante più della veglia; e poi la notte mi è sempre piaciuta, si incrociano persone vere, le ore della notte cancellano la maschera di normalità che tutti indossiamo durante il giorno. “Abbiamo avuto la segnalazione di un cadavere al molo trentadue del porto, commissario, che fa? Viene con me?”, è quasi l'una ed una telefonata anonima ha appena fatto rimbombare le stanze del commissariato, il mio vice è entrato facendosi anticipare da un bussare leggero e mi fissa con gli occhi stanchi di chi ne ha vista una di troppo; la domanda me l'ha fatta per pura formalità, ci conosciamo troppo bene, sa che ci andrò anche io, come sempre. Quando arriviamo al porto il vento freddo di maestrale proveniente dal mare ci taglia la faccia scavalcando il bavero alzato; il cadavere c'è davvero, dietro uno dei container, proprio davanti alla banchina del molo trentadue, una ragazza, pallida, lunghi capelli neri a cornice del volto, un taglio ad aprirle il collo come un secondo sorriso e tutt'intorno una pozza di sangue vermiglio; gettata lì, come un rifiuto, vicino ad un cumulo di neve sporca. Ad individuare chi è ci mettiamo poco, vicino al corpo c'è una borsa e non è stato rubato nulla, documenti, soldi, cellulare. Si chiamava Marie Swan ed aveva ventidue anni, faceva la pin up in un locale di burlesque del centro; indossa ancora il costume con pizzi e bustino che, probabilmente, usava sul lavoro; nella mano sinistra stringe un foglietto di carta con una frase in corsivo elegante: “Lo farò ancora”. La storia di Marie è quella di tante; un piccolo paese di provincia, la vita sempre uguale da generazioni, la scuola, il coro della chiesa, magari il ruolo di solista nella messa cantata di Pasqua o Natale ed i sogni che iniziano a stare stretti. Ne arrivano tante qui, in città, di ragazze uguali a lei, alcune hanno fortuna, altre incontrano la persona sbagliata, come è successo a Marie, e finiscono in un gioco più grande di loro. C'è chi crede che la cosa peggiore di questo lavoro siano le vittime, lo scempio che di loro l'umano è capace di fare, ma non è così, la cosa peggiore e chi rimane, guardare negli occhi un marito, un figlio, una madre, mentre dici quello che è accaduto, vedi il dolore, lo senti, ti arriva forte, in faccia, come uno schiaffo e poi vedi tutti i dubbi e le domande del mondo che spengono lo sguardo di chi hai di fronte. Non delego mai questo compito, lo faccio sempre io, come un'espiazione dei mali del mondo; anche in questo caso faccio così, decido di farmi accompagnare da un'agente in un silenzioso viaggio verso la provincia, verso un parente ignaro, prima che lo scopra in qualche altro modo. La casa d'infanzia di Marie è una villetta in periferia, un prato, cespugli e qualche albero e, ad uno di questi, un po' sulla sinistra della casa, appesa ad un robusto ramo, una vecchia altalena che avrà sicuramente accompagnato tanti momenti di Marie; mi sembra quasi di vederla, cercare di afferrare il cielo, cercare di salire ancora più su. La donna che mi viene ad aprire ha meno di cinquant'anni, lunghi capelli neri come la figlia ed in mano un canovaccio per asciugare i piatti appena lavati. Quando le dico chi sono il sorriso le si appiattisce in uno sguardo di preoccupazione, mi fa accomodare in un luminoso salotto con una vetrata sul giardino da cui si vedono perfettamente gli alberi e l'altalena. La stanza è piena di foto di Marie, della sua infanzia, proprio davanti a lei, sul tavolino, ce n'è una in cui una Marie di circa dieci anni tiene in braccio, divertita, una scimmietta ammaestrata, di quelle con il gilet rosso ed il fez, probabilmente scattata ad una fiera o ad un circo. Quando le dico cosa è successo, mentre recito il solito copione di formalità, le sue nocche sbiancano stringendo il canovaccio ed esplode in un pianto silenzioso tenendosi la testa tra le mani. Mi racconta di sua figlia, della sua vita e delle scelte fatte, del suo non farle mai mancare l'affetto attraverso una telefonata, una lettera; ascolto senza dire nulla, sono venuto per quello, per assorbire le sue parole. Quando sto andando via, sulla porta, mi accorgo di avere ancora in tasca il foglietto di carta che le abbiamo trovato in mano, “Lo farò ancora” e guardando negli occhi ormai spenti quella donna, faccio quello che un buon poliziotto non dovrebbe fare mai: prometto.


Solo un'ultima cosa, una dedica; il 14 dicembre scorso è stato il ventennale della morte di Friedrich Dürrenmatt e lo scorso 5 gennaio il novantennale dalla nascita; considero Dürrenmatt un grandissimo scrittore che ha ricostruito il romanzo giallo, per questo, questo post è dedicato alla sua memoria.

11 gennaio 2011

Dei blog che chiudono

No, non temete (o festeggiate), non ho intenzione di chiudere il blog, solo che, nei commenti, mi è stato fatto notare come sembrasse che non volessi più questo blog ed allora mi sono soffermato a pensare. Sono 11 giorni che è iniziato il 2011 ed io non ho ancora scritto nulla e nemmeno in questo momento ho le idee molto chiare su cosa voglio scrivere. Non è il blog che mi pesa, a volte mi pesa la mancanza di voglia, a volte la rabbia mi fa venir voglia di mettere un grosso BLOG CHIUSO e amen ma poi mi fermo, mi fermo per tutto quello che questo blog significa per me. Più di 4 anni di parole e persone, persone che posso chiamare "amici" senza temere di esagerare; sono stato invitato a compleanni, a matrimoni, ho ricevuto parole di amicizia, di solidarietà, sono stato spronato ed io ho reso altrettanto. Ci sono blog che chiudono perché nascono, espressamente, a tempo, perché ci si è posti l'impegno di fare una cosa al giorno, per un anno, o cose simili. Ci sono blog che chiudono perché la vita ti porta a fare altro, perché arriva un momento in cui devi scegliere e scegli la cosa che, in quel momento, ti preme di più; magari poi ci ripensi, torni indietro sui tuoi passi, però, intanto te ne vai per un po'. Ci sono quelli che minaccia e chiudono e cambiano ma non ce la fanno a stare per troppo tempo lontani. I blog chiudono per tanti motivi, oppure siamo noi che non li leggiamo più, per i motivi più disparati, perché ci accorgiamo che di sentire le stesse identiche cose post dopo post ci siamo stancati; altri non li seguiamo più perché, dopo che ti contattano per chiedere di passare, dopo che li leggi, manco si degnano di ricambiare la visita, potrebbero anche essere le penne migliori del nostro tempo ma, francamente, me ne fotto. Altri non li leggi per invidia, sì, l'invidia che, sfortunatamente, è un sentimento molto umano. In più di 4 anni di blog, con tutte le persone che sono passate, da cui sono passato io, ogni tanto mi chiedo dove siano, che fine hanno fatto, per curiosità, a volte per preoccupazione. Ci sono tanti motivi perché chiudono i blog, perché chiudono in generale o perché chiudono per noi e sono tutti motivi leciti, personali, comprensibili però ultimamente c'è un blog che ha chiuso ed il cui motivo mi ha intristito e fatto incazzare: il blog è quello di Alby ed Ivonne, Alive2, la splendida famiglia la leggevo da poco, ci deliziava con lunghi post divertenti e poetici, ci raccontava e ci mostrava tutta la famiglia...solo che un pedofilo si è intrufolato sul loro sito e loro sono stati costretti a chiudere ecco, a me 'sta cosa mi fa proprio incazzare.

29 dicembre 2010

Chiudiamo il 2010 per favore...

1) Noah Gordon – Medicus
2) Gianrico Carofiglio – Né qui né altrove (riletto)
3) Niccolò Ammaniti – Che la festa cominci
4) Piergiorgio Odifreddi – Perché non possiamo essere cristiani
5) Giorgio Scerbanenco – Milano calibro 9
6) Alessandro Baricco – Novecento (riletto)
7) Aldo Nove – Milano non è Milano
8) AA. VV. – Crimini italiani
9) AA. VV – Rac-corti
10) Maurizio Crozza – Buonasera onorevole
11) Gianrico Carofiglio – Le perfezioni provvisorie
12) Piergiorgio Odifreddi – Il matematico impertinente
13) Niccolò Ammaniti – Ti prendo e ti porto via
14) Tullio Avoledo – Mare di Bering
15) Scarlett Thomas – Che fine ha fatto Mr Y.
16) Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare
17) Raymond Queneau – I fiori blu
18) David Foster Wallace – Brevi interviste con uomini schifosi
19) Johann Wolfgang von Goethe – I dolori del giovane Werther (riletto)
20) Giampaolo Perna – Ansia
21) John Kennedy Toole – Una banda di idioti

Questo è quello che ho letto durante il 2010, insieme a riviste, fumetti, giornali, avvertenze, bugiardini, istruzioni e, naturalmente, i vostri blog. Questa lista non riporta voti o consigli, non è una classifica né una recensione, sono solo i libri che ho letto (a volte, per poter scrivere i reloaded, riletto), se volete sapere come sono, chiedete. Pensavo che ne avrei letti anche meno in questo 2010, invece sono arrivato a quasi due al mese, considerando che, come lettore, sono altalenante, alterno periodi di lettura feroce ad altri di non lettura; visto che però mancano due giorni alla fine dell'anno, anche iniziando un libro adesso, non credo che riuscirei ad allungare la lista. Insomma, è finito anche il 2010 ed adesso uno dovrebbe pure fare dei bilanci, cosa che, visto il mestiere che faccio, dovrei saper fare bene eppure è sempre difficile perché, a volte, si è troppo concentrati su come ci siamo sentiti negli ultimi giorni per poter davvero analizzare come è stato tutto l'anno passato. Per me è stato un anno strano, bellissimo e bruttissimo, ho incontrato delle persone meravigliose, che hanno arricchito la mia vita e, per un caso (s)fortuito del destino ho anche incrociato degli essere ripugnanti (non riesco a chiamarli in altra maniera...e considerate che sono una persona molto obiettiva); ho visto posti bellissimi nonostante sia un personaggio stanziale e vissuto giorno per giorno il grigiore di dove vivo; ho sorriso felice ed inghiottito incazzato. Il 2010 è stato l'anno vissuto qui, tutto, totale e totalizzante, con momenti di euforia (pochissimi) e momenti di scazzo&sconforto (quasi tutti); sono una persona fortunata, dopotutto, lo so bene e non sputo su questa fortuna. Spero che il prossimo anno sia uguale e migliore nelle cose buone e che si ribaltino completamente le piccole, medie e grandi sfortune, che diventino fortune; auguro a voi la stessa cosa. Questo blog forse si prende una pausa, forse no, forse breve, forse lunga...o magari domani scrivo ancora.
Un abbraccio a tutti

24 dicembre 2010

Ambivalenza...



Siamo alla vigilia, la vigilia di Natale e, come è noto, bisogna essere tutti più buoni ma, visto che in ognuno di noi c'è bene e male, calma e rabbia, bontà e cattiveria e che siamo come metronomi che si alternano tra uno stato e l'altro ad una velocità dipendente dalla nostra musica, dal momento e da altri cazzi allora ho deciso di andare in controtendenza e dire:

vaffanculo

vaffanculo a chi cerca di zittirci con il dito al naso e la prosopopea di non so cosa
vaffanculo a chi ci fa fare il sangue amaro, a chi ci riempie di livore
vaffanculo a chi crede, costantemente, di avere tutte le risposte e non si pone mai un dubbio
vaffanculo a chi quelle risposte te le vuole dare anche se non gli fai nemmeno una domanda
vaffanculo a chi non sa capire quando è il momento di levarsi dai coglioni
vaffanculo a chi, continuamente, ammazza i sogni delle persone
vaffanculo a chi se ne frega di povera gente su una gru
vaffanculo a chi se ne sbatte della gente che manifesta
vaffanculo a chi, ogni giorno, si pulisce il culo con la democrazia
vaffanculo a chi non sa far altro che metterla in violenza
vaffanculo a chi si mette sette contro uno
vaffanculo a chi si beve le stronzate
vaffanculo a chi parla per partito preso
vaffanculo a chi ci taglia la strada e ci frega un parcheggio
vaffanculo a chi si prende tutte le precedenze
vaffanculo a chi non ha le palle
vaffanculo a chi pensa di avere i diritto di poter far tutto
vaffanculo a chi fa sciacallaggio del dolore
vaffanculo a chi ruba senza avere fame
vaffanculo a chi uccide un qualsiasi essere vivente solo per piacere
vaffanculo a chi stupra con il corpo o con le parole
vaffanculo a chi instilla la paura
vaffanculo a chi evade le tasse e crede sia pure giusto
vaffanculo a chi ti guarda storto se fai qualcosa che non piace a loro
vaffanculo a chi non rispetta le idee degli altri
vaffanculo a chi non rispetta proprio del tutto, gli altri
vaffanculo a chi dice che è da stupidi pensare solo all'immagine e poi ti giudica solo con uno sguardo
vaffanculo a chi picchia gli indifesi
vaffanculo a chi fa distinzione tra le razze
vaffanculo a chi fa di tutta l'erba un fascio
vaffanculo a chi predica bene e razzola male
vaffanculo a chi ti dice "tanto non capisci"
vaffanculo a chi si permette di giudicare la tua libertà

Ed a voi invece, a voi che siete tutti gli altri, a voi a cui sono affezionato, a voi a cui voglio bene; a tutti voi non vanno le cose dette prima a voi dico...

17 dicembre 2010

Campagna acquisti

Secondo me alla fine si confonde, mette Cassano sottosegretario e Scilipoti dietro le punte.

13 dicembre 2010

Un anno che sto qui



Mi piace questa canzone, si porta con sè un sacco di ricordi. Ce l'ho nel mio lettore mp3 da tempo e mi ricorda mille e mille passi, messi uno dietro l'altro, quando vagavo per le strade di Milano con gli occhi lanciati in giro e la musica nelle orecchie. Ormai è più di un anno che sono tornato e c'è ancora gente che si meraviglia del perché questa città mi manchi così tanto, del perché io la consideri bella; "Bella? Milano?! Ma sei pazzo??", spesso non ci perdo nemmeno il fiato a spiegare il motivo, se parli con persone che non vogliono ascoltare, perché sprecare le parole? Come glielo spiego il piacere di camminare senza avere davvero una meta, cercando solo di seminare i pensieri e riuscendoci benissimo? Come spiegare il vorticare di facce tutte diverse che si mischiano in una babele di lingue e dialetti? E poi il perdersi, solo con una cartina sgualcita in mano, tra le vie di una città in cui non sei un turista, una città che stai vivendo, che ti sta vivendo. Perdere lo sguardo nel cielo terso di maestrale che disegna il suo celeste acceso tra i palazzi, respirare l'aria fredda e buttarla fuori come sbuffi di vapore, solo con il naso a prendere aria. Come spiegare la luce trasversale del sole che, in una domenica mattina di gennaio, cade sul sagrato di Sant'Ambrogio e fa brillare la neve caduta da pochi giorni? Oppure la follia del carnevale che esplode in un arcobaleno di colori accesi tra piazza Duomo e via Torino? Come spiegare piazza Cordusio e le sue luci in una sera di ottobre, il primo vero impatto con la città dopo il tramonto? Oppure un giapponese solitario che nel freddo di una sera di gennaio fotografa le vetrine di via Montenapoleone con la sua macchina fotografica e il suo treppiedi. Questa canzone, insieme ad altre, rappresenta i chilometri di marciapiedi ed asfalto camminati senza fretta, per passare il tempo, da solo, volutamente e piacevolmente da solo perché senti il bisogno di farti delle domande anche se non ti interessa risponderti. Un anno che sto qui, che sono tornato, non so se per una decisione oculata o avventata, un anno che i ricordi a volte mi coccolano, a volte mi assalgono mozzando il fiato con il loro suono del "non torneremo più", sapendo che rimarranno chiusi nella mia testa, fatti di facce, posti, colori, sapori e suoni.

06 dicembre 2010

Da una foto

foto presa da qui

In medio stat virtus

- Miché, hai finito con l’immondizia?
- Sì, sì, è tutto davanti all’entrata, speriamo che arrivino presto a ritirarla perché me ne voglio andare a casa.
Tutte le sere così, ti ci vorresti mettere anche tu in quel cumulo di sacchi neri e farti portare via, i piedi gonfi, gli occhi rossi, il mal di schiena, la puzza di fritto e non so che altro che ti è entrata dentro la pelle, forse dentro le ossa. Arrivi a sera e ti senti svuotato, con tutta la tua forza che si è consumata, persa negli occhi delle centinaia di facce che ti sono passate davanti con l'unico sollievo del sorriso di una turista che non sarà bellissima ma almeno ti sorride, in mezzo a maleducazione, fretta, richieste assurde, lamentele. A volte nemmeno le pause ti puoi godere, magari sei lì che, dopo esserti avvelenato con non sai cosa, ti avveleni con la cara vecchia nicotina; stai appoggiato al muro o seduto sul primo ripiano stabile ad altezza culo che trovi e ti arriva uno che ti chiede: “Ma non ti fai schifo?”e mentre cerchi qualcosa per tirarne in ballo la madre o, almeno, una sorella, già sai dove andrà a parare ché dopo un po’ capisci come vanno le cose e senza attendere la tua risposta, continua: "Non ti fai schifo? Stai avvelenando tutte quelle persone!" e tra le mille possibilità, tra tirare fuori una battuta come “Vabbè che il fumo passivo uccide ma non pensavo che da qui arrivasse fino dentro” oppure mandarlo a fanculo e rientrare, te ne stai lì e ti sorbisci la ramanzina perché quella è la tua cazzo di pausa e non puoi interromperla per lui. Ti sorbisci la storia della carne macinata fatta con non si sa cosa, macellando anche altri tessuti insieme alla carne; del pane che è un mistero di natura, degli additivi zuccherosi per far venire fame, delle multinazionali e dello sfruttamento; e vorresti rispondere, dire che non sai un cazzo di cosa c’è nella carne, che non sai se i panini marciscono o meno perché a te ti hanno detto che dopo un tot che stanno sullo scivolo senza essere comprati vanno eliminati e che, quindi, non hanno nemmeno il tempo per raffreddarsi pensa tu quello per marcire. Vorresti indicargli il barbone che sta mangiando un hamburger seduto per terra e dirgli che quel tizio con i due euro che aveva in tasca è comunque riuscito ad avere un panino con dentro della carne e dell’insalata, è riuscito a pranzare anche oggi e vorresti dirgli che, quando capita, se ci riesci, gli passi pure un po’ di patatine fritte di nascosto e se così lo hai avvelenato beh, è una cosa del lungo periodo ma, nel breve, ha evitato di saltare il pranzo. Vorresti rispondergli che pure tu, ogni tanto, te ne mangi uno e che ti piace, che non sai cosa ci mettono dentro per farlo piacere ma che quello che ci mettono fa la sua porca figura perché funziona alla grande; vorresti dirgli che respiri ogni giorno tanta di quella merda che mangiare quel panino qualche volta non è nemmeno il peggio. Vorresti dirgli che anche tu, come il barbone, ti compiaci di riuscire a pranzare spendendo poco o nulla perché anche a te piace mangiare le cose genuine ma, nel mondo, in quella città, con quello che si spende per mangiare una sola volta una cosa genuina, lì dove lavori ci mangi una settimana; perché, ed è questo che vorresti fargli capire, quello che lui vede come il nemico per te è solo il posto dove lavori, che non te lo sei scelto tu, che a ventisette anni, una laurea di primo livello in lettere e filosofia, tu, volentieri, faresti altro ma che hai trovato solo quel posto del cazzo in cui, a turno, cucini, friggi, vendi, servi e pulisci e che quindi, sinceramente, in quel momento hai, egoisticamente, altri cazzi a cui pensare. Vorresti dire tutto questo ma non lo dici, perché sarebbe inutile e farebbe solo prolungare la sofferenza mentre, con il silenzio, speri che si stanchi e ti lasci in pace, magari concludendo con il più classico dei “venduto”; se davvero sono un “venduto” devono avermi comprato ai saldi, vista la cifra irrisoria pagata. Non rispondi però, anche perché non ha nemmeno torto, te ne accorgi anche tu del costante odore dolciastro che c'è lì e che dalle narici sale a rincoglionire le cellule cerebrali fino a fargli credere di avere fame; li vedi anche tu i bambini sempre più obesi ed irascibili e maleducati che si ingozzano di panini enormi e litri di bevande; sai che c'è qualcosa di sbagliato, di esagerato, come di corsa verso un traguardo che non si raggiungerà mai veramente. Quelli che ti vengono ad urlare contro sono tanti e tutti diversi, c'è chi ci crede veramente e chi lo fa per moda, chi lo fa con la pancia piena di cose salutari e chi vorrebbe solo migliorare le cose, chi è insensibile a necessità e ragioni degli altri e chi ha orecchie per ascoltare. Sono due estremi e, come la verità, tu stai semplicemente nel mezzo.
- Miché, sveglia! alzati da quella sedia, sono arrivati, dai che ce ne andiamo a casa.
- Arrivo.

Memento audere semper

Ci lavoro da cinque anni.
“Tanto per non stare senza far nulla, mentre cerco altro...”
Così avevo detto a chi mi conosceva e veniva a mangiarsi un Mac, o forse è così che ho raccontato a me stessa, una specie di autoconvinzione... poco convinta. Poi, tra un Mc Chicken e un Royal Delux, il “cerco altro” se ne è andato a far benedire e con esso i miei sogni, i miei studi, le mie ambizioni.
Quando per anni avevo fatto laboratorio nella facoltà di archeologia, non avrei mai pensato che mi potesse tornar utile per riconoscere e dividere un Happy Meal da un Menu Salads Plus. A pensarci oggi però, non ci passa un granché di differenza: prima catalogavo resti ossei, oggi imbottisco panini con resti di cadaveri più o meno recenti. Sarei tentata dall'azzardare una prova del C14, sai che sorprese...
Qui dentro le bestie arrivano già sezionate, la loro carne trita, mischiata a “chissàcos'altro” è identica per dimensioni, odore, sapore (dicono) e io scarto e confeziono un prodotto che non considero nemmeno cibo, sorrido alla mamma che premia il suo bimbo portandolo alla grande M, le auguro un buon break e le consiglio il muffin al cioccolato “che oggi è in offerta con due 0.3 di coca”. La vedo fulminare un tipo che fuma sull'uscio dell'entrata, come se quello che lascia ingurgitare al figlio sia meno dannoso della nicotina. Faccio l'occhiolino al piccolo che con un sorso ha già finito metà bibita e...

… tutto ad un tratto sono minuscola, entro di traverso nella poltrona di pelle marrone e verde bottiglia che i miei nonni hanno in cucina, di fianco al camino in pietra, sono le sedici e ho ancora gli occhi appiccicati per il riposino post pranzo; un Paolo Bonolis giovanissimo, ma già brillante, conduce Bim Bum Bam e io attendo fiduciosa la sigla degli snorkies, mia nonna mi porge un piatto di ceramica che io afferro senza distogliere lo sguardo dallo schermo, con le piccole dita stringo qualcosa e, solo dal gusto, riconosco quel pane fresco fatto in casa e quei pomodori maturi, rossi, che mio nonno riporta dalla campagna...

“Per me un Filet-o-Fish e una patatina piccola”
In una frazione di secondo ritorno grande e nostalgica...
“Subito”
Dalla cucina sale il calore e l'unto delle friggitrici, quest'olio me lo sento sempre addosso, mi è entrato nella pelle. E' il Mc che appartiene a noi o siamo noi che apparteniamo a lui? Io mi sento sua prigioniera, o prigioniera di questo sistema che ti permette di vivere (sopravvivere) solo se ammazzi i tuoi sogni, “perchè lavoro è sacrificio” e gli ideali, bhè quelli... non ti danno da mangiare.

“Nonna mi dai l'acqua?”... i denti li affondo nel pane e pezzi di pomodoro salati mi cadono nel piatto che reggo sotto il mento, proprio come mi hanno insegnato... “sennò ti sporchi...”. Un intermezzo simpaticissimo mette Marina Morra e Uan a testa in giù e non mi spiego perchè, quando lo faccio io contro il muro, a me si “sparano” in aria anche i capelli... a loro no! In qualche modo ho “impomodorato” la maglietta cambiata solo stamattina, sbircio verso mia nonna che “capa” le verdure seduta al tavolo e mi prendo la frecciata che già sapevo di meritare: “mo te la tieni così!”. Mi guardo il petto e penso che quando ti sporchi non puoi che gioire, non hai più l'obbligo di stare attenta nel mangiare....

“Signorina il mio Mc Menu?”... “Si, si, un attimo e le porto tutto”. Oggi non riesco a lasciare fuori i pensieri, non che di solito mi rimanga facile concentrarmi nel lavoro ma... in alcuni giorni la mente non ne vuole sapere di rimanere dentro i “recinti” imposti dal dovere. Appena giro l'angolo della cucina mi sparo in gola, al volo, un sorso d'acqua e mi scuoto la testa insistentemente come a voler cacciare uno sciame d'api fuori dalle orecchie. L'orologio a muro fa le 15:05... “forza che tra un'oretta sei fuori di qui...”. Mr Potato mi sorride con rassegnazione, gli abbiamo affibbiato questo soprannome da quando è arrivato e ora, a dirla tutta, non ricordo più il suo nome. Mi fa un cenno con la testa, le patate sono pronte... si finisce così quando passi otto ore davanti ad una friggitrice? L'olio ti tira via tutta l'espressività e ti si svuotano gli occhi e la mente?

“Cento nani stupirò che goloso lo yo yo.... che sorpresa scoprirò se mi mordo lo yo yo... ho trovato lo yo yo molto in alto volerò... io mi mangio lo yo yo, un perchè lo troverò!”... mi stringo le gambe al petto e penso che qui, in casa di nonna, lo yo yo non s'è mai comprato: “Che Stefano ce l'ha gli yo yo nonna?”. Stefano ha un emporio, un piccolo, minuscolo, negozio (che null'altro è che il suo garage di casa) dove dentro si vende di tutto, dalle sigarette, agli alimentari, ai regali... “e penso di si, ma che ci devi fare? Quelli ti fanno male!”. C'ha gli occhiali un po' scesi sul naso nonna e quando mi risponde mi guarda da sopra le lenti, il ciglio sempre un po' arcuato e il tono di chi va sempre di fretta e non ha tempo da perdere. A me piace guardarla quando fa gli gnocchi (a volte riesco anche a fregarne qualcuno crudo da mangiare sotto il tavolo) e i lavori ai ferri, ma mai mi aspetterei da lei un gesto d'affetto esplicito... “Bhè che so mo ste stupidaggini? Vai a giocà, corri...”. Spalanco così forte la porta a vetro di casa che le grate di ferro sbattono sul muro, la sento urlare qualcosa ma sono già lontana, con i piedi sui pedali della mia graziella fucsia...

“Oh le vuoi ste patatine o no?” mi fa Mr Potato mentre si passa la manica del grembiule bianco sopra la fronte. Le afferro al volo, forse anche troppo al volo, ne vedo cadere a terra una decina e, nel tentativo di riprenderle, rovescio tutto sul pavimento. Rimango ferma ad osservare quello che qualcuno (non di certo io) ha combinato, mi sfilo il grembiule dalla testa, non sento più il vociferare della sala, nessun odore di fritto mi arriva alle narici... ci sono solo io, la mia bici, l'aria rovente di agosto in faccia, la campagna verde e marrone che mi scorre sui fianchi... la mia felicità.


Questi due racconti nascono entrambi ispirati dalla foto che c'è in apertura; uno e mio e l'altro di Maraptica; tutto nasce da un suo post, dopo averlo postato le ho mandato, tanto per prenderla un po' in giro, quella foto ed alla fine abbiamo deciso di cercare di scrivere, entrambi, un racconto ispirato a quella per vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori, ed eccoci qui.