25 giugno 2014

La misura del cazzo che me ne frega

Giusto poco fa, in un simposio su Twitter, si discuteva animatamente con altri esimi studiosi sulla misura che può assumere, in particolari situazioni, il cazzo che me ne frega. La discussione contrapponeva gli “statici”, che ipotizzano una misura costante del cazzo che me ne frega, uguale per tutti e molto ampia, e i “dinamici” che, invece, sono dell’idea che il cazzo che me ne frega sia variabile. Essendo io uno dei massimi esperti del cazzo che me ne frega vorrei, dunque, chiarire una volta per tutte la querelle: il cazzo che me ne frega, che alcuni, molti, chiamano anche “il cazzo che me ne fotte” e altri ancora, meno, “il cazzo che me ne sbatte”, per lo stesso riferimento all’organo in questione, è variabile. La sua elasticità o anelasticità varia in base a molte, scusate la ripetizione, variabili; anche la stessa identificazione della misura non ha avuto una classificazione metrica precisa, c’è chi parla di metri, chi di chili, chi di yarde, chi di pounds, metri quadri, metri cubi, eoni, parsec e via così; questo, però, non incide sul fatto che il cazzo che me ne frega subisca forti variazioni, anche basate su progressioni geometriche, sulla base di molteplici fattori. Uno dei fattori è lo stato del soggetto che chiameremo “passivo”, ovvero colui che quantifica il cazzo che me ne frega; se il soggetto passivo si trova in una condizione di empatia, dovuta al buon andamento della giornata, oppure, più probabile, all’assunzione di sostanze psicotrope, il cazzo che me ne frega è di dimensioni molto ridotte, a volte anche nulle, anche di fronte a notizie di importanza vitale quali “Hai visto il nuovo taglio di capelli di Rihanna?!”. Sono chiaramente, questi, stati di alterazione che capitano raramente, per fortuna, perché, di solito, la misura del cazzo che me ne frega del nuovo taglio di capelli di Rihanna è pari, spesso e volentieri, ad un campo di calcio compresa pista di atletica. Un altro dei fattori che incide sulla misura del cazzo che me ne frega è il soggetto che chiameremo “attivo”, ovvero quello che interagisce con il soggetto passivo e su cui quest’ultimo parametrizza il cazzo che me ne frega. Tale variabile è soggetta, chiaramente, al concetto quanto mai poco identificabile e valutabile dell’affezione; c’è un rapporto di semi proporzionalità indiretta tra affezione e cazzo che me ne frega: più è alta l’affezione nei confronti del soggetto attivo più è bassa la misura del cazzo che me ne frega, e viceversa. Per fare un esempio che può essere chiaro a tutti, se la persona che amate vi comunica che il suo punto di vista sulla questione mediorientale è di favore ad un sottogruppo di matrice cattomusulmana composto da tre membri che non si conoscono, voi chiedete addirittura i nomi dei tre; mentre se il collega dell’ufficio vicino che spara cazzate alla velocità di un Uzi vi chiede quale sia l’indirizzo mail del cliente su cui state lavorando così da mandargli il report del lavoro al posto vostro, firmato però da voi, voi rispondere: “sono le quattro meno un quarto”. Questo avviene perché nel primo caso la misura del cazzo che me ne frega è praticamente nulla, in inversa proporzionalità con l'affetto che provate (o con la misura del reggiseno del soggetto attivo); mentre nel secondo caso la misura del cazzo che me ne frega è pari alla distanza tra la Terra e la Luna passando prima da Plutone. I più attenti di voi avranno notato che, però, ho parlato di SEMI proporzionalità, per il semplice motivo che esiste quello che noi scienziati chiamiamo BBP, Breaking Ball Point, Punto di Rottura dei Coglioni che sfalsa la proporzionalità relativa alle alte affettività: se una persona verso cui provate alta affettività insiste su posizioni chiaramente sbagliate e controproducenti che continua incessantemente a professare come verità assolute autoconvincendosi, si raggiunge il BBP e la misura del cazzo che me ne frega raggiunge estensioni che vanno a comprendere anche la quarta dimensione. L’ultimo dei fattori che possono modificare sensibilmente la misura del cazzo che me ne frega, forse il più importante, è l’oggetto su cui si basa il cazzo che me ne frega, l’argomento specifico; va da sé che, su argomenti importanti, quali il mio stato di salute, lo stato di salute dei miei cari, cosa si mangia a pranzo e, soprattutto, l’ammontare delle birre in frigo, il cazzo che me ne frega rasenta lo zero e, a volte, è anche un numero negativo; mentre, nel caso di comunicazioni riguardanti personaggi mai cagati nemmeno di striscio, posizioni politiche basate sull'estremismo, esultanze sportive di dubbio gusto ed esposizioni personali non richieste, la misura del cazzo che me ne frega arriva a livelli di guardia. Come avete visto, dunque, la misura del cazzo che me ne frega non è affatto statica ma dinamica e variabile sulla base di “quando”, “chi” e “cosa” e raggiunge, spesso e volentieri, dimensioni ragguardevoli.

22 giugno 2014

Try walking in my shoes



Now I'm not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

20 giugno 2014

Antenne


La sera si fa spazio dentro il giorno, piano, quasi chiedendo permesso e muta la luce, senza uno stacco, senza un'indecisione.

15 giugno 2014

I awake



La prima cosa che gli venne in mente fu il desiderio di non essere lì, di cacciarsi in gola quella fottuta birra, alzarsi e, con il passo più svelto che potesse, raggiungere la prima fermata della metro disponibile, vedere quale treno partisse prima e saltarci su, direzione “vaffanculo”. Bevve solo un sorso, sperando buttasse giù quel nodo enorme e, magari, si portasse appresso un po' d'aria perché gli sembrava non ne entrasse più da un pezzo. Ascoltava capendo tutto e sentendo niente o sentendo tutto e capendo niente; dentro gli si sommavano “ma” come se fosse un'addizione infinita, emetteva dei rantoli che, a quanto pareva, in realtà erano parole perché ottenevano risposte di senso compiuto mentre dentro gli si affollavano pensieri di senso incompiuto. Anche il secondo pensiero fu quello di buttare giù la birra e alzarsi di scatto, come se la sedia fosse arroventata, ma temeva che gli sarebbero tremate le gambe; era sicuro gli sarebbero tremate le gambe e si era immaginato alzarsi con l'intenzione di sembrare risoluto ed invece ricadere con un tremito delle ginocchia e fermarsi con le mani sul tavolo, magari rovesciando il suo bicchiere vuoto e quello di lei, ancora pieno, ed invece di sembrare risoluto, sarebbe sembrato impacciato, imbecille ed infantile; tutte cose che, era consapevole, lo caratterizzavano più di “risoluto”. L'immagine dei bicchieri rovesciati lo bloccò, lo tenne seduto in quell'attimo di silenzio che si era formato; quel silenzio imbarazzato ma non del tipo che cerchi di baciare qualcuno e sei sicuro che quel bacio ci sarà e l'altra persona si ritrae, no, più che altro un silenzio imbarazzato di verità, di quelli fatti principalmente di non detti, di percepiti. Guardò il piatto con gli scampoli di cibo ma fu come se il suo stomaco avesse scattato l'ultima foto e si fosse chiuso del tutto il diaframma; gli venne in mente l'immagine di quei palloncini usati per formare figure, quei lunghi salsicciotti che vengono girati fino a stringersi, ecco, il suo stomaco era così in quel momento: un lungo salsicciotto con una strozzatura al centro. Ebbe quasi la nausea ed il “quasi” fu solo un'illusione, non riuscì nemmeno a capire bene cosa ci fosse nel piatto, cosa sul tavolo, cosa intorno; tutto sfocatamente indistinto, come qualcosa che sappiamo che c'è ma non ce ne frega praticamente un cazzo. Bevve un altro sorso come se fosse una medicina amara, sperando davvero fosse una medicina miracolosa che lo curasse dal male. Lei gli parlava e lui, incredibilmente, rispondeva ma le parole che tirava fuori non erano esattamente le stesse che gli venivano alla mente o, meglio, non erano le sole, come si affrettassero all'uscita a suon di spintoni e “Passo io!”, “No, io!” ed avessero la meglio, come in molte occasioni della vita, gli “Ho capito”, i “Certo”, giusto un paio di “Sì, ma” e nulla di più. Ancora una volta ebbe l'impulso di trangugiare la birra rimasta, quella che continuava incessantemente a cedere la sua freschezza all'aria intorno o a prendere il calore da essa; ancora una volta si trattenne perché quella tra la voglia di rimanere e la voglia di andare non era un'uguaglianza ma era ancora una disuguaglianza con il segno di “maggiore di” in mezzo; consapevole che con lei sarebbe sempre stato così. Le parole si fermarono un attimo, come se si fosse accorta del suo trambusto; giustificò la pausa con un sorso della sua bevanda verde. Lui si chiese il perché dell'accondiscendenza delle parole che aveva detto, del perché, nell'affannarsi all'uscita, l'avessero sempre vinta loro, con lei, e si rispose che la colpa di cui si era macchiato quasi tre anni prima aveva tolto per sempre autorevolezza al suo punto di vista, questo sarebbe sempre stato ricoperto di una luce sbagliata, di una puzza di errore. Gli ripassò in testa tutto il rosario di appunti, considerazioni, puntualizzazioni, che portava dentro e che aumentava con il tempo ma spense l'affollamento dentro la sua gola con l'ultimo sorso di birra calda; conclusero uno dei mille discorsi senza conclusioni e si salutarono con un sorriso. Strinse i denti e resistette fino alla scala della metro, sparito alla sua vista si accasciò contro il muro, come se la tensione di ogni resistenza autoimposta fosse terminata di colpo; si appoggiò alla parete respirando come in debito d'ossigeno, come dopo una corsa; avvisò chi lo attendeva che avrebbe tardato e partì per un pellegrinaggio dei loro luoghi.

31 maggio 2014

Intermezzo



Un giorno la vedrò con i miei occhi, lo so, ergersi dentro un alba rossa dai riflessi d'oro; la vedrò con i miei occhi e sarà come averla già vista dai racconti di altri occhi.
Un giorno ascolterò la voce del muezzin dal minareto richiamare i fedeli alla preghiera, lo so, la ascolterò con le mie orecchie e sarà come averla già sentita dai ricordi di altre orecchie.
Un giorno annuserò odore di spezie a mille, dai banchi dei mercati, lo so, li annuserò con il mio naso e sarà come averle già annusate, nel bruciore di altre narici.
Un giorno assaggerò il çay, seduto al tavolo di un bar, guardando la vita scorrermi intorno, lo so, lo assaggerò con la mia bocca e sarà come averlo già bevuto nel palato di un'altra bocca.
Un giorno accarezzerò uno dei tanti gatti che, amati, sostano per le sue strade, lo so, e lo farò con la mia mano e sarà come averlo accarezzato nel brivido di un'altra mano.
Un giorno, lo so.

26 maggio 2014

Un notte senza nubi

Disclaimer: Il post seguente è molto crudo, a voi decidere di leggerlo o meno.

“Ciao Guido, ben svegliato. Io sono Mario, sono quello che ha ripulito dopo che sei stato da Beatrice; complimenti, proprio un bel lavoro: l’hai presa a calci e pugni, aveva la faccia fracassata e dei lividi enormi su pancia e schiena, anche alle spalle l’hai colpita. Poi le sei salito sopra, sul divano, aveva un po’ di costole rotte, e l’hai strangolata a mani nude; aveva gli occhi sbarrati, una fine terribile. Il capo mi aveva detto che sei una merda ma sei davvero di livello pro, ti faccio un applauso. Una fine terribile dicevo ma nulla in confronto a quella che stai per fare tu; su, non fare quella faccia, realmente credevi che il capo ti avrebbe fatto passare anche questa? Ti aveva ordinato di stare lontano da Beatrice e tu hai disobbedito; sai, per caso, di qualcuno che ha disobbedito al capo ed è rimasto vivo? Io no, e ti assicuro che da ‘addetto alle pulizie’ sono informatissimo. Mi ha solo detto di dirti che questa volta gli hai fatto girare le palle più dei soldi. Ma vedo che ti stai guardando intorno, siamo in un’officina di riparazioni auto e prima che tu ti illuda, ti dico che siamo in periferia, nella zona industriale, e che non c’è nessuno nel raggio di chilometri, nemmeno coppiette che trombano. Ah, se stai pensando che qualcuno si accorgerà della tua scomparsa, beh, non preoccuparti, sono un ripuliture professionista, tu non sarai assolutamente scomparso, sarai partito. Ti posso dire che ho provveduto, poco fa, a comprare, con la tua carta di credito, due biglietti aerei per il Brasile, uno a tuo nome, l’altro a nome di Beatrice. Sul lavoro invierò la lettera di dimissioni in bianco che hai firmato quando hai cominciato a lavorare per il capo, come tutti; dimissioni che, naturalmente, verranno accettate immediatamente. Da casa tua e da casa di Beatrice mancheranno indumenti e passaporto, e risulterete nell’elenco dei decollati, non ci vuole molto a craccare il sistema, non sei l’unico bravo con i computer. In pratica sarete scappati insieme, come reciterà l’sms che invierò ai genitori di Beatrice dal suo cellulare; quella povera coppia ci crederà perché sarebbe solo l’ennesima volta che la convinci, sarebbe solo l’ennesimo ritorno con te. A nessuno, a quel punto, verrà in mente di controllare se in Brasile sarete realmente entrati e, anche fosse, mi sono occupato di casa di Beatrice, mi occuperò anche di qui, domani mattina non ci sarà il minimo segno che racconterà quello che sto per farti. Qui nessuno farà domande, se ancora non lo hai capito anche questa officina è del capo, qui, domani, smonteranno pezzo per pezzo la tua auto e la faranno sparire. Domani però, per questa notte invece è tutta per me ed io farò sparire te, pezzo per pezzo. Anche se ti sei già pisciato addosso, ti starai chiedendo perché proprio una officina, c’erano sicuramente tanti altri posti in cui, dopo, avrei dovuto faticare molto meno per ripulire ed invece ho scelto questo. Ti spiego subito cosa ti sto per fare; premetto che, visto il poco tempo a disposizione, ho dovuto improvvisare ma penso di aver organizzato qualcosa di efficiente, almeno per quanto mi riguarda. Per prima cosa ti anestetizzerò nuovamente e dopo averti spogliato ti stenderò su quel piano di lavoro alle tue spalle, a pancia in giu. Dopo averti bloccato per bene gambe e braccia ti aprirò dalla cima del cranio fino alla punta del coccige; non preoccuparti, come sai faccio il ‘ripulitore’, ho un’ottima conoscenza dell’anatomia; allargherò i muscoli della schiena fino a mettere in mostra la tua spina dorsale, cauterizzerò i vasi sanguigni con un saldatore ad arco voltaico, sai com’è, devo adattarmi a quello che c’è qui, non voglio mica farti morire dissanguato. Fatto questo lesionerò ogni tendine che collega la spina dorsale al resto del corpo ma starò ben attento a lasciare intatti i nervi. Sei diventato bianco e tremi, ma mica ho finito; taglierò con la sega tutte le costole che partono dalla spina dorsale, la staccherò anche dalle clavicole e dall’osso pelvico. Una volta esposta per bene la spina dorsale ci passerò intorno queste, le vedi? Sono le cinghie che usano per tenere i motori quando li prendono dai cofani e li portano sul banco di lavoro, sono resistentissime; per spostarli utilizzano quell’argano a motore che è sospeso sopra il tavolo. Ancora non capisci, lo vedo da come mi guardi, sei terrorizzato ma non capisci; ti spiego, le cinghie le attaccherò all’argano e poi aspetterò che ti svegli dall’anestesia, non ci vorrà molto, ho calcolato bene la dose rispetto al tuo peso. Quando il torpore sarà svanito e comincerai a sentire il dolore dell’intervento che ti avrò fatto, farò partire l’argano, prima a potenza media, le cinghie si tenderanno e cominceranno a tirare la tua spina dorsale che incontrerà solo la resistenza dei tendini lesionati e dei nervi, impazzirai di dolore; a quel punto metterò l’argano alla massima potenza e ti strapperò la spina dorsale. Naturalmente ti avrò tolto il bavaglio e mi godrò sia le urla che, se ce la farai ad articolarle, le suppliche, tanto, come ti ho detto prima, non ti sentirà nessuno. Il tuo corpo poi lo chiuderò in un sacco e lo farò sparire nell’acido, con calma. Ma che fai, piangi?! Come Beatrice quando la massacravi con le parole e con le mani? Ma forse è semplicemente fretta, la tua, meglio che mi metta all’opera; non preoccuparti, me le lavo le mani. Ah, se, per caso, ti stessi chiedendo il perché di tutto questo, beh, è per ‘affetto’, mi ricordi una persona, la persona che mi ha fatto diventare quello che sono.”

La fine di Guido era da giorni che aspettava nel mio taccuino...

25 maggio 2014

23 maggio 2014

Terra bruciata

Avete presente le reazioni chimiche? Ci sono quelle immediate e quelle che ci mettono un po', quelle che, magari, da sole non fanno tutti questi danni ma che, combinate con altre, diventano pericolose. Ecco, come gli strati accumulati di diverse cose adesso ho traboccato il vaso, in questo momento esatto. Mi sono rotto il cazzo. Davvero, mi sono rotto il cazzo. Poi magari si reincolla ma, sinceramente, ne ho le palle piene.

26 maggio 2014 ore 9:20
A chi mi ha commentato, a chi mi ha scritto, a chi mi ha chiamato, a chi no. A chi ha capito tutto, a chi non ha capito nulla, a chi ha capito metà. A chi ha spronato, a chi ha taciuto, a chi ha colto l'occasione di parlare, a chi non ha colto l'occasione di stare zitto. A chi mi è vicino, a chi lo è stato, a chi lo sarà.

GRAZIE.

22 maggio 2014

Intermezzo


Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused.

20 maggio 2014

Ma poi ho pensato

Volevo scrivere un post di politica, magari partire dalle elezioni amministrative che si svolgeranno nel mio ameno paesello e raccontare di coalizioni quantomeno assurde, di soggetti incomprensibili, quando va bene, impresentabili, in tutti gli altri casi. Magari avrei pure potuto piazzare qualche "santino" con queste facce assurde, divertenti, spaventose. Poi sarei passato alla politica nazionale e a tutto quello che, ormai da anni, ci sta girando intorno. Poi ho pensato che sono strano io, sì, perchè, sinceramente, a me non spaventano quelli che arrivano, a me spaventano quelli che ci stanno, soprattutto quelli che ci stanno da generazioni, proprio gli italiani. Sono strano io perchè a me sentire "Sono oltre Hitler" mi fa venire solo il vomito, solo rabbia, solo paura e se penso a chi ha votato il soggetto, beh, veramente mi si apre un buco nero nell'anima e ci caccio dentro tutte le parole che è meglio non dire. Sono strano io perché ho studiato tanto, studio ogni giorno, eppure devono essere dei perfetti incompetenti che, dai giornali, dai bar, dalla viva voce del popolo, mi devono spiegare la MIA materia. Sono strano io perchè sono un commercialista che sa bene che pericolosità c'è nella piaga dell'evasione, DA CHIUNQUE SIA FATTA, anche dal più piccolo dei soggetti. Sono strano io perché mi piace si mantengano le promesse e si scontino le pene, tutte; strano perchè non urlo al complotto, non guardo le scie chimiche, non penso di avere un chip sotto pelle. Sono strano io perché mi viene sempre da pensare quando gli scampati eravamo noi e ci trattavano di merda e ci incazzavamo ed adesso per gli altri non vale. Sono strano io perché non sono per la lotta, per la violenza, perchè penso che portino sempre dal lato sbagliato della ragione. Sono strano io perché non sono fatto per l'iperliberismo e nemmeno per il suo contrario. Ho constatato di essere così strano, troppo strano per scrivere di politica; e poi sono troppo impegnato a ritrovare tutti i numeri della rubrica, che ho perso.

19 maggio 2014

Un metro e mezzo

No, non sto citando la canzone "un giudice" di De Andrè; ieri mi è caduto il cellulare da circa un metro e mezzo, di piatto, sul marciapiede.


Vabbè, direte, tanto il cellulare è vecchio, volevi cambiarlo, adesso passi la scheda sim nel nuovo e via. Ho i numeri memorizzati nella memoria interna.
Vabbè, direte voi, tanto c'è il programma di gestione della Samsung, il Kies, con quello i backup effettuati si possono trasferire su altri telefoni. Non faccio un backup da mesi.
Vabbè, direte voi, tanto il su menzionato Kies, basta collegare il telefono al pc e scarica in automatico i dati. Bisogna attivare la funzione dal meno del cellulare e per farlo serve che funzioni lo schermo.
Vabbè, direte voi, allora sei scemo. Sì.

Bestemmio in circassico da ieri pomeriggio, adesso devo trovare un modo per recuperare almeno rubrica, foto e video. Se alcuni di voi non mi sentono il motivo ora lo sapete. Per altri è proprio una scelta.

16 maggio 2014

Punti ciechi

Una delle caratteristiche delle merde come Guido è la ripetitività; e la ripetitività, va sa sé, implica prevedibilità. Ogni mattina colazione nello stesso posto, la solita battuta alla cassiera, il solito percorso in macchina, il solito parcheggio sotterraneo dove lasciare l’auto. Il fatto è che ci si fida troppo del sistema di telecamere di un parcheggio sotterraneo, si pensa che garantiscano sicurezza ma, in realtà, hanno tantissimi punti ciechi ed uno che fa il mio lavoro riesce sempre a trovarne; per questo, nonostante io, ora, sia qui non risulto in nessuno video della sorveglianza. Ho incrociato un paio di persone ma per loro ero soltanto un altro che tornava alla propria auto. Io li conosco bene i punti ciechi, alla fine ci vivo dentro, per questo io vedo arrivare Guido mentre esce dall’ascensore ma lui non mi nota nemmeno, sta chiacchierando con una tizia; come se non avesse fatto nulla a Beatrice ha già puntato un’altra preda, si capisce dai movimenti, dallo sguardo. So come fa; fa in modo, soprattutto all’inizio, di farsi trovare per caso, di esserci, di farsi riconoscere non come un estraneo ma come una figura familiare per poi essere sempre una parola davanti, una frase davanti; lui non conosce i punti ciechi, no, sente solo l’odore delle debolezze e come uno squalo per il sangue, appena ne scova una morde, strappa, dilania. Non conosce i punti ciechi Guido, per questo, quando ha ormai salutato, pronto per il prossimo round quanto prima, quando ormai ha raggiunto la sua auto, non mi sente arrivare alle sue spalle e le ultime parole che sente, prima della puntura sul collo, sono: “Ciao Guido, il capo ha detto che sei licenziato”.

13 maggio 2014

Un’alba senza nubi

Mario fissa la fiamma che, a temperatura altissima, sta eliminando pezzi della vita di Beatrice, si mette una mano in tasca e tocca un sacchetto di plastica, ne tasta il contenuto anche se sa bene cosa contiene; pensa che forse sarebbe meglio tornare a dare un’occhiata ai maiali, prima poteva essergli sfuggito qualcosa, potrebbe essere avanzato qualche pezzo del corpo di Beatrice; non ha dubbi, di solito non avanza nulla ma è sempre meglio accertarsene. Una volta fatto il controllo Mario esce nell’aria fredda e umida della notte che sta per finire, con un lieve sorriso sulla faccia si dice che, se fumasse, quello sarebbe un ottimo momento per farsi una sigaretta. Prende lo smartphone, apre skype attraverso una ben precisa applicazione e chiama l’unico numero in rubrica. Il bello della tecnologia, ha reso lo strumento più facilmente intercettabile che esistesse, il cellulare, praticamente irrintracciabile: skype utilizza un protocollo internet e quindi un flusso di dati e l’applicazione specifica fa rimbalzare questi dati in giro per il mondo fino a farne perdere le tracce, non c’è nemmeno troppo ritardo di latenza nella comunicazione. Il capo, come al solito, risponde al secondo squillo, non è mai arrivato al terzo, non ha mai anticipato al primo, in qualsiasi orario Mario lo chiami, sembra quasi che non dorma mai. Il capo è l’unica persona al mondo che mette i brividi a Mario e Mario è l’unico al mondo che mette i brividi al capo, vanno d’accordo per quello.
- Hai finito?
- Sì.
- Hai lasciato tracce?
- Potrei ritenere questa domanda offensiva, ma no, niente tracce.
- Come hai proceduto?
- Prima di cominciare ho portato via un borsone, qualche indumento e il passaporto. Poi ho fatto a pezzi il corpo nella vasca e l’ho messo nelle buste, nel trolley. Ho lavato il sangue con la candeggina ed ho ripulito le tracce che quel coglione di Guido aveva lasciato. Sono venuto qui, il corpo è stato fatto sparire dai maiali, le altre cose dall’inceneritore.
- I denti? Sai che i maiali, a volte, non li digeriscono.
- I denti li ho cavati e ce li ho in tasca in un sacchetto, li farò sparire con l’acido, con calma, nel mio laboratorio.
- Bene. Quanto tempo hai per Guido?
- Poco, in un paio di giorni qualcuno si domanderà di Beatrice, procederò già domani.
- Sai già come?
- Sì.
- Non me lo vuoi dire?
- Non lo vuoi sapere.
Mario sa che il capo, in questo momento, ha avuto un brivido come lui lo ha avuto prima, quando ha detto che avrebbe potuto offendersi.
- Mario…
- Sì?
- Mi sembra che questo, per te, sia un lavoro speciale, perché?
- Perché Guido mi ricorda qualcuno.
La telefonata si chiude così; non si aprono e non si chiudono mai con dei convenevoli. Mario guarda il cielo che schiarisce, è un’alba senza nubi.

11 maggio 2014

Fuori per lavoro


Sono stato fuori per lavoro, torno e mi ritrovo 677 post da leggere. Ora, mi capirete se vi dico che non ce la posso fare, vero? Bisogna avere una certa predisposizione, in certi momenti della vita, per prendersi dei compiti improbi. Credo che farò una specie di tabula rasa e attenderò i nuovi post ma, detto questo, vi devo un aggiornamento sul miocardo ballerino, mi pare giusto. Dopo aver scoperto, tenendomi sotto controllo 24 ore di seguito, che il cuore balla abbastanza, all'incirca il 20% del suo tempo lo passa a ballare, a quel punto o lo mandavo ad "Amici" oppure provavo a vedere se fosse una cosa con cui ci si può convivere. Vi dirò, l'opzione "Amici" l'ho anche valutata, già me lo immaginavo in sfida con il mio fegato, un grande attore drammatico, quello; poi mi sono detto che era meglio di no, che magari non avrebbe retto un cazziatone della Celentano e l'avrebbe mandata a cagare in diretta sotto un tripudio d'applausi, ma questo sarebbe stato il meno, lo avrebbero intervistato e avrebbe parlato. No, meglio di no. Ho deciso che era meglio la seconda opzione ed ho trovato un posto dove fare la prova da sforzo; mi hanno messo su una cyclette con degli elettrodi sul petto, con uno sfigmomanometro al braccio destro che mi prendeva la pressione ogni due minuti, ed ogni due minuti quella cyclette diventava sempre più dura. A quanto pare il mio miocardo quando si impegna negli sforzi, smette di ballare e quindi, alla fine, tutto bene. Ho guardato il medico che mi diceva che era tutto ok ed ho chiesto perchè, al mio cuore, piacesse tanto ballare e lui m'ha detto che era probabilmente colpa di una miocardite; devo aver fatto una faccia a punto interrogativo perché mi ha subito detto che, semplicemente, una bronchite, da piccolo, mi deve aver creato una cicatrice nel cuore che, deviando il flusso del sangue, crea la musica su cui il cuore balla. "Una cicatrice nel cuore", detto così sembra il titolo di una telenovelas brasiliana, lo so, però non ho potuto fare a meno di pensare, ancora una volta, che tutta questa storia ha un che di poetico (e anche di molto indicativo) perchè questa cicatrice ha un effetto, una deviazione, un controcanto. A quel punto il medico, dopo avermi ribadito che stavo benissimo, alla fine, mi ha detto che ero un paziente asintomatico perchè il ballare del mio cuore, alla fine, non mi infastidisce ma, se volevo, c'era anche il modo di farlo smettere di ballare: prendere una pillola ogni giorno oppure, addirittura, farsi infilare una sonda dalla gamba, fino al cuore, bruciare un po' di cellule per creare un'altra cicatrice che annulla l'effetto della prima; questo è un po' come il "chiodo schiaccia chiodo" sentimentale, alla fine. Ho guardato il medico ed ho detto di no, sapevo che avrei detto di no, non mi sottopongo ad un intervento, non inizio una terapia all life long, non elimino, non cancello: non è il mio stile.

Comunque, vi dicevo, prima, che sono stato fuori per lavoro, ormai è una trasferta all'incirca mensile, certo, è pesante, per ora dà piccoli, piccolissimi, frutti ma sento di doverla fare, finchè resisto devo continuare. Naturalmente ho cercato, come sempre, di vivere (in questo specifico caso "sopravvivere") ogni volta che torno, ed ogni volta è sempre più di quello che dovrebbe essere, nel bene e nel male; ogni volta emetto tante di quelle parole che mi stupisco sempre che quelle non dette siano, ogni volta, molte molte di più. Le parole non dette, secondo la medicina naturale, sono la causa del reflusso gastrico di cui soffro e, forse, dovrei cercare di guarire un po', non credete? Dovrei dirle quelle parole che, ancora una volta, per quieto vivere, per rispetto, per amicizia, per amore, non ho detto; ogni tanto lo faccio, tipo il post precedente, o alcuni altri che, fortunatamente, scrivo ma sono sempre troppo poche e sono sempre quelle meno importanti, perchè magari non vuoi perdere le briciole ed allora approvi, abbozzi, sorridi, ti concedi magari una piccola alzata di testa ma è solo per illuderti un po' ma la verità è che le parole vere, quelle che dovresti dire perchè sono quelle giuste, te le tieni dentro perchè tanto, dall'altro lato, da te, non si vogliono sentire, saranno sempre "sbagliate".

04 maggio 2014

La cosa divertente...

...è che fate lo stesso errore da anni, non avete mai imparato un benemerito cazzo e vi prendete la briga di pontificare e parlare a gli altri come se aveste capito tutto.

30 aprile 2014

Pagine non scritte

Dopo una consistente produzione letteraria fatta di romanzi e racconti, Francisco Quinoa Descartes smise improvvisamente di scrivere; comunicò la cosa al suo agente con un semplice biglietto spedito tramite posta ordinaria, con su scritto “Smetto”. A niente servirono i tentativi dell'agente di contattarlo perché Francisco Quinoa Descartes, insieme allo scrivere, smise anche di fare vita pubblica; non rispose più al telefono, alle lettere, alla posta elettronica. Quando il suo agente fece il tentativo di incontrarlo di persona si rifiutò di aprirgli e quando questi gli chiese, davanti alla porta chiusa, “Perché?”, una voce attutita dal legno rispose solo “Per le storie”, per poi tacere. Dopo quel tentativo estremo da parte del suo agente, Francisco Quinoa Descartes sparì del tutto; si affrettò a vendere la sua casa, svuotò i suoi conti correnti e chiuse tutte le utenze. Per un periodo se ne occuparono anche i giornali, si parlò di malattia, di pazzia, di morte; i suoi tanti lettori si chiedevano che fine avesse fatto, speravano tornasse, sognavano un nuovo libro. Come per tutte le cose della vita, con il tempo, l'interesse per la sparizione di Francisco Quinoa Descartes andò scemando; nuovi libri furono pubblicati, nuovi autori divennero famosi ma, come per tutte le cose della vita, non per tutti il tempo fa questo effetto; c'è sempre qualcuno, alla fine, che ricorda, che pensa, che spera. Vicente Ilario Dos Passos era uno di quelli per cui il tempo non cancellava nulla; era una di quelle persone per cui le foto non sono solo immagini ma vite; è pesante un'esistenza così, portandosi addosso tutte le vite importanti incrociate ma Vicente Ilario Dos Passos non ne conosceva altre e non ne avrebbe mai vissute di diverse, nemmeno potendo scegliere. Quando guardava la sua libreria con i libri di Francisco Quinoa Descartes non poteva non chiedersi dove fosse, quali altre parole avrebbe potuto scrivere; ricominciò a leggere i suoi libri partendo da quello che aveva amato di più: “Persistenza”; fu nella storia di quel villaggio tra i monti che lo ritrovò, nella storia di Donna Maite ed il suo curare con le parole ed il silenzio. Vicente Ilario Dos Passos partì senza pensarci, come si dovrebbe fare per tutte le cose importanti della vita; partì per il villaggio natale di Francisco Quinoa Descartes, quel villaggio le cui strade, sapeva, avevano ispirato quelle in cui si muoveva Donna Maite. Appena sceso nella piccola stazione del paese ebbe la sensazione di conoscere ogni angolo, ogni via, ogni pietra; girò per ore, non come un turista o qualcuno che cerca ma come uno tornato a casa dopo anni lontano. Visitò i luoghi di cui aveva letto, incontrò, nei volti, nei gesti, i personaggi del libro; incontrò anche il matto perché, come diceva il poeta, “per ogni matto c'è un villaggio”, quello che nel libro veniva chiamato Zorro, e fu proprio a lui che chiese, perché, spesso, per avere la risposta che cerchi devi chiedere ai folli, a patto di fare la domanda giusta. Infatti Vicente Ilario Dos Passos a lui chiese “Dove posso trovare Donna Maite?” e non ottenne un “Chi?!” come risposta, non ottenne un blaterare incomprensibile ma un semplice “Quella che cura con le parole ed i silenzi? Lo trovi al bar di Jesus”. Vicente Ilario Dos Passos non ebbe necessità di chiedere altro, si avviò sicuro lungo la strada alla sua destra e dopo circa 300 metri vide l'insegna del bar dove sapeva che l'avrebbe trovata e senza sorprendersi, e questo lo sorprese, guardò a colpo sicuro all'ultimo tavolino in fondo e lo trovò; Francisco Quinoa Descartes era seduto con davanti una birra, uguale a come lo ricordava dalle tante foto che aveva visto. Si sedette allo stesso tavolo come se fosse la cosa più naturale del mondo e l'uomo che si trovò davanti lo guardò come si guarda uno che aspetti ma che arriva in orario e disse “Ciao”. Vicente Ilario Dos Passos prima di tutto ordinò una birra e poi, senza nemmeno presentarsi, come sentisse la cosa inutile, chiese semplicemente “Perché sono io il primo?”. Francisco Quinoa Descartes parlò: “Sai perché si scrive? I motivi sono tanti, si scrive per se stessi, per gli altri, per tutti, per uno o una sola; per la gloria, per il denaro, per la noia; per capire, per capirsi, per centinaia di motivi diversi; le parole, però, decidono loro cosa fare. Probabilmente le mie era a te che volevano raccontare dove fossi.”, “Ma perché ha smesso di scrivere?”, Vicente Ilario Dos Passos aveva fatto la domanda per cui, alla fine, era partito; la domanda per cui era seduto a quel tavolo, davanti ad un bar di un villaggio sperduto tra i monti. Francisco Quinoa Descartes rispose come aveva fatto al suo agente da dietro una porta: “Per le storie”, ma poi continuò, “Scrivevo per raccontare, era una specie di bisogno fisico, una necessità, poi, un giorno, mi resi conto che, per quanto scrivessi, non avrei mai potuto raccontare tutte le storie possibili; per ogni pagina che scrivevo ce ne erano infinite non scritte. Cominciai a non finire le storie perché ogni finale escludeva tutti gli altri; fu allora che decisi di smettere, perché la pagina bianca racchiudeva tutte le storie possibili.”, “Anche la vita si sa solo che finisce ma non si sa mai come, forse per questo vale meno la pena di viverla? Non è il finale, sono i momenti che portano a lui a fare il racconto, a fare la vita. Le storie sono fatte di parole, non sono solo un finale ma anche, e soprattutto, quello che c'è in mezzo; non chiudiamo un libro perché non ci piace come finirà. La vita è uguale, non è quello che la conclude che la fa ma quello che avviene prima, è quello che deve farci stare bene.”. Detto questo Vicente Ilario Dos Passos bevve la sua birra, si alzò, strinse la mano di Francisco Quinoa Descartes e mise sul tavolo ciò che aveva portato con sé da casa, un taccuino vuoto ed una penna nera.

24 aprile 2014

Clichè

E niente, è che giusto poco fa, prima di entrare in ufficio, pensavo che, a volte, soffriamo di omologazione; ci convinciamo che sia nostro dovere seguire un copione senza sapere nemmeno bene quale sceneggiatore l'ha scritto. Sì, insomma, magari lo ha scritto un premio Oscar e allora, via, potrebbe essere un ottimo copione, che tu sia protagonista, coprotagonista, antagonista, comprimario o comparsa; ma metti che lo ha scritto uno "scalzacani"? Con tutto il rispetto per i cani, si intende. Metti che questo sceneggiatore sia del tutto privo di fantasia, che non conosca nemmeno le regole base del racconto? Eppure spesso ci convinciamo che una cosa debba andare in un determinato modo perchè è quello che ci si aspetta da noi, come se davvero noi avessimo un ruolo, come se dovessimo rispettare un clichè. Ci convinciamo che la cosa migliore è seguire delle "regole sociali", come il non poggiare i gomiti sul tavolo quando si mangia, come il non rispondere quando non si dovrebbe. Ci facciamo indirizzare la vita da una specie di Monsignor Della Casa che è dentro di noi perchè ci siamo convinti non tanto che sia la cosa giusta per noi quanto quella più confacente ad un Regolamento non scritto. Vorremmo essre sbracati ma rimaniamo compunti, vorremmo essere solitari ma dobbiamo socializzare, e via così alla ricerca di cosa poi? Com'è che la chiamano? Felicità? Tranquillità? Equilibrio? Ma rispetto a cosa? Continuiamo a dire che una cosa ci fa felice perchè abbiamo visto che fa felice qualcun altro e allora pensiamo che debba essere così anche per noi e via a dire sì o dire no sulla base di un preconcetto; e via a sopportare palate di merda perchè, quantomeno, riusciamo ad essere vicini ad un obiettivo. Non è nemmeno più una questione di essere ed apparire, quanto una questione di ricalco; mi viene in mente una cosa che, da piccolo, facevo spesso: prendevo la carta velina e l'appoggiavo su un disegno che mi piaceva molto e poi, con la matita, ne ricalcavo i bordi, poi alzavo la velina e la guardavo controluce, alla fine il disegno poteva essermi venuto meravigliosamente ma non raggiungeva mai l'originale, anche se gli somigliava tantissimo. Ecco, per quanto in molte cose della vita faccia comodo, a me non piace essere carta velina, preferisco essere disegnato fuori dai bordi.

20 aprile 2014

Giusto un ovetto

Tanti auguri di Buona Pasqua amici miei, solo questo, che oggi il resto delle parole, secondo me, lasciano il tempo che trovano...

18 aprile 2014

Oggi



L'altro giorno guardavo la mia foto della patente, la faccia di uno che non ha capito che ci sta a fare lì, o al mondo, la faccia di uno che sembra si sia appena svegliato o che si stia per addormentare, la faccia di uno che "Bah, che avranno tutti da dire?!". Avevo 19 anni, oggi ne ho compiuti 38. Avevo la metà degli anni e, probabilmente, il doppio dei sogni; alcuni sono stati avverati, altri se ne sono andati con il tempo, sulle strade del ripensamento, sulle strade del "ormai non si può più". Altri sono rimasti, certo, meno di allora ma sono rimasti, non ho ancora capito se a far male o a spronare. Altri ne sono arrivati, più sensati, forse, meno sensati, sicuramente; sono arrivati altri sogni, fatti di luoghi, di parole, fatti di persone, di visi, di occhi. Provo anche a ripensare a quello che sentivo allora e, confesso, in alcune cose non è tanto diverso da quello che sento ora, con il doppio degli anni, un po' di chili in più, sicuramente più barba. Vorrei dire anche "con maggiore esperienza" ma l'esperienza è una cosa strana, appena sei convinto di averne, arriva qualcosa a fotterti e allora, no, non so se adesso ho più esperienza; certamente ho visto più cose, vissuto più cose, e questo non può che farmi pensare un po' di più. Vorrei dire che questi 19 anni in più mi hanno tolto il vizio di giudicare ma probabilmente non è così, l'unica cosa sicura è che non lo faccio più a cuor leggero, senza aver "sentito le parti", anche se le parti sono semplicemente le due facce della mia stessa medaglia. Guardo quella foto e mi chiedo se fossi più sognatore allora o lo sono più adesso, non in quantità, l'ho detto, i sogni sono sempre di più a 19 anni perchè è come se avessi una vita eterna per contenerli ma magari sono piccoli e tanti o, meglio, ci sono quelli infiniti, quelli enormi, quelli grandi, quelli normali e quelli piccoli; adesso magari i sogni piccoli nemmeno li fai, forse te li vai direttamente a prendere, però ce ne sono di mastodontici, monolitici, direi storici. Ci sono quelli apparsi si è no, boh, quattro anni fa (per dire eh), sogni che magari hai pure vissuto, sogni che magari adesso arriverà qualcuno a dirmi di chiuderli in un cassetto e buttare la chiave ma quei 19 anni in più ti hanno regalato, questo sì, 19 anni in più di conoscenza di te stesso e che quindi, no, non ti prendi più in giro, sai come gestisci le cose, sai che non c'è spazio, per certe cose, nei cassetti. Che non ci sono interruttori da premere, cassetti da chiudere; e poi ripensi anche alle prime parole del libro da cui hai preso il nome, "Baol", e ti confermi che, no, chiudere i sogni nel cassetto non è una cosa baol. Guardo la foto della patente, guardo quel ragazzino di 19 anni, penso a questo uomo (?) di 38 fatti giusti giusti oggi e mi faccio la domanda che, tra amici, ci facciamo da anni: "Ma quando metterai la testa a posto?" e mi rispondo quello che rispondo sempre. Mai.

ps
Anche Google mi ha fatto gli auguri, oggi...

17 aprile 2014

Intermezzo



Visto che con il post di ieri qualcuno lo avrò fatto un po' arrabbiare, oggi vi regalo questa canzone.

16 aprile 2014

Fra tutti

Ci sono quelli che parcheggiano dove non dovrebbero, quelli che parlano urlando al cellulare; ci sono quelli che non aspettano di trovare un cestino dei rifiuti ma gettano qualsiasi cosa per strada. Ci sono quelli che lasciano cagare il cane al centro esatto del marciapiede e non puliscono, quelli che "hanno capito tutto loro"; ci sono quelli che non vedono l'ora di dirti come devi vivere. Ci sono quelli che fanno due pesi e due misure, quelli che non danno la precedenza nemmeno alle ambulanze, quelli che la precedenza se la prendono. Ci sono quelli che dicono "attimino", quelli che dicono "Io non sono razzista/omofobo/sessista ma...", ci sono quelli che non gli va mai bene niente. Ci sono quelli che ci tengono tanto ad inquadrarti in qualcosa, quelli che sanno come sei senza nemmeno conoscerti, quelli che va bene solo quello che piace a loro. Ci sono quelli che guardano dall'altra parte, quelli che guardano soltanto; ci sono quelli che il rispetto pensano di doverlo avere a prescidere, come gli fosse stato calato dall'alto. Ci sono quelli che ti guardano dall'alto in basso, quelli che piangono miseria senza averla, quelli che si fingono umili per pugnalarti. Ci sono quelli che fanno gli amici senza esserlo per nulla, quelli che odiano, quelli che amano solo se stessi. Ci sono quelli che seguono la massa, quelli che si devono distinguere per forza; ci sono quelli esterofili, quelli italiofili. Ci sono quelli che tifano solo contro, quelli che non hanno il senso della misura; ci sono quelli che devono dirti cosa mangiare, come e quando; quelli che non gli si puo dir nulla. Ci sono un sacco di tipi ma posso dire con ragionevole certezza che, a mio parere, i più coglioni sono quelli che dicono "italiota".

06 aprile 2014

Leggervi

Io ne avrei di parole da dire, di storie da raccontare, ne sono convinto, solo che, spesso, quelle parole rimangono lì, basite da se stesse, dentro la mia testa. Le vedo che ci sono, allineate come su scaffali da supermercato, un discount della parola, pronte ad essere prese e messe nel carrello lessicale. Solo che io me le guardo, a volte, quelle parole negli scaffali e saprei anche come servirvele, che cosa cucinarci, ma mi fermo li, con le mani strette al manico del carrello che guardo quello che non ho preso come se tutte le cose da dire, le storie da raccontare, avessero remora a mostrarsi. Poi succede che, mentre sono lì che cerco la somma delle lettere, intanto che mi viene voglia di raccontare, vi leggo ed accade una magia: mi perdo in mezzo alle vostre, di parole, come quando si corre in un campo di spighe di grano, alte fino a coprire la vista. Leggervi è anche, un po', parlare con voi e leggo di torte e profumi del passato, di libri, di film da vedere o da scartare, di weekend passati o da venire, di sogni e certezze. Ogni volta, in mezzo a tutte quelle frasi messe in fila mi perdo sempre un po', poi la strada la ritrovo ma, ogni tanto, ci si deve anche perdere. Leggervi è un po' perdersi, uscire dal supermercato senza aver comprato nulla, rimandare ancora un po' il racconto di una storia, che sia la mia o quella che, sul momento, mi invento ma, alla fine, ne vale la pena. Grazie.

02 aprile 2014

Intermezzo



Io che ho fin troppe parole
a volte resto in silenzio...

Oh, a me questa canzone piace un sacco, più la ascolto e più mi piace.

31 marzo 2014

Stamattina

Stamattina volevo postare la poesia di Walt Whitman che viene letta nel nuovo spot dell'iPad (e che è ripresa da "L'attimo fuggente), l'ho anche trovata; i suoi versi mi piacciono, mi piace il riferimento alla vita come al "potente spettacolo", al fatto che ci si possa contribuire con un semplice verso che è un po' il senso dello scrivere, secondo me: entrare nella vita, contribuirci. Non sempre è solo questo, magari per qualcuno è anche una specie di "ruota del pavone", il modo per mostrare il proprio incommensurabile ego, il sentirsi soddisfatto di sapere le proprie parole lette, apprezzate, metabolizzate, da altri occhi, da altre persone. Per altri è una cura, la necessità di espellere, attraverso le parole, un dolore, quella tossina che le avvelena dentro; funziona? Non lo so, a volte è catartico, ti fa sentire meglio, magari non dura ma è un momento di quiete durante una vita in balia delle onde. Volevo postare quella poesia, stamattina, poi m'è passata la voglia, non per un motivo in particolare ma perchè va così; a voi non capita? Non vi succede di avere un repentino cambio di volontà? A me succede, forse da sempre, forse da qualche anno, come se la spinta a fare fosse soffocata dall'apatia, dal "tanto a che serve?"; non che duri eh, ma avviene, accade, succede, è come la sensazione che si prova, a volte, uscendo da una stanza, spegnendo la luce e chiudendo la porta alle proprie spalle, c'è, addirittura, chi ci riesce con le vite degli altri, a chiudersele alle spalle. C'è chi ci riesce, io no.

19 marzo 2014

Dopo la pioggia

Il corpo di Beatrice pesa poco più di quaranta chili, al netto del sangue e dell'anima; il sole è tramontato da un po' portandosi via l'arcobaleno dopo la pioggia, è rimasta solo un po' di foschia a sfumare i lampioni. Mario non ha fatto fatica a sistemare i pezzi, ben sigillati nelle buste di plastica, nella valigia che ha con se, ha ripulito tutta la vasca, ha messo la tuta bianca da lavoro, con le sovrascarpe, in un'altra busta e l'ha infilata tra il tronco e la gamba destra di Beatrice, nella valigia. Ha pulito anche il bisturi, la lama lunga e la sega per ossa che, adesso, ripone nella valigetta di metallo. Non c'è nessuno in giro, il clima umido e freddo tengono in casa anche i più audaci; al massimo vedrebbero un signore barbuto, con la pancia, che fa scorrere una grossa valigia sulle ruote; Mario sa passare inosservato e, a volte, per passare inosservato devi saltare all'occhio. Mentre esce da casa di Beatrice, guarda il pavimento con le sue impronte, non gli importa, calza stivali di due misure più grandi ed anche a guardarlo sembra più altro, potere dei rialzi interni e di un cappello, a volte basta poco. Ha parcheggiato la sua auto in una strada laterale, sotto un lampione che ha provveduto, anticipatamente, a spegnere; sia la valigia con il corpo di Beatrice che quella più piccola con i suoi ferri del mestiere, vanno perfettamente nel vano che ha ricavato sotto il divano dei sedili posteriori. Parte in silenzio, uno dei pregi delle auto ibride, e si avvia fuori città, la strada è poco trafficata e via via che si allontana dal centro abitato le auto diventano sempre meno; il vano sotto i sedili non è facilmente individuabile ma tiene sotto controllo, sul cellulare, un navigatore sociale che, in tempo reale, lo avvisa della eventualità di traffico o di posti di blocco; il bello di internet è la voglia che dà, praticamente a tutti, di raccontare qualsiasi cosa. La statale ormai ha fatto posto ad una strada provinciale e, successivamente, ad una piccola strada di campagna che uno nemmeno si aspetta a così poca distanza dalla metropoli; Mario arriva a destinazione, un casolare isolato di una azienda agricola, apre il cancello con un telecomando e si avvia verso la zona delle stalle. E', il posto, uno dei tanti beni di proprietà del capo, una delle coperture; sulla carta è un'azienda agricola in cui si producono salumi ma Mario non ne avrebbe mai assaggiato uno, sapeva bene cosa mangiavano i maiali. I maiali mangiano tutto, frantumano le ossa, Mario li guarda impassibile mangiare con foga i pezzi del corpo di Beatrice, guarda impassibile ma è solo apparenza, la smorfia sul volto fa trapelare come quell'incombenza non fosse assolutamente tra le cose che desiderava fare. Quando ormai non è avanzato praticamente nulla passa alla seconda fase e prende il sacco che ha ai piedi, dentro ci ha messo tutte le buste in cui c'erano i pezzi di Beatrice, la sua tuta, gli stivali, la barba finta che aveva indossato, e si avvia alla fornace per gli scarti, brucia ad una temperatura talmente alta da rendere cenere tutto quello che avanza. Apre la fornace dopo aver messo i guanti di sicurezza e la maschera e lancia la sacca nella fiamma, si leva la maschera e sul viso ha un ghigno, “Guido”, pensa, e chiude la fornace.

11 marzo 2014

In ambasce

C'era stranamente silenzio dove, solitamente, è tutto un po' troppo concitato; come se anche il suono gli desse tempo e modo di interpretare parole scritte.

Quando rompi il salvadanaio sai esattamente quello che ci troverai dentro?
Sarà sempre troppo poco oppure sarà abbastanza?

Cominciò a pensare che, forse, il salvadanaio poteva tenerlo ancora un po', accumulare ancora qualcosa. Il silenzio era quasi fastidioso, un telefono squillava, non era il suo.

Alcune di queste monete sono preziose?
Più di quanto il conio racconti?

Leggeva in braille il mucchietto di parole scritte, monete di scambio di un poco rasente al nulla.

Come ti dici sempre tu, "Meglio poco, di una cosa, che il nulla", no?

Una voce, fuori, chiama qualcuno per un saluto.

Ecco, un semplice saluto non è già qualcosa?

Rimise gli spiccioli in un salvadanaio nuovo, le parole nella sua testa a fare qualsiasi cosa; bene o male erano parole, magari asciutte ma, si sa, l'umidità fa venire i reumatismi.

Speriamo ancora un altro po', dai.

Si disse.

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

04 marzo 2014

Caffeine

Sono dodici giorni che non bevo caffè, da quando mi è stato detto di evitarlo per via del cuore poetico, fino a quando non si capirà, effettivamente, perché balla. Non mi sto disperando per la mancanza; certo, quando ne sento il profumo sfuggire dalla caffettiera e venire ad infilarsi nelle mie narici mi viene voglia di farmene una tazzina ma evito, evito magari anche solo per scrupolo, perchè, alla fine, uno strappo, una volta sola, non potrebbe farmi nulla; evito perchè, davvero, non mi pesa, spesso non è nemmeno il caffè, ma il semplice "ci prendiamo un caffè?", che significa pausa, incontro, chiacchierata, ecco, quello pesa di più: c'è una gerarchia anche tra le rinunce, è questa la verità e, per me, il caffè è la rinuncia che mi pesa meno. Mi pesa molto di più rinunciare, che so, al cioccolato, altra cosa che mi è stato detto di evitare; oppure rinunciare ai fritti, anche alla pizza, m'è stato detto ma si resiste, si eccede un attimo, perché, nella gradazione delle rinunce, c'è anche da considerare quelle che fanno meno danni se si sgarra. Mi hanno detto, per ora, di rinunciare alla palestra che, pur sicuri di ciò che fa ballare, meglio evitare fino a quando non è chiaro da dove provenga la musica; e questa è una rinuncia abbastanza pesante, questa è una rinuncia che sale molto nella gerarchia anche perchè ho un metabolismo così lento che ingrasso anche solo pensando al cibo. Sono così le rinunce, il fatto che uno non prenda il caffè, non mangi la cioccolata, non vada in palestra, non significa che non muoia dalla voglia di farlo, anzi, di solito, se sono rinunce, si muore davvero e totalmente dalla voglia di farlo. Passi davanti ai bar e ti fermi un attimo per cogliere il profumo di caffè, guardi la tavoletta di cioccolato nello stipo, tocchi le tue maglie leggere da fitness e poi lasci stare. Le rinunce sono così, sono i cilici della nostra vita, delle specie di pentimenti, di costrizioni che pensiamo servano a qualcosa; non sempre è così, a volte ci sono rinunce inutili perchè sai che stai rinunciando ma la malattia non ti passerà, starà sempre lì, ne sei consapevole. così sono le rinunce, delle specie di azzardi con l'esistenza, con se stessi. A volte, sapete, si rinuncia a dire un "ciao" pur avendolo nelle corde vocali, pur avendolo sulla punta delle dita e nemmeno sai se è un bene o un male. Forse ho solo bisogno di un caffè.

28 febbraio 2014

Ma che blog c'hai?

In sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera la domanda che mi hanno fatto più spesso, dopo "ma è il tuo l'occhio?", è "ma che blog c'hai?" intendendo, credo, il genere di blog. Confesso che, sempre nei sette anni e mezzo di (dis)onorata carriera me lo sono chiesto anche io, anche un po' con invidia nei confronti di quelli che diventavano blogstar che avevano un blog tematico. Essì, perchè, alla fin fine, come è catalogabile il mio blog? Ok, fuori chi ha urlato "CAZZATE", sù, nome e cognome! In che categoria, dicevo, può essere inserito il mio blog? Non è assolutamento un food-blog, certo, parlo spesso di cibo ma intendendo quello che, costantemente, ingurgito, non posto mica ricette, mai fatto; non è un blog professionale, anche perchè professionale preferisco esserlo sul lavoro e non nel blog. Che cos'è allora? Ogni tanto posto foto ma non è un foto-blog; alle volte parlo di attualità, ma non è un blog di informazione; scrivo recensioni di libri ma non è un blog letterario; men che meno (certo che, in diecirighedieci, ho già usato "fin fine" e "men che meno", mi alliscio le sopracciglia con indice e mignolo della mano destra), men che meno, dicevo, lo rendono tale i racconti che scrivo, non sono nemmeno tutti dello stesso genere, ho scritto praticamente di tutto; direttamente, ogni tanto, parlo di me ma non si può definire un diario, quelli che mi conoscono mi hanno conosciuto attraverso altre modalità, coadiuvati dai miei post; metto video musicali ma non è un canale tematico di youtube e nemmeno un blog musicale. Niente, io la risposta non sono riuscito a darmela, su che tipo di blog c'ho, diciamo che è un poutpourrì (e questa va, di diritto, insieme a "fin fine" e "men che meno"). Alla fine non so nemmeno che tipo di blogger sono; non sono uno di quelli che si (auto)definiscono scrittori e parlano sempre e costantemente di loro, dei loro scritti, dei loro sogni, dei loro consigli; non sono di quelli che sparano merda su qualsiasi cosa si muova perché sanno che è il modo migliore per ottenere consensi e nemmeno sono uno di quei blogger che, con una superiorità da ossigeno rarefatto, fa tanto il sarcazzo, nel senso di "sar'cazzo chi t'ha detto che fai ride". Non sono nemmeno un fashion blogger, di solito mi vesto lanciandomi nell'armadio e vedendo cosa mi rimane addosso. Non sono un poeta anche se ho scritto, rare volte, poesie. Insomma, a me 'sta cosa di non sapere che blog c'ho, che blogger sono mi lascia interdetto; si vede che devo continuare ad esserlo, magari alla fine lo scoprirò per davvero.

26 febbraio 2014

Un punto poco fermo in preda alla sua rotazione



Auto, aereo, navetta, autobus, due metro, due metro, autobus, aereo, navetta, metro, treno. I muscoli che chiedono un time-out, anche quello ballerino, quello che non gli bastano le cose normali e fa uno scatto in più, ma niente, riempi il tempo di tempo pieno, di affanni, lavoro e non lavoro. Sbagli? Fai bene? Non importa, importa quella sensazione di accelerazione, dentro, che ti piglia, all'improvviso e, analizzando, sai cos'è, sai perchè, e stai seduto in mezzo alla gente e non te ne frega nulla e cerchi come fossi un tossico e poi ti pianti le unghie nei palmi delle mani, ripari paratie che, sai già, crolleranno dopo poco e riparerai poco dopo, e poi ricrolleranno ancora. Cammini e ti fermi. Ti fermi e guardi. Poi ti capita anche che il tempo passi pure in modo diverso, pieno di parole e di passi, ma con il loro ritmo, senza passi in più, senza accelerazioni e lo senti, quello, come un tempo "giusto", se un senso può avere.

21 febbraio 2014

Fibrillazione sovra atriale

Fino a ieri non sapevo manco che esistesse. Praticamente il cuore fa, tipo, un battito in più; che sarebbe una cosa anche poetica, se non fosse, mi sa, una grandissima rottura di coglioni.

19 febbraio 2014

16 febbraio 2014

Oggi

La chiesa è piena in ogni ordine di posti, anche quelli in piedi, sono appoggiato al muro, praticamente all'ingresso, e guardo i fiori di gesso sul soffitto della cupola. Non mi piacciono i funerali, ma ci sono persone per cui è giusto esserci, soprattutto se, obiettivamente, sono andate via troppo presto. Sento le parole del sacerdote di colore, parla italiano meglio della maggior parte di quelli che assistono alle esequie, ognuno con la propria motivazione, dalla più seria alla più frivola. Invidio i credenti, il pensiero che, per loro, la morte sia l'inizio di qualcosa; per me non è così, per me la vita è ciò che accade tra la nascita e la morte ed è quella che va vissuta, per quello, non per ciò che, ipoteticamente, avverrà dopo. Non è una questione di religione o cristianità, a me non frega un cazzo nemmeno del karma, della vita successiva basata sulla vita precedente; la vita che va vissuta è questa, e basta, e non per guadagnare un ipotetico paradiso ma per sentire ogni fottuto attimo di questa esperienza terrena che sia lungo quanto la vita stessa o che sia più breve. Ascolto le parole del parroco e mi soffermo su quello che dice, racconta un aneddoto di vita della persona che siamo venuti a salutare; lavorava allo sportello, alle poste, e quando ci andava un suo conoscente, per salutarlo, tendeva la mano dalla fessura del vetro per avere un contatto fisico, lo ha fatto spesso anche con me, ti sorrideva, ti chiedeva come stavi e passava quattro dita sotto il vetro, per salutarti. Parla di mani tese, il parroco e, pur utilizzando una dialettica lontana dalla mia, dice una cosa che trovo giusta, dice che una mano tesa è il più bel gesto che si possa fare, che significa "ecco, sono qui, se hai bisogno, questa è la mia mano". Non sono religioso, credo in Dio ma a mio modo, credo in Dio ma non nell'umanità e, soprattutto, credo che il nostro tempo sia questo, non quello di una vita precedente, non quello di una vita successiva, e per questo dico che la mia mano è questa, è qui, prendila se ti serve, se hai bisogno.



14 febbraio 2014

Il dono della sintesi

Qualche giorno fa ho terminato di leggere "Mancarsi" di Diego De Silva, è il primo libro letto in questo 2014, ho cominciato tardi, lo so; l'ho comprato ai primi di gennaio prendendolo d'impulso dallo scaffale, era all'altezza dei miei occhi, occhi che guardavano altro. De Silva è uno scrittore che ho scoperto relativamente da poco ed il bello di questa cosa è che ho ancora tanto da leggere, molto in cui perdermi o, meglio, ritrovarmi. Credo che uno dei pregi di De Silva, oltre alla stupenda costruzione delle storie, sia proprio l'uso dell'italiano, superiore alla media a mio parere, con cui ce le racconta, con cui ci spiega la vita, il suo modo di osservarla. Ho constatato, già dal primo libro che ho letto, questa capacità di metterci davanti ad un'evidenza di cui spesso siamo già consapevoli ma per la cui espressione non abbiamo gli strumenti. Il bello di quello che scrive, di come lo scrive, è che vorresti tenere a mente tutto, tutte quelle magnifiche parole usate per spiegare qualcosa; cosa abbastanza normale quando leggi una frase che rappresenta il tuo pensiero ma la bravura di De Silva, la sua superiorità (sempre a mio parere) sta nel farti dire "che meravigliosa frase" anche se con la stessa non si è assolutamente d'accordo. Anche in "Mancarsi", titolo bellissimo, ci sono tante frasi che vorresti trattenere, tanti periodi che vorresti portare con te, come quando, da piccoli, si cerca di prendere quante più caramelle possibile ma, ahinoi, qualcuna ce ne cade sempre di mano; io, tra le tante parole, ho scelto un piccolo periodo che esprime perfettamente quello che, tempo fa, ho cercato di spiegare con un post di 646 parole, senza riuscirci troppo bene, mentre lui, usandone solo 43, fa capire perfettamente il senso di questa sacrosanta verità:


"Siamo adulti, sbagliamo continuamente e non impariamo da nulla. La comprensione di un errore, la sua localizzazione nel tempo e perfino l'individuazione delle cause che l'hanno provocato (quando è possibile individuarle) non ci impedisce di ripeterlo e non ci fa avanzare nella vita."

13 febbraio 2014

Considerando

A volte, soprattutto quando si attraversa un momento non propriamente felice, se non buio, capita, guardando i bambini,  gli animali; il loro sguardo semplice, puro, ma anche privo di limiti, verso l'infinito ed oltre, di pensare "Eh, loro sì che hanno capito tutto", riferendoci alla vita, non sicuramente alla fisica quantistica o alla filosofia dei presocratici che, comunque, un collegamento con la vita ce lo avrebbero pure. Quando pensiamo questo, magari con la mestizia di chi non può farci più nulla o con l'invidia del "beati loro" vien da chiedersi se, forse, in realtà, non sono loro ad aver capito tutto della vita ma noi che, della stessa, non ci abbiamo mai capito un benemerito cazzo.

11 febbraio 2014

Amico, terrificante, cadere

Solita premessa: il 25 ottobre 2009 ho chiesto ai miei lettori di darmi, nei commenti, tre parole; per l'esattezza un aggettivo, un sostantivo ed un verbo, ed io ci avrei tirato su un racconto. Ne arrivarono tante, di triplette, circa trentatre! All'inizio ero partito anche bene, spedito, poi, vuoi la vita, vuoi gli scazzi, ho rallentato la scrittura dei racconti; l'ultimo, infatti, risale addirittura al 27 settembre 2013, insomma, sono più di quattro anni che ho cominciato questa impresa e non mi fermerò fino a che non avrò esaurito le triplette. Qui sotto c'è il nuovo post, gli altri li potete leggere qui.

Il post dalle tre parole di Pupottina

Un pezzo di me


Uno dei miei rimpianti riguarda l’università, non che non l’abbia fatta, tutt’altro, solo che avrei voluto viverla di più. Ho seguito pochi corsi, non per presunzione, semplicemente perché pensavo che, trattandosi di una facoltà direi semi-umanistica, la maggior parte delle materie l’avrei capita di più confrontandomi semplicemente con i testi d’esame che ascoltando lezioni poco pratiche in mezzo ad altre migliaia di persone. Ho capito dopo che non è tanto per l’esplicazione delle materie che l’università va vissuta ma per la vita che ci passa in mezzo, e trattandosi di vita, a parte gli illuminati, si capisce solo alla fine del percorso, non all’inizio. Questo, comunque, non mi ha privato completamente di alcuni bellissimi ricordi del poco tempo trascorso nelle aule della facoltà di Economia di Bari, nei suoi corridoi, o bivaccando, nelle ore più fresche di quasi estate o in quelle più calde di autunno e primavera, sulle panchine sparse qua e la in quella parvenza di giardino che circondava la facoltà. Non penso che dimenticherò le partite a carte sui banchi, nell’attesa delle ore di esercitazione oppure l’ansia feroce che mi assaliva prima di un esame; l’ansia, quella fedele compagna che mi è accanto sempre, prima di ogni evento importante. Di quel periodo mi è rimasto anche qualche buon amico, persone che il destino mi ha posto accanto e che ancora adesso, per quanto magari divisi e lontani, lì accanto mantiene. Uno dei ricordi più vivi che ho riguarda uno dei pochi corsi che ho seguito, Ragioneria I; l’esame faceva parte, e lo fa ancora, credo, di quelli fondamentali del primo anno e proprio perché relativo al primo anno e fondamentale, il numero di soggetti che lo seguivano, o che avrebbero dovuto, era talmente alto da aver portato a dividere l’insegnamento in tre gruppi separati, con tre docenti separati. La separazione era fatta in base all’iniziale del cognome degli studenti e trovandosi, la mia, verso la periferia esterna dell’alfabeto, il mio gruppo di appartenenza era il terzo, a detta di tutti il più difficile. Il docente che teneva il corso, il professor P., portava con se una reputazione terrificante; a noi matricole venivano raccontate storie di ripetute bocciature all’esame, di pubbliche umiliazioni in aula, di terribili reprimende udibili fino all’ultimo piano della facoltà. Lo spirito, dunque, con cui affrontai la prima lezione era molto vicino a quello di un condannato e confesso che anche il primo approccio con il docente, al suo ingresso in aula, non fece che confermare tale stato d’animo; era molto alto e magro, vestiva un abito grigio di un’eleganza un po’ âgée ma quello che colpiva era il suo sguardo, duro, arcigno. L’altra cosa che si notava subito era l’estrema difficoltà che aveva nel camminare, anche aiutandosi con un bastone, era come fosse un pezzo unico; ci volle poco a sapere che, negli anni, la sfortuna s’era accanita contro di lui quasi paralizzandolo e non consentendogli elasticità nei movimenti. Il corso fu duro ma lui si rivelò meno terribile di quello che ci aspettassimo, almeno durante le sue spiegazioni; non che quello che ci era stato raccontato fosse del tutto falso o solo una leggenda, nei primi anni era stato davvero il docente più temuto con cui andare alla lavagna ma, probabilmente per le vicissitudini della vita, come a contrastare l’indurimento delle ossa, aveva ammorbidito il comportamento, senza però perdere la serietà nello svolgere il suo lavoro. Superai l’esame, che prevedeva un difficile scritto, con un ottimo voto ma, più di tutto, quello che è rimasto indelebile dentro di me è stato quello che ci disse all’ultima lezione del corso; dopo averci spiegato come si svolgeva l’esame, che non avrebbe accettato nessun mercanteggiare sul voto che avrebbe espresso, sul fatto che eravamo fortunati perchè, a differenza di quanto avveniva durante i suoi studi, le bocciature non venivano verbalizzate; alla fine di tutto questo ci disse: “E comunque, ragazzi miei, ricordatevi che nella vita può capitare di cadere, l’importante è sapersi rialzare con onore”. Se già allora, poco più che ventenne, quelle parole mi rimasero dentro, adesso, dopo più di quindici anni, ho capito il loro senso profondo che non è quello di sfida, di forza, di rabbia, nell’affrontare la caduta ma di comprenderla per quello che è, una delle tappe della vita.

02 febbraio 2014

Un salto nel passato

C'è stato un tempo, nella blogosfera, in cui tra blogger si faceva a gara a chi si passava più "premi" e/o "meme" in cui venivano fatte le domande più assurde (tanto per farvi capire, date un'occhiata qui); poi questa insana abitudine è passata, come tutte le mode ma, come tutte le mode, ogni tanto si ripropone (come i peperoni ma non così fastidiosa), infatti l'amica Zion qualche giorno fa mi ha fregiato di questo premio:
Le cui regole sarebbero queste:

Chi lo riceve deve ringraziare chi gliel'ha consegnato nominando il suo blog. E' un modo per far simpatica pubblicità ad un blog che segui con interesse. Dopodiché si risponde alle 10 domande che sono state poste; si nominano altri 10 blogger interessanti che abbiano meno di 200 followers; si preparano altre 10 domande e si avvisa i blogger della loro nomina.

Nel mio caso i follower sono più di 200 ma non cerchiamo il pelo nell'uovo eh!!

Ora comincio con le domande che pone Zion:

1. quale data imposteresti nella macchina del tempo?
Il 16 febbraio 2012, vi chiederete perché, lo so, ma non ve lo dico.

2. che arma useresti per abbattere l'ostacolo che ti impedisce di realizzare il tuo Grande Sogno?
Il sorriso e la consapevolezza delle mie ragioni.

3. teletrasporto: dove andresti in questo istante?
A Milano. Lo so che sembra una scelta stupida ma chi mi conosce sapeva già che avrei risposto così.

4. quale libro vorresti poter vivere?
Vabbè, anche questa domanda...dai...la conoscete già la risposta: "Baol", di Stefano Benni.

5. di quale film vorresti essere protagonista?
Mmmm...bella domanda...direi: "The Blues Brothers".

6. il piatto che hai sempre sognato di riuscire a fare ma non sei mai riuscito/a o non hai mai osato provare?
I panzerotti.

7. cosa faresti con 100 euro trovati per strada?
Li spenderei in libri.

8. La casa dei tuoi sogni come e dove sarebbe?
Una villetta, niente di pomposo, però che abbia un bel giardino.

9. hai a disposizione per 2 ore un grande chef, cosa gli chiederesti di prepararti?
Il piatto che gli ha fatto amare la cucina, qualunque sia.

10. devi scegliere fra un magnifico quadro e una magnifica fotografia, quale sceglieresti? 
Sceglierei la magnifica fotografia.

Direi che ho svolto il compitino, non lo giro a nessuno di voi, e non perché non mi interesserebbe sapere le vostre risposte ma perché, se volete, io sono qui per ascoltarle.

25 gennaio 2014

Intermezzo



La casa, il concetto di casa, il posto a cui siamo legati, è fatto di pareti ma anche di persone, di panorami ma anche di ricordi...

23 gennaio 2014

21 gennaio 2014

La saggezza

Tempo fa gli ho dedicato un post ma è su twitter che Andrea regala perle di saggezza, questa non potevo non riportarla:


Solo per ricordarvi che scambiare i compromessi con la sottomissione è il modo migliore per rimanere soli e pieni di complessi.
@Andrea_IlBanale

20 gennaio 2014

Blue monday

Pare che, secondo uno studio, oggi sia il giorno più triste dell'anno. Cioè? Che significa, che oggi le persone che mi mancano mi mancheranno ancora di più? Che una presenza obliqua farà più male constatando che non è una presenza frontale? La malinconia dei ricordi sarà più acuta? Oggi si piangerà, in media, di più? Si guarderà ancora più spesso il display del cellulare attendendo un segno che non arriva? Domani lo si guarderà meno? E ieri quante volte? Ce lo ricordiamo per poter affermare con certezza che oggi lo si è guardato di più? Si sfoglieranno tutti gli album di foto, reali e virtuali, soffermandosi su quello che non c'è più con ancora maggiore insistenza? Domani gli album verranno lasciati sugli scaffali a prendere polvere o nelle loro cartelle dentro gli hard disk? Oggi si comporranno più spesso numeri di telefono senza far partire le chiamate? Domani le chiamate non partiranno ancora ma saranno meno? Oggi si troverà sempre occupato? Online ma non per noi? Si starà più tempo seduti a contemplare il mare mosso? Ci si alzerà il bavero del cappotto e lo si stringerà con più insistenza? Si ripenserà con maggior enfasi a luoghi pieni di significato? Si rileggeranno lettere chiuse nei cassetti? Mail nei recessi di un cloud? In cosa sarà il giorno più triste dell'anno? Si mangerà più cioccolata per compensare? Si penserà ancora di più che piove da troppo? Ci si sentirà ancora più soli? Un'estremizzazione della solitudine? ci si incolperà di tutto con maggiore frequenza? Ci si maledirà con maggior vèrve? Con più fantasia? Dove sarà maggiore la tristezza? Durante tutta la giornata? Ci sarà una punta all'imbrunire? Si sa che l'imbrunire è triste se c'è gente che, dentro, ci va a cercare l'alba. Si lavorerà di più oggi? Con ancor meno soddisfazione? Non si riuscirà, ancor meno degli altri giorni ad ottenere un risultato? No, spiegatemi, alla fine, se oggi è il giorno più triste tutti gli altri lo saranno meno e quindi, da domani, è tutta in discesa.; ma questo dovrebbe rendermi meno triste già da oggi perché so per certo che domani sarà meglio. Quindi dovrei essere meno triste dei giorni in cui non so quando la tristezza diminuirà ma questo non lo renderebbe il giorno più triste dell'anno e quindi che significa?

19 gennaio 2014

Baol per il sociale

Ho deciso di organizzare una giornata per la salvaguardia delle razze bovine.
Si chiamerà VACCA CARE.

18 gennaio 2014

Perchè mi piace Capossela

Capita, a volte, quando scrivo un commento, o rispondo ad un commento che mi è stato scritto, che mi vengano in mente tante parole, troppe, per una semplice risposta, per un semplice commento, praticamente mi viene fuori un mezzo post ed allora, alla fine, meglio farne un post, no? Questa volta mi è capitato con il commento che mi ha lasciato Mareva nello scorso post; leggendolo mi sono chiesto: "Ma perché mi piace Vinicio Capossela?". Lei dice che le sta antipatico a pelle, a pensarci, mica ha torto, non sembra il massimo della simpatia (che poi, ormai, quello che viene identificato come "il massimo" a me fa solo venire il vomito) eppure a me non sta antipatico. Ma perché mi piace Capossela? Beh, prima di tutto, mi piace da molto prima che diventasse "di moda"; ricordo che facevo colazione, una mattina, e guardavo Videomusic, non si chiamava ancora MTV e, soprattutto, trasmetteva video musicali e non ancora pseudoprogrammi con sedicenni gravide. Facevo colazione ed ho cominciato a sentire un attacco musicale jazzato, era "All'una e trentacinque circa", il primo singolo del primo cd di un giovane (oh, allora era giovane) musicista italiano: Vinicio Capossela. Comprai il cd e mi piacque tantissimo, l'ho ascoltato fino quasi a consumarlo; da allora ho continuato a seguirlo anche se, confesso, l'ultimo che ho comprato è il doppio "Marinai, profeti e balene" e non l'ho nemmeno ascoltato, ma mica è colpa sua eh, è colpa mia; la vita, a volte, prende un giro che mica te lo aspetti. Ma può bastare questo a spiegare perché mi piace Capossela? Potrebbe pure ma, in realtà, ci sono altri motivi; un altro dei motivi è che è stato uno di quei musicisti che ho incontrato di persona, anche più di una volta. Ricordo che un pomeriggio abbiamo bevuto insieme del vino portato da noi; ricordo che avevo i capelli lunghi, all'epoca (ora, su 'sta cosa dei capelli, potreste fare finta di non aver letto) ed il pizzetto e lui, che allora di capelli ne aveva, disse che ero il suo sosia giovane (sì, era forte, il vino); diciamo che è anche un po' affetto, no? E quindi, sono questi i motivi per cui mi piace Capossela? Sì, sono anche questi ma, alla fine, il motivo principale è uno: le parole. Ci sono autori che, quando li ascoltiamo, ci piacciono, le loro parole ci arrivano, ci fanno pensare e poi ci sono autori che è come se le loro parole le avessimo già dentro e loro ci aiutino solo a riscoprirle, ed è una epifania ogni volta. Magari a voi le parole di Capossela non fanno questo effetto, ci saranno sicuramente altri autori che ve lo fanno ma, ecco, questo è il motivo per cui mi piace Capossela, è come se mi facesse riscoprire sensazioni che già so; questo, a volte, fa male ma è il male che fa la vita ed è della stessa natura del bene.

15 gennaio 2014

La faccia della terra

Il teatro all'improvviso si fa silente, lui, circonfuso di luce, parla; racconta di un libro, di una Nazione, di emarginati. Poi tocca le corde della chitarra e quelle vibrano, nel silenzio, e la vibrazione si allunga, lievemente distorta ed arriva dentro, senza quasi passare per le orecchie. Arrivano le parole, rauche, graffiate e quella vibrazione, dentro, si trasforma in una mano che ti stringe lo stomaco, come la sensazione che ti dà, a volte, un amore, un'attesa, una paura. Il teatro è pieno, pieno di occhi, pieno di orecchie ma è anche vuoto; il palco una macchia scura dentro una bolla nera e ti pare di vedere una nebbia che non esiste e da quella nebbia spuntare ombre, persone, gente. Sono loro, gli emarginati, li vedi: il devoto, il reverendo, la maestra, il folle solo, l'uomo lontano, la donna libera, il telegrafista innamorato e la moglie fedifrega, la donna gravida, tutti. Li vedi, gli emarginati, e capisci che non sono così diversi da te, che brulicano di vita sghemba come te, come tutti, che sono umani, come umano sei tu. Li vedi nella loro preghiera santa e laica cercare su questa terra, ciechi, soli. Li vedi anche se non ci sono perchè le parole si fanno corpo, la musica si fa scenario e senti sempre quello stringersi nella pancia, non ti guardi nemmeno intorno, sai che non sei solo lì, che il teatro è vuoto ma tu vedi solo loro che graffiano la terra per trovare qualcosa, per trovare una risposta.

Era il 9 febbraio 2009, era il Teatro Smeraldo di Milano, ero un altro io, ero lo stesso io.

...salvami da me stesso, lasciami andare, sulla nera nera terra a cercare.

11 gennaio 2014

Quindici anni



La verità, Dio, è che ti dovevi chiamare altri, non lui. Se vuoi te lo faccio io un bel elenco di teste di cazzo, almeno ti fai un po' perdonare.

05 gennaio 2014

Costruire



Lo sterrato del bordo strada ti impolvera le scarpe mentre, con i pugni infilati nelle tasche del giubotto corto, te ne torni verso casa. E' un primo pomeriggio, assolato, tiepidamente caldo di primavera appena a gli inizi; fuori, dentro credo faccia molto freddo. Cammini senza voltarti per non lasciar sfuggire nemmeno una goccia di dolore, per trattenere tutta la rabbia. Cammini senza voltarti, con la testa altra e i muscoli rigidi, il culo dritto e le spalle ferme; senza regalarti nemmeno una sosta, nemmeno un'esitazione, sempre un passo, saldo, davanti all'altro. Il beneficio del dubbio non fa parte di quel selciato, di quella polvere, di quelle spalle, consapevole che, tanto, verrà concesso sempre alle persone sbagliate, sempre nel momento meno adatto. Cammini senza voltarti e non vedi quell'auto che ha atteso un tempo infinito, ferma allo stop, prima di ripartire; il tempo infinito di veder sparire quelle spalle dietro una curva.

02 gennaio 2014

2013

1) Ascanio Celestini – Pro Patria
2) Corrado Guzzanti – Parola di Corrado
3) Roberto Costantini – Tu sei il male (ebook)
4) Marco Marsullo – Atletico Minaccia Football Club
5) Stefano Benni – Di tutte le ricchezze
6) Mario Desiati – Foto di classe – U uagnon se n'asciot
7) Lorenzo Licalzi – Un lungo fortissimo abbraccio (ebook)
8) Donato Carrisi – La donna dei fiori di carta (ebook)
9) Carlo Lucarelli – Il sogno di volare
10) Camilla Lackberg – La principessa di ghiaccio (ebook)
11) Gaia Coltorti – Le affinità alchemiche (ebook)
12) Fabio Mazzoni – La voce del muto
13) Piergiorgio Paterlini – Fisica quantistica della vita quotidiana
14) Katy Reichs – Duecentosei ossa (ebook)
15) Fabio Mazzoni – Quaranta chilometri ed altri racconti
16) Bruno Arpaia e Pietro Greco – La cultura si mangia!
17) Diego De Silva – Mia suocera beve
18) Jo Nesbo – Il cacciatore di teste
19) Daisy Hay – Più conosco gli uomini, più amo il mio gatto

Eccolo qui, il solito riepilogo dei libri letti nell'anno passato con cui apro il nuovo anno, ancora meno dell'anno scorso, già record negativo, eppure speravo di leggerne molto di più, quest'anno, ero anche partito bene, poi mi son perso. Mi capita spesso, ultimamente, di perdermi e di sperare una cosa che non si materializza ma, mettetevi l'anima in pace, non smetto di sperarla. Anche quest'anno un sacco di ottimi libri; Benni, che ve lo dico a fà? Sono troppo di parte (Non è vero,  Nasten'ka?), Licalzi, il sempre ottimo Carrisi, il divertente Marsullo, l'amico Fabio Mazzoni. Uno su tutti, però, vince De Silva, il suo "Mia suocera beve" è un libro bellissimo, divertente e pieno di periodi che fanno pensare che, naturalmente, mi sono scordato di segnare mentre leggevo, lascio a voi la scoperta delle sue perle. Il più brutto invece, quello di Gaia Coltorti, scusate se ve lo dico: una porcata immane, l'ho scaricato in regalo da ibs e sarebbero stati da denuncia, una storia bruttissima, niente altro da aggiungere.
E' cominciato il nuovo anno, avete visto? Speravo di fare record di post ed invece mi sono fermato a 99, nemmeno cento son riuscito a scriverne però, ammettetelo, ho chiuso con il botto eh? Non mi illudo assolutamente che il 2014 mi renda una persona diversa, non illudetevi nemmeno voi.

Aggiornamento: Scusate, ormai invecchio e se non aggiorno subito il file delle letture via via che leggo qualcosa può sempre sfuggire. Mi era sfuggito il libro di Nesbo, non male ma niente di esaltante.