16 novembre 2009

Reticoli?

Eccoci qui, lunedì della mia ultima settimana di lavoro milanese, faccio un'altra pausa dai "racconti ispirati". Mi sento strano, stamattina mentre arrivavo qui avevo in mente le parole di una canzone di Zucchero:

"Giorni neri, giorni tersi
velati di sonno
sempre uguali e diversi
comunque che vanno"

In fondo vado a chiudere un capitolo importante e ne vado ad aprire un altro; la vita, anche la più noiosa, è comunque un romanzo, spero solo che il mio non l'abbia scritto Moccia...

Visto che ci siamo ci metto anche un bel video (quante cose stamattina...), lo dedico ad una persona che non sta attraversando un bel periodo, spero che passi da qui ancora, perchè una persona che correva anche con -4 non può farsi abbattere dall'ennesima salita che ha incontrato sul suo percorso. Lo so, si è stanchi e quel sasso lì, al bordo del sentiero, dopotutto sembra comodo e cinque minuti di riposo fanno bene...però, attenzione, così si perde il passo.



Un abbraccio

14 novembre 2009

Amare, baita, emozionante

il post dalle tre parole di albafucens:


Monologo interiore

Amo il mio lavoro, lo amo soprattutto per le piccole cose, come la possibilità che mi sta dando di vedere quest'alba meravigliosa colorare di rosa i monti di fronte. La giornata è splendida, di una purezza emozionante direi. Non pensavo che oggi ci sarebbe stato sereno, sicuramente non si poteva nemmeno immaginare visto come nevicava ieri sera quando sono arrivato, non si vedono nemmeno le mie impronte, è tutto così immacolato. Mi piace questa purezza, mi fa stare bene; con la luce del sole è quasi abbacinante, per uno non abituato potrebbe addirittura fare male tanta purezza. E il silenzio? Il silenzio è quasi irreale, i già pochi rumori del bosco sono assorbiti dalla spessa coltre di neve fresca che copre quasi tutto; ogni tanto si sente il rumore di qualche ramo che cede al peso e subito dopo si rilassa per il sollievo di essersi alleggerito, una specie di rumore elastico, un sospiro della natura, ma serve semplicemente a sottolineare ancora di più il silenzio. Questa baita poi ha la fortuna di essere particolarmente isolata, dalla strada si vede a malapena, per scorgerla devi sapere che c'è e non tutti lo sanno, non tutti. Si affaccia sul lato più nascosto della valle e permette di vedere la natura che, all'alba, sembra esplodere, la luce aumenta e lei, piano, occupa tutto il campo visivo, l'ho detto, emozionante. Mi piace questa lontananza dalla frenesia, qui si ha il tempo di fare tutto con calma, rilassati, in questo silenzio che nemmeno le urla possono intaccare. Sì, rimarrei volentieri qui ma il mio lavoro è finito e poi, in realtà, non mi piace mai rimanere troppo a lungo in un posto, sono un nomade, in fondo, e mi piace variare. Mi sa che il prossimo lavoro lo prendo al mare, sì, una bella spiaggia di sabbia bianca. Adesso devo proprio andare ma con calma, non voglio spezzare l'incanto di questo posto, tanto passerà un bel po' di tempo prima che scoprano i cadaveri.

12 novembre 2009

Esmeralda Matilde Lapis

Esmeralda Matilde Lapis decise di fare la maestra il giorno che capì che la sua amica, quella che aveva incontrato nel negozio di elettronica, voleva sempre insegnarle tutto; si disse che no, che non poteva credere di non sapere niente, doveva dimostrarle che anche lei sapeva qualcosa e non solo, la sapeva anche trasmettere agli altri. Esmeralda Matilde Lapis era detta “matita”, non so perché, forse derivava da Matilda ma a lei non dispiaceva; in realtà a lei non dispiaceva niente, come usava dirle spesso l’amica “tinsegnotuttoio”, e così sorrideva dolce a tutti. Anche all’amica sorrideva sempre, mentre lei si intestardiva a spiegarle come utilizzare il pc, era buona Esmeralda Matilde Lapis, non ce la faceva a dire all’amica che il suo era un Mac e così le lasciava cercare per ore il tasto “start” mentre biascicava frasi del tipo “ma che ce l’hai attaccata a fare ‘sta cazzo di mela sullo schermo?!”. Esmeralda Matilde Lapis era curiosa di natura, per questo l’amica le piaceva, lei era tutto un mistero, diceva di studiare lingue ma una volta, mentre erano insieme l’amica “tinsegnotuttoio” le chiese se volesse andare a casa sua a prendere un tè e lei, per essere simpatica e farle vedere che qualcosa la sapeva anche lei le risposte “of corse” ma amica la guardò strana e le disse: “non c’è bisogno di correre”. Ci aveva pensato per giorni Esmeralda Matilde Lapis, a questa cosa qui, giorni interi, poi si era convinta che l’amica non studiasse inglese tra le tante lingue. Quello che Esmeralda Matilde Lapis non capiva era l’amico di amica, un tale Neutro che si dicesse sapesse tutto, lui sì, non l’amica; Neutro però non parlava mai, non si esprimeva, nemmeno annuiva, quando gli veniva chiesto un parere l’amica “tinsegnotuttoio” diceva subito: “La pensi come me, vero Neutro?” e subito partiva ad esporre il suo punto di vista sulle cose. Poi, un giorno, Esmeralda Matilde Lapis chiese all’amica: “Ma tu, amica, che lavoro fai?”, l’amica la guardò strana e sorrise senza darle una risposta. Il suo corpo fu ritrovato sul greto asciutto di un fiume, un po’ qui ed un po’ la e non si capì mai chi fosse stato; quando veniva chiesto all’amica “tinsegnotuttoio”, orfana inconsolabile di Esmeralda Matilde Lapis, chi le avesse fatto fare quella fine, lei rispondeva: “Non lo so” e poi guardava strana e sorrideva, mentre Neutro spalancava solo gli occhi. Fu così che Esmeralda Matilde Lapis non riuscì a fare la maestra.


Faccio un'altra pausa dai "racconti ispirati", con un...racconto ispirato :)
Come era già successo qui, ancora una volta un post di Inenarrabile è come se mi avesse sfidato, non ho potuto che risponderle...

09 novembre 2009

Mosaico, trapassare, secolare

il post dalle tre parole di Maraptica:



DiVersi

Quando ti ho vista la prima volta
mi hai trapassato con lo sguardo
e mi hai lasciato trafitto lì
in un tempo che non è finito,
non ho avuto modo di reagire
al tuo sorriso splendido, beffardo
ti ho fatto un cenno con la mano
ma tu avevi già capito.
T'ho baciata di un bacio lieve
sotto i rami d'un ulivo secolare
in un estenuante mezzogiorno
nel frinire di un milione di cicale;
abbiamo speso tutto il tempo
a stare zitti o a parlare,
nella sincronia dei nervosi,
quando non sai cos'è bene e cosa male.
Il sole a picco in mezzo alle foglie
disegnava un mosaico d'ombre e luci,
volevo prendere un raggio con la mano,
tremavo come fosse inverno e tu hai riso.
Mi hai chiesto: “Ma noi dove andremo?”
“Non m'importa, verrò dove mi conduci”.
Ancora adesso quando non guardi
passeggio gli occhi sulle curve del tuo viso.
Ti sfioro il naso mentre dormi
in silenzio, con le dita della mano
così caccio via tutti i pensieri
che accumulo durante il giorno,
Nemmeno adesso so dove andremo
forse potrà essere lontano
la verità è che non mi interessa,
finché “siamo”, il resto è solo contorno.

08 novembre 2009

E' finita l'avventura...

Faccio una pausa dai "racconti ispirati" perchè era da un po' di giorni che dovevo scrivere questo post qui e visto che l'altro giorno scartabellavo tra i miei post ed i ricordi annessi ed ho ritrovato questo che, all'epoca, ebbe molto successo ed ho pensato al ritorno, al mio ritorno a casa. Sì, come dice il titolo, l'avventura e finita ed a fine mese tornerò a casa e rivedrò quelle luci, le luci del mio paese e mi chiedo come mi sentirò nel rivederle non dopo un'uscita per una pizza e nemmeno sapendo di andare via di nuovo, no, rivederle dopo un anno via e per restare. Con molti di voi ho parlato di questa scelta e molti di voi hanno espresso pareri l'uno diverso dall'altro; quando, più di un anno fa sono partito per salire a Milano ero pieno di paura (direi proprio terrore), non sapevo cosa o chi avrei incontrato, non sapevo come sarei stato, non sapevo che impatto avrebbe avuto su di me la vita in solitudine; come più volte ho detto, non credevo di abituarmi così in fretta ma sono stato bene, tanto che, adesso, ci sono cose che mi dispiace lasciare. Torno indietro per tanti motivi, torno perchè la lontananza dall'Oceano è dura da sopportare, perchè ho bisogno del profumo della sua salsedine e della sua umidità perchè ho paura che, alla lunga, mi si secchi l'anima. Torno perchè, forse fin dall'inizio, sapevo che sarebbe stata una cosa a termine, torno perchè ho qualcosa da dover gestire, nonostante sia la cosa da cui sono "scappato". Torno, perchè mi sono accorto che da essere quello sorpassato, la mattina, andando al lavoro, sono io che mi infastidisco della lentezza degli altri. Torno perchè pagare la frutta come dal gioielliere mi fa venire il nervoso. Torno, ma... Già, i "ma" ci sono sempre, no? Se nello scegliere tra restare o tornare ci abbia pensato tanto e ancora adesso non sia sicuro della scelta, ci sarà un motivo no? Significa che è stata un'esperienza importante altrimenti non sarebbe stato difficile decidere di tornare, sarebbe stato un fuggire a casa, invece no, invece tante cose mi mancheranno. Mi mancheranno le possibilità trasversali alla mia attività che stare qui mi offrirebbe, le possibilità di avere a che fare con situazioni che, a casa, ai bordi della periferia dell'impero posso scordarmi. Mi mancherà quella libertà conquistata con la resistenza, sì, mi mancherà questa libertà, non c'è niente di male, è così, sfido chiunque l'abbia provato a darmi torto. Mi mancherà Milano, che ci crediate o no; prima di partire ne ho sentite di ogni, per alcuni, se fossi andato nel peggior slum di Mumbai sarei andato comunque in un posto più bello di questo, beh, gli occhi vanno anche usati; Milano va guardata con lo sguardo a 45° per godersi le prospettive e quando beccate una giornata di cielo terso, verso il tramonto andate da San Babila verso il Duomo, la luce sulle guglie fa un certo effetto. Mi mancherà la possibilità di andare a piedi a vedere un megaconcerto, le mie passeggiate domenicali e le facce una diversa dall'altra, tutte con una storia diversa. Mi mancherà avere, in un solo mese, la possibilità, tra presentazioni varie, di incontrare: Mario Biondi, Maurizio Crozza, Giovanni Allevi, Stefano Benni, Niccolò Ammaniti, Curzio Maltese, gli Avion Travel e i Placebo. Mi mancheranno un sacco di cose e so che, in questo anno passato, sono cambiato e non sono esattamente lo stesso, magari sono pure peggio, non so ma era normale che non rimanessi uguale è cambiato anche il mio modo di scrivere però, almeno, se un giorno avrò bisogno di stirarmi una camicia so che ce la potrò fare senza problemi. Ho detto quello che avevo da raccontare, ora torno a spremere i neuroni sulle parole e sui racconti, un abbraccio a tutti.

03 novembre 2009

Passeggiata, sole, equivoco, ferro da stiro

il post dalle tre parole di enne di niente:


Tutti possono sbagliare

Il corpo era riverso sull'asfalto, seminascosto da una siepe del parcheggio del grosso centro commerciale, gli occhi sbarrati dal terrore ed una grossa ferita nella zona frontale della testa; anche le mani erano ferite, probabilmente alzate in un estremo, inutile, gesto di difesa. Il primo ad accorgersene fu un bambino, a quell'età non sono ancora annoiati dal mondo, osservano sul serio e non si limitano a guardare. Una volta visto il corpo lo aveva indicato alla madre, furono le urla di questa a far accorrere la gente, famiglie con il carrello colmo della spesa della settimana; alcuni di loro avrebbero avuto il sonno disturbato per giorni, altri, quelli più “di mondo”, guardarono la scena con l'espressione di chi ha visto ben altro e poi rimisero tutto il pranzo vicino all'auto. I primi ad arrivare dissero che era drogato, una frase che volevano dire dal 1995, quelli dopo, più moderni, dissero che erano stati gli albanesi. Intanto il corpo era lì, a prima vista un maschio bianco sulla trentina, curato e sportivo; la pozza di sangue si allargava vicino alla testa ed un impietoso sole di luglio ci si rifletteva dentro facendolo brillare, era fresco. Solo dopo i primi attimi di panico, dopo che era stata chiamata un'inutile ambulanza ed avvisata la polizia, ci si accorse della donna in evidente stato confusionale, ad una decina di metri dal corpo. Una signora di bell'aspetto, doveva avere circa cinquant'anni ma si coglievano solo con uno sguardo attento, con un caschetto rossiccio e le labbra tremanti. Nella mano sinistra teneva un kinder bueno che ormai doveva aver ceduto al caldo ed alla presa stretta; nell'altra stringeva ancora quella che doveva essere l'arma del delitto: un ferro da stiro sporco di sangue. Tra la folla serpeggiava la paura ma anche una curiosità morbosa, c'era chi, denotando poca fantasia, ipotizzava un tentativo di stupro. All'arrivo della polizia la donna sembrò destarsi dal suo torpore, si accorse del ferro da stiro e lo gettò via, lontano da sé; una poliziotta le si avvicinò guardinga e lei iniziò a farfugliare qualcosa, diceva che era tutto un equivoco, un errore. La fecero sedere in macchina e cercarono di calmarla con un po' d'acqua, le chiesero cosa fosse successo, ripeté che era stato un equivoco, era uscita per una passeggiata in macchina e si era spinta fino a quell'ipermercato, ne aveva approfittato per fare la spesa, doveva comprare un nuovo ferro da stiro ed era stato proprio al settore dei piccoli elettrodomestici che aveva incontrato quell'uomo, anche lui doveva comprare un ferro da stiro perché era in procinto di iniziare una nuova vita; era simpatico, ci aveva bevuto insieme un succo. Dopo un po' si erano avviati verso le rispettive auto, all'uscita lui aveva incontrato una coppia di amici. La donna si era fermata un attimo per un altro sorso d'acqua, lo sguardo della poliziotta la spronò a continuare. Erano una coppia di amici e al momento dei saluti la ragazza aveva domandato all'uomo se quella donna fosse sua madre; alla donna era ritornato lo sguardo spento ma continuò a parlare, l'avevano scambiata per la madre di un trentenne, sembrava la madre di un trentenne, lei! E lui a questa cosa rideva di gusto, lei voleva solo farlo smettere, in una mano aveva il kinder bueno, nell'altra il ferro da stiro, lo aveva colpito con la mano sbagliata, era stato un errore, era stato un equivoco.

01 novembre 2009

Libro, fumare, saporito

Il post dalle tre parode di LaCapa:


La profezia

“Lui sa! Lui sa!” Lo chiamavano 'il predicatore', andava in giro per le vie della città con addosso una tunica che vedeva l'acqua solo nei giorni di pioggia. Era il nostro matto, predicava sventure ed apocalissi ma nessuno lo prendeva sul serio. Ne subiva di ogni, il predicatore, ingiurie, sputi, sassate; ci avvisava che il male era tra noi e con quello veniva ripagato. Diceva che era tutto scritto nel libro, un tomo rilegato in pelle che si portava sempre dietro e che, diceva, era stato scritto da un monaco pazzo; a me veniva da ridere, lui che dava del pazzo ad un altro era un gran bel controsenso. Una volta mi ci ha beccato sul serio, a ridere, mi ha guardato dritto negli occhi, ha alzato sopra la testa il libro e mi ha additato con la mano sinistra: “Tu sei un miscredente e per questo capirai prima degli altri”. Vaticinava che saremmo stati gli uni contro gli altri e che saremmo stati capaci di perdere tutti, nessun vincitore; ed io pensavo che era già così, ché ci si urlava contro senza nemmeno un motivo. Finiva il suo monito dicendo che eravamo ancora in tempo e poi si allontanava borbottando “Lui sa! Lui, sa!”. Naturalmente non gli credeva nessuno, fino a quando non ci siamo svegliati e parte della città fumava ancora sputando nuvole di polvere e cenere, polvere di macerie e cenere di corpi. Eravamo diventati sempre più particolareggiati nello scegliere chi odiare fino ad arrivare a prendercela con la nostra stessa ombra. Non avevamo voluto ascoltare chi ci aveva avvisato, non avevamo voluto vedere ciò che era sotto i nostri occhi ed adesso ci aggiravamo tra quello che rimaneva della città, guardandoci le spalle anche da noi stessi, cercando qualcosa da mangiare che fosse, non dico saporito, ma almeno commestibile e se non ne trovavamo, cercavamo di dormire in nascondigli improvvisati senza sapere nemmeno di chi avere paura. Cercavamo di dormire per non sentire le urla della fame e nel silenzio della notte, ripensavamo al predicatore, lui che ci aveva sempre raccontato, per anni, come sarebbe andata e non non gli avevamo mai creduto. Noi tutti, noi che lo chiamavamo pazzo, troppo impegnati ad arrivare sempre più in alto, in quel momento lì in cui eravamo tutti perdenti, capimmo il motivo che ci aveva portato tra quelle macerie: noi lo chiamavamo pazzo ma la verità era che portava sfiga.

29 ottobre 2009

Sfera, camminare, lagnoso

il post dalle tre parole di Suysan:


Débâcle

“Ci dispiace ma non rientra nella nostra sfera di competenze, non possiamo aiutarla”. Un altro “no” ed un altro vicolo cieco, ormai si era perso dentro le circonvoluzioni della burocrazia; solo per una multa. Una multa fatta ad un'altra auto, in un altro luogo, ma non si sa come, arrivata a lui. Erano ore che camminava, sbattuto dal comando dei vigili al più periferico degli uffici amministrativi fino in centro, nella sede principale del Comune. Aveva fatto più chilometri sul linoleum dei pavimenti istituzionali che sull'asfalto, impegnato com'era, da una stanza all'altra per poi tornare alla prima, sempre con la multa in tasca. Ormai aveva ripetuto tante di quelle volte la sua storia che, davvero, la interpretava alla perfezione. Le aveva provate tutte, aveva fatto l'incazzato e l'accomodante, il simpatico ed il pedante; aveva parlato in modo minaccioso e accondiscendente, brillante e lagnoso davanti allo sguardo bovino di decine di persone diverse. Solo l'esito era sempre stato lo stesso: la multa era ancora a suo nome; sapeva a memoria tutti i nomi di tutti i moduli che servono per qualsiasi richiesta ma c'era sempre qualcosa che non andava bene, a volte c'era una copia in meno, un'altra una firma di troppo ma quando si sentì dire che avrebbe dovuto fare un'autocertificazione firmata per certificare la sua stessa firma su un modulo ebbe un giramento di testa e non solo. Aveva lasciato un pezzetto di pazienza in ogni ufficio in cui era stato, ad ogni sportello a cui si era affacciato e non ne era avanzata niente per lui proprio quando gli sarebbe stata più utile ma non urlò, no, esplose all'interno ed abbassò il capo davanti alla sconfitta, non ce l'avrebbe mai fatta; mormorò un “grazie” e si avviò allo sportello dei pagamenti.

28 ottobre 2009

Pullman, accarezzare, coraggioso

Questo è il post dalle tre parole di giulia:


Cambiamenti

Aveva accarezzato l'idea per mesi passandosela nella testa come una caramella mou e poi,un giorno ha detto solo “parto”; lui l'ha guardata per qualche secondo come a volersi fissare in testa i lineamenti del suo volto ed ha parlato: “C'è un che di coraggioso in quello che fai, un che di folle, sì, devi essere pazza” e poi l'ha abbracciata senza aggiungere altro. Non aveva mai pensato che sarebbe stato facile, in fondo, se si è diversi da un piano all'altro di un condominio, pensa te in un'altra nazione, parlano addirittura una lingua diversa in un'altra nazione. Quella però era la parte solida della sua idea, ciò che aveva accarezzato per mesi adesso era tatto sotto i polpastrelli, ed ora non poteva che sopportare il peso dei tanti piccoli cambiamenti quotidiani. Passare da una routine all'altra è sempre duro ma, nonostante gli ostacoli che ogni giorno si trovava tra le caviglie, su quel pullman rosso vermiglio sentiva di aver fatto la scelta giusta, “sì, devo essere pazza” pensò e si sorrise.

Ok, si comincia, prossimamente il successivo post "ispirato"

Prima di cominciare

Premetto che il primo dei post "ispirati" è pronto per essere postato e stamattina ero deciso a farlo poi, mentre venivo a lavoro in metro ho sbirciato una piccola notizia sul quotidiano di free press che leggeva il mio vicino di palo (no, non mi sono dato alla lap-dance). Ve la riassumo in breve: un paio di imbecilli di una scuola superiore hanno deriso ed umiliato un loro compagno disabile ed il preside della scuola li ha tenuti per un'ora con i pantaloni calati, davanti alla porta aperta del suo ufficio, in modo che li vedessero tutti; poi sono passati un paio di insegnanti che lo hanno fatto smettere e, pentendosi, lo stesso, si è autosospeso. Ecco, a parte che sembra vada di moda l'autospensione, spero che al dirigente "punitore" non succeda niente e che la sua autosospensione finisca presto perchè se un ragazzo è talmente stronzo da umiliare un disabile, se i genitori sono talmente teste di cazzo che non gli hanno insegnato quel minimo di educazione civica per la quale non si prendono in giro i disabili beh, la punizione ci sta tutta. Esagerata dite? Non credo. Sono contro la teoria dell'occhio per occhio, soprattutto ad alti livelli ma credo anche che ci siano dei piccoli casi come questi nei quali ci stia molto bene, sì, perchè i due "soggetti" in questione non avrebbero che gioito di una sospensione e se fossero stati costretti a stare vicino al compagno disabile per "capire", avrebbero sicuramente trovato un modo per perseguitarlo ancora. No, gente così deve essere presa per il culo giornalmente per almeno dieci anni, deve provare dentro il dolore dell'umiliazione che quel povero ragazzo ha sentito e forse, magari, in questo modo la prossima volta ci penserà due volte a sfottere qualcuno più debole. Tanti anni fa, avrò avuto circa 10 anni, ho accennato una presa in giro ad un ragazzo lievemente disabile, per il suo modo di parlare, ed uno dei suoi parenti mi ha fatto sentire talmente una merda che me lo ricordo ancora ed io a 'sto tizio qui non lo ringrazierò mai abbastanza, primo perchè mi ha fatto capire il dolore che si prova e secondo perchè ha evitato di dirlo ai miei che ci avrebbero rifoderato i divani, con la mia pelle. Si legge anche che i due ragazzi sarebbero stati picchiati ed insultati dal dirigente, prima di stigmatizzare questo comportamento andrebbe definito il concetto di "picchiare" perchè se per "picchiare" si intendono un paio di ceffoni ben assestati non credo ci sia niente da eccepire.

Fiumi di parole...

Che dire? 33 triplette di sostantivoaggettivoverbo! Certo, alcune non sono triplette giuste ma non sto tanto a fare lo schizzinoso, ne ho di roba da scrivere, se ci riesco c'ho da postare per i prossimi sei mesi! Perchè? Pensavate che avrei scritto un post unico con tutte le parole? No no, scriverò, o almeno cercherò di farlo, un post per ogni tripletta andando in ordine come sono state proposte; come mi ha detto oggi una persona: ho voluto la bicicletta? E mo devo pedalare! Vabbè, spero di cominciare quanto prima.

25 ottobre 2009

Ma c'ho la gotta all'immaginativa?

Basta! Sembra proprio che la mia ispirazione stia dormendo della grossa, c'è bisogno di una bella spinta; facciamo così, voi, nei commenti, mi lasciate un sostantivo, un aggettivo ed un verbo ed io cerco di scriverci su un racconto, i commenti restano aperti fino a martedì sera e poi si vede cosa ne esce fuori.


Già che ci sono: oggi sono stato a vedere la mostra su Hopper, se siete nei paraggi di Milano io vi consiglio di farci un giro, certo, manca Night Hawks ma le opere che ci sono sono ugualmente molto evocative.

addenda delle 23:50 del 26 ottobre 2009: attenzione che i commenti verranno chiusi improrogabilmente alla mezzanotte di domani martedì 27 ottobre 2009

Ok, commenti chiusi

23 ottobre 2009

Orsù, che dovrei fare?



Chi legge il mio blog, chi mi conosce, sa bene che passione ho per il Cyrano de Bergerac, ho anche "rubato" una sua battuta per rispondere all'anonimo nei commenti del precedente post (e Giulia, come mi aspettavo, mi ha beccato subito). Ho letto Cyrano per la prima volta tanti anni fa, spinto prima dalla visione di un film che ne era la versione in chiave moderna, fatta da quel genio di Steve Martin e poi dal bellissimo film di Rappeneau con Depardieau. Ho letto il libro, dicevo, attratto da questo romantico sognatore, l'ho letto nell'adolescenza; chi non è un romantico nell'adolescenza? Io poi, goffo, con un naso "importante" e follemente innamorato di una compagna di classe a cui dedicavo versi su versi, potevo non avere una specie di "affinità elettiva" con questo personaggio? Impossibile! Ho letto il libro sia in versi che in prosa, l'ho letto e l'ho amato, l'ho fatto mio, imparato le battute a memoria e le ho ripetute nella mia mente, ho rivisto il film tante e tante volte ed ogni volta sorrido al Cyrano beffardo e guascone e piango ai suoi sguardi a Rossana. Cyrano mi ha insegnato un bel po' di ironia e mi ha fatto convivere con tutti i miei sogni chiusi nei cassetti. Tutto questo per dirvi che sabato e domenica scorsi, forte dell'appoggio di uno dei miei migliori amici e del fatto che, lavorando nell'ambito teatrale, fosse riuscito a trovare con così breve preavviso due biglietti, sono andato a vedere la rappresentazione del Cyrano al teatro Argentina, a Roma. Mi sono svegliato presto sabato mattina e sono andato in stazione a prendere uno di quei costosissimi treni rossi che, senza fermarsi in mezzo, ha annullato la distanza tra Milano e Roma e mi ha portato dalla città in cui sto vivendo e che, stranamente, sento mia e spesso mi fa sorridere, ad una città che amo e che ogni volta mi fa rimanere a bocca aperta, nel bene e nel male. Mi mancava vedere il Cyrano in teatro, certo, ne ho perse tante versioni: quella di Proietti o anche quella di Allegri, il signore che nel video qui sopra, meravigliosamente, declama una tirata che sembra scritta venti minuti fa. Ne ho perse di versioni, sì, ma Popolizio non me le ha fatte rimpiangere e, come Cyrano dovrebbe essere, si ergeva più alto anche di attori più alti di lui, magia del teatro? Non so, so solo che ero lì, appoggiato alla balaustra con lo sguardo sognante che anticipavo le rime e le battute.
Quanto al resto, beh, ho rivisto cari amici ed incontratone di nuovi, gente che, comunque rimarrà sempre dentro di me e questo è bello, direi meraviglioso. Ho salutato la città dalla stazione con mezzo cuore, magari mi ricresce o magari lo ritrovo lì quando torno ma l'ho lasciata con gli occhi luminosi e luccicanti, in fondo, per me vedere il Cyrano è stato come tornare a tanti anni fa quando ero me stesso ma con le cicatrici ancora in formazione. Concludendo, se potete, cercate di salire sempre senz'aiuto.



Tanto per cambiare un attimo discorso, nella puntata di giovedì scorso del Dr. House, quella del 15 ottobre, il caro dottore dice al suo amico Wilson che mette le foto della Cuddy, nuda, sul suo blog, sbaglio o in questo post di più di un anno fa lo dicevo già io? Qualche avvocato si faccia avanti che facciamo una bella causa eh!

13 ottobre 2009

E c'hai raGGione da vendere LB!

Ma voi volete mettere? Quante volte vi trovate ad ascoltare le solite, ennesime, mirabolanti stronzate immani, quelle che ormai si sentono dire in media ogni cinque minuti anche con l'mp3 a tutto volume nelle orecchie? Cioè, non capita solo a me di sentire tra una sistole ed una diastole di un'iperteso frasi ripiene di luoghi comuni alla "si stava meglio quando si stava peggio", vero? Del tipo "E gli immigrati... E i meridionali... E l'inquinamento... E le mutazioni climatiche... E i maya...". Volete mettere, dicevo, trovarsi a sorpresa in mezzo alla classica smitragliata di minchiate dell'italiano medio che nemmeno in un assalto della s.w.a.t.; talmente a sorpresa che non fareste in tempo nemmeno a buttarvi sotto il treno della metropolitana che sta arrivando e mentre siete lì che leggereste pure Moccia parafrasato da Alberoni, stile Sapegno con Dante, pur di non farvi sfiorare dalla discussione, mentre siete lì e vorreste avere il dono dell'invisibilità, uno qualsiasi dei cianciatori si accorge di voi e vi chiede: "Lei, come la pensa?". Ecco, volete mettere alzare la testa e guardarli così...



Eh?!

09 ottobre 2009

Nobel

Barack Obama ha vinto il premio nobel per la pace...

alla faccia di questi tizi qui

08 ottobre 2009

Lodi, lodi, lodi...

L'italiano è uguale per tutti ma non la sua declinazione, ebbe ad essere convinzione di questa cosa qui e per questa motivo, essendo che sono una delle quattro più alte cariche di questo blog me medesimo si può permettere che può scrive come meglio è sicuro che serve a voi lettori che ce lo so che sette su dieci di voi sono come me che se invece adesso ci erano quelli che l'italiano seguono tutte le regole. Adesso sapessimo tutti come sarebbe questo blog qui medesimo esso, e il 72% dei blog sono in mano a professori di italiano e ci sono un minoranza di amministratori di blogger che sono di splinder e vengono contro un blog leggittimamente creato. Non mi interessa che l'accademia della crusca disse che l'italiano debbe essere uguale ed usato uguale io va avanti e non ascolta quello che dice De Mauro che si conobbe lui come la pensasse.

28 settembre 2009

Heavy Cross



"It's a cruel cruel world, to face on your own,
A heavy cross, to carry alone,
The lights are on, but everyone's gone,
And it's cruel"

Si rese conto che ognuno ha la sua croce mesi fa mentre, radendosi, si guardò negli occhi e sprofondò, non bisognerebbe mai guardare troppo nell'abisso chè quello guarda dentro di noi poi, no? Non era Nice che diceva così? Ma farsi troppe domande è inutile quando si è di passaggio e si è sempre di passaggio, è la nostra condizione. Non muoveva un muscolo della faccia, una statua di sale, spariva la schiuma e riappariva la pelle ed intanto metteva apposto se stesso nei suoi ripostigli, troppo semplice essere uno ed uno solo talmente semplice che in realtà è impossibile, siamo fatti di infinitesimi che si sommano all'infinito e se non ci rendiamo conto che abbiamo la forma dell'acqua, come diceva Camilleri, se non ci rendiamo conto di questo, beh, possiamo solo diventare pazzi ed andare ad allungare la fila di quelli che si creano una routine giorno per giorno come molliche di pane per ritrovare la strada. Tant'è, si disse, che la mia vita è una routine in cui, ogni giorno, torno a casa per una strada diversa e guardo facce diverse. Ma qual'era la sua croce? Qual'era la pesantezza del mondo crudele che si era caricato sulle spalle? L'incertezza nonostante delle basi salde, il futuro che faceva paura a lui più di quanta ne facesse a chi non ha le sue stesse fondamenta; lo straniamento, quel senso di essere altro anche quando si è uguali e pure la consapevolezza che non è fatto di una sola musica ma di spartiti diversi che troppo spesso suonano insieme in una cacofonia di strumenti musicali, era musica da camera a volume troppo alto, era quella la sua croce, essere la musica diversa dal contesto che alle volte suona bene alle volte suona male, dipende dall'orecchio che ascolta. Era questa la sua croce e lui, di buon grado se ne era fatto carico spostandola, ogni tanto, da una spalla all'altra.

23 settembre 2009

Notte sovrapensiero

...solo una parte infinitesima, un microcosmo di emozioni e poi tutto tace e si mescola al silenzio fuori e si confonde con il buio intorno. La memoria diventa un'ipotesi fatta di macchie immerse nel nulla, sprazzi di immagini apparse per sbaglio e mezzi sorrisi raccontati a se stessi. Felicità scordate, accantonate in un ripostiglio in mezzo alla notte, ci cullano lontane da sguardi indiscreti. Ci domandiamo il motivo di noi, quello che siamo diventati giorno dopo giorno, infinitesimo dopo infinitesimo...


Pareva brutto che non avessi dato ancora un mio contributo al club...ecco un mio (ispirato) pensiero-sovrapensiero

18 settembre 2009

Aggiornamento

La mitica Gata, oltre a farmi venire l'acquolina in bocca con ogni post del suo blog di ricette, tramite l'altro ha contribuito al nostro piccolo club con questo contributo.
Menzione d'onore per Gata!

13 settembre 2009

Tremenda constatazione

Ormai è chiaro, sto diventando un razzista: ogni volta che incontro uno con una copia de "Il Giornale", mi sta su cazzo.

10 settembre 2009

Niente da fare, c'ha sempre raGGione lui...

Hai voglia a cercare di farlo sbagliare ma il gran maestro Porzione, colui che ha fatto della zizzania (e delle focaccine ripiene di strutto) il suo pane quotidiano, ci azzecca sempre! Era infatti questo il racconto ispiratomi dal quadro e lui, essendo uno che NON legge ogni mio post, lo ha beccato subito (certo, è anche uno dei pochi in cui lo cito...ma vabbè, queste sono illazioni da Giornalaccio qualsiasi). Quello è uno dei post da cui era nata una bella collaborazione incrociata in un altro blog, poi, visto che lui non si fa intimidire da nessuno, appena gli hanno detto che scriveva racconti troppo lunghi ha smesso di scrivere. L'ho sempre detto: è il mio modello di coerenza, anche io voglio il suo share!

09 settembre 2009

Ci pensavo così...

Ero così, sovrapensiero (come al solito insomma) è mi è venuto in mente che il quadro del post precedente ha anche velatamente ispirato un mio vecchio racconto...sapete dirmi quale? No, non si vince nulle (e ci fù il fuggi fuggi generale...)

04 settembre 2009

Sono aperte le iscrizioni all’absent-minded club

Come ha scritto 24 fotogrammi, da oggi è possibile iscriversi all'esclusivo absent-minded club, il club dei sovrapensiero. Con un commento vi ritroverete iscritti a questo club il cui scopo è studiare, trovare notizie e curiosità sul mondo del sovrapensiero, che non ha niente a che vedere con il sovrannaturale eh! Come ha scritto la co-fondatrice: "Giochi di parole, seri e scientifici abstract, approcci spirituali, vignette. Accettiamo tutto. Tutto quello che può contribuire ad approfondire il grande mondo del sovrapensiero."

il mio contributo è un quadro di Edward Hopper:
Chi c'è di più sovrapensiero del tizio di spalle?
Questo anche per dirvi che dal 15 ottobre ci sarà la mostra su Hopper, qui a Milano...ed io non vedo l'ora!!!

29 agosto 2009

Reazione a catena

Mario: Cara, hai presente il gazebo che ho messo sotto l’acacia per evitare che la resina mi cadesse sulla macchina?
Anna: Sì, perché?
M.: Ecco, si è giustappunto coperto di resina.
A.: Vabbè, lo hai preso per quello no? Puliremo con il solvente.
M.: Sì, solo che le mosche, attirate dalla resina, ci sono rimaste appiccicate.
A.: E che sarà mai, laveremo via anche quelle, non preoccuparti, l’idropulitrice è molto potente.
M.: Certo, certo, però vedi, le lucertole, attirate dal banchetto gratuito di mosche sono rimaste invischiate anche loro.
A.: Che schifo! Ci vorrà la paletta per staccarle.
M.: Penso di sì, solo che, ehm, sai il gatto della Bissoni, quello che caccia le lucertole?
A.: No! Anche lui?! E’ uno zoo ormai il gazebo!
M.: Camminava sul muro accanto, non gli è parso vero che ci fossero tutte quelle lucertole e si è buttato al centro, ora è lì che miagola.
A.: E poi dicono che i gatti sono furbi. Prendi la scala e vallo a staccare di forza ché altrimenti la Bissoni è la volta buona che ci denuncia.
M.: Sì, ma c’è un problema.
A.: Un altro?! Festa grande oggi! Cos’altro c’è?
M.: Ricordi che il gatto non cacciava solo lucertole ma anche piccioni?
A.: Si sono attaccati anche quelli?
M.: No, però quando hanno visto che il gatto era lì bloccato hanno cominciato, diciamo così, a “bombardarlo”.
A.: Con cosa?
M.: Gli cagano addosso!
A.: Azz. Vendicativi ‘sti piccioni, vabbè, ma quanta ne potranno fare? Sono sicura che esauriranno presto le armi.
M.: No perché i figli della Marchetti per fare una cosa divertente gli hanno dato da mangiare molliche di pane imbevute di guttalax! Ormai quelli sono armati come uno stormo di F14 americani, non la smetteranno per ora.
A.: Quei ragazzini andrebbero messi in riformatorio per il bene della comunità. Allora mettiti la cerata ma vai a salvare il gatto.
M.: Ma non posso passare, non posso raggiungere il gazebo.
A.: E quanto hanno già cacato ‘sti piccioni?!
M.: Mannò, in mezzo al cortile c’è l’ambulanza che ostruisce il passaggio.
A.: Un ambulanza?! Cos’altro è successo??
M.: I ragazzini hanno usato tutto il guttalax del nonno e quello ha avuto un blocco intestinale, lo devono portare a fare un clistere d’urgenza.
A.: Quanta poesia nelle tue parole…
M.: Ma è la verità!
A.: Senti, fa una cosa, visto che i garage sono comunicanti, passa nel complesso vicino ed esci da lì, così aggiri l’ambulanza.
M.: Non si può andare nell’altro complesso.
A.: E perché?
M.: E’ colpa di Rossetti.
A.: Il signore che sta al 10B?
M.: Sì, quello ha il balcone sopra il nostro gazebo quindi è finito nel fuoco incrociato dei piccioni, quando si è accorto che le sue gardenie erano ricoperte di guano è corso a prendere il fucile da caccia perché voleva fare un antiaerea.
A.: Un pazzo…
M.: aspetta che non ho finito; è scivolato sulla cacca di piccione mentre sparava ed ha colpito la centralina dell’allarme di quelli di fronte, i Simeoni.
A.: I paranoici?
M.: Sìii, è andata in corto ed ha preso fuoco la tenda da sole.
A.: E loro erano in casa?
M.: No, sono ad un seminario sulla sicurezza.
A.: E te pareva…
M.: Solo che quelli hanno anche sistema anti incendio collegato con la centrale dei vigili del fuoco.
A.: Non stento a crederlo, hanno anche il metal detector sull’uscio.
M.: Davvero?!
A.: Sì, mi ha detto l’amministratore che l’ultima volta che è andato per riscuotere i millesimi, quando ha suonato al campanello, una voce registrata gli ha detto “depositi tutti gli oggetti metallici nella cassettiera”.
M.: Nooooo….Vabbè; sono arrivati i pompieri a sirene spianate, non lo hai sentito il casino?
A.: No, ero sotto la doccia con lo stereo a palla, ma l’incendio è stato spento?
M.: No, non potevano entrare con la camionetta perché c’è l’ambulanza ed allora, per sicurezza, hanno fatto sgombrare tutto il palazzo e lo hanno interdetto, per questo non posso passare.
A.: Marò…
M.: Sì, pensa che si è trovato che stavano caricando il nonnetto sull’ambulanza che a vedere ‘sta gente che usciva di corsa ha chiesto cosa stesse accadendo e gli hanno risposto “evacuano” e lui sai cosa ha detto?
A.: Cosa?
M.: “Beati loro”…
A.: Si spiega da chi hanno preso i nipoti. Ma perché l’ambulanza sta ancora lì?
M.: Perché non può spostarsi più.
A.: Ma è terribile! Il vecchietto come farà? Potrebbe morire!
M.: No, è per colpa sua che l’ambulanza non può più muoversi.
A.: Vuole schiattare a casa sua?
M.: Anche tu poetessa eh?!
A.: Ehm, volevo dire: “desidera morire nel suo letto?”
M.: Noooo, è che quando si è accorto che la gente scappava per l’incendio si è spaventato talmente tanto da rendere ormai inutile corsa in ospedale e clistere, ha fatto da solo insomma.
A.: Oh mamma…
M.: Essì, ed ora l’ambulanza è impossibilitata a muoversi, sta aspettando che i pompieri spengano l’incendio per usufruire delle manichette, dare una ripulita e portarsi via la portiera.
A.: E cosa c’entra la portiera adesso?
M.: Beh, tra piccioni, vecchio nonno e acqua per spegnere l’incendio, quando ha visto come è combinato il cortile, ha avuto una crisi isterica ed è svenuta.
A.: Caro…
M.: Sì?
A.: Che ne dici se togliamo l’acacia e pavimentiamo?

22 agosto 2009

Qualcosa da dire...

I miei genitori sono delle belle persone, storicamente democristiane, nello specifico degli andreottiani di ferro; lo so, quest'ultima considerazione potrebbe cozzare con la prima ma credetemi, è così. I miei genitori, in un modo o nell'altro mi hanno reso quello che sono e qui molti potrebbero storcere il naso e fargliene una colpa...vabbè, capita. Sono democristiani dicevo, ci moriranno, come anche loro dicono; quando erano giovani loro erano in molti, moltissimi, quando poi lo scudo crociato s'è riciclato in mille rivoli diversi, nessuno di loro s'è perso d'animo, a differenza della maggior parte, i miei non sono passati dalla parte del signor B., tutt'altro, mia madre all'uomo delle "cene simpatiche" praticherebbe volentieri il lavaggio della faccia a sputi e non andrebbe oltre solo perchè è una signora. Mio padre è più pacato e cerca semplicemente di far capire a chi lo ascolta che le cose che il tipo che "fa aspettare il Cancelliere tedesco per finire una telefonata" va cianciando, sono porcate (tanto per citare De Andrè). Insomma, è da quando ho la capacità di intendere e di volere (che non è arrivata la settimana scorsa ma, ahimè, da molti anni) che sento sempre parlare di politica. Ecco, ancora adesso dai miei, dagli amici dei miei (che, per la precisione, a differenza dei miei genitori, si sono riciclati ottimamente nel partito del Padrone), dagli amici degli amici dei miei, ogni volta che si parla di politica, arriva puntuale lo sguardo alla "voi giovani cosa ci capite", a parte che dire "voi giovani" ad un trentatreenne laureato, abilitato e masterizzato mi pare lievemente riduttivo; si continua imperterriti a considerarsi portatori della verità, a sentirsi quelli che hanno fatto la politica vera, e palle simili. Vorrei solo dire a queste persone, perchè non credo che si limitino alla cerchia di quelli che conosco io, vorrei solo dire che, in realtà, non ci hanno mai capito un CAZZO di politica perchè se ci avessere capito anche solo un decimo di quello che dicono noi adesso non avremmo uno che parla di insegnare il dialetto nelle scuole, non si parlerebbe di minorenni mandate dalle madri tra le gambe di persone "importanti", non si sarebbe ai minimi storici di considerazione da parte del mondo civile e via così.

08 agosto 2009

Come state?

E' un'eternità che non scrivo, sapevo che il cambiamento di città mi avrebbe rallentato nello scrivere e, ahimè, nel leggere ma non pensavo di arrivare a questo livello; mi sento un po' a corto di idee e quando, raramente, arrivano, non riesco a svilupparle; spero sia una transizione, ci passiamo tutti no? Anche perchè non mi va di abbandonare il blog, la scrittura e la lettura...bisogna lasciarsi qualche gioia nella vita. Sono a casa da una settimana e stasera prendo il mio Oceano e ce ne andiamo un po' più a sud spero a sentire caldo e a fare tanti bagni e passeggiate; il posto è il classico ed usuale ma tutto sommato, dopo circa dieci mesi a Milano credo che anche l'abitualità mi faccia bene, magari riesco pure a scrivere qualcosa. Quest'anno poi sarò anche connesso, se la vodafone ed il portatile di mio padre permetteranno (oltre al tempo che spero di dedicare ad altro...).
Vi abbraccio tutti, cercherò di seguirvi quando possibile e vi faccio la solita raccomandazione che lascio tutte le volte che parto: non abbandonatemi! (Che soffra di paura di essere lasciato? Mah...voi non fatelo comunque) :D

23 luglio 2009

C'era un posto molto bello



ma, come al solito, c'è sempre uno stronzo di troppo al mondo, come scrisse Primo Levi "che i vostri figli possano torcere il viso da voi".

Spero torni quello che era...

21 luglio 2009

Oramai tra di noi, solo un passo...



Quando cominci a mangiare le tortillas sbriciolate nella salsa messicana come fossero cornflakes mi sa che è tempo di rivedere la propria alimentazione...

15 luglio 2009

No line on the horizon

Ci siamo svegliati che erano le cinque e mezza, io e Oceano, e per un attimo abbiamo pensato di essere alle cascate del Niagara, il rumore che passava attraverso i buchi delle tapparelle non erano gocce di pioggia, era il rumore di un unico blocco di acqua che cadeva dal cielo. Ogni tanto si vedeva esplodere una luce e poi, molto molto ravvicinato si sentiva lo scoppio, troppo ravvicinato per illudersi che fosse una cosa che si allontanava. Entrambi abbiamo pensato la stessa cosa, lì, immersi nel caldo, abbiamo pensato che tutta quella pioggia avrebbe potuto sconvolgerci i piani e rimandare, se non cancellare del tutto, l'evento che aspettavamo. Cercavo di confortare il mio Oceano che si agitava convincendo anche me stesso che un temporale non può durare così a lungo, ma le ore passavano e si avvicinava il momento in cui avrei dovuto essere pronto per andare, perché l'evento era la sera ma l'ufficio mi aspettava di giorno. Dopo una corsa nelle viscere della terra, pressati come sardine già stanche prima di finire sulla pizza, la pioggia mi ha accompagnato fino al portone del palazzo dove lavoro e non mi voleva lasciare, mi si è abbarbicata addosso cambiando il colore dei miei jeans dalla caviglia sino al ginocchio. Tutta la mattinata è passata con me che lanciavo sguardi alla lama di cielo che si vede dalla finestra e con Oceano che pregava sgranando un rosario di canzoni. Verso l'ora di pranzo noi, come il tempo, ci siamo calmati, confortati da ore asciutte e macchie di azzurro tra le nuvole; le news parlavano di sottopassi allagati ed auto che navigavano ma non di eventi sospesi e così siamo riusciti a far volare il tempo fino alla sera. Dopo un altro viaggio nel sottosuolo ancora più pressati, tanto che respiravo con i polmoni di quello davanti a me, vedo la porta di casa ed oltre Oceano ad aspettarmi. Come in un veloce rito abbiamo preso lo stretto indispensabile per l'evento e ci siamo avviati verso la meta, siamo confluiti in un fiume di gente felice e variopinta che si mischiava in gruppetti separati e noi in mezzo come bambini che vanno dal gelataio con i soldi per due coni grandi con doppia panna. Meticolosi come solo un fisico ed un commercialista sanno essere ci siamo indirizzati a colpo sicuro verso i nostri posti, colpo quasi sicuro perché i sedili arancio avevano una strana numerazione da numerologia azteca. Ci siamo seduti che ancora c'era la luce del giorno ed abbiamo visto lo stadio riempirsi in ogni dove, i puntini colorati dei sedili pian piano sparivano per fare posto a teste e braccia alzate. Dopo lo sguardo panoramico ci siamo imbambolati davanti a questa struttura enorme, questa specie di ragno a quattro zampe alto come un palazzo di sette, otto piano e l'unico aggettivo che veniva in mente era “immenso”. Dopo i supporter che ce l'hanno messa tutta per non farsi cacciare a sventagliate di fischi ed urli dell'Oceano agitato è arrivato, sull'ultimo imbrunire, il momento della fibrillazione, quando ogni attimo è quello in cui stanno per uscire e poi appaiono, raggiungendo il centro del palco passeggiando su un ponte costruito apposta sul momento ed iniziano a far nascere note e parole. Ottantamila voci facevano da coro e noi lì in mezzo, felici come due bambini che vanno dal gelataio con i soldi per due coni grandi con doppia panna ed il gelataio ci spolvera sopra anche il cacao in polvere. Quando poi tutto è finito e le luci dello stadio ci hanno detto che non sarebbero usciti ancora, ho guardato il mio Oceano finalmente quieto come quello delle spiagge tropicali e ci siamo infilati di nuovo in mezzo a tutta la gente variopinta e senza voce che tornava a casa.

09 luglio 2009

Nomen omen

Il leader dell'organizzazione Volontari Verdi, ronde vicine alla Lega Nord, che mira a sostituire Blue Berets nella metro milanese, si chiama Bastoni...poi dicono che gli antichi romani non avevano ragione...sono lievemente preoccupato, mi sa che è meglio se mi rado...
ps
Presto in arrivo post sul concerto degli U2

02 luglio 2009

Le mie parole



Ho sempre amato questa canzone di Pacifico che Bersani ha portato al successo, perchè conosco il potere delle parole, la loro capacità di costruire qualsiasi cosa, ponti, strade oppure muri. Le parole hanno un potere enorme, messe lì in fila rimangono a guardarci mentre le leggiamo e ce le facciamo bruciare dentro. Le parole fanno ridere e piangere, per questo mi piacciono, perchè non sono facili come si pensa; crediamo che comunque avremo sempre qualcosa da dire ed invece capita che ti ritrovi senza parole e non lo sai spiegare, proprio tu, quello che le parole le ha sempre sapute usare. Le parole fanno male, quelle che sputiamo sulla faccia degli altri guardandoli con rabbia o peggio con cinismo, con quel sorrisino cattivo che ci mette sopra un piedistallo. Ma le parole che fanno più male sono quelle non dette; quante volte mi sono macchiato di un peccato del genere, come diceva Cyrano, mi viene "la gotta all'immaginativa" e rimango lì senza parole, proprio quando ne servirebbero mille, proprio quando in realtà di parole ce ne sono mille e più di mille ed invece niente. Un amico a cui vorresti dire un fiume di cose ed il fiume invece ti lascia lì, quasi affogato, stremato sulla riva, zuppo di parole e sensazioni che non hai la forza di strizzarti via. Sono momenti che capitano, vero? Ci siete passati tutti, hai la fottuta voglia di dire un miliardo di frasi e ti escono le cazzate peggiori perchè in quei momenti lì l'orecchio che hai di fronte accetterebbe una ed una sola parola ma proprio quella te la scordi tra una sinapsi e l'altra, magari a chiacchierare con il ricordo nascosto ed il pensiero sconcio; la parola è lì ma non esce mica la bastarda, no, ti lascia a morire di figura di merda dicendo le cazzate più immani. Sarebbe bello avere il copione della vita invece di un goldoniano canovaccio, avere le parti già scritte e mettersi lì e ripeterle, avrei voluto un sacco di volte una cosa del genere; quelle volte in cui la mia amica del cuore, l'ansia, mi stringe alla gola e mi fa mancare il respiro io vorrei avercele le parole per urlarla fuori, quando mi sembra di essere agorafobico e mi ripeto come un mantra "Andrà tutto bene, andrà tutto bene", com'è che diceva Hubert ne "L'Odio"? Ah sì: "Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene; il problema non è la caduta ma l'atterraggio". Con quali parole dire che i miei atterraggi sono tutti devastanti, in un modo o nell'altro? Non fatemi mai guidare un aereo. Da quasi un anno vivo una mutazione al giorno, senza respiro alcuno, passando dall'esaltazione al "resisti" ed in tutto questo sono in piedi, sembrerà una cosa da niente ed invece no. Ti capita di vivere una vita dando sempre la risposta giusta e poi sei quello che fino alla fine dei suoi giorni, spero tanti tanti tanti giorni, sentirà più spesso la frase "da te non me lo aspettavo", ironico no? Eppure è così; potrei dire che non ci faccio più caso ma non è vero, il caso non c'entra, non diciamo, manchiamo di parole proprio quando sappiamo che servono, lo sentiamo che servono ed invece di dire parole che sarebbero un abbraccio al massimo diciamo parole che assomigliano ad un sorriso ed una pacca sulla spalla. Non saremo mai capaci di dire tutto quello che vorremmo, non saremo mai capaci di leggere tutto quello che ci sarebbe da leggere nè di scrivere tutte le parole possibili; siamo essere complicati, dobbiamo sapere a prescindere ed anche questo è ironico oppure sentire anche noi la nostra dose di parole che arrivano ad ondate come le piene dei fiumi. Lo dice Pacifico, le parole sono sassi e con i sassi si possono fare anche cose utili, magari accendere il fuoco che ci farà mangiare. Non so se le mie parole mi faranno mai mangiare ma se mangiassi come uso le parole, sarei bulimico, con tutto il rispetto per chi affronta questa malattia. Ormai so bene che non sarò mai capace di raccontarmi totalmente perchè ci sarà sempre una parola mancante od un significato nebuloso perchè, che Dio sia lodato, sono stranamente molto di più di quello che le lettere messe in fila riescono a dire ma questo, come tutto, ha i suoi pro ed i suoi contro. Spero di postare presto qualcosa di divertente anche perchè come mi hanno fatto notare in molti, da quando sono qui al nord, oltre a scrivere poco, non faccio più ridere, e questo per me è un male. Intanto che aspettate (spero poco...le attese lunghe sono proprio brutte), vi abbraccio tutti.

28 giugno 2009

Una cosa piccola di qualche tempo fa

Guardo la notte dal finestrino del treno, un manto nero macchiato da qualche luce gialla. Un paesino viene lambito dal nostro movimento, quattro casupole su due strade in croce con dei solitari lampioni nella foschia. Si sente il silenzio che si poggia su quei tetti ed il ritmico avanzare del treno come il battito del cuore di un animale in corsa. Le quattro casupole sono già sparite lontano, veloci come sono apparse, tanto da chiedersi se esistano veramente o siano solo un miraggio del sonno. Come sospesi nel niente si va avanti, poche anime che cercano di raggiungere la loro meta, per alcuni più vicina, per altri ancora molto lontana; una meta che vedranno quando tutto quel buio sarà finito. Un paio di scompartimenti più in là, su un tavolo improvvisato, tre temporanei sodali ingannano il tempo ed il sonno giocando a carte. Più avanti c'è chi chiacchiera e racconta una vita, magari nemmeno la sua, magari quella che vorrebbe o che finge di avere, così immerso nella parte da credere a se stesso. Intanto la notte è lì, fuori dal finestrino, che ci guarda con le sue isole di luce, segni di vite che si dipanano. La notte è appena iniziata, non è nemmeno arrivato ancora il nuovo giorno, gli occhi pizzicano un po' ed il silenzio rimbomba nelle orecchie con il sottofondo della vita raccontata dal tizio vicino. Una bici sulla strada lì fuori, una striscia che sembra finta, una vita che si muove. La notte si fa tante domande e fa compagnia, appiattisce un po' le persone, le livella per poco tempo, il tempo giusto di spostarsi da una luce all'altra.

E' un po' che non scrivo, ripesco questa cosa dai miei block-notes visto che a Porzione piacciono tanto i post di "Baol in treno" e la settimana scorsa è stato il suo compleanno.

19 giugno 2009

duecentocinquanta giorni

Stamattina, con l'ultima verifica, si è conclusa la fase d'aula del master iniziato duecentocinquanta giorni fa; mi ricordo la faccia che avevo che si specchiava in quella degli altri e tutti i timori che si hanno all'inizio di ogni cosa nuova. Adesso che è passata si apre un nuovo capitolo e mi rimane un po' di nostalgia per la routine che si era formata, una routine fatta di facce e frasi che ti addomestica giorno per giorno. Questo master mi ha messo alla prova non solo professionalmente, non avrei scommesso un centesimo che sarei riuscito a gestire una casa senza mandarla a fuoco o far chiamare l'ufficio di igiene dai vicini eppure ci sono riuscito. Ho incontrato tante persone, tante vite una diversa dall'altra ed ognuna di esse mi ha dato qualcosa, che sia un sorriso od un attimo di rabbia. Duecentocinquanta giorni che all'inizio vedevo come un periodo enorme ed adesso come un tempo che è volato, aveva ragione Einstein: tutto è relativo! Certo, ho scritto e letto meno e della prima cosa magari qualcuno ne è pure sollevato però non mollo, per quanto il tempo diventerà ancora meno da lunedì, da quando un altro capitolo ancora si aprirà, io continuerò a fare il possibile per mettere in fila le parole. Magari adesso non so ancora quanto questi duecentocinquanta giorni mi abbiano cambiato, se in meglio o in peggio, però sono andati e ne porterò sempre con me un ricordo meravigliosamente strano.

11 giugno 2009

incontri

L'ho guardato negli occhi ed ho visto la stanchezza di chi combatte contro i mulini a vento, di chi è stato costretto a lasciare la propria casa ed ora è in una specie di esilio, di chi non può far altro che guardarsi intorno attento ad ogni variazione, protetto da un muro umano. Ha la faccia di chi non si fermerà mai ma che ogni tanto si chiede se non sia tutto inutile, se non sia, quello che fa, solo uno sforzo che lo logorerà fino alla fine ma che si risponde che non gli importa.
Gli ho stretto la mano e gli ho detto grazie.


Ho incontrato Roberto Saviano

31 maggio 2009

Astenersi bigotti...

Fantastica scena di un fantastico film, vale anche come lezione integrativa di dialetto (lezioni che torneranno, abbiate fede...che poi interrogo).
Mi ci voleva farmi due risate, visto che ho sofferto il caldo a Milano e non vedevo l'ora di essere a casa per andare al mare e qui ho trovato nuvole&maestrale...sgrunt!

21 maggio 2009

Tre storie minime

“Sere nere”
Chiuse la porta alle sue spalle mentre per una strana coincidenza, alla radio, Tiziano Ferro gorgheggiava un addio; la accostò alle sue spalle senza sbatterla, senza gesti plateali, solo lo sguardo basso e la sacca a tracolla tradivano una partenza. Dentro, lei non guardava nemmeno, le spalle alla porta ed i pensieri oltre il palazzo di fronte. Per quanto fosse un atto dovuto, dividersi così, dopo anni di strada insieme, lascia sempre una specie di sapore metallico in bocca.

“Una serata speciale”
Ormai era un dato di fatto, Tommaso si sentiva un pesce fuor d'acqua, non che fosse una specie di orso musone, tutt'altro, buttava sorrisi in giro come se tutto fosse uguale, alzava il bicchiere e brindava intorno a sé facendo tintinnare, ogni tanto, il vetro di qualcun altro ma se ne stava lì, immune dagli incroci degli altri e non sapeva nemmeno perché prima si trovava a fare da vigile urbano ed adesso osservava solo il traffico, così, da un giorno all'altro; se lo è anche domandato e si è accorto che non gli importava molto della risposta; ha alzato davanti a tutti il suo mojito sorridendo piano e bevendo quello che ne rimaneva, ha mormorato “ciao a tutti” e se n'è andato a prendere un taxi.

“Una su mille”
Svetlana dorme sorridendo, ha lasciato buona parte della sua vita quasi adulta oltre cortina ed adesso insegna balli che, come lei, vengono da lontano, all'opposto delle sue terre; luoghi caldi e nemmeno mai visti, però è felice, lavora e gli piace, in mezzo a coppie varie che le sorridono e le parlano con un accento bello fatto di zeta ed esse dolci come pietre di fiume. Ogni settimana scrive una lettera a casa e manda una foto, non è l'unica che fa così ma guardando le immagini, lei è quella con gli occhi che brillano ancora.

09 maggio 2009

Ci pensavo oggi...

Vabbè che la vita è strana ma avere la sede in via Dell'Umiltà è davvero un ossimoro toponomastico...

24 aprile 2009

A volte i cellulari sono utili...

Stamattina m'arriva un sms appena accendo il cellulare e mi dico "Ohibò, chi sarà mai a messaggiarmi così presto?" Era il mio cuoco amico Berso che mi annunciava che un racconto di Jury era in finale al concorso di ilmiolibro ed ho subito pensato: "Maddai? Jury? Lo stupido che non si vede nella blogosfera da tempo? Wow, devo correre a leggerlo.". Sono andato qui e mi sono letto il suo racconto, com'è? Beh...chevvelodicoafà? Chi lo conosce può immaginarsi come sia il racconto, chi non lo conosce lo scoprirà. Beh, state ancora lì? Non siete andati a votarlo? Orsù (era una vita che volevo scrivere un post con dentro scritto "Orsù"), andate qui e leggetelo e se vi piace, votatelo!

18 aprile 2009

Dica 33

E' passato anche questa volta il mio breve periodo a casa, è passato anche il quinto esame, per la cronaca, è passato anche il mio trentatreesimo compleanno; come diceva Flaiano: "Coraggio, il meglio è passato".

09 aprile 2009

Dedicato



A quelli che “Oh, ma tanto tu sai tutto” e mi domando cosa me ne faccio di sapere cos'è il ciclo circadiano;
a quelli che “Ma tu che ne sai?!” ed io vorrei dire che è colpa del ciclo circadiano;
a quelli che “Tu sei permaloso” e se ne vanno via incazzati;
a quelli che “Che invidia, le persone le capisci al primo sguardo” ed io vorrei tanto aver guardato altrove;
a quelli che lo scopri troppo tardi e proprio quella volta non hai guardato bene;
a quelli che basta poco per cambiare tutto;
a quelli che nonostante tutto cambia poco;
a quelli che “Tu sì che sei fortunato, sai già cosa devi fare” ed io me lo chiedo tutte le mattine;
a quelli che sono adulti ma non lo sanno;
a quelli che erano adulti già da bambini;
a quelli che sanno sempre cosa dirti;
a quelli che non ti dicono mai quello che sanno;
a quelli che da un giorno all'altro sono diversi;
a quelli che giorno dopo giorno non cambiano mai e beati loro;
a quelli che “Tu trovi sempre le parole giuste” e le trovo quando servono i gesti;
a quelli che non servono le parole;
a quelli che uno sguardo e mi capiscono al volo;
a quelli che mi guardano da anni ed ancora non mi hanno capito;
a quelli che “Ma come fai?” ed io gli parlo di cervello e compartimenti stagni;
a quelli che hanno il coraggio delle loro azioni;
a quelli che hanno il coraggio pure delle mie;
a quelli che “Fai un passo indietro”;
a quelli che “Fai un passo avanti”, faccio pure la giravolta?
a quelli che hanno sempre bisogno di un orecchio;
a quelli che l'orecchio non te lo danno mai;
a quelli che “Meno male che ci sei”;
a quelli che “Non ci sei mai”;
a quelli che “Fallo!”;
a quelli che “Non farlo”;
a quelli che era troppo presto per parlare;
a quelli che ormai era troppo tardi;
a quelli che “Ti voglio bene ma mi innervosisci”;
a quelli che “Mi innervosisci ma ti voglio bene”;
a quelli che “Tanto tu capisci”.

Spero che Beppe Viola da lassù mi perdoni per questo scempio qui, no, non credo di essere Superman, al massimo posso essere Jimmy Olsen e spesso mi piacerebbe essere Lex Luthor.

02 aprile 2009

Barbacorta

Barbacorta faccia da schiaffi, che ti guarda due minuti e t'ha già fotocopiato, bello preciso uguale uguale. Barbacorta ascolta anche con gli occhi, li spalanca sulle tue parole, chiari e di ghiaccio, ti lascia dire quello che devi dire, non di più, perché bisogna essere parsimoniosi con quello che si dice ma anche con quello che si ascolta; alza una mano e fa il riassunto per capire. Lui Barbacorta l'ha osservato, sornione, perché lui deve osservare, mica può credere a fiducia, al primo sguardo; Barbacorta cammina lento anche quando ha un posto in cui arrivare oppure accelera anche se ha tempo da sprecare. Barbacorta ha lo sguardo profondo ed a volte, lui se n'è accorto, ha lo sguardo di uno che sta da solo anche se sta in mezzo alla gente oppure gli occhi di uno in comitiva anche se sta bevendo il suo caffè. Barbacorta è così, lui lo sa, è così perché ha vissuto l'equivalente di tre vite, perché è uno che sa davvero quanto vale l'unica che in realtà abbiamo.

28 marzo 2009

Arabo

Io e Arabo abbiamo qualcosa in comune, ci piace camminare; ne abbiamo parlato una volta, durante una maratona senza cronometro e senza traguardo, guardando un tramonto talmente bello che il cielo arrossiva di vergogna. Arabo con gli occhi fissi davanti a sé mi raccontava che ogni tanto allunga il giro, quando cerca di trovare una risposta o almeno di dimenticare la domanda. Si sceglie una musica per far tacere tutto il resto, mette un passo davanti all'altro e li conta, conta i passi tra lui ed un posto che ancora non sa nemmeno dove sia ma intanto si porta avanti con il lavoro così quando arriverà saprà quanti passi ci avrà messo. Io ho raccontato ad Arabo di un futuro che non so ancora di che colore dipingere e lui di facce, occhi ed errori di valutazione. Arabo ha lo sguardo spento, quel giorno mi concedeva un auricolare penzolante lontano dall'orecchio per ascoltarmi raccontare di una scelta drastica fatta valutandola al meglio pensandoci il meno possibile. Anche io guardavo davanti a me concedendogli a mia volta un solo orecchio per il suo racconto; Arabo ha centinaia di certezze e due o tre tremendi, meravigliosi dubbi fatti di gesti spontanei che non sa nemmeno da dove arrivino. Io cercavo di dare forma ad una paura che non ho mai voluto abbandonare, così da potergliene dare una rapprensentazione lì, in quella camminata istintivamente in sincrono come fossimo cavalli ad un vernissage; lui con le mani mi mimava la confusione, l'intrico sconclusionato della sua treccia di vita. Mentre l'asfalto ci scorreva sotto i piedi Arabo ha smesso di raccontare e mi ha fatto una domanda, mi ha chiesto se mi fossi mai sentito una seconda scelta, una specie di premio di consolazione. Sapevo cosa intendesse, la spiacevole sensazione di essere stati presi solo perché non c'era niente di meglio; solo non capivo perché mi avesse fatto quella domanda, Arabo aveva la faccia di chi non è mai stato premio di consolazione, aveva la faccia di chi, di solito non viene scelto affatto, ma non avrei saputo dire quale sensazione fosse in realtà peggiore. Ho chiesto spiegazioni e lui ha rallentato quasi volesse fermarsi e mi ha guardato in faccia, mi sono riflesso per un momento negli occhi spenti ed ha ricominciato a raccontare; mi ha parlato di un cuore fatto in troppo pezzi che non combaciano tra loro ed io, che mi sento come un puzzle di un quadro di Pollock fatto tutto di pezzi quadrati e lisci, non potevo che sorridere. Arabo ha risposto al mio sorriso ed ha continuato parlandomi di giorni persi e frasi che non dicono mai tutto quello che vogliono dire, come se il senso fosse più grande delle parole; di una seconda scelta che non è seconda a niente e dell'incapacità di dimostrarlo. Io allora gli ho parlato del mio vivere in un tempo perso, della mia voglia di essere altrove, non in un altro posto ma in un'altra vita, il traguardo della strada che non avevo imboccato. Mi ha chiesto dove portasse quella strada, cosa avrei voluto trovare alla fine: il perchè delle cose, la capacità di leggerle nel profondo a prescindere dalle persone ed invece mi trovavo a dover dare un senso o un indirizzo proprio a quello che le persone fanno. Avevamo passato piazze di poeti, sconosciuti e musicisti fermandoci solo per non essere investiti; lui mia ha fatto notare, ridendo, che comunque sono finito ad aver a che fare con i numeri ed io che lui era riuscito a fare tre stronzate con una scelta sola; ci siamo salutati ridendo ed ho alzato lo sguardo, il cielo aveva perso il rosa e guadagnato il nero, la nostra maratona senza cronometro e senza traguardo era finita.


ps
mi sono scordato di dirlo...anche l'esame numero 4 è andato ;)

17 marzo 2009

Groppingola

A Groppingola piace abbracciare perché così sente che gli altri esistono e gli altri sentono che esiste lei, a lui piace abbracciarla perché si sente come in un posto conosciuto tra sconosciuti, una specie di spiaggia tranquilla dove tutto il vorticare intorno si calma e si può guardare il cielo sorridendo. Groppingola ha gli occhi buoni, grandi e scuri di chi vuole guardare e capire, perché il bello della vita è che non si sa mai tutto e quindi qualcosa di nuovo c'è sempre, da guardare; perché se ci si accontenta di guardare senza osservare, gli occhi alla fine, si spengono ma Groppingola ha gli occhi vispi di chi per prima cosa ti sorride, poi sta a te rispondere. Groppingola è sempre lì che ti chiede “come va?” e lo vuole sapere per davvero e se un giorno non va lei lo sa già da prima e te la ritrovi all'improvviso che ti guarda e ti sorride ed allora quello che non va, di solito, riparte. Groppingola ha una storia tatuata dentro, quelle cose che la vita ogni tanto ti dice “Sai cosa? Adesso te la ricorderai per sempre” e ti disegna un'immagine nel cuore ed ogni volta che ti guardi dentro lei è lì. Groppingola ha un affresco nel cuore, lui lo sa, se n'è accorto perché a lui piace osservare, non si sa mai tutto e gli occhi devono avere voglia di guardare davvero, non passare veloci sulle cose. Lui lo sa che Groppingola ha il suo tatuaggio perché di nascosto lui l'ha osservata e lì, tra un sorriso e l'altro, un abbraccio ed una parola, lo ha visto che Groppingola manda il suo sguardo lontano, talmente lontano da guardarsi dentro, e si guarda il suo tatuaggio, è un attimo, solo un attimo e poi è subito tempo di un altro sorriso.

11 marzo 2009

Maròooooooo....

Lo so, è una vita che non scrivo, latito dai blog e non c'è nemmeno l'Oceano qui a Milano, no, non sono stato rapito dagli alieni e forse sarebbe pure stato meglio; quello che rimane delle mie cellule nervose vorrebbe scrivere qualcosa di interessante ma sarebbe la prima volta su questo blog e non reggereste il colpo ma non preoccupatevi, non si corre questo pericolo. In un incredibile inversione di tendenza qui a Milano splende il sole e giù al sud fa tanta di quell'acqua che straripano le dighe e bloccano i treni, li fanno addirittura sopprimere che c'è un vescovo tedesco che crede lo si faccia con i passeggeri dentro ma vabbè, questa è un'altra storia. Era solo per dirvi che esisto e resisto e che presto tornerò quello di un tempo, sì, avete capito bene, prevedo un peggioramento imminente. Lo so che sembro più scemo del solito che già è una cifra da vertigine ma che ne so, sarà stato il fatto che domenica ho preso per la prima volta nella mia vita un aereo e non sono nemmeno svenuto dal panico, boh, starò diventando grande. Vi abbraccio tutti...non abbandonatemi eh....

24 febbraio 2009

Uno se le va a cercare

Amico di Baol: "Oh, non ci si può fidare più di niente e nessuno!"
Baol: "Cosa è successo?"
AdB.: "Ho comprato un cd, l'ho scartato con piacere, l'ho messo nel lettore...Non c'era niente, nemmeno un suono!!"
B.: "Ma che cd era?"
AdB.: "Il best di Hillary Duff"
B.: "Vabbè, ma pure tu? Nel best di Hillary Duff non c'è un suono e tu ti meravigli?!"

21 febbraio 2009

Le acque si ritirano

Il treno aspetta pronto sulla banchina ed il suo fischio alla partenza squarcia l'aria, ci guardiamo dietro i vetri come due meringhe in pasticceria, una faccia riflessa nell'altra parlando senza voce, leggendoci le labbra poi il treno si muove e da sovrapposte, le facce, si discostano. Un saluto con la mano con i pensieri coperti dal rumore e torno sui miei passi con le mani in tasca. L'Oceano porta le sue onde lontano.

Non preoccupatevi, sfortunatamente non c'è niene da votare

12 febbraio 2009

Il primo giorno



"Ci sarà un amico
ad offrirti un letto
entrerai distrutto
uscirai rifatto
lotti poi per tutto
ciò che senti in petto
brinda alla salute
come in un banchetto
e una frase antica
torna di sfuggita
questo è il primo giorno
del resto della tua vita"


Perchè ogni tanto va fatta una cosa così, mettere un punto su qualcosa, anche piccola, non bisogna sempre e solo mettere punti su cose grandi perchè i panorami sono fatti di dettagli ed allora basta mettere un punto ad un dettaglio e cambiare il senso del quadro. Bisogna lasciare le altre cose uguali e scegliere una cosa sola, una per la quale dirsi che ok basta così e da domani sarà diverso.

Tanto per fare un po' di comunicazioni anche il mio terzo esame è andato e da oggi Oceano e qui a Milano, mi capirete se le mie già rade apparizioni nella blogosfera si diraderanno...vero?! Oh, non abbandonatemi però eh che forse potrebbe esserci qualcosa da votare.

02 febbraio 2009

Un indirizzo per ritrovarsi e cento per perdersi

La metro ogni tanto curva e se guardi in fondo vedi nettamente il cambio di prospettiva, sembra che anche il tuo sguardo curvi insieme al treno. Seduto in mezzo alla gente continuava a maltrattare il biglietto che aveva fra le mani; ormai, a furia di piegarlo e riaprirlo, arrotolarlo e svolgerlo, guardarlo e passarlo fra le mani, la carta aveva perso la sua consistenza, sembrava anche più trasparente, a passarci i polpastrelli si sentivano le milioni di piccole rughe che si erano formate. L'inchiostro per fortuna reggeva, quello che c'era scritto si leggeva ancora: via dei Millefiori, 71; sorrise, lo divertiva che in una metropoli come quella, con la quasi totalità delle sue vie formate da incroci di grossi palazzi di pietra e cemento, ci fosse una via con un nome del genere; si ricordava di aver pensato la stessa cosa anche quando gli era stato comunicato quell'indirizzo. Intanto le stazioni si susseguivano con i loro nomi di scultori, musicisti e sconosciuti e quelle che lo dividevano dalla sua meta diventavano sempre meno, ormai ne avanzava una, alzandosi per piazzarsi di fronte all'uscita piegò per l'ennesima volta il biglietto dopo averlo fissato, quasi che l'indirizzo scrittoci su potesse cambiare, e lo mise in tasca. Cercò di non farsi fregare dal finto equilibrio e si mantenne aspettando la frenata. Fuori, sulla banchina, cercò l'uscita per via dei Millefiori, mentre si incamminava diede un'altra occhiata al biglietto e già che c'era, uno sguardo all'orologio: le due del pomeriggio. Ad attenderlo, alla fine delle scale, il bianco della luce improvvisa e poi la solita strada tra i palazzi, come sospettava di fiori nemmeno l'ombra. Il numero 71 non era troppo distante, sul vetro del gabbiotto del custode un biglietto avvisava che era fuori a pranzo, non gli importava molto, sapeva dove andare. Il portone si apriva a spinta, probabilmente un difetto della serratura; le scale profumavano di odori di cucina, la tipica essenza di condominio; la porta che interessava a lui era subito dopo aver girato, alla seconda rampa di scale. Il campanello emise tre note tristi, alla domanda su chi fosse rispose con il nome di chi gli aveva dato il biglietto, ormai consumato, che teneva in tasca. Dopo una piccola overture meccanica per serrature blindate la porta si aprì sulla faccia interrogativa di un uomo di mezza età, lui lo guardava negli occhi ma non si chiedeva niente, disse: “mi scusi” e chiuse la frase con il soffio muto del silenziatore disegnando un punto sulla fronte della faccia interrogativa; richiudendo la porta come se niente fosse diede un'altra occhiata al biglietto, l'ultima, e fece la strada al contrario. Si avviò verso la fine della via dei Millefiori fermandosi nel primo bar, alla cassa domandò se avessero uno stradario e fu felice della risposta positiva. Seduto ad un tavolo con davanti l'elenco delle vie chiuse gli occhi e ci puntò un dito sopra: via Bagnacavallo, ecco, oggi si sarebbe perso lì.

Questo racconto lo avevo promesso, lo avevo promesso quando, leggendo uno dei meravigliosi post di Lorenzo Bartoli avevo letto la splendida frase che mi ha ispirato il racconto.

24 gennaio 2009

Please please please

Portascompiglio si sveglia presto, cerca di cogliere di sorpresa la sveglia, accende la luce e si siede sciamana sul letto, strofina la mano destra sull’occhio corrispondente e si guarda in giro per ritrovarsi nel mondo perché, si sa, la notte di solito ti porta da un’altra parte. Infila le scarpe alla cieca inseguendole quasi scappassero via e fa entrare quella parvenza di luce naturale che i giorni, lì, regalano. Portascompiglio poi inizia la gara per il bagno, vincendola quasi sempre a mani basse e si concede la doccia per togliersi quel poco della polvere di Morfeo che le è rimasta addosso; finge di decidere la temperatura dell’acqua, tanto in realtà sono mesi che la decide quell’anarchico dello scaldabagno; alza la faccia e guarda il diffusore della doccia come per dire all’acqua “Toh, prendimi a schiaffi”, come per sfidarla. Portascompiglio conta le gocce che le cadono addosso una per una ché contare raddrizza i pensieri, contare narcotizza i ricordi. Dopo aver deciso la divisa per quel giorno, con quale messaggio apparire al mondo, finalmente si concede una sedia per bersi il caffè così le sue cellule nervose non hanno più scuse; niente di troppo lungo, la giornata va affrontata subito, come al solito. Portascompiglio s’incammina, sempre che non si scordi le chiavi o si arrotoli con se stessa ché le sue mani vanno in anticipo, mentre fanno una cosa pensano già alla successiva e via così; Portascompiglio non è goffa, no, ha solo le mani troppo previdenti. Mentre si immerge nel mondo ascolta un po’ di musica tanto per non affogare, le cuffie sono come un salvagente, lo scoglio solitario dove non essere disturbati. Alla fine del suo percorso Portascompiglio tira sempre un respiro prima di aprire la grossa porta di vetro di quella specie di camera di decompressione su una nuova vita; prima di iniziare si concede una colazione, carboidrati e zuccheri per affrontare la giornata e poi si parte, ci si ritrova chiusi con le stesse persone seguendo una specie di copione che riserva pochi colpi di teatro. Le persone, i sodali che il destino le ha concesso o costretto a subire sono anche loro lì, con le facce tutte diverse e tutte uguali, con le loro storie, belle e meno belle; tutti hanno fatto una scelta, ognuno per motivi diversi. Portascompiglio ha scelto di cambiare, lo raccontano gli occhi quando guardano altrove e le tre piccole rughe che hanno agli angoli, in totale sei righe di racconto; ha scelto di cambiare per lasciarsi dietro qualcosa ma forse l’operazione non è ancora riuscita. Portascompiglio esegue diligente il compito che si impone ma ogni tanto si sente un vigile, si ritrova al centro della propria vita e delle vite di altri, al centro di tante parole e tanti sguardi e non sa che fare, si rivede il suo codice della strada e cerca delle precedenze o forse guarda altrove, magari dove ci sono meno problemi o crede che ce ne siano meno. La giornata poi finisce per tutti e Portascompiglio fa il percorso contrario e mentre cammina verso casa unisce i puntini per vedere che immagine viene fuori e se magari non le piace fa quello che fanno gli altri, dice al cervello di non pensarci oggi, di rimandare a domani e buonanotte.



Questo racconto mi è venuto fuori ascoltando come colonna sonora la canzone qui sotto, lo so, il mio brano non è al livello di quel capolavoro però a me è venuto di scrivere questa cosa.



Vi ricordo anche che non sono ancora scaduti i termini per candidare uno dei miei post del 2008 per il TNP Best Post Award 2009 le categorie sono:
  • Miglior Post Umoristico
  • Miglior Post Letterario
  • Miglior Post Fotografico Originale
  • Miglior Post Di Attualità (giornalistico)
  • Miglior Post In Versi

Poi, se passeranno le selezioni vi dirò come votarli, grazie!

18 gennaio 2009

Slogan

- PROUD! PROUD! PROUD!
- Proud? E grattat'v!!!

Scusatemi ma è un quarto d'ora che rido come un imbecille a questa IMMANE stronzata che il mio cervello mi ha regalato, proprio nel momento in cui mi dicevo "adesso due risate mi servirebbero proprio"; devo dire che, nonostante come lo tratti, soprattutto in questi ultimi giorni, il mio cervello mi vuole davvero bene. Probabilmente questo post non è un ottimo spot per la città di Milano, mi sa che la Moratti mi richiamerà ai danni, dovrò cercare un buon avvocato mi sa.

Già che ci sono, volevo segnalarvi una cosa, è stato indetto il TNP Best Post Award 2009, dove si può segnalare il miglior post dell'anno passato, in queste cinque categorie:
  • Miglior Post Umoristico
  • Miglior Post Letterario
  • Miglior Post Fotografico Originale
  • Miglior Post Di Attualità (giornalistico)
  • Miglior Post In Versi
Se, per caso, uno dei miei post del 2008 vi è piaciuto e voleste segnalarlo, io non mi offenderei eh, le segnalazioni si possono fare entro la mezzanotte del 31.01.2009

Certo che questo è proprio il post giusto per farvi questa richiesta...

12 gennaio 2009

Effedia

Quante parole mi hai insegnato?
Più di quante ne potessi imparare.
Dieci anni che te ne sei andato
e forse non lo so ancora accettare,
l'attesa di una nuova canzone
e la meraviglia di scoprire;
ricordo ogni passata emozione
per le cose che avevi da dire
non so se fosse canzone o poesia
era cibo per i miei pensieri
mi hai insegnato senza ipocrisia
che siamo migliori dei nostri desideri,
mi hai insegnato a comprendere
prima ancora di giudicare
e che prima del verbo "arrendere"
esiste il vervo "tentare".
Non so se sono una persona migliore,
se so discernere tra virtù e vizio
me se non sono sordo al dolore
posso solo dirti "grazie Fabrizio"

Ho tentato di trovare mille parole per un tributo che non avrei mai voluto fare, avrei voluto sentire mille altre sue canzoni ma non si può; ho tentato, lo giuro, ma erano così tante che mi si accavallavano in testa per la voglia di uscire; volevo ricordare tante cose ma sono troppe perchè troppe sono le emozioni che ho vissuto e le cose che ho capito. Fra i tanti pensieri ne estraggo solo uno, forte alla memoria.
Il primo album di Fabrizio De Andrè che ho comprato è stato "Le nuvole" e ricordo di aver tolto il cellophan come al solito, con un sorriso sulla faccia, e poi aver preparato il lettore cd ed aver preso le cuffie, una volta seduto e fatto partire la musica ho estratto il libretto e nella quarta di copertina, su uno sfondo verde oliva, scuro, c'era scritto:

"Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare."
SAMUEL BELLAMY, PIRATA DEL XVII SEC.

08 gennaio 2009

07 gennaio 2009

Sono vivo e sono qui

Sono vivo, nonostante in diciotto giorni diciotto in cui sono stato giù a casa mi abbiano fatto sentire come un'oca da foie grass; mi hanno fatto mangiare credendomi sciupato; ci deve essere un'illusione ottica per la quale chi sta a Milano sembra sempre sciupato nonostante sia ingrassato anche a stare lì.
Sono vivo, nonostante nei suddetti diciotto giorni diciotto abbia solo studiato (oltre a mangiare) e le mie cellule nervose, le due che mi funzionano...a turno, mi abbiano mandato ripetutamente a fare in culo.
Sono vivo, nonostante trenitalia ce l'abbia messa tutta facendomi viaggiare su un treno chiamato EuroStarCity (Sì, Cityemmuort...vabbè) che di "Euro" ha solo i 60 del mio biglietto, che di "Star" ha le stelle che mi ha fatto vedere e che di "City" ha il numero delle persone presenti sul treno, l'equivalente di una città. Ma io dico, si può far viaggiare un treno per quasi nove ore strapieno di gente in evidente overbooking con tutti i cessi (sì, cessi, non bagni, cessi) che non funzionano? Tutti eh, me lo sono girato tutto, il treno, non se ne salvava nemmeno uno, li avevano intasati TUTTI (perchè quando fai un evidente overbooking lo stronzo che è nascosto in molti di noi, viene fuori; in alcuni è già fuori ma questo è un discorso diverso e si andrebbe troppo oltre).
Sono vivo, nonostante sia riuscito per un soffio ad arrivare a casa prima di essere sepolto dalla neve.
Sono vivo, nonostante la stessa neve stamattina mi abbia fatto un attentato facendomi sbattere per terra come un polipo su uno scoglio senza, dopo, farmi sentire più tenero.
Sono vivo, nonostante causa neve (sempre lei), il mio esame sia iniziato due ore dopo il previsto.
Sono vivo, nonostante, per festeggiare l'esame andato bene...sì, è andato bene! Nonostante per festeggiare l'esame andato bene, dicevo, siamo andati a mangiare al MacDonalds (che festeggiamenti eh?!).
Sono vivo insomma, se proprio vi può interessare.

Il titolo del post allora? Volevo fare arrivare qui qualche fan di Baglioni per dirgli: RAGAZZI, MI DISPIACE, NON MI PIACE PROPRIO!!! :D