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09 luglio 2014

Una nuova avventura...

Ho avuto due blog "comunitari", se aprite il mio profilo ci sono ancora, si possono ancora leggere ma non vanno più avanti; non vanno più avanti perchè di tutti gli autori, sia di uno che dell'altro, sono rimasto solo io e ci tenevo eh, soprattutto a "Dammi i dettagliuzzi", blog che consideravo avere un futuro ma che poi il coautore lasciò a me sparendo nel nulla. Vi confesso che questa cosa mi lasciò con un bel po' di amaro in bocca sulle collaborazioni, da allora ho solo scritto qualche post in collaborazione con una persona davvero speciale (ma questa è un'altra storia); per questo, quando Stefania mi ha contattato per chiedermi se volevo partecipare alla sua idea di blog "comunitario" di racconti, ci ho pensato su per un po' poi, visto che il cervello ha sempre bisogno di stimoli, ho accettato e con gli altri folli è nato SENZA QUARTA che, va da sè, vi invito a seguire. Questo blog qui NON CHIUDE ASSOLUTAMENTE, questo blog continuerà ad andare avanti come sempre; alcuni racconti verranno scritti qui e lì, alcuni solo lì, altri solo qui; continuerò a mettere canzoni, frasi, emozioni, sensazioni, idee, pensieri, fregandomene di un bel po' di cose. Devo finire i tre parole e devo scrivere tante altre cose quindi, ripeto, QUESTO BLOG NON CHIUDE ma da adesso potrete leggermi anche altrove.

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

16 ottobre 2011

Enjoy the silence

Poi uno dice "gli amici", l'altro giorno ho detto ad una persona speciale: "Marà ho il vuoto in testa, non riesco più a scrivere"; io mi aspettavo conforto ed invece lei ha fatto l'unica cosa che mi poteva spingere a scrivere, mi ha sfidato, sapeva che non mi sarei mai tirato indietro davanti ad una sfida di scrittura ed allora, come l'altra volta, abbiamo scritto due racconti partendo da una ispirazione comune; la volta scorsa mandai io a lei una foto, questa volta è lei ad aver mandato a me addirittura un video. Il risultato lo potete leggere, se vi va, dopo il video, prima il suo racconto e dopo, il mio.



"Le promesse sono fatte per essere spezzate".
Conoscersi ci vuole una vita, ma riconoscersi è un attimo. Io ci sono inciampato così, quasi per caso. E' stato come cadere su di una torta farcita di cioccolato, un atterraggio dolce e cento lavaggi per togliere quelle macchie che non sono andate più via. Troppo riservato, anemico nell'anima, così mi hanno sempre dipinto, mi sono tenuto addosso il vestito del pregiudizio e, mi stava quasi comodo. Almeno finché non ho scoperto di avere una grancassa nello sterno, allora i panni che portavo addosso sono diventati stretti in un attimo. La vita era stretta, tutta intorno a me. Contenerti è stata un'impresa titanica, come provare a mettere un veliero in una bottiglia di gassosa. Rannicchiata con le gambe al petto, i piedi ficcati in quei sandali consunti, gli occhi lontani, fusi come mercurio, la mente in quel posto visibile solo ai tuoi pensieri. Tu volavi via, costantemente. Le anime pure spezzano le monotonie della vita, quando pensi che i tuoi treni siano incanalati su strade stabilite e sicure ecco che ti cambiano il binario. Ti ritrovi lì, come un coglione, biglietto in mano e orecchio teso verso l'altoparlante. Il poco che basta per rigettare il caos nella tua esistenza sterile e calibrata. E ho pensato mille volte a come, nella vita, si è sempre pronti a prendere merda, quasi la si aspettasse, a come si rimanga increduli davanti ad un miracolo. La realtà è che quando uno non pensa di meritare qualcosa, ne ha paura. Io temevo quel tuo piccolo corpo e quell'anima sconfinata. Temevo i tuoi rifugi lontani, solitari, il tuo sorriso pieno e le tue lacrime corrosive. Non ho mai capito se eri il risultato di ciò che rimaneva della tua vita o il preludio di ciò che saresti diventata. Perfetta, quello si, lo sei sempre stata. Di quella perfezione fatta di carne pulsante, di dita veloci, di parole dolci e chirurgiche, di capelli bagnati, di spalle aperte e respiro forte. Non ho avuto braccia abbastanza grandi, né parole convincenti, non ho avuto abbastanza forza nelle gambe. L'ultima volta che ti vidi portavi quel vestito color ocra, quello che ti fasciava i fianchi ricordando all'umanità che tu eri un corpo predisposto all'accoglienza. I tuoi capelli assorbivano i raggi del sole ed ad ogni tuo movimento scoprivo nuove tonalità di colori a me sconosciuti. La realtà è che sono stato stordito dalla tua presenza, anestetizzato dalla tua essenza... un uomo può essere infinitamente piccolo dinanzi ad una donna. Ne percepisce la forza della natura, tutta chiusa in un corpo perfetto in tutte le sue forme. Involucro di quell'anima assordante. Ne "godevo il silenzio".
Ti ho lasciata andar via come si lascia affondare una nave in pieno oceano, pensando di restituire all'immensità qualcosa di davvero troppo grande.


“Ragazzi, lasciatelo stare; non voglio rogne nel mio pub”. Il buon vecchio Mike, ogni volta ci prova; pensano che lo faccia per difendere me ma, in realtà, cerca di evitare danni al locale. Mi chiamo Bob, Bob Grey, se il mio nome vi dice qualcosa, si, sono proprio io, il pugile o, meglio, l'ex pugile; il massimo, quello che si è venduto un incontro ed è stato cacciato dalla federazione. Andavo forte, 37 vittorie negli ultimi 37 incontri, 29 per k.o.; avevo un destro micidiale, veloce e potente, non chiedeva permesso, l'avversario non lo sentiva arrivare e dopo non si ricordava cosa ci facesse al mondo. Una carriera luminosa. Poi quell'incontro; non ho mai cercato scuse, l'ho fatto, sono andato al tappeto all'ottava ripresa, proprio come mi avevano detto di fare; dopo un gancio che non avrebbe stordito nemmeno una mosca; sono andato giù e non mi sono alzato se non dopo che l'arbitro col farfallino non ha decretato la mia sconfitta e credo che, in realtà, non mi sia più rialzato del tutto, sono ancora lì, sul tappeto di quel ring, da più di cinque anni. Ogni tanto vengo a farmi una birra qui da Mike, mi metto al bancone, di spalle alla stanza, come adesso, e mi bevo una pinta di birra scura, quella amara, e mangio salatini stantii. Non ho mai capito come faccia Mike ad averli sempre così vecchi, o il vecchio proprietario del bar ne aveva comprati un magazzino pieno oppure è lui che li invecchia apposta. Mi metto qui e non do fastidio a nessuno, fisso la mia immagine nello specchio dietro il bancone, mangio salatini storici, qualche volta guardo una partita in tv o un incontro di pugilato, divertente no? Fondamentalmente però sto seduto e conto le bolle della mia birra, le guardo scoppiare dense. In realtà mi chiedo sempre perché Mike mi faccia ancora entrare, con quell'incontro anche lui ha perso soldi, un sacco di soldi, ero una “scommessa sicura”. Una volta gliel'ho chiesto; “Mike”, ho detto, “com'è che mi fai ancora entrare nel tuo bar?”, “Spero di rifarmi dei soldi che ho perso, a suon di birre” mi ha risposto e poi ha aggiunto “e comunque non me la sento di mandarti in giro a far danni”. “Far danni”, già, come se a lui danni non ne faccio; una sera sì e l'altra pure che sono qui c'è sempre qualcuno che mi riconosce e vuole dire la sua; non è difficile, ero qualcuno prima di quel cazzo di incontro e qualcuno che, di botto, diventa nessuno fa un sacco di rumore. E' gente che ha scommesso e ha perso, anche con la vita; gente che non ha scommesso ma ci teneva lo stesso oppure gente che esce di casa con l'intento preciso di rompere i coglioni e, di solito, io sono il bersaglio grosso. Certo non è molto intelligente andare a disturbare uno grosso come un armadio e che faceva il pugile, categoria massimi ma, complice l'alcool ed una predisposizione alla stupidità che, di solito, gli si legge facilmente in faccia, una frase rivolta direttamente a me ci scappa sempre; come stasera. Sono arrivato al punto di scommettere con me stesso, guarda che ironia, sul momento in cui avverrà. Di solito non mi giro nemmeno, in fondo hanno ragione a prendermi a maleparole, lo faccio spesso anche io e poi spero sempre che si sentano soddisfatti e che la finiscano lì; lo faccio per loro, e per le suppellettili di Mike. Ma mi sbaglio sempre; non viene ascoltata nemmeno la richiesta di Mike, no, di solito continuano, mi vogliono spiegare perché l'ho fatto, come se non lo sapessi, come se non me lo ripetessi ogni dannato giorno degli ultimi cinque anni; ma loro no, loro devono insistere per spiegarti la loro teoria che, di solito, si riduce ad una sola parola: “fallito” e quando gli faccio notare che, se stanno lì, a quell'ora, ubriachi persi, nemmeno loro sono tanto “riusciti”, si incazzano pure. Stasera sono in due, avranno una ventina d'anni, non possono avercela con me per una scommessa persa, troppo giovani; probabilmente ce l'hanno con me per una speranza delusa, che è molto peggio. Alla fine ci sono un po' di cose fracassate, qualche sedia, un tavolo, molte bottiglie e bicchieri ma, soprattutto, un paio di nasi e qualche costola; come al solito Mike mi chiede di andare, ha ragione, per questa sera ho dato abbastanza fastidio; finisco in un sorso la mia birra, butto giù un altro paio di salatini stantii ed esco; il tizio che sta cantando dallo stereo dice pressappoco che tutto quello che ha sempre voluto, tutto quello che ha sempre desiderato, è lì fra le sue braccia ed allora mi chiedo a me cosa sia rimasto tra le braccia. E me ne torno a casa.

06 dicembre 2010

Da una foto

foto presa da qui

In medio stat virtus

- Miché, hai finito con l’immondizia?
- Sì, sì, è tutto davanti all’entrata, speriamo che arrivino presto a ritirarla perché me ne voglio andare a casa.
Tutte le sere così, ti ci vorresti mettere anche tu in quel cumulo di sacchi neri e farti portare via, i piedi gonfi, gli occhi rossi, il mal di schiena, la puzza di fritto e non so che altro che ti è entrata dentro la pelle, forse dentro le ossa. Arrivi a sera e ti senti svuotato, con tutta la tua forza che si è consumata, persa negli occhi delle centinaia di facce che ti sono passate davanti con l'unico sollievo del sorriso di una turista che non sarà bellissima ma almeno ti sorride, in mezzo a maleducazione, fretta, richieste assurde, lamentele. A volte nemmeno le pause ti puoi godere, magari sei lì che, dopo esserti avvelenato con non sai cosa, ti avveleni con la cara vecchia nicotina; stai appoggiato al muro o seduto sul primo ripiano stabile ad altezza culo che trovi e ti arriva uno che ti chiede: “Ma non ti fai schifo?”e mentre cerchi qualcosa per tirarne in ballo la madre o, almeno, una sorella, già sai dove andrà a parare ché dopo un po’ capisci come vanno le cose e senza attendere la tua risposta, continua: "Non ti fai schifo? Stai avvelenando tutte quelle persone!" e tra le mille possibilità, tra tirare fuori una battuta come “Vabbè che il fumo passivo uccide ma non pensavo che da qui arrivasse fino dentro” oppure mandarlo a fanculo e rientrare, te ne stai lì e ti sorbisci la ramanzina perché quella è la tua cazzo di pausa e non puoi interromperla per lui. Ti sorbisci la storia della carne macinata fatta con non si sa cosa, macellando anche altri tessuti insieme alla carne; del pane che è un mistero di natura, degli additivi zuccherosi per far venire fame, delle multinazionali e dello sfruttamento; e vorresti rispondere, dire che non sai un cazzo di cosa c’è nella carne, che non sai se i panini marciscono o meno perché a te ti hanno detto che dopo un tot che stanno sullo scivolo senza essere comprati vanno eliminati e che, quindi, non hanno nemmeno il tempo per raffreddarsi pensa tu quello per marcire. Vorresti indicargli il barbone che sta mangiando un hamburger seduto per terra e dirgli che quel tizio con i due euro che aveva in tasca è comunque riuscito ad avere un panino con dentro della carne e dell’insalata, è riuscito a pranzare anche oggi e vorresti dirgli che, quando capita, se ci riesci, gli passi pure un po’ di patatine fritte di nascosto e se così lo hai avvelenato beh, è una cosa del lungo periodo ma, nel breve, ha evitato di saltare il pranzo. Vorresti rispondergli che pure tu, ogni tanto, te ne mangi uno e che ti piace, che non sai cosa ci mettono dentro per farlo piacere ma che quello che ci mettono fa la sua porca figura perché funziona alla grande; vorresti dirgli che respiri ogni giorno tanta di quella merda che mangiare quel panino qualche volta non è nemmeno il peggio. Vorresti dirgli che anche tu, come il barbone, ti compiaci di riuscire a pranzare spendendo poco o nulla perché anche a te piace mangiare le cose genuine ma, nel mondo, in quella città, con quello che si spende per mangiare una sola volta una cosa genuina, lì dove lavori ci mangi una settimana; perché, ed è questo che vorresti fargli capire, quello che lui vede come il nemico per te è solo il posto dove lavori, che non te lo sei scelto tu, che a ventisette anni, una laurea di primo livello in lettere e filosofia, tu, volentieri, faresti altro ma che hai trovato solo quel posto del cazzo in cui, a turno, cucini, friggi, vendi, servi e pulisci e che quindi, sinceramente, in quel momento hai, egoisticamente, altri cazzi a cui pensare. Vorresti dire tutto questo ma non lo dici, perché sarebbe inutile e farebbe solo prolungare la sofferenza mentre, con il silenzio, speri che si stanchi e ti lasci in pace, magari concludendo con il più classico dei “venduto”; se davvero sono un “venduto” devono avermi comprato ai saldi, vista la cifra irrisoria pagata. Non rispondi però, anche perché non ha nemmeno torto, te ne accorgi anche tu del costante odore dolciastro che c'è lì e che dalle narici sale a rincoglionire le cellule cerebrali fino a fargli credere di avere fame; li vedi anche tu i bambini sempre più obesi ed irascibili e maleducati che si ingozzano di panini enormi e litri di bevande; sai che c'è qualcosa di sbagliato, di esagerato, come di corsa verso un traguardo che non si raggiungerà mai veramente. Quelli che ti vengono ad urlare contro sono tanti e tutti diversi, c'è chi ci crede veramente e chi lo fa per moda, chi lo fa con la pancia piena di cose salutari e chi vorrebbe solo migliorare le cose, chi è insensibile a necessità e ragioni degli altri e chi ha orecchie per ascoltare. Sono due estremi e, come la verità, tu stai semplicemente nel mezzo.
- Miché, sveglia! alzati da quella sedia, sono arrivati, dai che ce ne andiamo a casa.
- Arrivo.

Memento audere semper

Ci lavoro da cinque anni.
“Tanto per non stare senza far nulla, mentre cerco altro...”
Così avevo detto a chi mi conosceva e veniva a mangiarsi un Mac, o forse è così che ho raccontato a me stessa, una specie di autoconvinzione... poco convinta. Poi, tra un Mc Chicken e un Royal Delux, il “cerco altro” se ne è andato a far benedire e con esso i miei sogni, i miei studi, le mie ambizioni.
Quando per anni avevo fatto laboratorio nella facoltà di archeologia, non avrei mai pensato che mi potesse tornar utile per riconoscere e dividere un Happy Meal da un Menu Salads Plus. A pensarci oggi però, non ci passa un granché di differenza: prima catalogavo resti ossei, oggi imbottisco panini con resti di cadaveri più o meno recenti. Sarei tentata dall'azzardare una prova del C14, sai che sorprese...
Qui dentro le bestie arrivano già sezionate, la loro carne trita, mischiata a “chissàcos'altro” è identica per dimensioni, odore, sapore (dicono) e io scarto e confeziono un prodotto che non considero nemmeno cibo, sorrido alla mamma che premia il suo bimbo portandolo alla grande M, le auguro un buon break e le consiglio il muffin al cioccolato “che oggi è in offerta con due 0.3 di coca”. La vedo fulminare un tipo che fuma sull'uscio dell'entrata, come se quello che lascia ingurgitare al figlio sia meno dannoso della nicotina. Faccio l'occhiolino al piccolo che con un sorso ha già finito metà bibita e...

… tutto ad un tratto sono minuscola, entro di traverso nella poltrona di pelle marrone e verde bottiglia che i miei nonni hanno in cucina, di fianco al camino in pietra, sono le sedici e ho ancora gli occhi appiccicati per il riposino post pranzo; un Paolo Bonolis giovanissimo, ma già brillante, conduce Bim Bum Bam e io attendo fiduciosa la sigla degli snorkies, mia nonna mi porge un piatto di ceramica che io afferro senza distogliere lo sguardo dallo schermo, con le piccole dita stringo qualcosa e, solo dal gusto, riconosco quel pane fresco fatto in casa e quei pomodori maturi, rossi, che mio nonno riporta dalla campagna...

“Per me un Filet-o-Fish e una patatina piccola”
In una frazione di secondo ritorno grande e nostalgica...
“Subito”
Dalla cucina sale il calore e l'unto delle friggitrici, quest'olio me lo sento sempre addosso, mi è entrato nella pelle. E' il Mc che appartiene a noi o siamo noi che apparteniamo a lui? Io mi sento sua prigioniera, o prigioniera di questo sistema che ti permette di vivere (sopravvivere) solo se ammazzi i tuoi sogni, “perchè lavoro è sacrificio” e gli ideali, bhè quelli... non ti danno da mangiare.

“Nonna mi dai l'acqua?”... i denti li affondo nel pane e pezzi di pomodoro salati mi cadono nel piatto che reggo sotto il mento, proprio come mi hanno insegnato... “sennò ti sporchi...”. Un intermezzo simpaticissimo mette Marina Morra e Uan a testa in giù e non mi spiego perchè, quando lo faccio io contro il muro, a me si “sparano” in aria anche i capelli... a loro no! In qualche modo ho “impomodorato” la maglietta cambiata solo stamattina, sbircio verso mia nonna che “capa” le verdure seduta al tavolo e mi prendo la frecciata che già sapevo di meritare: “mo te la tieni così!”. Mi guardo il petto e penso che quando ti sporchi non puoi che gioire, non hai più l'obbligo di stare attenta nel mangiare....

“Signorina il mio Mc Menu?”... “Si, si, un attimo e le porto tutto”. Oggi non riesco a lasciare fuori i pensieri, non che di solito mi rimanga facile concentrarmi nel lavoro ma... in alcuni giorni la mente non ne vuole sapere di rimanere dentro i “recinti” imposti dal dovere. Appena giro l'angolo della cucina mi sparo in gola, al volo, un sorso d'acqua e mi scuoto la testa insistentemente come a voler cacciare uno sciame d'api fuori dalle orecchie. L'orologio a muro fa le 15:05... “forza che tra un'oretta sei fuori di qui...”. Mr Potato mi sorride con rassegnazione, gli abbiamo affibbiato questo soprannome da quando è arrivato e ora, a dirla tutta, non ricordo più il suo nome. Mi fa un cenno con la testa, le patate sono pronte... si finisce così quando passi otto ore davanti ad una friggitrice? L'olio ti tira via tutta l'espressività e ti si svuotano gli occhi e la mente?

“Cento nani stupirò che goloso lo yo yo.... che sorpresa scoprirò se mi mordo lo yo yo... ho trovato lo yo yo molto in alto volerò... io mi mangio lo yo yo, un perchè lo troverò!”... mi stringo le gambe al petto e penso che qui, in casa di nonna, lo yo yo non s'è mai comprato: “Che Stefano ce l'ha gli yo yo nonna?”. Stefano ha un emporio, un piccolo, minuscolo, negozio (che null'altro è che il suo garage di casa) dove dentro si vende di tutto, dalle sigarette, agli alimentari, ai regali... “e penso di si, ma che ci devi fare? Quelli ti fanno male!”. C'ha gli occhiali un po' scesi sul naso nonna e quando mi risponde mi guarda da sopra le lenti, il ciglio sempre un po' arcuato e il tono di chi va sempre di fretta e non ha tempo da perdere. A me piace guardarla quando fa gli gnocchi (a volte riesco anche a fregarne qualcuno crudo da mangiare sotto il tavolo) e i lavori ai ferri, ma mai mi aspetterei da lei un gesto d'affetto esplicito... “Bhè che so mo ste stupidaggini? Vai a giocà, corri...”. Spalanco così forte la porta a vetro di casa che le grate di ferro sbattono sul muro, la sento urlare qualcosa ma sono già lontana, con i piedi sui pedali della mia graziella fucsia...

“Oh le vuoi ste patatine o no?” mi fa Mr Potato mentre si passa la manica del grembiule bianco sopra la fronte. Le afferro al volo, forse anche troppo al volo, ne vedo cadere a terra una decina e, nel tentativo di riprenderle, rovescio tutto sul pavimento. Rimango ferma ad osservare quello che qualcuno (non di certo io) ha combinato, mi sfilo il grembiule dalla testa, non sento più il vociferare della sala, nessun odore di fritto mi arriva alle narici... ci sono solo io, la mia bici, l'aria rovente di agosto in faccia, la campagna verde e marrone che mi scorre sui fianchi... la mia felicità.


Questi due racconti nascono entrambi ispirati dalla foto che c'è in apertura; uno e mio e l'altro di Maraptica; tutto nasce da un suo post, dopo averlo postato le ho mandato, tanto per prenderla un po' in giro, quella foto ed alla fine abbiamo deciso di cercare di scrivere, entrambi, un racconto ispirato a quella per vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori, ed eccoci qui.

17 luglio 2010

L'americano

E' ricco. L'americano è ricco. Ha fatto i soldi con la borsa, non sbagliava un colpo, si districava fra tori ed orsi meglio di un ammaestratore di un circo russo. Ha fatto i soldi comprando e vendendo qualsiasi cosa; quando è arrivata la crisi lui era molto ricco; quando è esplosa la bolla lui era lì, ha venduto tutto un attimo prima che l'ago della realtà la scoppiasse. Quando è arrivata la crisi lui era molto ricco, dopo, lo era molto di più. Le malelingue dicono che fosse una strega a dargli i consigli, a dirgli cosa fare e questa, per non farsi vedere, si trasformasse in uno dei dieci cani che si portava sempre in giro, ovunque andasse. Un tipo bizzarro l'americano, veste sempre elegante ma ha la barba lunga ed incolta ed i suoi cani non sono di razza ma circonvallazioni di geni. E' tornato a San Michele l'americano, è tornato al suo paese; è arrivato una mattina presto, quando l'alba sbadigliava ancora ed è entrato nel bar, quello all'angolo del vicolo che taglia in due il quartiere lungo la direzione del mezzogiorno; ha ordinato un cappuccino con la schiuma densa, del cacao in polvere da metterci sopra, un cornetto alla crema ed il bar, barista compreso. Non erano le otto che aveva già iniziato il suo monopoli. Ha comprato tutte le costruzioni della strada in poco più di una settimana, si dice fosse la strada dove era cresciuto, dove abitava, da dove andò via quando, ragazzino, si diresse verso la stazione per partire; tutto il suo mondo precedente era lì, il suo barbiere, il suo emporio, i suoi vicini. Ha iniziato ad abbattere tutto nemmeno un giorno dopo, la nostalgia fa venire le rughe all'anima e poi così la strada è più ariosa.


In realtà anche questo racconto qui è un reloaded, è il reloaded di questo bel racconto, per una volta non ho preso un libro ma un post...

25 marzo 2010

Dopo mesi...palbeduchescional channel

Finalmente, dopo mesi, posso postare. "Ma se è passata solo una settimana dall'ultimo post?!" direte voi, miei amatissimi lettori che, passando di qui denotano (in)sanità mentale; è vero, rispondo io, che dell'insanità mentale ne ho fatto un lavoro, ma non mi riferisco al classico continuum dei post del mio blog (e comunque avrei pure delle remore a parlare di continuum visto che, con i ritmi che ho preso, al massimo si può parlare di discontinuum), mi riferisco al post che, mesi fa, avevo promesso a palbi di scrivere. Andiamo con ordine però ché, altrimenti, ci capite meno del solito. L'amico palbi rientra tra quei soggetti che la terra natia ama tanto, ama talmente tanto da fargli trovare un lavoro dall'altro lato dell'oceano; "oceano" in piccolo eh! Ché visto come chiamo io la mia ragazza, dire "dall'altro lato dell'oceano" potrebbe creare fraintendimenti ma sto divagando e chi legge qui sa che sono un gran divagatore. Insomma, palbi vive e lavora negli Stati Uniti ed ogni tanto ci delizia con delle lezioni di inglese (americano, per essere precisi) che, quando scapperò prima dei rastrellamenti, mi saranno molto utili. Fra queste lezioni ce ne sono alcune con cui il sunnominato palbi spiega significato ed uso degli acronimi che gli americani usano in quantità industriale, quasi quanto Anna Moroni usa la besciamella in cucina. Ebbene sì, cari amici lettori, gli americani spendono e spandono soldi e sprofondano nella crisi ma quando possono risparmiano sulle parole. Insomma, palbi, per spiegarci l'utilizzo di questi acronimi ed il loro significato, crea dei racconti e ce li butta in mezzo; mesi fa, probabilmente confondendomi con qualche altro blogger, mi ha detto "visto che tu sei bravo a scrivere (e già qui mi sono guardato alle spalle sicuro che avesse sbagliato persona) ti lascio una lista di venti acronimi, ne scegli tre e ci scrivi un raccontino" ed io, che sono lungimirante e furbo come una volpe lobotomizzata, ho detto sì. Mi aveva dato una settimana di tempo che, magicamente ho fatto lievitare fino a coprire dei mesi, a quel punto non potevo più limitarmi a scegliere ed allora ho utilizzato tutti e venti gli acronimi, il raccontino è questo:

L’aria del mattino esplode di colori mai visti, sembrano CGI (computer generated imagery) = gli effetti speciali, sarà colpa dell’inquinamento ma non importa: sono felice, mi si prospetta un magnifico weekend di riposo. Questa sensazione però ci mette poco ad abbandonarmi, mi basta andare in cucina; mia moglie mi ha preparato caffè e frittelle o, meglio, qualcosa a cui lei attribuisce tali nomi ma che io chiamo WMD (weapon of mass destruction) = armi di distruzione di massa. Non posso rifiutare di mangiarli perché la vendetta sarebbe molto peggio, lei ha POA (power of attorney) = delega sul mio conto corrente, sarei a secco prima di arrivare alla macchina, in garage; è stato l’avvocato a consigliarmi di delegarla, il fatto che fosse suo fratello avrebbe dovuto insospettirmi. Mia moglie mi guarda sorridendo ed ho un brivido lungo la schiena; “senti”, mi fa, “prima di andare al lavoro passeresti dal nostro MD (medical doctor) = medico a farti fare la ricetta per la pomata per Tom? Ricordati di portare il suo SSN (social security number) = codice della sicurezza sociale!”. Tom è nostro figlio o, almeno, suo di sicuro dato che ho assistito al parto, mio, beh, è biondo con gli occhi azzurri e noi due siamo entrambi bruni con gli occhi scuri e nessuno dei nostri parenti ha capelli biondi ed occhi azzurri. Il suo ginecologo mi ha rassicurato, mi ha detto: “non si preoccupi, è normale, raro ma normale, un gene recessivo che vaga c’è sempre, come una bomba ad orologeria, meglio quello che cose peggiori no?”, “ne è sicuro?”, “certo, guardi me, i miei sono entrambi con capelli ed occhi neri ed io sono biondo con gli occhi azzurri”; mia moglie si fida tanto di lui, mah. Tom è nostro figlio, dicevo, si è fatto male durante la PE (physical education) = l'ora di ginnastica ma è una semplice storta, basterebbe un normale farmaco OTC (over the counter) = i medicinali da banco, preso dalla farmacia in fondo alla strada, ma lei no, lei vuole quello con la ricetta. Peccato che il nostro medico sia a DUMBO (down under the manhattan bridge overpass) = quartiere di Brooklyn che è dalla parte opposta di dove lavoro e per arrivarci bisogna prendere la circonvallazione che, a quest’ora, è talmente ingolfata che sembra Times Square durante il NYE (new year's eve) = Capodanno; arriverò sicuramente in ritardo e farò incazzare quel SOB (son of a bitch) = figlio di buona donna del mio capo. L’ultima volta per solo cinque minuti di ritardo mi ha mandato a fare un noiosissimo corso di CPR (cardiopulmonary resuscitation) = tecniche di primo soccorso, una rottura, avrei preferito mille volte alcolizzarmi per poi andare a raccontare la mia storia a gli AA (Alcoholics Anonymous) = alcoolisti anonimi. Lavoro per la “SURE ASSURANCE” ma il suo DBA (doing business as) = nome commerciale dovrebbe essere “WE FUCK YOU VERY MUCH”. “Va bene”, dico a mia moglie per evitare il drenaggio dei liquidi e lei “BTW (by the way) = a proposito, oggi pomeriggio ci sono i PTA (parent teacher association) = i colloqui genitori-insegnanti alla scuola di Tom, potresti andarci tu?”, sto per dire qualcosa ma ho come la visione di un fiume che si prosciuga ed annuisco tristemente. Mi metto in macchina e mi avvio verso la prima tappa, mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va, non funziona la A/C (airconditioning) = aria condizionata, fa di testa sua, prima con bordate di caldo e poi con bordate di freddo, con questo ritmo mi sgretolo prima di mezzogiorno. Come sospettavo arrivo al lavoro con più di mezz’ora di ritardo, raffreddato. Il mio parcheggio riservato è occupato da un banchetto per la raccolta fondi contro la MS (multiple sclerosis) = sclerosi multipla, mi dispiace farli sloggiare allora parcheggio un po’ più lontano e mentre cammino per andare in ufficio passo di fronte ad un ATM (automatic teller machine) = bancomat e penso che, forse, dovrei prelevare un po’ di liquidi, un bel po’, almeno quelli mia moglie non potrebbe prosciugarmeli; sono in ritardo ma tanto, ormai, sarà già pronto il mio trasferimento alla filiale in Tibet. Prelevo cinquecento dollari e sento subito una cosa fredda alla base della nuca, una specie di tubo, mi stanno rapinando; non sono il tipo da fare l’eroe e do subito tutti i soldi, il tizio mi ringrazia pure. L’unica cosa che riesco a pensare è TGIF (thank god it's friday) = grazie al cielo è venerdì, mi squilla il cellulare, mia moglie, “pronto?”, “caro, una bella notizia, i miei vengono da noi e si fermano per il weekend”, è ufficiale , sono un POW (prisoner of war) = prigioniero di guerra.

05 dicembre 2009

Come se non avessi niente da fare...

Quando il buon berry ha iniziato a commentare i miei post parlando di blogger anonimi e rapimenti di vips e api Piaggio con cui scorrazzare, io non ho potuto che cazzeggiare di rimando. Contemporaneamente ci è venuto nel cervello lo schiribizzo di rendere questi due blogger più reali e portare i nostri commenti in un blog a parte, come se non avessi già un sacco di cose da scrivere. La vedete quell'ape verde lì a destra? Massì, sotto il blogroll! Ecco, se ci cliccate sopra vi porta dritti dritti a questo nuovo blog mio e di berry in cui troverete i primi due post e la nostra dichiarazione di intenti e chi vuole intenTere inTenTa!
Se poi, come si dice dalle mie parti, vi sfingete a far girare la rotellina e portare il puntatore a pungere l'ape, potete cliccare direttamente qui. Naturalmente questo blog continua a vivere la sua vita e a far apparire le mie cazzate, racconti "ispirati" compresi, mo non è che ve ne andate tutti lì eh! State qui e lì (e pure da berry, va)!

04 settembre 2009

Sono aperte le iscrizioni all’absent-minded club

Come ha scritto 24 fotogrammi, da oggi è possibile iscriversi all'esclusivo absent-minded club, il club dei sovrapensiero. Con un commento vi ritroverete iscritti a questo club il cui scopo è studiare, trovare notizie e curiosità sul mondo del sovrapensiero, che non ha niente a che vedere con il sovrannaturale eh! Come ha scritto la co-fondatrice: "Giochi di parole, seri e scientifici abstract, approcci spirituali, vignette. Accettiamo tutto. Tutto quello che può contribuire ad approfondire il grande mondo del sovrapensiero."

il mio contributo è un quadro di Edward Hopper:
Chi c'è di più sovrapensiero del tizio di spalle?
Questo anche per dirvi che dal 15 ottobre ci sarà la mostra su Hopper, qui a Milano...ed io non vedo l'ora!!!

20 settembre 2008

Il mistero degli uomini che fanno culo

Il cellulare si agitava sulla scrivania come se fosse posseduto, ad ogni vibrazione ruotava di un quarto di giro e si illuminava ad intermittenza, oltre ad emettere a tutto volume un trillo fastidiosissimo. Ero convinto di averlo spento prima di infilarmi sotto la doccia, per questo, imprecando, uscii dal bagno solo con un asciugamano addosso piombando nel mezzo di una riunione della Tupperware che mia madre aveva indetto quel pomeriggio, senza avvisarmi o, con maggiore probabilità, mi aveva avvisato ma io avevo lasciato il cervello sul comodino e la mia soglia di attenzione era stata pari a quella di un deputato durante un question-time sul riordino delle unità locali. Mi trovavo davanti a dodici donne che mi guardavano tenendo sospese a mezz’aria le tazzine con il the; mia madre con un colpetto di tosse disse solo: “Questo è Bedrosian, mio figlio”, “Simpatico, ma cosa ci fa con un turbante in testa?”, aveva parlato la donna al suo fianco, “Quale testa?”, disse la signora che mi stava più vicina. La rappresentante della Tupperware si scosse dal torpore e continuò la presentazione dei prodotto: “Ora vorrei mostrarvi un comodo contenitore per i salumi”. Il telefono continuava a reclamare attenzione e mi diressi verso la mia stanza, non prima di sentire la più anziana proporre a mia madre casa nostra come sede fissa degli incontri; avrei dovuto assolutamente trovare una magia baol per cancellare loro la memoria. Il display del cellulare mi comunicava che a cercarmi con tanta insistenza era il Gran Consiglio Baol; ecco perché squillava, le loro chiamate arrivano anche a cellulare spento. “Risponde la segreteria telefonica di Bedrosian Baol, sono momentaneamente assente, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico…beeeep”, tentai, “Bedrosian, finiscila, ci provi tutte le volte, lo sai che non ci caschiamo; perché non hai risposto subito? Eri occupato?”, “No, di solito lo spengo quando non ho un cazzo da fare ed aspetto una telefonata importante… sì che ero occupato!”, “Ah, mi dispiace, spero che non ci siano stati troppi problemi”, “Noooo, a parte dodici signore con il sonno turbato a cui mia madre adesso starà probabilmente dicendo che uscire nudo dalla doccia con un asciugamano in testa fa parte della mia religione? Oppure la scia d’acqua tipo Rio delle Amazzoni che dal bagno arriva qui in camera e per la quale la sunnominata madre santierà fino a far accartocciare il calendario di Frate Indovino in cucina? Nessun problema”, “Meno male, mi stavo preoccupando”, “…”, “Comunque ti chiamo perché c’è un’emergenza per cui serve un Baol di primo livello”, “Cioè?”, “Cioè di livello A, come te”, “Scusa, toglimi una curiosità, ma tu questo lavoro come lo hai ottenuto?”, “Con un concorso”, “Un gratta&vinci?”, “No, ho fatto un esame con una commissione, il presidente mi ha chiesto ‘come si entra nel Gran Consiglio Baol?’ ed io ho detto ‘Dalla porta principale’ allora mi ha guardato e mi ha detto ‘Bravo, il posto è tuo’ “, “E tu?”, “Ed io ho risposto ‘Grazie papà!’ “, “Vabbè, comunque con ‘Cioè?’ intendevo chiederti che emergenza è”, “Ah sì, a Trento ci sono due a cui gli uomini fanno culo”, “E beh? A parte che c’è a chi piace ma a me cosa importa, non abbiamo una sezione speciale per le richieste sessuali?”, “No, non hai capito, a queste due gli uomini o non le cagano nemmeno di striscio o le cagano solo gli impresentabili e quando lo fa uno presentabile scappa dopo pochissimo. Loro danno la colpa al pianeta bastardoporco”, “Seeee, ma saranno due racchie, il pianeta bastardoporco non è mica così crudele, ti manda qualche fregatura ogni tanto, se lo fai arrabbiare, ma niente di più; guarda me, l’ho fatto incazzare spesso ma comunque ho una splendida ragazza”, “Probabilmente lei lo ha fatto incazzare molto di più…”, “Vabbè, comunque sarà sicuramente un falso allarme, perché ci deve andare un baol di livello A?, “Perché è stata fatta una apposita richiesta e sai bene che un baol non può rifiutarsi”, “Uffaaaaa… ma Trento è a millemila chilometri da qui, che palle! Va bene, parto subito, prima che le amiche di mia madre si inventino la scusa che vogliono qualcuno per portare la spesa a casa”. Ero nervoso, sapevo che non avrei trovato un volo in così breve tempo ed infatti nemmeno con la persuasione baol riuscii a convincere la tizia dell’agenzia. Il mio vicino in treno aveva tentato di attaccare bottone già sulla scaletta del vagone, per fortuna l’induzione del sonno è una cosa che insegnano al primo anno della scuola per baol e quindi non avevo avuto problemi; certo, colpirlo con la valigia fingendo di farla cadere, aveva aiutato. Durante il viaggio ero arrivato alla conclusione che mi sarei trovato di fronte due vecchie cariatidi, due zitellacce brutte e baffute che si facevano passare il singhiozzo a vicenda semplicemente guardandosi in faccia. Sicuramente il Gran Consiglio voleva punirmi per la cazzata fatta all’ultima festa di fine anno; durante il mio classico spettacolo di magia avevo chiesto al pubblico che gioco volevano che eseguissi, ‘Fai sparire l’oca’ mi dissero ed io per sbaglio avevo fatto svanire la moglie del baol supremo. Ormai ero davanti alla porta di ‘cessa e più cessa’ , presi fiato e coraggio baol a pieni polmoni e bussai. Mi venne ad aprire una gnocca da paura, una bionda con due occhi verdi ed un profumo di pesca che nemmeno in Emilia a giugno in un campo di nettarine si sente così. Pensai che doveva essere sicuramente la badante slovena delle due vecchiacce “Io – sto – cercando – le – signorine – Cally Callisti – e – Mafy Mafaldi – sono – in – casa?”, parlavo scandendo le parole, magari non capiva benissimo l’italiano, ed infatti mi guardava stupita poi disse: “Cally sono io e lei è?”, “Un imbecille… ehm, mi chiamo Bedrosian Baol e mi manda il Gran Consiglio Baol su vostra esplicita richiesta”, “Uh, uuuuuh, Mafyyyyy, Mafyyyyyy, vieni, c’è il baol che abbiamo richiesto”. Sinceramente a quel punto le mie certezze iniziavano a vacillare ed i primi dubbi ad assalirmi, ‘Magari adesso arriva una mascolina, uno scaricatore di porto insomma e si scopre che sono una coppia omo, ma perché chiedersi il motivo per cui gli uomini fanno culo?’ questi pensieri mi giravano in testa quando dalla porta sul corridoio apparve un’altra bionda, un po’ più alta, con gli occhi azzurri ed un sorriso da far pagare l’eccedenza dell’Enel. Come cavolo era che a queste due gli uomini facevano culo? Avevano tentato di far esplodere il pianeta bastardoporco? Facevano sacrifici umani? Trento era la città con la più alta densità di cretini del pianeta terra? Pensai all’esito delle ultime elezioni politiche e questa ipotesi si fece plausibile a livello nazionale ma dovevo indagare. Mentre mi accomodavo diedi un’occhiata in giro per cercare degli indizi, magari qualche cadavere nascosto. Ci sedemmo al tavolo della cucina, loro due da un lato ed io di fronte “Spiegatemi la situazione” dissi; le due fecero un movimento sincronizzato per scuotere le chiome bionde, a destra e sinistra, che nemmeno i cavalli nei vernissage. Per fortuna il ‘Tum’ sotto il tavolo lo sentii solo io, oltre al dolore; il video dello scuotimento dei capelli avrebbe dovuto essere venduto in farmacia al posto del Viagra. Il mistero degli uomini che fanno culo si infittiva.

Beh, care le mie derelitte, come promesso ho scritto il post, adesso sta a voi continuarlo, accettate la sfida?

05 luglio 2008

Questa ve la devo dire

Beh, quando con Digito abbiamo scritto questo post non immaginavo (ma, credo, nemmeno lui) che sarebbe piaciuto tanto, tanto da essere postato su "a parole tue", ma non solo, è piaciuto così tanto che stamattina (visto che sono l'una meno venti) tra le ore 9 e le ore 9:30 lo speaker di teleradiostereo, una radio laziale, leggerà il nostro post. Per i non laziali mi dicono che si può ascoltare in streaming sul sito della radio, ovvero qui; ecco, visto che io non potrò sentirlo, non è che qualcuno me lo registra?

24 giugno 2008

Le donne...

Tempo fa ho detto a Digito: "Dai, scriviamo un post insieme!", sulle prime lui mi diceva che non era all'altezza (cazzate), poi mi manda un pezzo ed io penso: "E mo come faccio?", come al solito aveva scritto una cosa bellissima, anzi, di più, si era superato. Per un po' mi sono scervellato per trovare il modo di dire la mia, anche se la vedevo molto difficile come cosa poi, pensa che ti ripensa, mi è venuta un’idea, non modificavo niente ma gli “rispondevo” con una cosa mia che il suo scritto mi ha ispirato, lui aveva battuto in prosa ed io rispondevo in rima...speriamo che vi piacciano.

Certe donne, noi altri, ce le dimentichiamo quasi subito.
Altre, invece, ce le ritroviamo ogni notte ai piedi del letto,
che ci guardano dormire, anche quando non ci sono più. E magari
da un bel po'.

Certe donne, poi, ci hanno scavato dentro come un uomo non potrebbe
mai e poi mai scavare in una donna. Perché, certe donne, sono qualcosa
di imprescindibile.

Certe donne, con le braccia scoperte, ci richiamano infanzia. Che a
guardarle da dietro sembrano non finire mai. Che noi, in certi occhi
così profondi, ci si perde come bambini. Anche se poi, non lo ammettiamo
mai.

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno
fottuto. Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per
come sono. Loro, non noi. Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che
arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale
che scende dal collo. Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non
sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più con noi. Certe donne, per
motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di
fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è
più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio.
Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete
lontane, non ci fate dormire più.


Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
Dove non c’è sofferenza e paura
Fatto di abbracci e carezze gentili
Dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
Il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

20 giugno 2008

Uno sguardo dal ponte

Guardare la città da qui serve a farmi sentire meglio, vengo sempre qui quando le cose non vanno, mi appoggio alla balaustra e guardo i palazzi che ho di fronte; osservo i giochi di ombre e di luce sulle facciate e per un po’ mi scordo che le cose vanno male. Andava tutto alla grande stamattina, tutto troppo alla grande, i sorrisi delle persone che mi ascoltavano, la felicità dei miei amici e la possibilità concreta di vedere la mia passione tramutarsi in libro, il posto ideale per le mie storie. Dovevo aspettarmelo che non poteva durare, ho ascoltato troppe vite per non sapere che quando il profumo della felicità è troppo forte non ti accorgi su cosa metti i piedi. Nemmeno la balaustra stava funzionando, ero lì ma continuavo a pensare a come fosse bastato un piccolo, lurido insetto a cambiare tutto, a sparigliare il destino. Avevo sentito l’urlo di Amanda ed il rumore dei piatti che si rompevano contro il pavimento ed ancora prima di girarmi a guardare avevo capito che non era uno dei piccoli incidenti che capitano quando devi portare cinque o sei piatti contemporaneamente; no, doveva essere qualcosa di diverso ed infatti, sotto i cocci giaceva spiaccicato uno scarafaggio. No, non era possibile, ero troppo maniaco dell’igiene perché nel mio dinner ci fosse uno schifo del genere, ma magari mi sbagliavo, sapevo bene che anche nelle facciate più pulite si poteva nascondere il lerciume, ma quello valeva per gli uomini, non per i dinner. Mi sentii chiamare, solo una persona poteva indovinare dove fossi ed infatti, come se non fosse bastata la sua voce, quando mi voltai riconobbi l’impermeabile beige ed il cappellaccio, il mio amico Tazz Oz, solo sui avrebbe potuto trovarmi lì, aveva fiuto quel dannato detective. Avrebbe fatto una delle sue solite battute ma probabilmente la mia faccia gli raccontava che non sarebbe servita; non che le sue battute servano mai a qualcosa ma in quel momento meno che mai. Disse un paio di frasi e mi riportò con sé, avevo guardato troppo ed inutilmente la città, per quel giorno poteva bastare.


Questo post si collega a questo qui, lo potete leggere anche su questo blog qui dove ci sono le storie tristi o comiche ispirate alla Chigago anni 30.

10 giugno 2008

Troppo vento oggi

Troppo vento oggi, un vento da alzarsi il bavero e calarsi il cappello sulle ventitre, un vento che scompiglia capelli e pensieri. Con un vento così se ne rifugiano tanti nel mio dinner, per un pasto caldo od un whiskey freddo, oppure perché hanno solo voglia di parlare e sanno che da me troveranno orecchie pronte ad ascoltare. Il mio dinner è aperto tutta la notte, soffro d’insonnia e le storie che mi vengono raccontate mi aiutano a passare il tempo, ne sento tante: mariti traditi che lo sanno ma amano troppo per poter fare qualcosa ed allora vengono qui da me e si guardano riflessi nel bicchiere; persone a cui non va di mangiare da sole a casa che vengono qui per non sentire l’urlo della solitudine e si fanno scaldare il cuore dalle mie minestre e dai sorrisi di Amanda Rock, la mia cameriera, quella che indossa i teschi ed ha paura degli insetti. Se venite da me è quella col grembiule, di solito, se non è in giro per i tavoli, la trovate al banco che parla con un uomo alto, il suo fidanzato, Tazz Oz. Lo riconoscerete facilmente, indossa sempre un impermeabile beige ed un cappello con le falde; la prima cosa che penserete a vederlo sarà: “Questo è un investigatore privato!”, beh, ci prendereste in pieno; se siete di Chicago e sospettate che vostra moglie vi tradisca, che il vostro socio vi rubi i soldi dalla cassa o che vostro figlio si droghi, chiamatelo, per 50 dollari al giorno vi levate il dubbio. Lo conosco da una vita, forse da più di una vita, certe croci te le affida il karma. Oggi festeggia, ha risolto un caso grosso per un industriale brasiliano, festeggia alla sua maniera: viene qui e mentre si fa imbambolare dagli occhi bambini di Amanda, si mangia la sua solita bistecca con le patatine fritte e mi racconta il caso ed io faccio come al solito, gli cucino la bistecca, gli friggo le patatine e mi appoggio al banco per sentire quello che ha da dire. Se anche voi avete fame, sete, oppure avete solo una storia da raccontare, io sono qui, il mio dinner è quello con l’insegna al neon sfrigolante, “Paol”; è aperto tutta la notte, soffro d’insonnia e le storie mi aiutano a passare il tempo.

Ieri notte il mio reader mi ha regalato questo splendido racconto di Porzione e questo è il mio modo per ringraziarlo.

05 giugno 2008

Made in China 2

Dopo l'enorme successo riscosso dalle mie prime proposte di blog tarocchi, ho ricevuto un sacco di offerte e così ho deciso di offrire a gli amici orientali nuove idee per il taroccamento:

La vita è un’allusione: Un blog che non dice, accenna; dedicato all’antica arte dei doppi sensi

Angolo cattura: Consigli di un famoso cacciatore esperto in trappole

Where on earth is Carmen Di Pietro: Blog completamente dedicato alla famosa showgirl

Vodka&cioccolato?: Blog promozionale di un bar dove fanno strani cocktail

Madrygopolice: Il diaro personale di una fan dello storico gruppo di Sting

Pringles per scelta altrui: Due patate volevano essere San Carlo Highlander ma il destino è stato avverso (bisogna dire che quest'ultimo taroccamento è farina del sacco di una delle curatrici del blog stesso, dividerò con Angie la percentuale che i cinesi mi offriranno).

10 dicembre 2007

Lezioni di jedi

Poco tempo fa, in una blogosfera vicina vicina, due giovani blogger, Baol e Kabalino, decisero di scrivere un post a quatto mani…forte era la forza in loro…

Per le strade della caotica città-pianeta Coruscant due giovani discutono tra loro...


Baol: No! Dai, le crocs col pelo no, non ti si può guardare!
Kabalino: Eh, ma queste son col pelo di Ewok! Mica quella robaccia che contrabbandano dalle periferie dell’impero...
B.: Ma...ma...io avevo pensato a dei calzari da centurione…
K.: I calzari da centurione te li metti te, che poi ci vai a fare lo splendido il sabato pomeriggio... Io, nei miei piedi, ci tengo queste meraviglie...
B.: Guarda che ho rimorchiato certe ancelle di principesse con quei calzari che te nemmeno te lo immagini. E comunque le crocs non sono jedi!
K.: Ma sono calde...e poi, dove sta scritto che quella roba lì che porti ai piedi è jedi?
B.: A pagina 18 del manuale del perfetto jedi.
K.: Seee...il manuale del perfetto jedi...perchè te leggi quella roba? Ma te lo sai quanto vive uno jedi? E li hai mai visti dei geloni di mille anni? E poi le mie crocs sono di una comodità che non te la immagini neanche...
B.: Le scarpe di uno jedi devono essere pratiche per l’agilità! Con le crocs si corre una meraviglia, vero?
K.: Eh...lo so, però queste, sotto, c’han la gommina che fa presa. Ti risulta che il grande Yoda se ne vada in giro con calzari da centurione?
B.: Se è per questo non l’ho mai visto nemmeno con le crocs...il grande Yoda va in giro scalzo!
K.: E infatti quell’esserino verde lì c’ha una raucedine che fa provincia...ma hai sentito come parla? No, dimmi te?
B.: Sei scemo o cosa? Ti sei per caso accorto che il grande Yoda proviene da un altro sistema planetario?!
K.: Embè? Hai mai sentito parlare della Galassia di Raucedine?
B.: Ma quale Galassia di Raucedine...guarda che il corso di Universografia lo abbiamo seguito insieme e lo so che non sei una cima, dì la verità, su Yoda ti eri sbagliato...
K.: E’ che c’ha un aspetto quel Yoda...mi ricorda una mia amica...
B.: Wow, doveva essere un figone…
K.: Guarda Baol! C’è Chewbecca!!! Madonna...che gran pezzo d’animale...
B.: E’ un Wookiee, non un’animale...bestia che non sei altro...
K.: Se, seee...ci siam capiti...
...
B.: Piacere di conoscerla...è un onore...guardi, ho il suo pupazzetto nel portachiavi...
K.: (Ma come stai messo...il pupazzetto...io almeno ce l’ho del Gattobus...) Sì, sì...piacere anch’io...
Ciube: Aaaaaaawwwwwwhhhh awweeeeeeaaaaaagggh awwwwwwwww
B.: Ehm…no no , signor Chewbecca, le scarpe del mio amico son di sintetico, non è pelo di Wookiee…
Ciube: Weeeeeewwwwwwwwaaaaaaaaa ahhhaaaaaawwwooooou
B.: Sì lo so signor Chewbecca, ci strapperebbe le braccia se fossero di Wookiee...a...arrivederci...
K.: ...(oh santiddio...eccheccosai in bocca...)...ci si becca in giro...
Ciube: Aaaawwwweeeeeaaaahhhhh
...
K.: Ma hai sentito che versi che fa? E te li capisci? Fa paura!
B.: Non son versi, è la sua lingua...Chewbecca parla shyriiwook...
K.: Ah...
B.: L’ho studiata alle medie; eravamo 5 sezioni, quattro d’inglese e una di shyriiwook...e io son finito in quella di shyriiwook...
K.: ...tutte le fortune...
B.: Vabbè, Ma mi hai fatto fare na figura, te e quelle scarpe lì! Lo sai come ci poteva combinare quello?! Comunque domani è il nostro primo giorno al Master per jedi e non mi va di presentarmi lì con le crocs col pelo.
K.: Ed a me non va di andarci con i piedi viola dal freddo; s’ha da trovare una soluzione...guarda un pò se quel tuo manualetto dice qualcosa...
B.: Mah...mmhhh...vediamo... per essere uno jedi alla moda bisogna indossare stivaletti rossi ed una cappa nera.
K.: Una cappa nera? Ma, scusa, chi è l’autore del manuale?
B.: Il maestro Qui-Gon Jinn.
K.: E chi è?
B.: Ma come chi è? Voglio ricordarti che sarà lui a tenerci le lezioni di equilibrio jedi.
K.: Eh, ma io ho visto solo i primi tre episodi di Guerre stellari...che va beh...in realtà sono il 4,5,6...però ci siam capiti...
B.: Lasciamo perdere...Che ne dici della classica tuta beige con gli stivali marroni?
K.: Alla Obi-Wan? Mi piace! Ok, aggiudicato. Ma Obi-Wan è tra i docenti?
B.: Sì, al terzo anno, insegna battaglia jedi nella lava.
K.: Io di battaglie, finora, ho visto solo quella delle donne nel fango... A proposito, che lezione abbiamo domani?
B.: Controllo sul programma ma dovrebbe essere “Primi approcci con la forza”…sì, infatti.
K.: Ma in cosa consiste? Lo dice? Che io non so mica se son subito pratico con la forza eh.
B.: Mah, guarda, qui dice che è un semplice approccio alla tecnologia laser.
K.: Una volta a uno che conosceva mia cugino gli dovevano raddrizzare l’occhio col laser e gli han bruciato la pupilla, per dire...
B.: Sì, va beh...ma noi siam jedi...
K.: Sarem jedi...ma io, per non saper né leggere né scrivere, vengo con gli occhiali da saldatore...Baol?
B.: Ehi! Che c’è ancora?
K.: No, niente...è che...ogni tanto sento come un fremito nella forza...
B.: ...
K.: ...lascia perdere...
B.: Meglio va. Dai, andiamo che s’è fatto pure tardi...mannaggia a te e il fremito!
...


E’ che io e Kabalino ogni tanto ci si diverte così...come fanno i bambini. Che a stare sempre nelle proprie corde ci si impicca e allora, noi, si fa queste cose qui proprio per non rimanere impiccati, che quella fine lì a me e Kabalino ci fa paura...

Solo un'ultima cosa, questo è il mio centesimo post...