18 aprile 2016

Considerando

Si dice che le somme si tirano a bocce ferme, quando hai metabolizzato i pro ed i contro, quando ormai non ti rode più nulla; quindi io non dovrei parlare affatto, adesso, dei miei 40 anni compiuti oggi, di quanto mi senta stanco, di quanto non mi senta soddisfatto che di pochissime cose. No, non dovrei affatto dirlo perché verrebbe scambiata come una roba tipo "crisi di mezza età", e magari lo è, una crisi di mezza età, quando ti rendi conto che hai passato 40 anni e non senti di aver afferrato ancora quel cazzo di senso che dovresti, invece, tenere stretto da un bel po'. Forse è una fase di down, un "cambio di stagione", questo non vedere quello che molti dicono, che "il momento è questo", che ormai l'uomo a 40 è nel pieno, nel massimo della sua forza mentale; io non me la ritrovo mica questa forza mentale, è come se i remi della barca mi abbiano fatto i calli alle mani senza però farmi muovere che di pochi metri. Forse sono le acque limacciose, forse non sono portato per vogare, non lo so; non che non me lo chieda, anzi, mi chiedo spesso in che momento sto, mi chiedo che cosa sto vivendo. Mi ritrovo a contare i passi che mi hanno fatto arrivare qui, a questa scrivania, e non riesco a considerarli tutti giusti, no, assolutamente no e nonostante tutti gli sforzi, nonostante le energie che ho speso, me ne ritrovo sempre meno, sempre meno voglia, sempre meno spinta. No, non lo so se "il momento è questo", vedo solo che recrimino ogni giorno le cose che desideravo e non ho avuto la forza di andarmi a prendere, sempre troppo meticoloso nel soddisfare necessità altrui; vedo sempre meno tempo, sempre meno possibilità ma, soprattutto, sento sempre più "tanto ormai..." scorrere dentro di me. Non si fanno le considerazioni a sangue amaro, non si tirano le somme con la stanchezza addosso ma credo che festeggerò questi 40 anni andando a letto presto.

07 aprile 2016

Out of time

Una volta ero giovane sai? Avevo la forza di sognare perché avevo più giorni davanti che alle spalle, mi guardavo le mani ed erano ferme, adesso le guardo e sono sfocate, e tremano. Le volte che mi tremavano da giovane era per la rabbia, o per l’amore; tutte e due le cose portano passione, tutte e due le cose portano a tremare. Cerchi di fermarle, nella tua testa le vuoi fermare ma loro no, loro continuano a tremare. Come adesso, anche adesso nella mia testa le vorrei fermare ma loro no, loro fanno un po’ come gli pare. Non che la testa funzioni bene, a volte scordo le cose, scordo le date, scordo i nomi; l’unica cosa che non scordo è il tempo che è passato, la strada alle spalle; quella no, quella me la ricordo tutta, metro per metro, caduta per caduta. No, la testa non mi funziona affatto bene. C’è chi ti potrebbe dire che nemmeno da giovane funzionasse alla perfezione, che era “fallata” già allora; troppo attento a tutto, spesso intransigente, a volte rabbioso. Te l’ho detto che tremavo per la rabbia? Per la rabbia e l’amore…vedi? Mi scordo le cose; come tutti gli anziani annoio, soprattutto me stesso, perché mi inchiodo ogni giorno, alle scelte che non ho fatto, più che a quelle che ho fatto. Non credere a quelli che ti dicono “sono sereno, ho fatto una bella vita”, cazzate! Per quanto meravigliosa possa essere stata ci sarà sempre qualcosa che non è stato; il bacio che hai avuto paura di dare, il “NO!” che hai avuto paura di dire, la strada che hai avuto paura di prendere. E non credere alla storia del “senno del poi”, non conforta un cazzo quando ti ritrovi ad avere più debolezza che forza, più nebbia che memoria. Non conforta dire “ho vissuto”, e non tirarmi in ballo quelli che non hanno potuto averla una vita lunga perché già mi sento una merda di mio a lamentarmi, a non sentirmi fortunato. La verità è che la vita, per come è fatta, la capisci quando ormai è alle spalle. Una volta ero giovane, sai? Ora non lo sono  più.



Un esercizio che mi è sempre piaciuto molto è far andare una canzone e vedere che immagini mi faceva nascere in testa...

20 febbraio 2016

L'ortensia

Le ortensie hanno colori screziati, a questo pensa Claudia avvicinando il naso al fiore per sentirne il profumo; ride, "screziati", mai avrebbe pensato di usare una parola del genere. Certo, in effetti mai aveva pensato di fare cose che, in realtà, le era capitato di fare, così, come annusando un fiore. Non conosceva questo negozio, l'ha portata Marta, lei è fissata con la scoperta di posti strani, è come una avventuriera urbana, una specie di naturalista del cemento. Una sognatrice insomma, che cerca angoli inesplorati quasi nel salotto di casa. Claudia no, Claudia è pragmatica, con i piedi per terra; lei è sempre stata quella a cui tutti si affidavano, quella con una buona parola per tutti. E per lei? Ecco, una domanda che Claudia si ripete da anni, "per lei?"; il consiglio, la parola giusta, la frase che rimette in equilibrio lei doveva sempre cercarle dentro ché fuori doveva sembrare infrangibile. Marta sta comprando fiori che basterebbero per un paio di Festival di Sanremo, le piace che la casa sia colorata e profumi, anche se poi, quando appassiscono ci rimane male. Ah, Marta, a volte Claudia pensa che sia la sua ancora di fantasia, perché la salvezza devi cercartela da sola. "Claudia tu non prendi niente?", "Si, un'ortensia, quella screziata".

14 febbraio 2016

Libri letti 2015

1) Francesco Serafino – La festa insanguinata
2) Alessandro Piperno – Inseparabili (e-book)
3) Gianrico Carofiglio – La regola dell'equilibrio
4) Sandrone Dazieri – Uccidi il padre (e-book)
5) Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile infelicità
6) Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica
7) Stefano Benni – Cari mostri
8) Geof Dyer – Natura morta con custodia di sax (e-book)
9) Romano De Marco – Io la troverò (e-book)
10) Francesco Piccolo – L'Italia spensierata
11) Alessandro Robecchi  –Dove sei stanotte

Anno di poche parole il 2015, di poche parole scritte e di pochissime parole lette, almeno nei libri, che, forse, di parole da altre parti ne ho lette pure troppe. Non mi segno speranze per questo nuovo anno, sta andando come quello passato...e questo non è bene.

11 gennaio 2016

Era il '99

Io ancora non ci credo che sono passati diciassette anni; diciassette anni in cui non ci sei, andato via in una mattina fredda di gennaio. Ancora non ci credo che tutta questa acqua sia passata sotto i ponti perché tutto è più vivo che mai, forse è questo il potere dei grandi, aver lasciato qualcosa che li farà ricordare per sempre. Però a me ci sono i giorni in cui non basta sai? Soprattutto oggi, a diciassette anni di distanza, mi chiedo quanta altra poesia avresti potuto regalarci e mi chiedo anche se ce la saremmo meritata, quella poesia o se, come quasi tutte le cose belle che ultimamente ci vengono donate, non ce ne saremmo accorti. E poi penso pure che io sì, io me le meritavo le tue parole e la tua musica, anche solo per imparare la vita come ho sempre fatto con le tue canzoni. Per questo mi fa male pensare che non ci sei più, perché mi sono accorto che ho ancora molto da imparare, che ogni tanto mi scordo la tolleranza che hai contribuito a farmi imparare. Diciassette anni sono tanti, troppi, e saranno sempre di più perché ci sono vuoti che è giusto che non si colmino dall'esterno ma che sia io, quando ci riesco, a reimparare dalle tue parole.
Ciao Fabrizio

30 dicembre 2015

Regionale veloce

F. arriva in stazione che il treno è già al binario, lo sapeva che non doveva attardarsi così tanto ma quel abbraccio che profuma di infanzia non poteva scioglierlo come niente fosse, solo che ora è lì che corre, la sciarpa che lascia scoperti solo gli occhi, il cappotto che la rende ancora più goffa del normale e il borsone che pesa sulla spalla; quel paio di pantaloni in più poteva lasciarli a casa ma almeno l'ultimo dell'anno bisogna cedere alla vanità. Lancia un "aspetti!" soffocato dalla lana, al controllore che è pronto a fischiare, mentre oblitera in maniera un po' sbilenca il biglietto, spera solo che sul treno non le facciano storie, a volte sono così pignoli. Entra nello scompartimento con un po' di fiatone, c'è il tepore asciutto dei tipici riscaldamenti dei treni, quello che secca il palato ma per fortuna c'è. Si allarga la sciarpa perché le manca un po' il fiato, lo scompartimento è vuoto, pensa che è un po' strano ma alla fine meglio così, nessuno che cerca di attaccare bottone. Si accomoda giusto quando il treno comincia a muoversi, si rassetta un po', la corsa si è fatta sentire, è un po' fuori allenamento e rimpiange l'aver interrotto la palestra, un po' per pigrizia, un po' per mancanza di testa e tempo. E' un po' persa nei suoi pensieri F. quando sente fischiettare, tanto che, sulle prime, pensa sia dentro la sua testa, poi si accorge che non è sola nel vagone, c'è qualcuno tre file più avanti, vede una nuca che spunta dalla spalliera del sedile vicino al finestrino. F. vorrebbe prendere il libro che ha in borsa ma la sua curiosità è forte, cerca di capire che canzone sta fischiettando il passeggero misterioso seduto più avanti; le sembra di riconoscerla ma quando pensa di averla individuata c'è qualche variante di tono che le fa cambiare idea. Il treno ha ormai lasciato la città e sferraglia ondeggiando nella campagna buia; F. guarda fuori ma non vede niente, nemmeno la luna, "strano", pensa, "non c'erano nuvole quando sono partita" ma poi si concentra nuovamente sulla canzone, è un suono triste, una specie di nenia ma, forse per incapacità nel modulare, forse per ragioni di gusto personale, ha come una incrinatura nella melodia, come se scendesse di una ottava in maniera ciclica, come un improvviso refolo freddo dietro il collo. Non sa perché pensa questa cosa ma è come se lo sentisse davvero e così controlla se il finestrino è chiuso bene; fuori è sempre tutto buio, eppure ci sarebbe dovuto essere quel paesino di poche anime, ma magari è più avanti o forse è passato e pensava alla musica. F. si sente inquieta, il tizio continua a fischiettare, non fa altro; lo ha identificato come un uomo sulla quarantina ma in realtà non ne sa nulla. Ci si sta fissando F., ride, "sempre così" pensa, "sono troppo curiosa"; decide di fare altro, prende il cellulare, vuole chiamare lui, la ragione del viaggio, ci pensa e sorride, le succede sempre, dall'inizio di tutto, e finchè si sorride la partita è vinta e persa insieme. Nessun segnale, sotto le feste le compagnie telefoniche sono peggio del solito; appena passa il controllore deve chiedere se sono in orario, non vuole che lui aspetti da solo, in stazione, così tardi. Strano che non sia già passato, solitamente non fa nemmeno in tempo a sedersi che arriva a chiedere "biglietti", avrà poca voglia di lavorare pure lui, in fondo è la sera del 30 dicembre, vorrà essere a casa invece che su questo "regionale veloce" che poi non sembra nemmeno veloce; sarà il buio ma se non fosse per il dondolio sembrerebbe fermo nel nulla. Ad F. gira un po' la testa, forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di partire, e poi quel caldo opprimente da riscaldamento bloccato, sembra aumentare, mette sonnolenza; e quella nenia che non accenna a smettere, F. si chiede come faccia, quel tizio, a fischiettare senza riprendere fiato. Il cellulare è ancora morto; si allarga il collo della maglia per prendere un po' di fresco, se lo leverebbe se non fosse sconveniente; si alza per cerca di aprire il finestrino ma è bloccato, la testa gira un po' di più, le gambe le cedono e ricade seduta, non capisce che succede, sente il panico salire, "calma F, stai calma", si ripete dentro, fa anche una risata dandosi della stupida ma si sente stanca, la testa gira sempre più forte; chiude gli occhi un attimo e sente le palpebre pesanti, cerca di riaprirli ma ci riesce solo in parte, nella nebbia che le è calata davanti ha solo il tempo di vedere il tizio che fischietta alzarsi e girarsi verso di lei sorridendo; poi il buio.

29 dicembre 2015

Segni

La piscina è praticamente deserta, un paio di ragazzi stanno tirando le ultime bracciate prima di andare via; M. T. ama venire di venerdì sera, dopo le dieci, rimane sola e ha tutta la piscina a disposizione; il centro sportivo rimane aperto 24 ore su 24 ma la gente, poca, che si avventura di venerdì sera, solitamente preferisce la sala attrezzi al piano di sopra perché lì c'è la musica, gli istruttori, qualcuno a cui mostrarsi. In piscina invece si è più nascosti, impegnati nel mettere un braccio dopo l'altro e a spingere via i pensieri, o almeno è il motivo per cui M. T. ci va; non le piace la folla, il doversi ricavare il proprio spazio, già lo fa tutti i giorni, nella vita, no, almeno in piscina non vuole ingombri, andando a quell'ora è sempre praticamente sicura di essere solo lei e l'acqua; in dicembre poi pochi hanno la forza d'animo di lasciare il calore delle proprie case per mettersi in costume e andare a muovere i muscoli atrofizzati. I due ultimi nuotatori la salutano mentre vanno verso gli spogliatoi, è sola, la piscina è illuminata più delle pareti che la contengono, questo contrasto, combinato con la temperatura dell'acqua, mostra una lieve evaporazione in superficie, come una leggera foschia. M. T. lascia scivolare l'accappatoio su una delle sedie e accoglie il familiare brivido che produce la temperatura dell'aria sulla pelle nuda, sorride un po', come sempre, anche se questa volta ha come l'impressione che quel brivido duri di più, che sia più profondo. Si volta d'istinto verso le gradinate buie, quelle che nei giorni di gara accolgono i parenti e gli amici dei nuotatori; sono vuote come si aspettava e si dice che quel prolugamento dei brividi sarà stato provocato da qualche spiffero, qualche porta lasciata socchiusa. Prima di tuffarsi dà un'occhiata al display del cellulare, sospira lieve, nessun messaggio, come pensava; si avvicina al bordo della piscina sentendo un po' più freddo di quanto si aspettasse e si affretta ad entrare in acqua con un tuffo preciso. L'impatto con l'acqua riscaldata le spande un lieve torpore, rimane ferma un attimo ad acclimatarsi a pancia in sù, gli occhi chiusi, la testa immersa quasi del tutto. Sott'acqua tutto è ovattato e anche quel poco di musica che, lieve, arriva dal piano superiore lì diventa una impercettibile linea di basso. Si sente completamente rilassata, quasi potesse addormentarsi da un momento all'altro e forse per un attimo succede perché si ridesta di soprassalto come se avesse sentito un rumore; apre gli occhi e tira su la testa ma non si sente nulla, se non quel po' di musica che fende il silenzio. Scuote un attimo la testa e decide che è il momento di allungarsi e scacciare, a suon di sforzi, i pensieri che da giorni, settimane, le occupano il tempo. Ci mette un po' a spezzare il fiato, le prime due vasche procedono lente, quasi affaticate, poi sente di aver preso il ritmo solito, la giusta sincronia di braccia e respiro e procede leggera nell'acqua. I pensieri sono praticamente spariti, anche il rumore, anche il brivido; procede meccanica quando sente uno strattone alla caviglia, perde il momento della respirazione e finisce con la testa sotto, è una frazione di secondo ed è già ferma che tossisce un po', il respiro affannato dalla bracciata mancata e anche da una punta di inquietudine. Si guarda intorno, la sala è vuota, in piscina c'è solo lei, guarda anche sott'acqua, si sente un po' stupida a farlo soprattutto perché anche lì non c'è nulla. Immagina sia stato un crampo, probabilmente, pensa, ho tirato troppo; allunga un po' la gamba e sente che è tutto a posto; riprende a nuotare con meno spinta ma con una specie di muta oppressione. Chiude gli occhi un attimo e tira un respiro più profondo come quando, da bambini, si ha un incubo e si cerca di tornare alla realtà. Il ritmo riprende ad essere costante e preciso, M. T. ha virato l'ennesima vasca quando si sente tirare nuovamente, questa volta è sicura, non è un crampo, qualcosa la sta tirando giù e non sa cosa, sente una stretta forte al piede destro, uno strattone deciso; cerca di urlare sperando di essere sentita ma è già con la testa sotto, la bocca le si riempie di acqua. La stretta è come se si allentasse e per la spinta dell'acqua ritorna sù; appena è fuori con la testa tira un respiro profondo e fa per accennare una richiesta d'aiuto che si spegne immediatamente perché la stretta ricomincia a tirare e lei è ormai sotto. Il panico ha preso il controllo ed un uno spasmo butta fuori quel poco di aria che era riuscita a rubare; l'automatismo della respirazione è più forte di lei ed in un attimo ingloba acqua cercando ossigeno, i polmoni si chiudono, la stretta non molla nonostante lei si divincoli con forza. Con l'ultimo barlume di lucidità M. T. guarda in giù ma vede solo il fondo della piscina e l'acqua che si muove vorticosa intorno alle sue gambe. Porta le mani alla gola, sente che ormai non può più fare nulla, vorrebbe scegliere almeno il suo ultimo pensiero ma la paura le urla dentro e non riesce a formulare nemmeno quello. Ormai la superficie dell'acqua non ribolle più, si è calmata; l'unico movimento è quello del corpo di M. T. che risale spinto dall'acqua come se niente più lo tenesse sotto. Il giorno dopo i giornali le dedicheranno un trafiletto in cronaca tra una rapina ed una manifestazione: "La notte tra il 18 e il 19 dicembre M. T. di anni 42 è stata trovata morta nel centro sportivo di B. alle porte di Milano; gli inquirenti pensano sia dovuto ad un malore". Il medico legale accerterà la morte per annegamento e ne troverà la causa in una contrattura muscolare; spiegherà ai familiari che, con tutta probabilità, M. T. aveva avuto la contrattura nuotando e, presa dal panico, aveva respirato l'acqua della piscina, annegando. Quello che continuerà a non spiegarsi, per anni, sarà quel segno rosso intorno alla caviglia destra.