18 gennaio 2021

Mario

Mario viveva una anticipazione del problema alla volta, spesso, quando particolarmente in forma, anche due. Ormai era avvezzo alla sua stessa ansia, quasi abituato, tanto da andare in ansia nel momento in cui constatava di non essere in ansia, peggio di una profezia autoavverante. Mario non era peggiorato nell'ultimo periodo, in quello era stato lungimirante, era ansioso da prima che andasse di moda o che fosse una nevrosi di massa. Anzi, un po' lo infastidiva questo eccesso di ansia in giro, quasi che l'ansia si fosse commercializzata, non fosse più quella bella ansia indipendente di un tempo. Prima era un soggetto preoccupato in un mondo di felici, adesso no, adesso è un numero e questa cosa gli metteva tristezza, non ansia, e alla tristezza non era tanto abituato; sì, certo, aveva avuto i suoi momenti di tristezza, in passato, come tutti, ma lui aveva sempre preferito anticipare il problema, preoccuparsi che una determinata situazione avrebbe potuto renderlo triste, e quindi farsi prendere dall'ansia. Tutto sommato la cosa non lo faceva vivere male, certo, un po' di tachicardia, un po' di affanno, le apnee notturne, l'insonnia, la stanchezza. Beh, sì, in effetti viveva male ma non se ne voleva nemmeno separare, "E se non fossi più ansioso, alla fine cosa proverei?" e questa domanda lo metteva in ansia. Il non conoscere quello che poteva accadergli lo stremava, e prevedeva tutto, era un anticipatore, ve l'ho detto; ma questo non lo salvava dall'ansia perché, per quanto potesse prevedere tutto la sua testa partoriva un nuovo "e se?" che se avesse trovato il modo di incanalarli quegli "e se" magari avrebbe anche trovato di che viverci.

14 gennaio 2021

L'insonne

Io devo dormire Doc, ho smesso da non so quanto, guardo il soffitto, conto i minuti. Non ho la scusa di malanni fisici da darmi, è il mio fisico ormai ad accusarmi. No, non sono le responsabilità Doc, è diverso, è la rabbia, io brucio di rabbia, mi snocciolo i passi fatti andando indietro e mi incolpo ad ogni passo del passo precedente, o del successivo, visto che torno indietro. Dammi una chimica Doc che mi piombi i piedi e le palpebre, mi deve impastare la bocca, tanto più amaro dell'amaro che mastico non credo sarà mai. Non me ne frega che spacchino il fegato Doc, io me lo rimangio tutte le notti il fegato, mi annodo l'intestino, peggio di così non faranno mai. Dammi una chimica Doc che io devo dormire, non mi interessa la forma, mi basta la sostanza, soprattutto se è psicotropa. Voglio alzarmi e metterci mezz'ora a ricordarmi come mi chiamo; meglio di ora che mi ripeto chi sono tutta la notte e ci aggiungo i cosa sono diventato e ci rimesto il cosa potevo essere. Io devo dormire Doc, devo dormire per tutti gli insonni del mondo, sto portando i pensieri di una carovana, dammi il ristoro degli ignari, dammi la debolezza degli ignavi Doc o almeno il sonno degli ingiusti perché sono gli unici che realmente dormono bene, tra due guanciali di non me ne frega niente. Devo dormire Doc perché questo non crollare ma scivolare piano mi logora l'esistenza, mi trascina i passi; dammi una droga Doc, anche poco legale, qualcosa di speciale che mi porti un blackout, un abbassamento di tensione, che fermi le rotative dentro la mia testa che ogni notte deve tirare fuori un'edizione straordinaria del mio fallimento. Anche una botta in testa Doc, assestata bene, che metta a tacere le accuse che mi muovo, non dico per sempre, troppa grazia, ma almeno una notte Doc, fammi dormire.

11 gennaio 2021

Rimango un coglione

Vi racconto una storia divertente, anni fa, un bel po' di anni fa, avevo dodici o tredici anni, sono caduto con la bici nel canale di deflusso delle acque piovane del mio paesello. Sento da qui le vostre giuste risate. Come è successo? Facile, mancava totalmente la ringhiera di protezione lungo un tratto del canale, negli anni e per l'incuria si era consumata ed era crollata lungo un tratto che costeggiava un parcheggio attiguo ad una pineta dove, da ragazzino, andavo a giocare. Non c'era nemmeno un muretto, nulla, strada e subito due metri circa di dislivello. Nel mentre era stato deliberato l'ampliamento del canale e quindi, in attesa che partissero i lavori tutto quel tratto rimaneva così, libero da protezione, senza nemmeno un paio di transenne, due o tre strisce di nastro bianco e rosso, un avviso di pericolo, nulla. Questo era il "come" sia successo ma il "perché"? Facile, ero un coglione, che tradotto per esteso sarebbe: pensavo di fare il figo camminando con la bici lungo il bordo del canale, come un antesignano di un Brumotti qualsiasi, e la ruota anteriore mi è scivolata lungo il bordo e sono caduto. Fortunatamente, a parte qualche livido e graffio non mi sono fatto niente ma, a pensarci, potevo farmi molto male. Immagino che, tra le risate, stiate pensando che è scandaloso che quel tratto rimanesse così, incustodito; e se ci fosse caduto un bambino piccolo? Vero, completamente d'accordo, però ci sono caduto io che, comunque, a dodici anni il concetto di pericolo e rischio lo avevo abbastanza chiaro e vi assicuro che non sono mai stato un ragazzino avventuroso, semplicemente ero pienamente convinto di riuscirci, ed ero anche un coglione. Il comune avrebbe dovuto fare qualcosa? Certo. Il comune ha messo a rischio la gente lasciando quel tratto di canale incustodito senza protezione? Certo. Io rimango un coglione? Sì. Tutto questo racconto può adattarsi alla situazione attuale che stiamo vivendo? Secondo me sì ma lascio a voi le analisi in merito.

21 dicembre 2020

Pulizie...

Anna: Mamma mia, ma cos'è questo odore di chiuso?! Mario, apri un po' le finestre... Ma dov'è l'interruttore della luce qui?!

Mario: Chiuso? Ma è proprio puzza di cadavere. Oddio, non è che Baol...

A.: Ma sarai scemo? Ma se ci hai parlato al telefono nemmeno dieci minuti fa?

M.: Eh, ma che ne sai? Di 'sto periodo ora ci sei e poi immediatamente dopo cominci a far fatica a respirare.

A.: Sento il rumore del suo grattarsi i coglioni da qui. Magari la puzza è di qualcuno dei cadaveri che ha sparso nei suoi racconti.

M.: Ah guarda, non scrive da talmente tanto che quelli sono belli che diventati polvere ormai, non sono sicuramente loro.

A.: Hai ragione anche tu. Comunque ho trovato l'interruttore.

*click*

A.: Mamma mia che abbandono, tutto coperto da almeno due dita di polvere del tempo. Va ad aprire quella finestra dai.

M.: Vado vado, però mi chiedo perché 'sti lavori li fa sempre fare a noi due.

A.: Perché in fondo siamo i suoi preferiti?

M.: Minchia che culo!

A.: Vabbè, da dove cominciamo? Una bella scopata?

M.: Anna! Non pensavo che i posti così trasandati ti facevano effetto, a saperlo non mettevo a posto lo studio.

A.: Niente, sei scemo, mia madre aveva ragione. E comunque non mi pare che spostare un paio di fogli dalla scrivania alla mensola significhi "mettere a posto".

M.: Sempre puntigliosa tu oh, qualcosa ho fatto.

A.: Sì, è un tuo classico fare giusto "qualcosa"... Va a prendere la scopa dallo sgabuzzino.

M.: E se ci sono i ragni? Sai che ho paura dei ragni.

A.: Ma che ragni vuoi che ci siano?! Saranno morti di solitudine pure quelli a star qui; ecco, forse la puzza sono loro..

M.: Vabbè, diamoci da fare, Baol ha detto che probabilmente almeno per gli auguri di Natale passava.

A.: Seee lallèro...

31 dicembre 2019

Fatalismi

Il lancio della moneta fa un tintinnio metallico per il tocco dell'unghia, uno solo, sale in alto fino a quando la spinta glielo consente; quando il vettore in salita equipara quello in discesa della forza di gravità la moneta ha un infinitesimale stallo in aria come fosse tutti i momenti del mondo e poi ricade, con una accelerazione non percepibile ad occhio nudo data la breve distanza. Presa al volo viene messa a mano chiusa sul dorso dell'altra mano e in quel momento è schrodingerianamente sia testa che croce, tutto e la negazione di tutto, il suo contrario; fino a quando, scoperta, rivela la risposta al cui destino il lancio era affidato, salomonica, senza meriti né colpe. Colui che lancia, per un attimo, ipnotizzato dal precedente volo a parabola della moneta, quasi non ricorda la domanda affidata al lancio giusto pochi istanti prima ed è tentato di lasciare tutto così com'è e rimettere la moneta in tasca, poi ricorda e, curioso come gli aruspici con le viscere, controlla l'esito del fato sulla sua scelta, abbozza un sorriso sghembo, rimette la moneta in tasca ed esce.

09 giugno 2019

Di botto

E così, di botto, ti rendi conto che anche quelli lì, quelli che hanno sempre capito tutto, che l'ultimo film visto era un documentario uzbeko sul genocidio armeno, fatto da un regista polacco, in lingua swaili però con sottotitoli in cinese; quelli che quando gli hai chiesto "ma come capivi i dialoghi?" ti rispondevano "ma che ne sai tu della potenza visiva delle immagini?!". Quelli che "la situazione sociopolitica, per quanto instabile, in realtà non si discosta di molto dal periodo tardo settecentesco che, a mio dire, fu fucina di talenti", che tu gli risponderesti "sì ma si moriva per un raffreddore"; ecco, quelli, quelli che ci tengono a farti capire che loro hanno studiato, che loro leggono molto, che "la libertà di espressione è sacra" e tu glielo spiegheresti pure il paradosso di Popper ma tanto alla fine loro, in pratica, con Popper ci cenavano una sera sì ed una no e si ricordano ancora di quella cena da Gigetto il bovaro che ma che te lo racconto a fare. Quelle persone che "ma la bellezza della sinuosità del torcersi dello stile dell'incarnato di quella icona degli anni settanta dello scorso secolo" che tu a malapena ti ricordi, degli anni '70, tipo la Pimpa. Ecco, sì, quelli a cui vorresti dirlo anche tu che, a tuo parere, da magari ignorante, che, insomma, quella bellezza lì, in realtà, faceva cacare anche negli anni' 70 e  che dai e dai a farvela passare per "iconica bellezza" vi siete bevuti e accettato di tutto ed adesso sfracassate il cazzo magari alzando un supponente sopracciglio. Ecco, quelli, quelli che sanno sempre cosa bere e quando, che tu se hai sete ti berresti pure una Peroni scaduta e loro sanno dirti in che botti è invecchiato il vino, in che regione sono state raccolte le bacche da cui hanno fatto quel gin, quante cazzo di spremiture ha avuto la canna da zucchero per poterne fare rum. Quelli, dai, avete capito, quelli con la camicia inamidata ed i calzini in tinta con gli occhi della cameriera del locale dove andranno a cena la sera, quelli che si amano, che scopano davanti allo specchio per guardarsi mentre lo fanno, che ci sia o meno l'altra persona. Quelli che fa intellettuale essere sempre un metro più in là, quelli che se tutti amano X "eh ma X ha fatto, venti e passa anni fa, quella roba lì" che tu ti stai a chiedere come stracazzo è che tu non ti ricordi nemmeno se stamattina hai cacato o meno e loro si stanno a ricordare la mezza caduta di stile di una vita integra. Quelli che la politica la guardano con un che di altezzoso distacco, giusto per arrivare, nel momento opportuno, a dire che "certo, ma quegli altri dove erano quando si facevano gli accordi di Bretton Woods?", che tu stai ancora cercando di uscire vivo dal sistema bimetallistico zoppo e loro hanno la teoria economica definitiva per la salvezza pure dell'anima. Quelli lì che sono di una corrente di pensiero che è giusto un decimo, dell'ottavo, del milionesimo, della metà di un terzo del pensiero maggioritario e che loro hanno ragione e tutto il resto se lo può andare a prendere dritto nel recesso più angusto delle terga. Ecco, quelli lì, che hanno anche un bel po' rotto i coglioni, quando ti accorgi che, a simpatia, danno ragione pure alla merda, come l'ultimo dei lobotomizzati televisivi, ecco, cominciano a starti simpatici. Per 5 minuti.

05 giugno 2019

Il primo del 2019

Stanotte, in una fase di insonnia, mi sono reso conto che non avevo scritto nulla di nulla, su questo blog, nel 2019; ero anche partito con delle buonissime intenzioni, con pezzi di racconti sparsi su taccuini che porto imboscati in diverse borse. Volevo ritornare a scrivere, ero convinto che lo avrei fatto e poi... poi una specie di buco nero, non riesco a capire come mi siano sfuggiti i giorni tra le mani, come si siano sommati fino a diventare mesi, fino ad arrivare al sesto mese dell'anno, in pratica non mi sono ancora reso conto che il 2019 è iniziato e siamo già praticamente a metà. Oddio, certo so cosa è avvenuto in questi mesi ma, soprattutto, cosa non è avvenuto, e cioè che sono incollato ad un divano immaginario, quasi senza forze, vado in giro, parlo, penso, lavoro, mi indigno pure ma per una parte della mia vita mi sento come invischiato dentro delle metaforiche sabbie mobili, non mi dimeno nemmeno più, questa è la verità, come se una parte di me abbia alzato bandiera bianca ed abbia detto alla vita "ok, hai vinto tu, sii clemente almeno" mentre un'altra parte non riesce a farsene una ragione. Non riesce a concepire questi anni che molti chiamano "i migliori della vita" stiano passando con sempre meno stimoli. Ormai ci sono giornate in cui mi sembra le ore passino a vuoto e non so che fare, nemmeno scrivere mi viene più eppure mi rendo conto che in testa ho delle idee ma poi c'è sempre una vocina che dice "ma chi cazzo te lo fa fare?!", ed allora ripongo la penna immaginaria che nella mia testa avevo preso in mano. Questo posto per me è importante, per questo adesso mi ritrovo qui a scrivere, come se fosse una scossa, l'ennesimo levare la polvere dai mobili di una stanza disabitata. Un abbraccio a chi ancora passa. Tornerò.