29 gennaio 2015

Takki alti

La leggenda vuole che, per fare i capelli a Mr Takki, arrivi appositamente un barbiere che per tutto il resto del tempo vive rinchiuso in un manicomio criminale di Manaus, al centro della foresta amazzonica. Altre versioni della stessa leggenda, invece, dicono che il barbiere sia stato rinchiuso lì dopo aver visto i capelli di Mr Takki. Fatto sta che una volta al mese Takki si chiude in una stanza da cui provengono, per due ore, urla disumane e dopo esca con i suoi capelli in perfetto stato brado; dopo di lui, solitamente, pare esca una certa Wanda, una stangona di due metri con un vezzoso neo sul pomo d’Adamo. Il suo vero nome, all’anagrafe, è Carlo ma viene chiamato Mr Takki per la sua insana passione per la carne di tacchino. Va detto, per dovere di cronaca, che alcune malelingue affermano che il nome è dato dalle scarpe che solitamente indossa, la sera, sui controviali. Bambino timido ma precoce, quando, a sei anni, seppe che avrebbe cominciato la scuola elementare disse solo “C’è figa?”, i suoi furono molto divertiti da questa affermazione, lo furono meno quando, il secondo giorno di scuola, furono mandati a chiamare dal Dirigente scolastico perché il figlio aveva guardato sotto la gonna della maestra. Alla domanda “Perché lo hai fatto?!” il bimbo risposte “Per interesse antropologico”; dopo aver controllato sul dizionario la parola ‘antropologico’ il padre si soffermò, con il piccolo, sull’eziologia di questo suo interesse; il piccolo ascoltò con molta cura le parole del padre, soppesò le affermazioni e si convinse di essere andato troppo avanti con il metodo sperimentale, questo tra una cinghiata e l’altra. Va da sé che tale interesse antropologico comunque non poteva essere estirpato dalla mente del piccolo; tanta era la sua voglia di sapere che, ogni volta che poteva, prendeva in pugno la situazione e studiava dei trattati che i compagni di scuola più grandi gli passavano a prezzo di favore, come dimostra la tesina “L’importanza de ‘Le ore mese’ nello sviluppo muscolare del fanciullo”. Questo studio “matto e disperatissimo” (Cit.) non poteva che avere conseguenze sul fisico in crescita del piccolo Carlo; due fra tutte, un braccio destro da giavellottista olimpico ed un evidente calo della vista. Il problema alla vista diventa serio quando, all’età di tredici anni passa mezzora a parlare con l’attaccapanni credendo fosse sua zia Pinuccia; portato ad una visita oculistica il medico cerca insistentemente di fargli leggere la seconda riga del pannello sulla parete, quando ormai sta per dire ai genitori di prendergli un cane con la pettorina con la croce si accorge che Carlo non sta guardando il pannello ma la scollatura della sua assistente, debitamente allontanata la quale gli viene diagnosticata una forte miopia che lo obbligherà a portare gli occhiali, gli stessi occhiali che diventeranno il suo segno distintivo, insieme al tatuaggio “Ramon sfondami” sulla chiappa sinistra, ricordo di un viaggio in Sudamerica di cui non ama parlare. Dopo una carriera scolastica abbastanza positiva ed un corso da video maker da migliore della sua classe, due eventi accadono, a poca distanza l’uno dall’altro, che cambiano per sempre la sua vita: la scoperta dell’esistenza di Vine e l’incontro con il Bomma. Pare si incontrino per la prima volta ad un gruppo di autocoscienza per dipendenti da internet, i “pipparoli anonimi”; in realtà questa versione dei fatti è stata messa in giro dai loro familiari per coprire l’amara verità: i due si sono incontrati per la prima volta tra il pubblico di un concerto di Paolo Belli in cui uno indossava una t-shirt con la scritta “Ruba la mia bicicletta, sarò il tuo sellino” e l’altro aveva un cartoncino con su “Baccini non ti merita”. Si conoscono nell’attesa del loro idolo mentre comprano due birre da 66cl che bevono in un sorso solo e, ruttando in contemporanea, lacerano il timpano del bibitaro; e lì, suggellata da una risata e dalle legnate del neosordo, nasce una solida amicizia.

In questi giorni avevo bisogno di ridere ed allora, ecco a voi un altro di quei personaggi incredibili che ho incontrato su Twitter.

27 gennaio 2015

26 gennaio 2015

23 gennaio 2015

Jeans

Tutti ne hanno uno nell'armadio, magari in fondo ad un cassetto oppure appeso sull'ultima delle grucce. Non lo metti tutti i giorni, forse non è adatto al lavoro, forse è un po' liso sul sedere o magari s'è un po'decolorato. Non è l'abito della cena elegante, in tessuto pregiato, quello che ti fa sentire al centro dell'attenzione e nemmeno il pigiama della notte che ti scalda il sonno. Non è la camicia nuova, quella che togli dalla carta, che apri e profuma di nuovo. Non è né il cappotto da cerimonia o la giacca da uscita. Magari c'è stato un periodo in cui lo mettevi ogni volta che potevi, altre che lo trovavi brutto, che ti stava stretto, che non lo trovavi adatto perché era meglio un pantalone elegante; il pantalone che hai sempre desiderato, quello che forse è un po' stretto ai fianchi, che forse la lana punge un po' ma che indossi perché pare sia quello che si deve indossare. Probabilmente è un po' sformato, magari la maggior parte del tempo te lo scordi ma lui è lì, in fondo ad un cassetto oppure sull'ultima gruccia e sai che se un giorno avrai bisogno di comodità, di qualcosa con cui sai di stare bene, potrai aprire l'armadio e mettere quel jeans. Anche alcune persone sono così.

17 gennaio 2015

Fili

Alla fine siamo matasse, gomitoli di fili sparsi, ragnatele di collegamenti che si tirano e si spingono fra di loro. Fili, collegati a frasi, a mezze parole non dette, a esternazioni ripetute. Fili attaccati a immagini, a volti definiti, ad ombre in chiaroscuro. Siamo matasse di terminazioni, collegamenti, ponti tra terre lontane, tra distanze imperscrutabili. Fili tra le persone, tra sconosciuti incontrati per caso, facce in mezzo alle facce. Siamo fili che si spezzano, si riannodano, si aggrovigliano tra le dita fino a non poterle districare. Siamo burattini senza burattinaio appoggiati alle quinte del teatro con i nostri fili sparsi intorno. Fili che ci collegano a tutto come capillari verso la vita, verso le vite. Siamo matasse stese, arrotolate, capovolte; tiriamo i nostri fili, lenze di pesca d'altura, tiriamo collegamenti e conclusioni, tiriamo righe ma non cancelliamo nulla.

08 gennaio 2015

It's so easy...

E' così facile, adesso, convincersi di una fantomatica "supremazia" culturale del mondo occidentale, dimenticandosi tutte le guerre che ha scatenato e che scatena ancora adesso questa supremazia. E' così facile, adesso, dirsi tutti Charlie quando da noi la satira l'abbiamo calpestata fino a farla sparire. E' così facile, adesso, dirsi tutti civili quando fino a ieri abbiamo chiamato "merda" quello che aggiungeva fin anche una virgola al nostro pensiero. E' così facile, adesso, parlare dimenticandosi della regola che dice che il silenzio è d'oro ed invece unire le proprie voci (compresa la mia) al coro di parole che da ieri non fanno che riempire l'etere. E' così facile, adesso, ergersi a paladini di non si sa quale causa, giustificando tutto quello che facciamo noi, a prescindere. E' così facile, adesso, gridare ad una vendetta e non accorgersi che la cosa più spaventosa di questo atto è che fa uscire l'animale che è in tutti noi (in alcuni più, in altri meno). E' così facile ed invece l'unica cosa che dovrebbe essere così facile è innamorarsi.