11 gennaio 2016

Era il '99

Io ancora non ci credo che sono passati diciassette anni; diciassette anni in cui non ci sei, andato via in una mattina fredda di gennaio. Ancora non ci credo che tutta questa acqua sia passata sotto i ponti perché tutto è più vivo che mai, forse è questo il potere dei grandi, aver lasciato qualcosa che li farà ricordare per sempre. Però a me ci sono i giorni in cui non basta sai? Soprattutto oggi, a diciassette anni di distanza, mi chiedo quanta altra poesia avresti potuto regalarci e mi chiedo anche se ce la saremmo meritata, quella poesia o se, come quasi tutte le cose belle che ultimamente ci vengono donate, non ce ne saremmo accorti. E poi penso pure che io sì, io me le meritavo le tue parole e la tua musica, anche solo per imparare la vita come ho sempre fatto con le tue canzoni. Per questo mi fa male pensare che non ci sei più, perché mi sono accorto che ho ancora molto da imparare, che ogni tanto mi scordo la tolleranza che hai contribuito a farmi imparare. Diciassette anni sono tanti, troppi, e saranno sempre di più perché ci sono vuoti che è giusto che non si colmino dall'esterno ma che sia io, quando ci riesco, a reimparare dalle tue parole.
Ciao Fabrizio

30 dicembre 2015

Regionale veloce

F. arriva in stazione che il treno è già al binario, lo sapeva che non doveva attardarsi così tanto ma quel abbraccio che profuma di infanzia non poteva scioglierlo come niente fosse, solo che ora è lì che corre, la sciarpa che lascia scoperti solo gli occhi, il cappotto che la rende ancora più goffa del normale e il borsone che pesa sulla spalla; quel paio di pantaloni in più poteva lasciarli a casa ma almeno l'ultimo dell'anno bisogna cedere alla vanità. Lancia un "aspetti!" soffocato dalla lana, al controllore che è pronto a fischiare, mentre oblitera in maniera un po' sbilenca il biglietto, spera solo che sul treno non le facciano storie, a volte sono così pignoli. Entra nello scompartimento con un po' di fiatone, c'è il tepore asciutto dei tipici riscaldamenti dei treni, quello che secca il palato ma per fortuna c'è. Si allarga la sciarpa perché le manca un po' il fiato, lo scompartimento è vuoto, pensa che è un po' strano ma alla fine meglio così, nessuno che cerca di attaccare bottone. Si accomoda giusto quando il treno comincia a muoversi, si rassetta un po', la corsa si è fatta sentire, è un po' fuori allenamento e rimpiange l'aver interrotto la palestra, un po' per pigrizia, un po' per mancanza di testa e tempo. E' un po' persa nei suoi pensieri F. quando sente fischiettare, tanto che, sulle prime, pensa sia dentro la sua testa, poi si accorge che non è sola nel vagone, c'è qualcuno tre file più avanti, vede una nuca che spunta dalla spalliera del sedile vicino al finestrino. F. vorrebbe prendere il libro che ha in borsa ma la sua curiosità è forte, cerca di capire che canzone sta fischiettando il passeggero misterioso seduto più avanti; le sembra di riconoscerla ma quando pensa di averla individuata c'è qualche variante di tono che le fa cambiare idea. Il treno ha ormai lasciato la città e sferraglia ondeggiando nella campagna buia; F. guarda fuori ma non vede niente, nemmeno la luna, "strano", pensa, "non c'erano nuvole quando sono partita" ma poi si concentra nuovamente sulla canzone, è un suono triste, una specie di nenia ma, forse per incapacità nel modulare, forse per ragioni di gusto personale, ha come una incrinatura nella melodia, come se scendesse di una ottava in maniera ciclica, come un improvviso refolo freddo dietro il collo. Non sa perché pensa questa cosa ma è come se lo sentisse davvero e così controlla se il finestrino è chiuso bene; fuori è sempre tutto buio, eppure ci sarebbe dovuto essere quel paesino di poche anime, ma magari è più avanti o forse è passato e pensava alla musica. F. si sente inquieta, il tizio continua a fischiettare, non fa altro; lo ha identificato come un uomo sulla quarantina ma in realtà non ne sa nulla. Ci si sta fissando F., ride, "sempre così" pensa, "sono troppo curiosa"; decide di fare altro, prende il cellulare, vuole chiamare lui, la ragione del viaggio, ci pensa e sorride, le succede sempre, dall'inizio di tutto, e finchè si sorride la partita è vinta e persa insieme. Nessun segnale, sotto le feste le compagnie telefoniche sono peggio del solito; appena passa il controllore deve chiedere se sono in orario, non vuole che lui aspetti da solo, in stazione, così tardi. Strano che non sia già passato, solitamente non fa nemmeno in tempo a sedersi che arriva a chiedere "biglietti", avrà poca voglia di lavorare pure lui, in fondo è la sera del 30 dicembre, vorrà essere a casa invece che su questo "regionale veloce" che poi non sembra nemmeno veloce; sarà il buio ma se non fosse per il dondolio sembrerebbe fermo nel nulla. Ad F. gira un po' la testa, forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di partire, e poi quel caldo opprimente da riscaldamento bloccato, sembra aumentare, mette sonnolenza; e quella nenia che non accenna a smettere, F. si chiede come faccia, quel tizio, a fischiettare senza riprendere fiato. Il cellulare è ancora morto; si allarga il collo della maglia per prendere un po' di fresco, se lo leverebbe se non fosse sconveniente; si alza per cerca di aprire il finestrino ma è bloccato, la testa gira un po' di più, le gambe le cedono e ricade seduta, non capisce che succede, sente il panico salire, "calma F, stai calma", si ripete dentro, fa anche una risata dandosi della stupida ma si sente stanca, la testa gira sempre più forte; chiude gli occhi un attimo e sente le palpebre pesanti, cerca di riaprirli ma ci riesce solo in parte, nella nebbia che le è calata davanti ha solo il tempo di vedere il tizio che fischietta alzarsi e girarsi verso di lei sorridendo; poi il buio.

29 dicembre 2015

Segni

La piscina è praticamente deserta, un paio di ragazzi stanno tirando le ultime bracciate prima di andare via; M. T. ama venire di venerdì sera, dopo le dieci, rimane sola e ha tutta la piscina a disposizione; il centro sportivo rimane aperto 24 ore su 24 ma la gente, poca, che si avventura di venerdì sera, solitamente preferisce la sala attrezzi al piano di sopra perché lì c'è la musica, gli istruttori, qualcuno a cui mostrarsi. In piscina invece si è più nascosti, impegnati nel mettere un braccio dopo l'altro e a spingere via i pensieri, o almeno è il motivo per cui M. T. ci va; non le piace la folla, il doversi ricavare il proprio spazio, già lo fa tutti i giorni, nella vita, no, almeno in piscina non vuole ingombri, andando a quell'ora è sempre praticamente sicura di essere solo lei e l'acqua; in dicembre poi pochi hanno la forza d'animo di lasciare il calore delle proprie case per mettersi in costume e andare a muovere i muscoli atrofizzati. I due ultimi nuotatori la salutano mentre vanno verso gli spogliatoi, è sola, la piscina è illuminata più delle pareti che la contengono, questo contrasto, combinato con la temperatura dell'acqua, mostra una lieve evaporazione in superficie, come una leggera foschia. M. T. lascia scivolare l'accappatoio su una delle sedie e accoglie il familiare brivido che produce la temperatura dell'aria sulla pelle nuda, sorride un po', come sempre, anche se questa volta ha come l'impressione che quel brivido duri di più, che sia più profondo. Si volta d'istinto verso le gradinate buie, quelle che nei giorni di gara accolgono i parenti e gli amici dei nuotatori; sono vuote come si aspettava e si dice che quel prolugamento dei brividi sarà stato provocato da qualche spiffero, qualche porta lasciata socchiusa. Prima di tuffarsi dà un'occhiata al display del cellulare, sospira lieve, nessun messaggio, come pensava; si avvicina al bordo della piscina sentendo un po' più freddo di quanto si aspettasse e si affretta ad entrare in acqua con un tuffo preciso. L'impatto con l'acqua riscaldata le spande un lieve torpore, rimane ferma un attimo ad acclimatarsi a pancia in sù, gli occhi chiusi, la testa immersa quasi del tutto. Sott'acqua tutto è ovattato e anche quel poco di musica che, lieve, arriva dal piano superiore lì diventa una impercettibile linea di basso. Si sente completamente rilassata, quasi potesse addormentarsi da un momento all'altro e forse per un attimo succede perché si ridesta di soprassalto come se avesse sentito un rumore; apre gli occhi e tira su la testa ma non si sente nulla, se non quel po' di musica che fende il silenzio. Scuote un attimo la testa e decide che è il momento di allungarsi e scacciare, a suon di sforzi, i pensieri che da giorni, settimane, le occupano il tempo. Ci mette un po' a spezzare il fiato, le prime due vasche procedono lente, quasi affaticate, poi sente di aver preso il ritmo solito, la giusta sincronia di braccia e respiro e procede leggera nell'acqua. I pensieri sono praticamente spariti, anche il rumore, anche il brivido; procede meccanica quando sente uno strattone alla caviglia, perde il momento della respirazione e finisce con la testa sotto, è una frazione di secondo ed è già ferma che tossisce un po', il respiro affannato dalla bracciata mancata e anche da una punta di inquietudine. Si guarda intorno, la sala è vuota, in piscina c'è solo lei, guarda anche sott'acqua, si sente un po' stupida a farlo soprattutto perché anche lì non c'è nulla. Immagina sia stato un crampo, probabilmente, pensa, ho tirato troppo; allunga un po' la gamba e sente che è tutto a posto; riprende a nuotare con meno spinta ma con una specie di muta oppressione. Chiude gli occhi un attimo e tira un respiro più profondo come quando, da bambini, si ha un incubo e si cerca di tornare alla realtà. Il ritmo riprende ad essere costante e preciso, M. T. ha virato l'ennesima vasca quando si sente tirare nuovamente, questa volta è sicura, non è un crampo, qualcosa la sta tirando giù e non sa cosa, sente una stretta forte al piede destro, uno strattone deciso; cerca di urlare sperando di essere sentita ma è già con la testa sotto, la bocca le si riempie di acqua. La stretta è come se si allentasse e per la spinta dell'acqua ritorna sù; appena è fuori con la testa tira un respiro profondo e fa per accennare una richiesta d'aiuto che si spegne immediatamente perché la stretta ricomincia a tirare e lei è ormai sotto. Il panico ha preso il controllo ed un uno spasmo butta fuori quel poco di aria che era riuscita a rubare; l'automatismo della respirazione è più forte di lei ed in un attimo ingloba acqua cercando ossigeno, i polmoni si chiudono, la stretta non molla nonostante lei si divincoli con forza. Con l'ultimo barlume di lucidità M. T. guarda in giù ma vede solo il fondo della piscina e l'acqua che si muove vorticosa intorno alle sue gambe. Porta le mani alla gola, sente che ormai non può più fare nulla, vorrebbe scegliere almeno il suo ultimo pensiero ma la paura le urla dentro e non riesce a formulare nemmeno quello. Ormai la superficie dell'acqua non ribolle più, si è calmata; l'unico movimento è quello del corpo di M. T. che risale spinto dall'acqua come se niente più lo tenesse sotto. Il giorno dopo i giornali le dedicheranno un trafiletto in cronaca tra una rapina ed una manifestazione: "La notte tra il 18 e il 19 dicembre M. T. di anni 42 è stata trovata morta nel centro sportivo di B. alle porte di Milano; gli inquirenti pensano sia dovuto ad un malore". Il medico legale accerterà la morte per annegamento e ne troverà la causa in una contrattura muscolare; spiegherà ai familiari che, con tutta probabilità, M. T. aveva avuto la contrattura nuotando e, presa dal panico, aveva respirato l'acqua della piscina, annegando. Quello che continuerà a non spiegarsi, per anni, sarà quel segno rosso intorno alla caviglia destra.

23 ottobre 2015

Quasi un naufragio

Alle volte le parole se ne vanno alla deriva, sparpagliate, non seguono nemmeno le correnti perché in quel caso sarebbe facile, studi le mappe, i venti, le stagioni e le vai a ripescare come le paperelle di un esperimento di un po' di anni fa. Le parole no, non sono paperelle galleggianti, no, sono delle strambe primedonne che hanno voglia della loro platea e se ne vanno a gruppi disconnessi, magari i soggetti con le congiunzioni, i verbi con i complementi e ancora, i gerundi con passati prossimi e gli indicativi a parte, condizionali a fondo, congiuntivi ai bordi di qualche occhio da far lacrimare. Sulle prime brucia, impazzisci per questa deriva da incontinenti, da parole che marcano il territori altrove, altrove da te, altrove con te; poi ti stanchi e le lasci andare, un briciolo di consapevolezza sul "tanto torneranno" che rasenta la follia e l'illusione. Ti inventi personaggi dentro la testa ma anche loro, effimere visioni, come fantasmi sembrano sparire all'alba; magari ti infili in gorghi malsani, per creare una storia che regga al futuro; diventi altro da te e metti fieno in cascina che speri verrà buono per il prossimo inferno. Passi il tempo rimandando a domani, sia sul foglio bianco che nella vita, poi domani arriva e diventa quello dopo, passano i giorni con le parole che si formano, magari altrove, che vanno a far sognare altre teste, che vanno a far ridere altre bocche e tu sei lì e qui, in questo spazio che quasi ti sembra polveroso; batti le mani ed un pulviscolo di punteggiatura riluce dentro fasci di storie vecchie, quelli che filtrano dalle finestre dell'anima. Le parole in fondo sono lettere, ti dici, che come tasselli di un puzzle formano figure, solo che hanno forme ambigue e cangianti, mutevoli e adattanti e tu non sembra le sappia più adattare. Confidi nella rabbia che altre volte ti ha fatto creare dei mostri di carta ma nemmeno quella, per ora, sembra abbastanza, soffocata da delusioni effimere e virtuali; come le persone. Le parole sono anche quello, sono le persone che abitano la tua testa, i mille personaggi che non sei stato, quelli che avresti voluto, quelli che hai temuto di diventare; rimangono lì, anche loro stanchi, stanchi di far teatro su un palco di periferia; sognando i teatri importanti, gli applausi veri, le lacrime a fiumi, le risate scroscianti e quei personaggi che ami, anche quelli che ancora non hai conosciuto, che non hai ancora creato; quei personaggi rimangono lì, a guardare le parole che, quasi disgregandosi, diventano lettere e fonemi e suoni per poi spandersi nel cielo come scintille di fuochi d'artificio. Allora ti siedi un attimo, respiri, come se te ne fossi scordato e guardi, e vedi che le parole sono lì, frutti in attesa di essere raccolti; e allora ti togli di dosso un po' della tua stessa polvere e vai a mietere i chicchi di lettere.

02 settembre 2015

Nove anni

Oggi questo blog compie nove anni, che a pensarci è un gran bel po' di tempo per un blog che sono tipo i cani, ogni anno ne vale circa 7 umani. In quest'ultimo anno si è sentito vecchio, sia il blog che il suo autore; forse lo è, il blog eh, non l'autore! Si rigira stanco le sue parole, ne cerca altre, si confonde, si distrae, si sente stanco (questo l'autore ma magari pure il blog), legge poco e male, si innervosisce e scazza e poi ride e si tranquillizza (sempre l'autore). Ogni tanto mi guardo indietro e vedo le cose che ho scritto e poi rivedo le persone incrociate e quelle incontrare, le risate e le cazzate e non rinnego nulla, rifarei tutto, magari meglio; infiocchetterei le virgole, finirei i tre parole (ma ci conto ancora), e i reloaded e tutte le stupidaggini che mi sono inventato. Darei un seguito a tutti i racconti scritti, anche solo per vedere come sono invecchiati i personaggi. Riabbraccerei quelli che non ho più incontrato e mi riprometterei di farlo ancora e ancora. Il blog oggi compie nove anni, è un ometto ormai, verrebbe da farlo andare sulle sue gambe ma, alla fine, si rallenta, ci si allontana ma si torna e allora...che lo spettacolo continui.

10 agosto 2015

Quasi...

Quasi non me lo ricordo più come si scrive; come si formano, su carta, i pensieri. Quasi non mi rendo conto del tempo che passa, bene o male, come ha sempre fatto. Quasi mi viene voglia di abbandono, di ruderi, di castelli che hanno avuto una storia ed adesso non più. Quasi comincio a pensare di sbagliare sulle persone, e mai mi era successo. Quasi. Poi ripenso alle parole di Benni che dice che se guardi bene una parete vedrai le crepe di come la maceria si disegnerà; ecco, io mi ero semplicemente stancato di vedere le crepe delle persone, di sapere già le loro macerie, ad un semplice sguardo. Succede, ci si stanca un po' di tutto, per tanto o per poco tempo; ci si stanca che quasi non ti interessa più, quasi. Poi alla fine non ci riesci, le vedi le crepe, attraverso le parole e te ne dovresti fottere perché "non sono problemi tuoi" solo che non ho più l'età del sopportare, no, non per troppo almeno. Quasi non me lo ricordo più cosa volevo dire, in mezzo a tutti i pensieri che girano in testa. Quasi non so come continuare, Quasi. In fondo quando sei stato via per un po' di tempo ti sembra estranea quasi casa tua, devi riabituarti agli angoli, soprattutto agli angoli; devi riconoscere gli spigoli, le curve; quasi che non fosse casa tua, quasi. Quasi mi sgriderei per non aver rispettato gli appuntamenti annui qui sopra, quasi; ma ho lasciato che la vita andasse bene così che ogni tanto un quasi ci sta tutto. Quasi.

03 luglio 2015

Le regole dello "stocazzo"

Come spesso accade ci si dimentica che questo blog ha, principalmente, un intento educativo e sociale e quindi oggi ci occuperemo di dare una risposta definitiva sulle regole dello "stocazzo". Lo "stocazzo" è un famoso gioco di compagnia in cui si fa in modo di farsi fare una domanda a cui rispondere "STOCAZZO!" e suscitare ilarità negli astanti, compreso, a volte, il domandante. La storia del gioco affonda nella notte dei tempi e diverse sono le leggende che circolano sull'argomento; pare che in un frammento disperso dei "dialoghi di Timeo e Crizia" Platone raccontasse come gli abitanti di Atlantide per alleviare il peso degli studi, tra un simposio e l'altro, amassero sollazzarsi con dialoghi tipo "Oh, Amessimandro, c'è chi mette in dubbio i tuoi studi sul bilanciamento idrico", "Oh, Diudonio, chi osa?!", "STOCAZZO! Amessimandro". Alcuni storici ipotizzano che la civiltà atlantidea sia scomparsa per uno stocazzamento finito male. Fatto sta che lo “stocazzo” ha attraversato i secoli; ci sono geroglifici nella piramide di Cheope in cui un Horus guarda interrogativo Ra che gli fa il gesto delle mani, di taglio, sul basso ventre e Anubi ride divertito; il geroglifico è stato interpretato, da alcuni, come la maledizione del sole sul plesso solare ma storici più attenti lo definiscono la prima rappresentazione grafica dello “stocazzo”. Lo “stocazzo”, infatti, è stato rappresentato diverse volte nell’arte, come ha più volte sottolineato lo storico dell’arte Jean De Stocazzon arrivando a teorizzare una corrente artistica attraversante i secoli, chiamata “stocazzismo”. Secondo De Stocazzon il David di Michelangelo esprime la posa fisica della risposta “STOCAZZO!” ed è nudo proprio per questo motivo. La Gioconda, in realtà, sorriderebbe allusiva ad uno “STOCAZZO!” dettogli da Leonardo. De Stocazzon arriva a dire che lo stesso Urlo di Munch sia il ritratto di uno che ha preso male una stocazzata. Altri storici fanno risalire, invece, la nascita dello “stocazzo” al periodo delle Crociate quando gli uomini andavano in guerra e lasciavano le proprie donne da sole per anni; queste, per sopperire alla mancanza del proprio uomo, è noto, intrattenevano rapporti extraconiugali e pare che, quando gli amanti bussavano alle loro porte e loro chiedevano “chi è?”, si sentissero rispondere “STOCAZZO”, quasi fosse un codice. Quale ne sia la storia lo “stocazzo” è giunto fino a noi ed è stato protagonista di eventi storici importantissimi; nella famosa foto della Conferenza di Yalta, infatti, Churchill ha appena stocazzato Roosevelt e Stalin si trattiene dal ridere. Ma quali sono le regole dello “stocazzo”? In realtà sono molto semplici, bisogna fare in modo di farsi chiedere dal malcapitato qualcosa che consenta la risposta “STOCAZZO!” ma va chiarito che non tutte le domande vanno bene, anche se grammaticamente e sintatticamente giuste; non è possibile rispondere “STOCAZZO!” ad una domanda tipo “in che modo?” o a “come stai?” e per tale motivo il Comitato Olimpico Internazionale ha disciplinato che le uniche domande ammesse per lo “stocazzo” sono “chi?” e “cosa?”. Sicuri di aver chiarito i dubbi che, fino ad oggi, attanagliavano tutti vi invitiamo a rispondere, a chi, dubitando siano queste le regole, vi chiede “ma chi lo dice??”, con un grandissimo “STOCAZZO!!”.