13 maggio 2015

Frammento di altra vita

La strada scende veloce dalla collina, ripida e storta come la schiena di un mulo anziano; è fatta per lo più di brecciolino di seconda mano, di terra battuta dalla costanza delle ruote, di sassi di altri pianeti arrivati di nascosto, o almeno così pensavo, allora, mentre a perdifiato, in bilico sulle due ruote della mia scalcinata bicicletta mettevo a dura prova le leggi della fisica che allora nemmeno conoscevo. Forse era per quello che riuscivo a curvare dove, invece, anche la più stupida delle forze centrifughe avrebbe dovuto farmi sbattere contro il muretto a secco che la seguiva lungo tutto il suo serpeggiare, fino al paese. Avrebbe dovuto farmi incontrare quelle pietre messe ad incastro preciso senza nemmeno uno sputo di collante, un'ombra di cemento, e da lì, in volo radente, andare ad abbracciare uno dei tanti alberi di ulivo che riempivano i terreni a destra e sinistra di quella strada. Certo, avrei potuto anche andare più piano, non ci fossero stati tre cani, randagi ed incazzati, che avevano deciso che io, la bici e soprattutto i miei polpacci, eravamo adatti ai loro denti. Non che non sapessi dei cani quando mi ero avventurato, in salita, su per la collina ma forse erano stanchi, forse troppo occupati con la loro noia, mi avevano lasciato passare e quindi, in fase di discesa, mai avrei pensato che, giunto alla prima curva, me li sarei visti arrivare, abbaianti e ringhianti, zappando la terra con le zampe nella foga di avere tutta la velocità del mondo per raggiungermi. Sia lodata la discesa e la forza di gravità, che allora, come detto, non conoscevo, perché, per quanto folle mi consentirono di arrivare indenne, nonostante le curve, ai piedi della collina, dove c'è la fontana.

17 aprile 2015

Intermezzo



Lo so che me ne sto in disparte, a parte, in parte. Sono semplicemente seduto da qualche parte, ad attendere che almeno un parte, se non tutto, si rimetta in moto e si combaci.

08 aprile 2015

Storiella zen

Un giorno, mentre camminavamo per il centro della città, chiesi al mio maestro “Maestro, come si fa a capire le persone?”, come suo solito mi guardò sorridendo e non mi rispose subito, mi disse solo “Seguimi”. Camminammo molto e attraversammo tutta la città; lo scenario cambiava ai miei occhi, passando dal centro pieno di attività commerciali e di gente indaffarata a zone residenziali con giardini e madri con figli, fino ad arrivare all’estrema periferia, nei quartieri più popolari, con case mal tenute e bambini lasciati giocare e urlare liberi e senza controllo. “Perché siamo venuti fin qui?”, chiesi al mio maestro, “Eravamo nella zona più ricca, in mezzo alla gente ed adesso siamo qui, in mezzo al degrado, con gente che ci guarda con sospetto; non mi sento a mio agio”. Il maestro nuovamente mi guardò e disse “Mi hai chiesto tu di spiegarti come si fa a capire le persone. Dici di non sentirti a tuo agio, siamo sempre nella nostra città, non siamo in un posto diverso, abbiamo solo percorso pochi chilometri eppure ti senti estraneo. Per capire davvero una città non puoi fermarti al centro, devi conoscerne anche la periferia; così è con le persone, devi guardare la loro periferia”, “Non capisco bene maestro, le persone hanno una periferia?”, “Sì, giovane allievo, è il contorno delle loro azioni, delle loro parole. Per capire una persona devi ascoltarla anche nelle pause di quello che dice, non solo nelle sue parole; devi essere attento ai gesti che nemmeno loro sanno di fare, a dove guardano i loro occhi. Ti accorgerai che magari il condottiero più coraggioso, mentre ti parlava, ti ha rivelato la sua paura più profonda. L’errore più grave che tu possa fare è quello di credere che una persona sia una facciata liscia perché, in realtà, è un mosaico sfaccettato ma devi cambiare la tua prospettiva per riuscire a scoprire tutte le sfaccettature, devi impegnare tutti i tuoi sensi e non concentrarti su uno solo. Devi ascoltare non solo quello che dicono davanti ad un pubblico ma anche quello che sussurrano quando credono che nessuno li ascolti; quella è la periferia delle persone. Ti senti osservato qui, in un posto sconosciuto, ti sentivi sicuro, in centro; eppure ogni mercante sorridente avrebbe voluto truffarci mentre qui, prima, ho fatto cadere il mio sacchetto di monete ed ora ce lo stanno riportando”. Un ragazzino di poco più di dieci anni, infatti, ci avvicinò timoroso e mise nelle mani del mio maestro il sacchetto tintinnante, ricevette una moneta come premio, ringraziò e scappò via.

30 marzo 2015

Passi di luna

“Passi di luna” danzava svagata ed attenta sulle assi di legno del vecchio teatro; la chiamavo così, tra me e me, non perché mi ricordasse il primo uomo sulla luna, con il suo saltellare goffo e grossolano ma perché, guardandola, veniva da pensare che lei non subisse, come noi, la gravità terrestre ma quella, ben più lieve, della luna. Volteggiava leggera mentre io, addetto alle luci, la guardavo nell’ombra beandomi di essere un ossimoro. Aveva i capelli corti che, con un leggero ondeggiare, seguivano i suoi cambi di direzione; sembrava quasi se ne accorgessero con un lieve ritardo e si affrettassero a seguire il resto del corpo. “Passi di luna” provava con la stacanovistica dedizione di un operaio russo e portava i calli come i generali portano mostrine e medaglie. Ogni tanto, nelle brevi pause che si concedeva le portavo una bottiglietta d’acqua, lei si sedeva a gambe incrociate ed io mi fermavo a scambiare due parole; mi sorrideva e mi guardava con i suoi grandi occhi scuri che, per non contraddire le labbra, sorridevano anche loro. Non che ci scambiassimo segreti di Stato o verità assolute, solo i classici convenevoli necessari a far passare il tempo, senza sforzi però, quasi naturali; in fondo eravamo diventati un po’ uno l’abitudine dell’altra, nulla di che ma solo quella piacevole sicurezza in mezzo alla giornata. Finita l’acqua si rialzava e non nascondo che, ogni volta, il distendersi delle sue gambe affusolate mi provocavano uno strano brivido lungo la schiena che terminava nell’arco di un leggero sorriso. Sono convinto che lo sapesse bene, che indugiavo su di lei, perché sorrideva, in quel caso, di un sorriso da gatta e tornando a camminare sulle assi di legno del palco, prima di spiccare il volo ed ammutolire la gravità, mi strizzava un occhio ed io tornavo al mio lavoro facendole un piccolo gesto di saluto con la mano.

13 marzo 2015

Un chimico

Da piccolo una delle cose che sognavo di fare, una volta adulto, era il chimico; che è strano per un bambino a cui non hanno mai regalato il piccolo chimico ma è così. La chimica mi piace, quel suo combinare degli elementi che, magari, non hanno niente in comune e farne un terzo producendo, solitamente, una reazione che, nel più classico degli esperimenti, è sempre una produzione di energia nella sua forma meglio conosciuta: il calore. Sì, ti dicono che potrebbe essere pericoloso, che a mettere vicino due elementi che magari, presi da soli, sono innocui, delle leggi strane, quasi magiche, possono farteli esplodere tra le mani, farti bruciare. Te lo dicono ma a te questa cosa, non sai spiegarti il perché, ti piace; forse è proprio la cosa che ti attira di più della chimica: capire perché due cose così semplici, placide, messe insieme possono rivelarsi così esplosive, generare un forte calore e, se non regolate con attenzione, bruciare. Te lo chiedi pure perché ti piaccia tanto andare a scoprire la natura delle cose, è un po’ come voler sapere i trucchi del prestigiatore, te ne leva la meraviglia. Ecco, fare il chimico è un po’ andare a scoprire i trucchi da prestigiatore di Dio, serve davvero a qualcosa? In realtà di ragioni per farlo ce ne sono tantissime ma a te, alla fine, le ragioni servono solo per evitare spiegazioni molto più lunghe alla gente, perché a te basta e avanza la storia del trucco da prestigiatore. Poi magari la vita non ti porta a fare esattamente quello che vuoi ma questo non significa che non ti faccia avere a che fare lo stesso con la chimica; no, la vita ti fa capire che anche le persone, spesso, sono elementi che, se messi insieme, producono una reazione che genera calore, che si autoalimenta, quasi a sfidare le leggi della natura; una reazione a volte esplosiva, che può anche consumare totalmente l’uno, l’altro o entrambi gli elementi. Sì, perché le reazioni tra gli umani sono complesse, magari gli elementi non li vedi sparire ma spesso, in realtà, si sono consumati fino a diventare cenere di se stessi; magari sembra che ci sono ancora, gli elementi, magari rimangono tangibili ma la verità è che si sono consumanti nella reazione tra loro. Ci sono, tra le persone, cliché che non ti spieghi, reazioni di attrazione che non capisci, rapporti di composizione sballati ma che girano, bilanciamenti che non quadrano e ti ritrovi con un surplus di energia che non sai dove andrà a finire. Ed il bello sta tutto lì.

Per E. Lee Masters e F. De Andrè

23 febbraio 2015

La problematica della gestione del tempo

Va da sè che devo avere qualcosa che non va alle mani visto quanto mi sta sfuggendo la sabbia del tempo ogni volta che stringo; mi ritrovo a spolverare suppellettili e orpelli inutili dalla polvere di giorni che non mi ricordo come sono passati. Il tempo ha questa sua caratteristica strana di essere fortemente soggettivo ed un po' anarchico; mi volto che sono un ragazzo e mi ritrovo che sto qui a non sapere ancora, esattamente, cosa voglio. Il tempo quando c'ha voglia lui, invece, se ne sta fermo, di solito verso le tre di notte, sul soffitto sopra il mio letto, ovunque capiti che sia il letto e se pure uno volesse giocarci a scopa lui ti inchioda a pensieri, spesso e volentieri, inutili o, peggio, pesanti come vecchie coperte di lana grezza. Ho questo problema sulla gestione del tempo che non mi accorgo quando mi passa davanti, quanto me ne passa davanti e magari me ne sto placido e dovrei muovermi un minimo e poi corro come un forsennato. Il tempo, il suo passaggio, le mani di vernice che dà ai ricordi, alle pareti di tutte le mie stanze, le mie paratie stagne; il tempo passa diverso per ognuno di noi e ripensi, festeggiando o commemorando da solo un anniversario che sembra ricordi solo tu, ripensi che un anniversario, già di suo, quando si sta formando non te ne accorgi mica che sta diventando un anniversario, soprattutto quando, a parametri sbilanciati, per te è un "ciao" e magari invece è un "addio". Il tempo e la sua gestione è un problema irrisolvibile, una di quelle equazioni indifferenziali che la vita ci propina a giorni alterni e con cui, vuoi o non vuoi, devi averci a che fare; equazione che dà un risultato diverso ad ogni persona, ed anche alla stessa persona in momenti diversi; poi ci siamo noi professionisti dell'ingovernabilità del tempo, a cui quella equazione dà un risultato diverso nello stesso momento. Il tempo è segnato nello scorrere e viene detto nel suo esistere, ci diciamo che ore sono e già quando lo diciamo, effettivamente non è più quella data ora; mi arrabatto per pareggiare una gara che non posso che perdere inventandomi il mio persona metodo di gestione del tempo che si basa sull'esistere nel momento stesso in cui avviene.

06 febbraio 2015

Fenomenologia del “tandacàzz”

Già in diverse occasioni mi sono sentito in dovere di catechizzarvi sulla utilità del dialetto rutiglianese nella vita di tutti giorni anche perché, sapete bene, questo blog nasce e si sviluppa con un intento fortemente sociale, poi la vita lo porta a sbandare sulle cazzate. Quest’oggi vorrei puntare la vostra attenzione sull’utilizzo del tandacàzz; tale termine, la cui etimologia è “tanto di questo cazzo”, viene utilizzato per rimarcare quanto poco ci interessi quanto appena sentito; è, in pratica, la rappresentazione terminologica della già esplicata “misura del cazzo ce che ne frega”. Certo, alcuni puristi storceranno il naso e punteranno sull’utilizzo di quello che viene considerato più comprensibile dai più, e cioè lo sticazzi nell’accezione romana (es. “Oggi devo andare a Fregene”, “E sticazzi?”). Dall’esempio visto potete capire quanto sia poco potente dovendo usare la “E” e la forma interrogativa, molto più potente ne risulta l’effetto con il tandacàzz (es. “Oggi devo andare a Bisceglie”, “Tandacàzz!”), in questo caso la forma è affermativa e la parola utilizzata una sola, di sicuro maggiore impatto. Altra problematica nascente dall’utilizzo dello sticazzi è che, molto spesso, viene utilizzato in forma positiva, come apprezzamento molto sentito (es. “Oggi ti porto a mangiare la pajata”, “Sticazzi! Bona!”); tale accezione positiva con il tandacàzz non esiste, utilizzando, nel dialetto rutiglianese il più sfumato stùcazz, di cui andremo a parlare in una specifica lezione. Appare dunque chiaro come non ci sia paragone tra il più potente tandacàzz ed il meno incisivo sticazzi, il primo risulta il più adatto in tutte le situazioni in cui si voglia far capire, al nostro interlocutore, che la sua favella ci sta quantomeno annoiando e che se non smette immediatamente ci vedremo costretti a sparecchiargli la faccia con una testata sul setto nasale; immaginate quale effetto meravigliosamente devastante potrebbe avere su vostra suocera che dopo avervi detto, per almeno mezzora, quanto vi consideri inutile, si sente dire in pieno viso, da voi seduti comodi con la faccia quasi annoiata: “Sì? Tandacàzz!”. Anche il vostro datore di lavoro, sentendosi rispondere “Tandacàzz” alle sue rimostranze sull’efficacia dei vostri sforzi lavorativi, sentirà vacillare il terreno della sicurezza sotto i suoi piedi. Ordunque non fate l’errore di dimostrare il cazzo che ve ne frega con un timido sticazzi, siate padroni del vostro destino, osate, usate il tandacàzz.