20 maggio 2016

Istantanea

I gelsi sui rami sono acerbi, hanno bisogno ancora di acqua e sole, il merlo però ne sceglie uno che magari profuma un po' di più e vola a raccoglierlo con il becco. Lo va a mangiare sull'albero accanto fidandosi maggiormente dei suoi solidi rami. Il sole si fa spazio tra le foglie e scalda l'aria tutta intorno; i due sulla panchina si sorridono tra le parole, anche quando i sorrisi sembrano pescati dal profondo. Si danno dei baci saltuari come fossero la normalità, la punteggiatura delle frasi. Gli occhi si scambiano domande silenziose e risposte mute, si raccontano storie di vite che si incrociano come strade di periferia, quelle dove magari ti fermi a prendere un caffè in quel bar lì, quello con l'insegna che sembra uscita dagli anni '80. Il bello di parlarsi così sta nel dirsi cose senza voce, anche quando gli sguardi sfuggono, forse ancora di più in quel guardare altrove, nei sospiri spezzati. Un cane intraprendente si avvicina alla panchina annusando in giro, calmo, come fosse la cosa più normale del mondo; degna i due di uno sguardo fugace, un soffio di naso, un paio di colpi di coda, tipo un “ciao” tra conoscenti, e poi si allontana così come si era avvicinato. I due si stanno vicini come a dire “io ci sono eh, non pensare mai il contrario”, si sottolineano la presenza ma con gesti semplici: una mano nell'altra, una carezza, un bacio lieve e morbido, quasi accennato, di quelli che finiscono con le labbra piegate all'insù e lo sguardo altrove . C'è una specie di malinconia che li abbraccia, un timore sottaciuto che accompagna le risate quasi volessero scacciarlo senza riuscirci, quasi volessero confermare un'emozione senza dirsela. Si interrompono all'unisono con un bacio un po' più lungo, braccia nelle braccia, una pausa di tempo e di vita che stentano a terminare. Si regalano un sorriso prima di alzarsi dalla panchina e muovere passi incerti sul ghiaietto, quasi riluttanti, fino ad arrivare all'ingresso del parco e dividersi, come fosse l'ultima cosa al mondo che desiderassero fare.

18 aprile 2016

Considerando

Si dice che le somme si tirano a bocce ferme, quando hai metabolizzato i pro ed i contro, quando ormai non ti rode più nulla; quindi io non dovrei parlare affatto, adesso, dei miei 40 anni compiuti oggi, di quanto mi senta stanco, di quanto non mi senta soddisfatto che di pochissime cose. No, non dovrei affatto dirlo perché verrebbe scambiata come una roba tipo "crisi di mezza età", e magari lo è, una crisi di mezza età, quando ti rendi conto che hai passato 40 anni e non senti di aver afferrato ancora quel cazzo di senso che dovresti, invece, tenere stretto da un bel po'. Forse è una fase di down, un "cambio di stagione", questo non vedere quello che molti dicono, che "il momento è questo", che ormai l'uomo a 40 è nel pieno, nel massimo della sua forza mentale; io non me la ritrovo mica questa forza mentale, è come se i remi della barca mi abbiano fatto i calli alle mani senza però farmi muovere che di pochi metri. Forse sono le acque limacciose, forse non sono portato per vogare, non lo so; non che non me lo chieda, anzi, mi chiedo spesso in che momento sto, mi chiedo che cosa sto vivendo. Mi ritrovo a contare i passi che mi hanno fatto arrivare qui, a questa scrivania, e non riesco a considerarli tutti giusti, no, assolutamente no e nonostante tutti gli sforzi, nonostante le energie che ho speso, me ne ritrovo sempre meno, sempre meno voglia, sempre meno spinta. No, non lo so se "il momento è questo", vedo solo che recrimino ogni giorno le cose che desideravo e non ho avuto la forza di andarmi a prendere, sempre troppo meticoloso nel soddisfare necessità altrui; vedo sempre meno tempo, sempre meno possibilità ma, soprattutto, sento sempre più "tanto ormai..." scorrere dentro di me. Non si fanno le considerazioni a sangue amaro, non si tirano le somme con la stanchezza addosso ma credo che festeggerò questi 40 anni andando a letto presto.

07 aprile 2016

Out of time

Una volta ero giovane sai? Avevo la forza di sognare perché avevo più giorni davanti che alle spalle, mi guardavo le mani ed erano ferme, adesso le guardo e sono sfocate, e tremano. Le volte che mi tremavano da giovane era per la rabbia, o per l’amore; tutte e due le cose portano passione, tutte e due le cose portano a tremare. Cerchi di fermarle, nella tua testa le vuoi fermare ma loro no, loro continuano a tremare. Come adesso, anche adesso nella mia testa le vorrei fermare ma loro no, loro fanno un po’ come gli pare. Non che la testa funzioni bene, a volte scordo le cose, scordo le date, scordo i nomi; l’unica cosa che non scordo è il tempo che è passato, la strada alle spalle; quella no, quella me la ricordo tutta, metro per metro, caduta per caduta. No, la testa non mi funziona affatto bene. C’è chi ti potrebbe dire che nemmeno da giovane funzionasse alla perfezione, che era “fallata” già allora; troppo attento a tutto, spesso intransigente, a volte rabbioso. Te l’ho detto che tremavo per la rabbia? Per la rabbia e l’amore…vedi? Mi scordo le cose; come tutti gli anziani annoio, soprattutto me stesso, perché mi inchiodo ogni giorno, alle scelte che non ho fatto, più che a quelle che ho fatto. Non credere a quelli che ti dicono “sono sereno, ho fatto una bella vita”, cazzate! Per quanto meravigliosa possa essere stata ci sarà sempre qualcosa che non è stato; il bacio che hai avuto paura di dare, il “NO!” che hai avuto paura di dire, la strada che hai avuto paura di prendere. E non credere alla storia del “senno del poi”, non conforta un cazzo quando ti ritrovi ad avere più debolezza che forza, più nebbia che memoria. Non conforta dire “ho vissuto”, e non tirarmi in ballo quelli che non hanno potuto averla una vita lunga perché già mi sento una merda di mio a lamentarmi, a non sentirmi fortunato. La verità è che la vita, per come è fatta, la capisci quando ormai è alle spalle. Una volta ero giovane, sai? Ora non lo sono  più.



Un esercizio che mi è sempre piaciuto molto è far andare una canzone e vedere che immagini mi faceva nascere in testa...

20 febbraio 2016

L'ortensia

Le ortensie hanno colori screziati, a questo pensa Claudia avvicinando il naso al fiore per sentirne il profumo; ride, "screziati", mai avrebbe pensato di usare una parola del genere. Certo, in effetti mai aveva pensato di fare cose che, in realtà, le era capitato di fare, così, come annusando un fiore. Non conosceva questo negozio, l'ha portata Marta, lei è fissata con la scoperta di posti strani, è come una avventuriera urbana, una specie di naturalista del cemento. Una sognatrice insomma, che cerca angoli inesplorati quasi nel salotto di casa. Claudia no, Claudia è pragmatica, con i piedi per terra; lei è sempre stata quella a cui tutti si affidavano, quella con una buona parola per tutti. E per lei? Ecco, una domanda che Claudia si ripete da anni, "per lei?"; il consiglio, la parola giusta, la frase che rimette in equilibrio lei doveva sempre cercarle dentro ché fuori doveva sembrare infrangibile. Marta sta comprando fiori che basterebbero per un paio di Festival di Sanremo, le piace che la casa sia colorata e profumi, anche se poi, quando appassiscono ci rimane male. Ah, Marta, a volte Claudia pensa che sia la sua ancora di fantasia, perché la salvezza devi cercartela da sola. "Claudia tu non prendi niente?", "Si, un'ortensia, quella screziata".

14 febbraio 2016

Libri letti 2015

1) Francesco Serafino – La festa insanguinata
2) Alessandro Piperno – Inseparabili (e-book)
3) Gianrico Carofiglio – La regola dell'equilibrio
4) Sandrone Dazieri – Uccidi il padre (e-book)
5) Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile infelicità
6) Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica
7) Stefano Benni – Cari mostri
8) Geof Dyer – Natura morta con custodia di sax (e-book)
9) Romano De Marco – Io la troverò (e-book)
10) Francesco Piccolo – L'Italia spensierata
11) Alessandro Robecchi  –Dove sei stanotte

Anno di poche parole il 2015, di poche parole scritte e di pochissime parole lette, almeno nei libri, che, forse, di parole da altre parti ne ho lette pure troppe. Non mi segno speranze per questo nuovo anno, sta andando come quello passato...e questo non è bene.

11 gennaio 2016

Era il '99

Io ancora non ci credo che sono passati diciassette anni; diciassette anni in cui non ci sei, andato via in una mattina fredda di gennaio. Ancora non ci credo che tutta questa acqua sia passata sotto i ponti perché tutto è più vivo che mai, forse è questo il potere dei grandi, aver lasciato qualcosa che li farà ricordare per sempre. Però a me ci sono i giorni in cui non basta sai? Soprattutto oggi, a diciassette anni di distanza, mi chiedo quanta altra poesia avresti potuto regalarci e mi chiedo anche se ce la saremmo meritata, quella poesia o se, come quasi tutte le cose belle che ultimamente ci vengono donate, non ce ne saremmo accorti. E poi penso pure che io sì, io me le meritavo le tue parole e la tua musica, anche solo per imparare la vita come ho sempre fatto con le tue canzoni. Per questo mi fa male pensare che non ci sei più, perché mi sono accorto che ho ancora molto da imparare, che ogni tanto mi scordo la tolleranza che hai contribuito a farmi imparare. Diciassette anni sono tanti, troppi, e saranno sempre di più perché ci sono vuoti che è giusto che non si colmino dall'esterno ma che sia io, quando ci riesco, a reimparare dalle tue parole.
Ciao Fabrizio

30 dicembre 2015

Regionale veloce

F. arriva in stazione che il treno è già al binario, lo sapeva che non doveva attardarsi così tanto ma quel abbraccio che profuma di infanzia non poteva scioglierlo come niente fosse, solo che ora è lì che corre, la sciarpa che lascia scoperti solo gli occhi, il cappotto che la rende ancora più goffa del normale e il borsone che pesa sulla spalla; quel paio di pantaloni in più poteva lasciarli a casa ma almeno l'ultimo dell'anno bisogna cedere alla vanità. Lancia un "aspetti!" soffocato dalla lana, al controllore che è pronto a fischiare, mentre oblitera in maniera un po' sbilenca il biglietto, spera solo che sul treno non le facciano storie, a volte sono così pignoli. Entra nello scompartimento con un po' di fiatone, c'è il tepore asciutto dei tipici riscaldamenti dei treni, quello che secca il palato ma per fortuna c'è. Si allarga la sciarpa perché le manca un po' il fiato, lo scompartimento è vuoto, pensa che è un po' strano ma alla fine meglio così, nessuno che cerca di attaccare bottone. Si accomoda giusto quando il treno comincia a muoversi, si rassetta un po', la corsa si è fatta sentire, è un po' fuori allenamento e rimpiange l'aver interrotto la palestra, un po' per pigrizia, un po' per mancanza di testa e tempo. E' un po' persa nei suoi pensieri F. quando sente fischiettare, tanto che, sulle prime, pensa sia dentro la sua testa, poi si accorge che non è sola nel vagone, c'è qualcuno tre file più avanti, vede una nuca che spunta dalla spalliera del sedile vicino al finestrino. F. vorrebbe prendere il libro che ha in borsa ma la sua curiosità è forte, cerca di capire che canzone sta fischiettando il passeggero misterioso seduto più avanti; le sembra di riconoscerla ma quando pensa di averla individuata c'è qualche variante di tono che le fa cambiare idea. Il treno ha ormai lasciato la città e sferraglia ondeggiando nella campagna buia; F. guarda fuori ma non vede niente, nemmeno la luna, "strano", pensa, "non c'erano nuvole quando sono partita" ma poi si concentra nuovamente sulla canzone, è un suono triste, una specie di nenia ma, forse per incapacità nel modulare, forse per ragioni di gusto personale, ha come una incrinatura nella melodia, come se scendesse di una ottava in maniera ciclica, come un improvviso refolo freddo dietro il collo. Non sa perché pensa questa cosa ma è come se lo sentisse davvero e così controlla se il finestrino è chiuso bene; fuori è sempre tutto buio, eppure ci sarebbe dovuto essere quel paesino di poche anime, ma magari è più avanti o forse è passato e pensava alla musica. F. si sente inquieta, il tizio continua a fischiettare, non fa altro; lo ha identificato come un uomo sulla quarantina ma in realtà non ne sa nulla. Ci si sta fissando F., ride, "sempre così" pensa, "sono troppo curiosa"; decide di fare altro, prende il cellulare, vuole chiamare lui, la ragione del viaggio, ci pensa e sorride, le succede sempre, dall'inizio di tutto, e finchè si sorride la partita è vinta e persa insieme. Nessun segnale, sotto le feste le compagnie telefoniche sono peggio del solito; appena passa il controllore deve chiedere se sono in orario, non vuole che lui aspetti da solo, in stazione, così tardi. Strano che non sia già passato, solitamente non fa nemmeno in tempo a sedersi che arriva a chiedere "biglietti", avrà poca voglia di lavorare pure lui, in fondo è la sera del 30 dicembre, vorrà essere a casa invece che su questo "regionale veloce" che poi non sembra nemmeno veloce; sarà il buio ma se non fosse per il dondolio sembrerebbe fermo nel nulla. Ad F. gira un po' la testa, forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa prima di partire, e poi quel caldo opprimente da riscaldamento bloccato, sembra aumentare, mette sonnolenza; e quella nenia che non accenna a smettere, F. si chiede come faccia, quel tizio, a fischiettare senza riprendere fiato. Il cellulare è ancora morto; si allarga il collo della maglia per prendere un po' di fresco, se lo leverebbe se non fosse sconveniente; si alza per cerca di aprire il finestrino ma è bloccato, la testa gira un po' di più, le gambe le cedono e ricade seduta, non capisce che succede, sente il panico salire, "calma F, stai calma", si ripete dentro, fa anche una risata dandosi della stupida ma si sente stanca, la testa gira sempre più forte; chiude gli occhi un attimo e sente le palpebre pesanti, cerca di riaprirli ma ci riesce solo in parte, nella nebbia che le è calata davanti ha solo il tempo di vedere il tizio che fischietta alzarsi e girarsi verso di lei sorridendo; poi il buio.