30 marzo 2017

Arturo Fresconi

Arturo Fresconi è un fascista, ma non di quelli "DIOPATRIAFAMIGLIA", quelli che, in casa, tengono il busto di Mussolini e lo mostrano con orgoglio agli amici, aggiungendo un nostalgico "Ah, se ci fosse lui..." a cui sperano si affianchi sempre un coro di "davvero" mormorati a mezza voce quasi fosse una commemorazione. No, Arturo è di quei fascisti nascosti, quelli che si dicono "liberistii" e che credono in un libero mercato, ma solo di italiani; di quelli che davanti all'ennesimo sbarco di disperati sulle nostre coste dicono "andrebbero aiutati a casa loro" pensando dentro di sè "ma perché non li prendiamo a cannonate?!". Arturo fa parte di quella bella fetta di benpensanti con la pancia piena che sotto sotto fa il tifo per l'uomo forte, che spera in Putin, che ha avuto un orgasmo con l'elezione di Trump dove, incredibilmente, si è spinto addirittura a commentare con un sommesso "ci stupirà". Arturo era così già da ragazzo, all'università era quello con la borsa di pelle in mezzo a quelli con gli zaini; quello che invidiava, in segreto, quelli con le bretelle e gli anfibi, che magari faceva anche la battuta "però son comode" e rideva solo lui. Arturo non partecipava alle manifestazioni ma si fermava lì, nella piazza accanto, sperando nelle cariche della polizia o nei manganelli di quelli in bretelle per poi tornare a casa e dirsi scosso e preoccupato "per la deriva di questo bellissimo Paese". Arturo è di quelli che si nasconde, sicuro del proprio pensare, dietro concetti di massima cercando una platea che applauda al suo essere equilibrato ma che, dentro, ad ogni applauso ed approvazione ha un brivido che dal cervello gli arriva fino all'inguine.

07 gennaio 2017

Libri letti 2016

1) Alessandro Robecchi – Dove sei stanotte
2) Pietro Colaprico – Trilogia della città di M.
3) Alessandro Robecchi – Di rabbia e di vento
4) Giuseppe Ferrandino – Pericle il Nero
5) Romano De Marco – Città di polvere
6) Roberto Costantini –alle radici del male
7) Tommy Dibari, Fabio Di Credico – Non ho tempo da perdere
8) Claire Bessant – Cosa vogliono i gatti
9) Roberto Costantini – Il male non dimentica
10) Roberto Bolano – I detective selvaggi
11) Donato Carrisi – L'ipotesi del male
12) Tito Faraci – La vita in generale
13) Mirko Zilahy – E' così che si uccide

Temevo peggio come letture un questo 2016, ma alla fine almeno un libro al mese è stato letto, certo avrei preferito di più ma devo dire che il libro di Bolano, un tomo di più di 800 pagine, scritte in piccolo, mi ha portato via abbastanza tempo; gran bel libro ma complesso da digerire, un sacco di personaggi e nomi da ricordare, e storie, e intrecci. Per il resto molti, moltissimi noir, ma si sa che ormai sono il mio genere preferito. Spero che il vostro anno sia cominciato bene; un abbraccio!

23 dicembre 2016

Pinuccio Randòm

Pinuccio Randòm, al secolo Giuseppe Milella, ha una macelleria in fondo a via Trevisani e una fiorente attività serale di “fornello improvvisato” sul lungomare. Lo chiamano “Randòm” perché non ha una sede fissa; la sera, quando intorno alle sette e mezza chiude il negozio, carica in macchina una quintalata tra salsiccia e bombette varie, passa da casa a prendere sua moglie Filomena e quattro casse di Peroni da 66cl; casse che basteranno sì e no alle necessità sue, di Filomena e di suo figlio Minguccio, centoventi chili di ventiduenne per un metro e novanta. In macchina ha già pronta la fornacella da campeggio e due bustoni di carbone di legna. A quel punto Pinuccio si avventura sul lungomare e il primo parcheggio libero che trova pianta il suo “fornello improvvisato”, poi chiama suo figlio Minguccio e si fa portare due sacchi di panini che accoglieranno salsiccia e bombette, la galetta da cinquanta litri e tre stecche di ghiaccio industriale in cui verranno messe a dimora le prime otto o dieci Peroni da 66cl, diciamo come aperitivo. Pinuccio controlla da che parte tira il vento e orienta la fornacella che, con l’ausilio di abbondanti spruzzate di alcool etilico, in un attimo si trasforma in una colonna di fuoco e fumo da essere avvistata con facilità dall’Albania; Pinuccio fa abbassare la fiamma, solitamente con un rutto di Peroni ghiacciata, e appronta la prima graticola di carne da arrostire; intanto tra lui, Filomena e Minguccio la prima cassa di Peroni è finita e la seconda è in ghiaccio. L’addetto alle bevande è Minguccio che appena vede che iniziano a scarseggiare si fa il giro di tutte le “società” tra Bari Vecchia, Madonnella e Carrassi e si procura il biondo nettare. Intanto, meglio di uno spot, il profumo della carne sul fuoco fa avvicinare i primi affamati che, alla modica cifra di cinque euro riescono ad avere, a scelta, o panino con salsiccia e Peroni da 66cl “sudata” o panino con bombette con ripieno misto e Peroni da 66cl “sudata”; il menù non è molto vario ma la cosa non sembra interessare molto vista la fila che, solitamente, si forma davanti al “fornello improvvisato”. Il tutto condito dalle massime di vita di Pinuccio che tra un colpo di pinza per girare la carne prima che bruci ed un sorso alla bottiglia di Peroni che porta appesa alla cintura, espone la sua personale weltanschauung in un misto di dialetto e italiano, perché non si sa mai ci siano turisti che non capiscono l’idioma locale. “P’cè la fem’n, la donna, a da iess coom alla Peroon, a va iess S’DAAT”, cosa, il turista, possa capire oltre alla parola “donna” è un mistero chiuso nella testa di Pinuccio ma va da se che il gesto e soprattutto l’espressione allusiva al paragone tra la Peroni che “suda” e la donna non lasciano molto spazio all’immaginazione. A quel punto Filomena, seduta accanto alla galetta delle birre, si fa una risata bitonale da increspare i vetri delle macchine parcheggiate e dice, sempre, “Semb u sceem a da fa” e scambia uno sguardo con il marito che pare promettere fuoco e fiamme. In alcune giornate speciali, solitamente in estate, al posto delle solite salsiccia e bombette Pinuccio mette sulla brace i polpi. Quando vede che la giornata e serena ed il mare piatto chiama suo cugino Giangaspero Menicucci, detto “U Ch’zzaal” per via dello scialo di cozze a Torre a Mare, e gli chiede se la sera andrà a pesca di polipi o se ha uno sbarco di sigarette di contrabbando. Naturalmente al telefono i due cugini usano un codice per non essere intercettati dalla Finanza:

Giangaspero: “Auè Pinù ce je? T’a’ppò?”
Pinuccio: “T’a’ppò Giangà. Ste bbuun?”
G.: “Essèin ce je? Probblem?”
P.: “Ennùd Giagà josc a po’ o a biò? C’a fè?”
G.: “A biò je mazz. A po’, t serv’n?”
P.: “J’arrost Giangà vit c n jakj assè”
G. “E viin pur tu!”
P.: “A sciuut n’acchjaam a nderrlalanz”*

*G.: “Buongiorno Giuseppe che succede? Tutto a posto?”
P.: ”Tutto abbastanza bene Giangaspero. Tu? Stai bene?”
G.: “Ma certo, ma sicuro che non succede nulla? Ci sono problemi?”
P.: “Ma nulla Giangaspero solo mi chiedevo se oggi andrai a polpi o a scaricare sigarette. Che farai?
G.: “Mah, è periodo di magra per le sigarette. Penso che andrò a pescare polpi, te ne servono?”
P.: “Pensavo di fare i polpi arrostiti Giangaspero; sarebbe possibile averne un considerevole quantitativo?”
G.: “Beh ma vieni a darmi una mano, scusa!”
P.: “Mi par giusto, ci troviamo sul Lungomare di Crollalanza”

La battuta di pesca solitamente dura tutta la notte, in una barchetta dal fondo trasparente con una lampada appesa davanti e, dentro, un quantitativo di birra bastevole per la ciurma di un cargo battente bandiera liberiana. Una volta procurati i polpi Pinuccio e Giangaspero solitamente vanno, il mattino dopo, sugli scogli davanti al faro ad arricciarli sbattendoli per intenerirne le carni e, nel mentre, fischiano alle ragazze che prendono il sole. Una volta si trovò a passare lì davanti Filomena e sentì Pinuccio dire ad una ragazza “Moh signorì se vuole do un’intenerita pure a lei”, il suo “MO CA VIIN A CAAAAAAS” (ne riparliamo quando torni a casa) fu sentito fino nell’entroterra di Corato; quella sera non ci fu nessun “fornello improvvisato” e Giangaspero dovette vendere allo scialo, oltre alle cozze, dodici chili di polpi già inteneriti. A parte quella rara eccezione la braciata di polpo è molto richiesta e solitamente la scorta di polpi, panini e birre viene consumata in brevissimo tempo tanto che nasce sempre l’esigenza di trovare altro da mettere sulla brace prima che la clientela delusa passi alla concorrenza, tale Maria la N’Zivosa (non propriamente dedita alle regole base dell’igiene) che frigge le sgagliozze in piazza Ferrarese. Il più delle volte tale mancanza viene colmata mandando Minguccio ad acquistare una quarantina di fette di mortadella spesse un dito che arrostite e condite con olio e limone farciscono i restanti panini. Appare chiaro che l’attività di “fornello improvvisato” non sia propriamente legale non avendo nessuna autorizzazione amministrativa, sanitaria e fiscale se non il benestare dell’arciprete della basilica che passa tutte le sere a benedire il cibo e se ne torna in canonica con due panini e due birre; dunque capita, a volte, che arrivino pattuglie di vigili urbani in assetto antisommossa per far immediatamente cessare l’attività di “fornello improvvisato”; a quel punto solitamente Pinuccio dice che non sta vendendo niente ma è solo un “barbecue di famiglia” e sono tutti parenti. Una volta dovette spacciare due turisti giapponesi per i figli di uno stracugino di suo padre emigrato in Oriente per esportare le cozze crude; per fortuna solitamente il problema si risolve con un paio di panini in amicizia ed una Peroni a giro, tranne quella volta che Minguccio, lievemente alticcio dopo 12 Peroni da 66cl e una bottiglia e mezza di amaro Lucano, scambiò il capo dei vigili per un rapinatore e gli mollò un ceffone talmente forte che il poverino per due giorni chiese se qualcuno avesse preso la targa di chi lo aveva investito. Quella sera finirono tutti in caserma, anche due turisti norvegesi che Pinuccio aveva spacciato per nipoti di terzo letto di sua zia; tornarono a casa con dieci chili di carne avanzata, una cassa di Peroni, quaranta panini, una multa di 570 euro per “fornello abusivo e percosse a pubblico ufficiale” e Filomena svenuta per la vergogna di essere stata portata in caserma.



BUON NATALE A TUTTI!!!

29 settembre 2016

Tizio e Caio e il mercato dei panini

C'erano una volta due ragazzi, Tizio e Caio, entrambi avevano lo stesso sogno, aprirsi una paninoteca e vendere panini; Tizio e Caio non si conoscevano ma avevano questo stesso sogno, su per giù nello stesso periodo decisero, sia Tizio che Caio, di materializzare quel sogno e così si aprirono una paninoteca; Tizio in via del Re, Caio in una parallela, via della Regina. Entrambi facevano panini abbastanza buoni c'era chi andava da Tizio a mangiare la salamella al sugo e chi andava da Caio a mangiare il panino con la frittata e la gente diceva "che buoni i panini di Tizio", "che buoni i panini di Caio" e allora magari chi andava sempre da Tizio andava qualche volta da Caio e chi andava sempre da Caio qualche volta andava da Tizio. Tizio e Caio avevano due locali piccoli ed i loro tavoli erano più o meno sempre occupati. Un giorno però arrivò in città il Signor Voinonvaleteuncazzo, questi aveva tentato, un tempo, di fare panini anche lui ma i suoi panini facevano obiettivamente cacare, lui era scontroso, supponente e pensava di fare i panini più buoni del mondo ma aveva capito, sotto sotto, che piacevano solo a lui e a due o tre palati bruciati che gli giravano intorno. Un giorno capitò nella paninoteca di Caio e vide che la gente mangiava i suoi panini ma che i tavoli erano pochi e pensò "quasi quasi questo è abbastanza scemo da farsi fregare" e andò da Caio e gli disse "ma lo sai che tu potresti guadagnare molto di più?", "e come?" chiese Caio, "con il passaparola indotto", Caio guardò questo signore dallo sguardo non proprio intelligente e disse che non aveva capito; allora il Signor Voinonvaleteuncazzo disse "lascia fare a me" e Caio, che non pensava di avere molto da perdere, gli disse va bene. Il Signor Voinonvaleteuncazzo andò da tutti i piccoli commercianti di via della Regina e li riunì, una sera, nella paninoteca di Caio. Il Signor V. chiamiamolo così per abbreviare disse che tutti loro potevano guadagnare di più, dovevano semplicemente farsi pubblicità a vicenda e quindi dovevano tutti dire che i panini di Caio erano i più buoni, le scarpe del ciabattino Sempronio erano le migliori, i formaggi del salumiere Mezio erano fantastici, anche se i panini di Caio non gli piacevano, le scarpe di Sempronio si rompevano e i formaggi di Mezio puzzavano. E così cominciarono ad andare in giro dicendo così, e tutti loro mangiavano da Caio che anche lui andava sempre in giro a dire di Sempronio e Mezio e aveva meno tempo per fare la spesa ed allora i panini erano un po' meno buoni ma c'erano sempre Sempronio, Mezio e V. che mangiavano lì e chiamavano la gente per mangiare lì e la gente vedeva che c'erano loro seduti e dicevano "ma se mangiano loro sempre qui significa che i panini sono buoni" ed entravano a mangiare, i panini non erano così buoni ma ormai li stavano mangiando. Tizio intanto continuava a fare i suoi panini mediamente buoni ma la gente che entrava era meno "avranno meno fame" pensava Tizio, e continuava a fare i suoi panini. Intanto Caio, Sempronio, Mezio e V. andavano dicendo che in realtà i panini di Tizio non è che fossero così buoni, che lo diceva anche Sofronia, la sarta di via della Regina, che era la più brava di tutte, aggiungevano loro e così anche Sofronia mangiava i panini di Caio che però erano sempre peggiori, metteva le scarpe di Sempronio, che si scollavano facilmente e comprava i formaggi di Mezio, che ormai rifiutavano pure i topi, perché pensavano più a girare in tonto ed allargare il giro che ai loro prodotti. Dopo qualche mese a Tizio erano rimasti sì e no i clienti affezionati e continuava a sfornare i suoi panini mediamente buoni e fragranti, mentre Caio si era allargato, aveva avuto un prestito dal Signor V. come anche Sempronio, Mezio e Sofronia ed aveva il locale pieno, solo che i panini facevano sempre più schifo ma tanto ormai il palato delle persone si era abituato e si mangiavano tutta la merda che sfornava e diceva di essere contento, peccato che alla fine pagasse un sacco di interessi al Signor V., così come Sempronio, Mezio e Sofronia; guadagnando meno di quando faceva panini mediamente buoni ed era allo stesso livello di Caio.
La morale della favola tiratela un po' voi.

02 settembre 2016

Dieci anni

Ebbene sì, oggi questo blog compie dieci anni, se solo ci penso mi vengono un po' i brividi, cavolo, sono tanti; insomma, dieci anni a scrivere cazzata è un lavoraccio, eppure a quanto pare ci sono riuscito. Lo so, ultimamente, diciamo da almeno un paio d'anni, scrivo meno e giro meno per blog, e mi manca, ma è come se mi sentissi a corto di parole, di quelle giuste almeno. Di quelle messe per bene, in fila, a creare un po' di emozioni. Il bello è che, anche se a stento, non ho mai pensato di chiudere questo spazio, lo amo troppo. Internet è cambiato in questi dieci anni, sono cambiato io, o, meglio, mi sono "evoluto"; anche il modo di fruirne è cambiato, in realtà è come se avesse fatto un piccolo passo indietro, come se fosse tornato al periodo dei forum, con la gente che deve per forza esprimere un parere su tutto, che litiga per qualsiasi cosa, che offende con una facilità che fa rabbrividire. I blog, rispetto a tutto questo, sono sempre stati un'isola non dico "felice" ma quantomeno differente, il modo stesso di utilizzarli, come sversatoi di parole, li rende differenti dall'approccio diretto; proprio per questo non credo che abbandonerò questo posto, anzi spero di tornare a scrivere come prima, anche se sembra, in questo momento, difficile. Mi guardo indietro e la cosa che mi lascia perplesso è che alcuni dei problemi che c'erano dieci anni fa ci sono ancora, parlo di me, del mio approccio alla vita, solo che adesso ho dieci anni di più e mi sento stanco; stanco di dover sempre trovare una buona parola per tutto quando invece vorrei solo alzarmi, distribuire con gentilezza dei "vaffanculo", e andare via; dove non so ma via, perché spesso non è che vuoi andare in un posto, vuoi semplicemente andartene da dove stai. Poi ci penso e dico che risolvo poco così, risolvo poco se il malessere continuo a portarmelo vicino, ovunque andrò sarà con me, come la "casetta" delle lumache. Ad uno sguardo attento, in questi anni, appare chiaro che si è "evoluto" anche il modo di scrivere, le cose dette magari rimangono le stesse, l'occhio che le guarda, la luce che le illumina, invece sono diversi. Ecco, questa cosa della luce è il mio modo di spiegare il fatto che non cambiamo, a parte il periodo di sviluppo che va dall'infanzia alla post-adolescenza, alla fine, in potenza, siamo già tutto quello che saremo, solo che cambia la luce. Per spiegarmi meglio, immaginate un uovo, no, non fritto, un uovo intero, con il guscio; ora pensate di illuminarlo da un lato, uno qualsiasi, con una luce; vedrete che dove batte la luce il guscio è chiaro, dall'altro lato, quello in ombra, è scuro; se spostate la luce la situazione cambia e quello che era illuminato va in ombra e viceversa. "Hai scoperto l'acqua calda" direte voi, avendo anche un po' ragione, solo che era per dirvi che anche per un oggetto liscio e semplice come un uovo i lati in luce e quelli in ombra dipendono da dove arriva la luce. Ecco, immaginate, adesso, una roccia, imperfetta, dalla superficie piena di buchi ed escrescenze, ecco, ancora di più quello che viene illuminato e quello che rimane nell'ombra dipendono dalla luce e da dove colpisce. Le persone sono così, abbiamo "anfratti" e "bitorzoli" e come reagiamo alle cose dipende dalla luce che ci sta illuminando in quel momento; noi siamo già bene o male tutto, solo che la vita, la stronza, sposta la luce. Ecco, questo è il mio punto di vista sui "cambiamenti"; magari la luce non tornerà mai più dove stava prima, magari ci tornerà velocemente, non ci è dato saperlo. Comunque, alla fine sono passati dieci anni e luce o non luce, sono qui, poco, ma ci sono e ripenso a tutti quelli che sono passati, quelli che ci sono ancora e quelli che sono spariti, quelli che sono diventati persone in carne ed ossa e anche se magari da qui non ci passano più spero sempre che abbiano il sorriso sulle labbra. Sì, alla fine non posso chiudere questo posto, gli voglio troppo bene.

20 luglio 2016

Ogni anno

C'è una cosa che facevo ogni anno, di oggi, ed era un semplice post su Carlo Giuliani in cui non scrivevo nulla, mettevo il link alla canzone di Guccini "Piazza Alimonda" e chiudevo i commenti perché Carlo Giuliani è sempre un argomento che fa ribollire gli animi, mi chiedo perché però; me lo sono sempre chiesto, in fondo basta un attimo di lucidità e di ricerca sul web per capire che "se l'è cercata" non è esattamente la realtà dei fatti; per capire che non ci sarebbe stata tutta la mistificazione dell'avvenuto che, invece, è stato dimostrato sia avvenuta. Basterebbe leggere un po' per accorgersi che quel povero ragazzo è morto non tanto per il proiettile che gli è stato sparato deliberatamente, non a cazzo, non in aria e deviato da un sasso volante che si trovava a passare per caso (converrete che questa è la scusa più cretina dai tempi del compito mangiato dal cane); quanto dal Defender che gli è passato sopra tre volte. Capisco anche che uno non accetti che possa essere successa una cosa che pensiamo accada solo in Paesi non democratici, che le forze che sono lì per difenderci abbiano offeso; ma io nemmeno credo nel male in tutti loro, anzi, io sono convinto che la maggioranza delle persone che fanno parte delle forze dell'ordine abbiano diritto ad un abbraccio ed un "grazie". La maggioranza, non quelli che erano lì, dalla base ai capi; questo è un fatto, dimostrato ma non accettato. Tutto qui. Non ve la metto la canzone quest'anno, faccio il mio solito saluto a Carlo con cui, se lo avessi conosciuto, ci avrei pure litigato, lo so, ma che alla fine è quello che si è trovato, come un Pharmakon, ad accumulare in sé tutti i peccati del nostro mondo, e non è giusto.

07 luglio 2016

Dio si intravede

Dio si intravede dentro tramonti che fanno le nuvole rosa, che ne definiscono i contorni; si intravede nel mare che urla e spuma ed in quello che riposa placido confondendosi con il cielo. Dio si intravede nell’odore del pane appena sfornato, nel vapore profumato che sprigiona quando lo spezzi; si intravede in quel gesto di morderti un labbro per frenare un sorriso, nello sguardo sfuggito a nascondere un luccichio. Dio si intravede nelle parole confuse dalle emozioni e dentro il suono di una chitarra; si intravede nell’ondeggiare sincrono delle braccia alzate dentro una notte calda di note e parole. Dio si intravede nelle mancanze, quelle nascoste senza confessarle, perché “non sarebbe giusto”. Dio si intravede nella rabbia, quella che fa stringere i pugni e sbiancare le nocche; nel pianto che ricacci dentro. Si intravede dentro il dolore taciuto e in quello urlato. Dio si intravede nei fiori che appassiscono ma con eleganza, negli occhi tristi e negli sguardi profondi, quelli che dicono anche ciò che non vogliamo raccontare nemmeno a noi. Si intravede nel tocco delle dita sulla pelle e nel brivido che lo accompagna, e dentro il caldo che toglie il fiato. Dio si intravede nella penombra artificiale del pieno della notte, nell’urgenza di sentirsi; nel coraggio di parlarsi. Dio si intravede nelle domande dei bambini e dentro il silenzio degli adulti; si intravede nel coraggio del confronto e nella paura dello stesso. Si intravede nelle storie di sconosciuti e nei segreti dei vicini, dentro i gesti non raccontati ed in quelli frenati. Dio si intravede in quello che ci nascondiamo ed in quello che ci ripetiamo allo stremo per convincerci. Si intravede nelle notti estive, silenziose, nel frinire dei grilli, e dentro la pioggia battente che lava le strade ed i pensieri. Dio si intravede nelle sensazioni e nella confusione, dentro le scelte comodo ed in quelle difficili. Si intravede nelle parole scritte, nello scorrere della penna sul foglio, nel ticchettio delle dita sulla tastiera, nel suono dei fonemi formati in gola. Dio si intravede in noi, in ciò che siamo; ma spesso guarda altrove.