17 dicembre 2018

Spero

Spero che la tua giornata sia stata migliore della mia che, partita bene, è scivolata lentamente verso il basso come solo le mie giornate sanno fare. Nulla di preoccupante o cosa, semplicemente un malessere come un rumore di fondo, hai presente quello dei televisori quando perdono la sintonia? No, meglio, di quando finivano i programmi; sì, una volta finivano i programmi eh, non era un continuo vomitare di immagini e parole senza molto senso, quasi ad imbambolare. Finivano ed appariva il monoscopio e l'unico suono che si sentiva era una specie di fischio basso, credo dovuto al magnete dentro le casse che non ci credeva che non ci fosse nulla da emettere. Ecco la mia giornata è scivolata così, lenta, dentro una specie di tristezza opaca, di lanugine, di nebbia sottile e umida, tipo un vetro in inverno, durante una pioggia, che t'avvicini e si appanna. Spero che la tua giornata sia stata migliore, magari anche meno lunga di questa mia che deve ancora finire ma che nelle mie intenzioni è finita da un bel po'. Spero che adesso profumi di freddo, hai presente? Quell'odore di aria a bassa temperatura, di cielo pulito, quasi piacevole quando entra nelle narici e nei polmoni. Anche la mia migliorerà, a questa fortuna di migliorare sul finire, di diventare morbida, la giornata, fino all'arrivo della prossima. Spero che sappia di birra, la mia serata, di gusto lievemente amaro e fresco perché mi ricorda bei momenti, tavolini di legno che si inumidiscono dell'acqua di condensa dei boccali, di risate, di "cazzo ma chiudete quella porta che fa freddo"; spero che sia così anche la tua, fatta di calore dentro il freddo, strana immagine no? Ma è tipo quel calore che certe immagini ti fanno scaturire e che se ne frega se è inverno, e c'è vento, e magari piove pure, tu stai lì che ti ricordi un aneddoto, una risata, gli sguardi, anche i silenzi, cazzo che effetto sulla memoria certi silenzi, carichi di un sacco di roba, tipo i camion per le consegne. I silenzi sono il paradiso delle ipotesi, che non bisogna sempre pensare siano negativi, a volte sono solo la rincorsa della vita, quei silenzi. Spero che la tua giornata sia stata piena di cose positive, magari proprio di ricordi e che, se per caso è spuntato fuori quel malessere di cui dicevo, quella tristezza sottopelle, sia andato via subito, come l'ultimo sorso di birra prima di uscire. Io, di mio, cercherò di riequilibrare questa giornata sdrucciolata a valle sul ghiaietto, senza pensare troppo a quella di domani.

26 novembre 2018

Incontri di periferia

Il negozio non ha vetrine sulla strada ma solo una porta in anticorodal rosso ed un’insegna al neon; è una rivendita di bevande o, come le chiamo io, un negozio di articoli per alcolisti. Una volta dentro non solo si capisce il perché non abbia vetrine ma viene pure da chiedersi perché non oscuri quelle della porta. Alla fine, quando ti invitano per una cena all'ultimo minuto e ti trovi in periferia, ti devi accontentare, tanto non mi serve un Chateau Lafite ma semplicemente un vino che non sia borderline all'essere buono solo per condirci l’insalata. Tutto sommato non è nemmeno il posto peggiore in cui sono entrato, ma questa è un’altra storia. Ci sono diversi scaffali ed è abbastanza fornito; divisione in “bianchi” e “rossi”, birre nazionali ed estere, superalcolici e poi c’è un frigo pieno di birre tenute in fresco e pronte per essere bevute; poi c’è una stanza separata, come quelle dedicate ai porno nelle vecchie videoteche, per le bevande analcoliche; mi aspetto da un momento all’altro che spunti un tizio con il cappello ed il bavero alzato che nasconde sotto il braccio due chinotti. Dentro ci sono solo due tizi, quello dietro la cassa dovrebbe essere il titolare, potrebbe avere una quarantina d’anni portati male o una sessantina portati altrettanto male; è seduto e sta facendo un cruciverba vecchio di sei mesi, probabilmente non gli va di lasciarlo incompleto. L’altro tizio pare essere di casa perché gira per gli scaffali con una Peroni in mani, indossa una tuta da meccanico, deduco sia il padrone dell’officina accanto, oppure uno che vuole lanciare una nuova moda ma dalle macchie credo più nella prima ipotesi. Il mio “buonasera” cade inascoltato perché stanno parlando tra loro e l’argomento deve essere abbastanza importante tanto che il tizio dall'età indefinita ha alzato lo sguardo dal suo “senza schema” mentre il meccanico è mezzo dentro il frigo che scuote la testa:

- Franco ma ancora la prendi la Corona? Ma perché? Ci sono le altre birre che si offendono.
- Guarda che la vendo, va tantissimo tra i giovani fighetti.
- In effetti il tuo è il locale più alla moda qui in Barriera, il sabato vengono dal centro a fare aperitivo.

Il dialogo è talmente interessante che pensavo di tagliarmi le vene rompendo una bottiglia e usando i cocci, quando entra un tizio sulla quarantina portati come uno di quarantanni che ne avute di sfighe; indossa un parka verde talmente stazzonato che sembra appena uscito da una lavatrice con la centrifuga impazzita. Saluta il titolare con un cenno della testa:

- Oh Franco, la solita cassa di Corona, ce l’hai fresca di frigo?
- Sì, nel ripiano in basso, chi te la tocca quella? La prendo solo per te!
- I tuoi clienti non ci capiscono un cazzo, si sa.

Il meccanico lo guarda nemmeno fosse un semplice carrozziere e gli indica le birre seminascoste nel frigo poi, quando si avvicina gli porge la bottiglia che ha in mano:

- Toh, vuoi assaggiare di che sa una birra vera?

C’è un’aria da OK Corral del luppolo, sulla carta è una sfida impari, anche perché il meccanico ha due mani che secondo me svita le testate con colpi secchi del polso ma lo stazzonato potrebbe avere delle doti nascoste o partire con un calcio nei coglioni che, si sa, è come l’apertura Réti negli scacchi che l’avversario pensa “e mo dove cazzo va con il cavallo?”. Mi sto appassionando, osservo facendo finta di essere indeciso tra un Aglianico del Vulture e un Amarone della Valpolicella, tanto per non offendere nessuno, ma in realtà aspetto la rissa da un momento all'altro. Invece lo stazzonato incassa scrollando le spalle e va verso la cassa, sono quasi deluso ma pare che il meccanico non voglia demordere:

- Contrera ma il marocchino lì ti fa ancora stare nella sua lavanderia? Non è che mi diventi un terrorista?
- Volevo venire nella tua officina Alfredo ma poi avevo paura di diventare un coglione.

Gioco, partita e incontro per lo stazzonato, il meccanico mugugna qualcosa tra i denti mentre quello va via ma non insiste oltre. Mi avvio alla cassa trattenendo le risate e pago una bottiglia di vino presa a caso che spero sappia almeno di tappo. Uscendo passo davanti alla lavanderia, il tizio è seduto su una sedia pieghevole e sta bevendo una Corona a collo, sembra un tipo tosto, certo che però, che gusti di merda per la birra.


Raccontino ispirato dal bellissimo "Fa troppo freddo per morire" di Christian Frascella, leggetelo perché è bellissimo.

21 agosto 2018

Dick&Fuck


Il Dott. Frank Dickerson ed il Dott. John Fuckbell si incontrarono per la prima volta durante il convegno nazionale sulla medicina estetica che si teneva in una afosa San Bernardino e che vedeva coinvolti tutti i luminari della materia operanti in California; più loro due. Il primo, esperto di gluteopessi eccessiva, era famoso per le natiche alla Kardashian mentre il secondo, virtuoso della mastoplastica sbalorditiva, era anche conosciuto come “Mr. Mongolfiere”. L’incontro avvenne al banco del bar a bordo piscina quando, tra un mojito e l’altro, i due si trovarono a squadrare con puri intenti scientifici la primaria dell’ospedale di Sacramento che, indossando un bikini fatto di elastici tagliati stretti, discuteva di rinoplastiche d’urgenza con una dottoressa in topless il cui seno sarebbe rimasto fermo anche se fosse arrivato il Big One a staccare la California dal resto del mondo. Il dottor Fuckbell ipotizzava fossero le nuove protesi a base di tessuto mentre per il dottor Dickerson si trattava di protesi in silicone con soluzione salina sterile, dopo un acceso dibattito con sfoggio di nomi e marche i due decisero di dirimere la questione chiedendo alla diretta interessata e finendo successivamente in infermeria per medicare le ecchimosi al volto visto che la dottoressa in topless si trovava al convegno accompagnata dal marito, centoventi chili di ortopedico, ex prima linea della squadra universitaria di football. Fu lì che, tra una pomata ed una borsa con ghiaccio i due misero giù il progetto di una loro clinica di chirurgia estetica, mettendo insieme le loro specializzazioni avrebbero potuto offrire un “pacchetto completo” ed essere concorrenziali nel mercato della bellezza. La domanda, grazie a Dio e alla società dell’apparenza, aumentava giorno per giorno e quindi dovevano solo buttarsi a capofitto nel cercare clienti, d’altronde i due puntavano soprattutto sul loro aspetto, il dottor Dickerson vantava un paio di baffetti da sparviero che più di una volta avevano fatto cadere ai suoi piedi fior di donzelle; come quella volta che, in vacanza in Europa, a Malaga durante la festa locale, fu trovato in un hotel della periferia con la locale squadra di calcio femminile, allenatrice, medico e presidentessa compresa. Il dottor Fuckbell, invece, forte di un aspetto mediorientale faceva strage di studentesse di economia spacciandosi per studente in permesso studi dall’Arabia; cosa che gli diede qualche piccolo problema con l’F.B.I. ed un paio di giorni a Guantanamo. L’accordo fu siglato la sera stessa, davanti ad una cena di pesce ad un tavolo seminascosto per evitare l’ortopedico di cui sopra; l’unico dubbio che ancora rimaneva era il nome da dare alla clinica, dopo un paio di nomi subito scartati quali “le curve del paradiso” e “carrozzeria per signore” i due optarono per i loro nomi. “Dickerson&Fuckbell” però sembrava troppo lungo ed allora, dopo un semplice sguardo d’intesa i due optarono per “Dick&Fuck” che, tutto sommato, diceva praticamente tutto.

08 gennaio 2018

Guardare altrove

Tutti noi guardiamo altrove, chi più chi meno voltiamo lo sguardo, benevoli, quando una persona amica fa qualcosa di sbagliato, nulla di esagerato eh, magari un peccato veniale. Siamo umani, è una reazione normale, in fondo ogni rapporto si basa su una specie di empatia, una vibrazione condivisa che si percepisce. Guardare altrove per alcuni è considerata vigliaccheria, ma alla fine è anche quello un gesto d'amore, di affetto, un "vabbè facciamo finta di non vedere". Questo atto così naturale, così, sensato, a volte addirittura necessario si trasforma, spesso e volentieri, nell'esagerazione di se stesso, sì, perché quando arrivi a giustificare l'indifendibile per una simpatia, ecco, allora è il momento di fermarsi un attimo a riflettere e, soprattutto, tacere.

19 dicembre 2017

Giorno 13

Per la maggior parte delle persone il destino è una nebulosa indistinta, un disegno che si fa più definito via via che si accumulano esperienza ed anni. Certamente già  da quando si nasce si può avere un'idea di quello che la vita potrà essere ma, comunque, sono sempre possibili delle sorprese, delle variazioni. M. invece rientra tra quei rari soggetti per cui è stato lampante da subito come sarebbe stato, come se già in tenera età fosse chiaro come sarebbe stato da adulto. All'età di sei anni, mentre gli altri bambini guardavano al mondo con gli occhi di chi vuole imparare, lui aveva lo sguardo di chi ha già visto; non era supponenza, sembrava più noia. La sua vita scorreva fondamentalmente come quella dei suoi coetanei, solo che era come fosse fuori sincrono, un passo avanti, in un momento diverso. Sulle prime i suoi genitori pensarono fosse una forma di autismo ma i test che fecero effettuare diedero tutti risposta negativa, semplicemente M. analizzava tutto il mondo che lo circondava riuscendo ad incasellarlo molto più velocemente degli altri ed una volta fatto passava subito ad analizzare altro. Quella "noia" che sembrava trasparire dal suo sguardo era, invece, iperattività. Non che si lamentasse o che questo comportasse problemi alla sua vita, no, lui viveva come tutti, senza però lasciar trasparire alcun entusiasmo. I suoi genitori provarono a cercargli qualche interesse, qualcosa che, dopo aver incasellato, gli piacesse pure ma lui affrontava tutto come fosse una problematica da risolvere; guardava davanti a sé, come nel vuoto, per qualche minuto, si grattava la voglia sulla mano destra e poi, tornando sul pianeta terra, risolveva la "problematica" non trovandola più di alcun interesse. Quando compì diciotto anni guardò i suoi genitori e disse "parto", "dove vai?", "via" ed il giorno dopo partì.

15 dicembre 2017

Giorno 12

G. aveva sedici anni quando ha cominciato a lavorare per l'Azienda, ce lo portò un suo cugino più grande che lavorava lì da un po'. Visto che non voleva andare a scuola era deciso a trovarsi un lavoro e l'Azienda aveva sempre bisogno di manodopera; sulla carta si occupavano di import-export ed in fondo era vero; di giorno commerciavano in frutta e verdura e di notte in sigarette di contrabbando, le "bionde". Allora era un commercio che rendeva molto, c'era almeno uno sbarco di sigarette ogni sera e servivano braccia per scaricare le barche. G. lavorava tutte le sere, verso le undici lo passavano a prendere e lo portavano insieme agli altri in una delle calette della costa, lì aspettavano al buio fino a quando dal mare arrivava il segnale, in quel momento si muovevano per farsi trovare pronti appena le barche avessero attraccato. Formavano una catena umana che portava le casse di sigarette dalla spiaggia fino alle auto pronte a partire per portarle nei vari centri dello smercio. Era pesante e pericoloso ma alla fine lo pagavano bene e si faceva i cazzi suoi, cosa che veniva molto apprezzata. Le cose andavano avanti così, ormai era maggiorenne, dava una mano anche nell'attività mattutina dell'Azienda, per arrotondare. La "carriera" ha cominciato a farla quando, a causa di un incidente ad uno degli autisti gli venne chiesto di sostituirlo. Poteva anche rifiutare, c'erano altri disponibili, ma lui accettò; nella vita ci si trova spesso davanti a dei bivi e prendere una direzione o l'altra cambia il corso di tutta la nostra esistenza. Spesso si è domandato, negli anni, cosa sarebbe stato di lui se avesse detto di "no", non si era mai dato una risposta, sarebbe stata comunque un'ipotesi rispetto alla certezza di ciò che era avvenuto dopo. Non si era mai posto troppi problemi di coscienza, era un lavoro, lo sapeva fare e lo faceva, ormai non avrebbe saputo fare altro o, almeno, se la raccontava così.

14 dicembre 2017

Giorno 11

Ogni volta che qualcuno lo saluta per strada C. ripensa a quando, da bambino, andava in giro con suo padre e tutti, indistintamente, lo salutavano, chi amichevolmente, chi con deferenza. Suo padre era il medico del paese, l'unico dottore in un paesino di poche anime, e tutti lo rispettavano perché era "quello studiato"; si rivolgevano a lui non solo per problemi di salute ma praticamente per tutto, suo padre aveva assunto il ruolo di giudice salomonico, dirimeva questioni di cuore, di proprietà, di successione, meglio di chiunque altro. C. ricordava con piacere quel periodo, in fondo era felice, non aveva ancora cominciato a sentirsi addosso l'ombra enorme di suo padre, il doversi confrontare con la sua statura umana e morale. Le aspettative, soprattutto le sue, sono arrivate dopo, alte, insormontabili; e con esse tutti i tentativi di essere qualcosa, qualsiasi cosa, almeno all'altezza di suo padre. Tentativi non riusciti, fallimenti che si sommavano a fallimenti ed il giudizio più duro non arrivava da fuori ma dai suoi stessi occhi quando si guardava allo specchio. Adesso, quando lo salutano, non può che ripensare ad allora e a tutto quello che ha dovuto fare per arrivare ad essere come è adesso; sì, era stato "lento e doloroso, ma necessario". Sempre quelle parole, incise nella sua testa come sull'ingresso della sua nuova vita. Non si era mai chiesto se quello che faceva fosse giusto o sbagliato, aveva capito che era necessario e tanto bastava, non aveva mai chiesto ad M. "Perché?", aveva solo chiesto "Come?" e lui glielo aveva spiegato.