13 marzo 2015

Un chimico

Da piccolo una delle cose che sognavo di fare, una volta adulto, era il chimico; che è strano per un bambino a cui non hanno mai regalato il piccolo chimico ma è così. La chimica mi piace, quel suo combinare degli elementi che, magari, non hanno niente in comune e farne un terzo producendo, solitamente, una reazione che, nel più classico degli esperimenti, è sempre una produzione di energia nella sua forma meglio conosciuta: il calore. Sì, ti dicono che potrebbe essere pericoloso, che a mettere vicino due elementi che magari, presi da soli, sono innocui, delle leggi strane, quasi magiche, possono farteli esplodere tra le mani, farti bruciare. Te lo dicono ma a te questa cosa, non sai spiegarti il perché, ti piace; forse è proprio la cosa che ti attira di più della chimica: capire perché due cose così semplici, placide, messe insieme possono rivelarsi così esplosive, generare un forte calore e, se non regolate con attenzione, bruciare. Te lo chiedi pure perché ti piaccia tanto andare a scoprire la natura delle cose, è un po’ come voler sapere i trucchi del prestigiatore, te ne leva la meraviglia. Ecco, fare il chimico è un po’ andare a scoprire i trucchi da prestigiatore di Dio, serve davvero a qualcosa? In realtà di ragioni per farlo ce ne sono tantissime ma a te, alla fine, le ragioni servono solo per evitare spiegazioni molto più lunghe alla gente, perché a te basta e avanza la storia del trucco da prestigiatore. Poi magari la vita non ti porta a fare esattamente quello che vuoi ma questo non significa che non ti faccia avere a che fare lo stesso con la chimica; no, la vita ti fa capire che anche le persone, spesso, sono elementi che, se messi insieme, producono una reazione che genera calore, che si autoalimenta, quasi a sfidare le leggi della natura; una reazione a volte esplosiva, che può anche consumare totalmente l’uno, l’altro o entrambi gli elementi. Sì, perché le reazioni tra gli umani sono complesse, magari gli elementi non li vedi sparire ma spesso, in realtà, si sono consumati fino a diventare cenere di se stessi; magari sembra che ci sono ancora, gli elementi, magari rimangono tangibili ma la verità è che si sono consumanti nella reazione tra loro. Ci sono, tra le persone, cliché che non ti spieghi, reazioni di attrazione che non capisci, rapporti di composizione sballati ma che girano, bilanciamenti che non quadrano e ti ritrovi con un surplus di energia che non sai dove andrà a finire. Ed il bello sta tutto lì.

Per E. Lee Masters e F. De Andrè

23 febbraio 2015

La problematica della gestione del tempo

Va da sè che devo avere qualcosa che non va alle mani visto quanto mi sta sfuggendo la sabbia del tempo ogni volta che stringo; mi ritrovo a spolverare suppellettili e orpelli inutili dalla polvere di giorni che non mi ricordo come sono passati. Il tempo ha questa sua caratteristica strana di essere fortemente soggettivo ed un po' anarchico; mi volto che sono un ragazzo e mi ritrovo che sto qui a non sapere ancora, esattamente, cosa voglio. Il tempo quando c'ha voglia lui, invece, se ne sta fermo, di solito verso le tre di notte, sul soffitto sopra il mio letto, ovunque capiti che sia il letto e se pure uno volesse giocarci a scopa lui ti inchioda a pensieri, spesso e volentieri, inutili o, peggio, pesanti come vecchie coperte di lana grezza. Ho questo problema sulla gestione del tempo che non mi accorgo quando mi passa davanti, quanto me ne passa davanti e magari me ne sto placido e dovrei muovermi un minimo e poi corro come un forsennato. Il tempo, il suo passaggio, le mani di vernice che dà ai ricordi, alle pareti di tutte le mie stanze, le mie paratie stagne; il tempo passa diverso per ognuno di noi e ripensi, festeggiando o commemorando da solo un anniversario che sembra ricordi solo tu, ripensi che un anniversario, già di suo, quando si sta formando non te ne accorgi mica che sta diventando un anniversario, soprattutto quando, a parametri sbilanciati, per te è un "ciao" e magari invece è un "addio". Il tempo e la sua gestione è un problema irrisolvibile, una di quelle equazioni indifferenziali che la vita ci propina a giorni alterni e con cui, vuoi o non vuoi, devi averci a che fare; equazione che dà un risultato diverso ad ogni persona, ed anche alla stessa persona in momenti diversi; poi ci siamo noi professionisti dell'ingovernabilità del tempo, a cui quella equazione dà un risultato diverso nello stesso momento. Il tempo è segnato nello scorrere e viene detto nel suo esistere, ci diciamo che ore sono e già quando lo diciamo, effettivamente non è più quella data ora; mi arrabatto per pareggiare una gara che non posso che perdere inventandomi il mio persona metodo di gestione del tempo che si basa sull'esistere nel momento stesso in cui avviene.

06 febbraio 2015

Fenomenologia del “tandacàzz”

Già in diverse occasioni mi sono sentito in dovere di catechizzarvi sulla utilità del dialetto rutiglianese nella vita di tutti giorni anche perché, sapete bene, questo blog nasce e si sviluppa con un intento fortemente sociale, poi la vita lo porta a sbandare sulle cazzate. Quest’oggi vorrei puntare la vostra attenzione sull’utilizzo del tandacàzz; tale termine, la cui etimologia è “tanto di questo cazzo”, viene utilizzato per rimarcare quanto poco ci interessi quanto appena sentito; è, in pratica, la rappresentazione terminologica della già esplicata “misura del cazzo ce che ne frega”. Certo, alcuni puristi storceranno il naso e punteranno sull’utilizzo di quello che viene considerato più comprensibile dai più, e cioè lo sticazzi nell’accezione romana (es. “Oggi devo andare a Fregene”, “E sticazzi?”). Dall’esempio visto potete capire quanto sia poco potente dovendo usare la “E” e la forma interrogativa, molto più potente ne risulta l’effetto con il tandacàzz (es. “Oggi devo andare a Bisceglie”, “Tandacàzz!”), in questo caso la forma è affermativa e la parola utilizzata una sola, di sicuro maggiore impatto. Altra problematica nascente dall’utilizzo dello sticazzi è che, molto spesso, viene utilizzato in forma positiva, come apprezzamento molto sentito (es. “Oggi ti porto a mangiare la pajata”, “Sticazzi! Bona!”); tale accezione positiva con il tandacàzz non esiste, utilizzando, nel dialetto rutiglianese il più sfumato stùcazz, di cui andremo a parlare in una specifica lezione. Appare dunque chiaro come non ci sia paragone tra il più potente tandacàzz ed il meno incisivo sticazzi, il primo risulta il più adatto in tutte le situazioni in cui si voglia far capire, al nostro interlocutore, che la sua favella ci sta quantomeno annoiando e che se non smette immediatamente ci vedremo costretti a sparecchiargli la faccia con una testata sul setto nasale; immaginate quale effetto meravigliosamente devastante potrebbe avere su vostra suocera che dopo avervi detto, per almeno mezzora, quanto vi consideri inutile, si sente dire in pieno viso, da voi seduti comodi con la faccia quasi annoiata: “Sì? Tandacàzz!”. Anche il vostro datore di lavoro, sentendosi rispondere “Tandacàzz” alle sue rimostranze sull’efficacia dei vostri sforzi lavorativi, sentirà vacillare il terreno della sicurezza sotto i suoi piedi. Ordunque non fate l’errore di dimostrare il cazzo che ve ne frega con un timido sticazzi, siate padroni del vostro destino, osate, usate il tandacàzz.

29 gennaio 2015

Takki alti

La leggenda vuole che, per fare i capelli a Mr Takki, arrivi appositamente un barbiere che per tutto il resto del tempo vive rinchiuso in un manicomio criminale di Manaus, al centro della foresta amazzonica. Altre versioni della stessa leggenda, invece, dicono che il barbiere sia stato rinchiuso lì dopo aver visto i capelli di Mr Takki. Fatto sta che una volta al mese Takki si chiude in una stanza da cui provengono, per due ore, urla disumane e dopo esca con i suoi capelli in perfetto stato brado; dopo di lui, solitamente, pare esca una certa Wanda, una stangona di due metri con un vezzoso neo sul pomo d’Adamo. Il suo vero nome, all’anagrafe, è Carlo ma viene chiamato Mr Takki per la sua insana passione per la carne di tacchino. Va detto, per dovere di cronaca, che alcune malelingue affermano che il nome è dato dalle scarpe che solitamente indossa, la sera, sui controviali. Bambino timido ma precoce, quando, a sei anni, seppe che avrebbe cominciato la scuola elementare disse solo “C’è figa?”, i suoi furono molto divertiti da questa affermazione, lo furono meno quando, il secondo giorno di scuola, furono mandati a chiamare dal Dirigente scolastico perché il figlio aveva guardato sotto la gonna della maestra. Alla domanda “Perché lo hai fatto?!” il bimbo rispose “Per interesse antropologico”; dopo aver controllato sul dizionario la parola ‘antropologico’ il padre si soffermò, con il piccolo, sull’eziologia di questo suo interesse; il piccolo ascoltò con molta cura le parole del padre, soppesò le affermazioni e si convinse di essere andato troppo avanti con il metodo sperimentale, questo tra una cinghiata e l’altra. Va da sé che tale interesse antropologico comunque non poteva essere estirpato dalla mente del piccolo; tanta era la sua voglia di sapere che, ogni volta che poteva, prendeva in pugno la situazione e studiava dei trattati che i compagni di scuola più grandi gli passavano a prezzo di favore, come dimostra la tesina “L’importanza de ‘Le ore mese’ nello sviluppo muscolare del fanciullo”. Questo studio “matto e disperatissimo” (Cit.) non poteva che avere conseguenze sul fisico in crescita del piccolo Carlo; due fra tutte, un braccio destro da giavellottista olimpico ed un evidente calo della vista. Il problema alla vista diventa serio quando, all’età di tredici anni passa mezzora a parlare con l’attaccapanni credendo fosse sua zia Pinuccia; portato ad una visita oculistica il medico cerca insistentemente di fargli leggere la seconda riga del pannello sulla parete, quando ormai sta per dire ai genitori di prendergli un cane con la pettorina con la croce si accorge che Carlo non sta guardando il pannello ma la scollatura della sua assistente, debitamente allontanata la quale gli viene diagnosticata una forte miopia che lo obbligherà a portare gli occhiali, gli stessi occhiali che diventeranno il suo segno distintivo, insieme al tatuaggio “Ramon sfondami” sulla chiappa sinistra, ricordo di un viaggio in Sudamerica di cui non ama parlare. Dopo una carriera scolastica abbastanza positiva ed un corso da video maker da migliore della sua classe, due eventi accadono, a poca distanza l’uno dall’altro, che cambiano per sempre la sua vita: la scoperta dell’esistenza di Vine e l’incontro con il Bomma. Pare si incontrino per la prima volta ad un gruppo di autocoscienza per dipendenti da internet, i “pipparoli anonimi”; in realtà questa versione dei fatti è stata messa in giro dai loro familiari per coprire l’amara verità: i due si sono incontrati per la prima volta tra il pubblico di un concerto di Paolo Belli in cui uno indossava una t-shirt con la scritta “Ruba la mia bicicletta, sarò il tuo sellino” e l’altro aveva un cartoncino con su “Baccini non ti merita”. Si conoscono nell’attesa del loro idolo mentre comprano due birre da 66cl che bevono in un sorso solo e, ruttando in contemporanea, lacerano il timpano del bibitaro; e lì, suggellata da una risata e dalle legnate del neosordo, nasce una solida amicizia.

In questi giorni avevo bisogno di ridere ed allora, ecco a voi un altro di quei personaggi incredibili che ho incontrato su Twitter.

27 gennaio 2015

26 gennaio 2015

23 gennaio 2015

Jeans

Tutti ne hanno uno nell'armadio, magari in fondo ad un cassetto oppure appeso sull'ultima delle grucce. Non lo metti tutti i giorni, forse non è adatto al lavoro, forse è un po' liso sul sedere o magari s'è un po'decolorato. Non è l'abito della cena elegante, in tessuto pregiato, quello che ti fa sentire al centro dell'attenzione e nemmeno il pigiama della notte che ti scalda il sonno. Non è la camicia nuova, quella che togli dalla carta, che apri e profuma di nuovo. Non è né il cappotto da cerimonia o la giacca da uscita. Magari c'è stato un periodo in cui lo mettevi ogni volta che potevi, altre che lo trovavi brutto, che ti stava stretto, che non lo trovavi adatto perché era meglio un pantalone elegante; il pantalone che hai sempre desiderato, quello che forse è un po' stretto ai fianchi, che forse la lana punge un po' ma che indossi perché pare sia quello che si deve indossare. Probabilmente è un po' sformato, magari la maggior parte del tempo te lo scordi ma lui è lì, in fondo ad un cassetto oppure sull'ultima gruccia e sai che se un giorno avrai bisogno di comodità, di qualcosa con cui sai di stare bene, potrai aprire l'armadio e mettere quel jeans. Anche alcune persone sono così.