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02 novembre 2014

Momenti

Erano forse questo? Quelle dilatazioni e accelerazioni di tempo, quelle vibrazioni, quell'osmosi tra dentro e fuori, tra corpo e anima? No, non c'era, c'è e mai ci sarà nulla di trascurabile in tutto ciò.

09 settembre 2014

Contro

Contro le parole ed il tempo,
i desideri e la logica.
Contro i pensieri e le angosce,
le intuizioni e il dolore.
Contro me stesso,
soprattutto contro me stesso...





11 maggio 2014

Fuori per lavoro


Sono stato fuori per lavoro, torno e mi ritrovo 677 post da leggere. Ora, mi capirete se vi dico che non ce la posso fare, vero? Bisogna avere una certa predisposizione, in certi momenti della vita, per prendersi dei compiti improbi. Credo che farò una specie di tabula rasa e attenderò i nuovi post ma, detto questo, vi devo un aggiornamento sul miocardo ballerino, mi pare giusto. Dopo aver scoperto, tenendomi sotto controllo 24 ore di seguito, che il cuore balla abbastanza, all'incirca il 20% del suo tempo lo passa a ballare, a quel punto o lo mandavo ad "Amici" oppure provavo a vedere se fosse una cosa con cui ci si può convivere. Vi dirò, l'opzione "Amici" l'ho anche valutata, già me lo immaginavo in sfida con il mio fegato, un grande attore drammatico, quello; poi mi sono detto che era meglio di no, che magari non avrebbe retto un cazziatone della Celentano e l'avrebbe mandata a cagare in diretta sotto un tripudio d'applausi, ma questo sarebbe stato il meno, lo avrebbero intervistato e avrebbe parlato. No, meglio di no. Ho deciso che era meglio la seconda opzione ed ho trovato un posto dove fare la prova da sforzo; mi hanno messo su una cyclette con degli elettrodi sul petto, con uno sfigmomanometro al braccio destro che mi prendeva la pressione ogni due minuti, ed ogni due minuti quella cyclette diventava sempre più dura. A quanto pare il mio miocardo quando si impegna negli sforzi, smette di ballare e quindi, alla fine, tutto bene. Ho guardato il medico che mi diceva che era tutto ok ed ho chiesto perchè, al mio cuore, piacesse tanto ballare e lui m'ha detto che era probabilmente colpa di una miocardite; devo aver fatto una faccia a punto interrogativo perché mi ha subito detto che, semplicemente, una bronchite, da piccolo, mi deve aver creato una cicatrice nel cuore che, deviando il flusso del sangue, crea la musica su cui il cuore balla. "Una cicatrice nel cuore", detto così sembra il titolo di una telenovelas brasiliana, lo so, però non ho potuto fare a meno di pensare, ancora una volta, che tutta questa storia ha un che di poetico (e anche di molto indicativo) perchè questa cicatrice ha un effetto, una deviazione, un controcanto. A quel punto il medico, dopo avermi ribadito che stavo benissimo, alla fine, mi ha detto che ero un paziente asintomatico perchè il ballare del mio cuore, alla fine, non mi infastidisce ma, se volevo, c'era anche il modo di farlo smettere di ballare: prendere una pillola ogni giorno oppure, addirittura, farsi infilare una sonda dalla gamba, fino al cuore, bruciare un po' di cellule per creare un'altra cicatrice che annulla l'effetto della prima; questo è un po' come il "chiodo schiaccia chiodo" sentimentale, alla fine. Ho guardato il medico ed ho detto di no, sapevo che avrei detto di no, non mi sottopongo ad un intervento, non inizio una terapia all life long, non elimino, non cancello: non è il mio stile.

Comunque, vi dicevo, prima, che sono stato fuori per lavoro, ormai è una trasferta all'incirca mensile, certo, è pesante, per ora dà piccoli, piccolissimi, frutti ma sento di doverla fare, finchè resisto devo continuare. Naturalmente ho cercato, come sempre, di vivere (in questo specifico caso "sopravvivere") ogni volta che torno, ed ogni volta è sempre più di quello che dovrebbe essere, nel bene e nel male; ogni volta emetto tante di quelle parole che mi stupisco sempre che quelle non dette siano, ogni volta, molte molte di più. Le parole non dette, secondo la medicina naturale, sono la causa del reflusso gastrico di cui soffro e, forse, dovrei cercare di guarire un po', non credete? Dovrei dirle quelle parole che, ancora una volta, per quieto vivere, per rispetto, per amicizia, per amore, non ho detto; ogni tanto lo faccio, tipo il post precedente, o alcuni altri che, fortunatamente, scrivo ma sono sempre troppo poche e sono sempre quelle meno importanti, perchè magari non vuoi perdere le briciole ed allora approvi, abbozzi, sorridi, ti concedi magari una piccola alzata di testa ma è solo per illuderti un po' ma la verità è che le parole vere, quelle che dovresti dire perchè sono quelle giuste, te le tieni dentro perchè tanto, dall'altro lato, da te, non si vogliono sentire, saranno sempre "sbagliate".

15 gennaio 2014

La faccia della terra

Il teatro all'improvviso si fa silente, lui, circonfuso di luce, parla; racconta di un libro, di una Nazione, di emarginati. Poi tocca le corde della chitarra e quelle vibrano, nel silenzio, e la vibrazione si allunga, lievemente distorta ed arriva dentro, senza quasi passare per le orecchie. Arrivano le parole, rauche, graffiate e quella vibrazione, dentro, si trasforma in una mano che ti stringe lo stomaco, come la sensazione che ti dà, a volte, un amore, un'attesa, una paura. Il teatro è pieno, pieno di occhi, pieno di orecchie ma è anche vuoto; il palco una macchia scura dentro una bolla nera e ti pare di vedere una nebbia che non esiste e da quella nebbia spuntare ombre, persone, gente. Sono loro, gli emarginati, li vedi: il devoto, il reverendo, la maestra, il folle solo, l'uomo lontano, la donna libera, il telegrafista innamorato e la moglie fedifrega, la donna gravida, tutti. Li vedi, gli emarginati, e capisci che non sono così diversi da te, che brulicano di vita sghemba come te, come tutti, che sono umani, come umano sei tu. Li vedi nella loro preghiera santa e laica cercare su questa terra, ciechi, soli. Li vedi anche se non ci sono perchè le parole si fanno corpo, la musica si fa scenario e senti sempre quello stringersi nella pancia, non ti guardi nemmeno intorno, sai che non sei solo lì, che il teatro è vuoto ma tu vedi solo loro che graffiano la terra per trovare qualcosa, per trovare una risposta.

Era il 9 febbraio 2009, era il Teatro Smeraldo di Milano, ero un altro io, ero lo stesso io.

...salvami da me stesso, lasciami andare, sulla nera nera terra a cercare.

08 luglio 2013

Tornato

E' che ce ne sarebbero di parole, tante, su ogni volta che torno a Milano, che ogni volta è uguale, che ogni volta è diversa. Ho rispettato quello che avevo scritto, viverla libero da certi pesi che comunque ci sono, sono dentro, non se ne andranno mai ma se li metti nel loro compartimento stagno, dopo che sono tracimati per un sacco di tempo, beh, forse riesci ad essere quello che dovresti essere, te stesso. Sono tornato, come ogni volta, più ricco; no, non di soldi (magari) ma più ricco di vita, di immagini, di rabbia buona, di fame. Sono tornato ed ogni tanto penso e sorrido e per questa cosa ringrazio, ma tanto. Scriverò ancora, ne ho voglia, ne ho rabbia, scriverò ancora. Sono tornato.


02 luglio 2013

Milano

Sono a Milano, appena arrivato. Come ogni volta ho fatto mio, da subito, ogni passo, ogni respiro. Non importa sia di polvere e caldo, ogni respiro è un ricordo, ogni strada un'immagine. Si dice che un posto, per capirlo, va vissuto; io questa città l'ho vissuta, un tempo breve e eterno ed ogni volta che torno mi riconosce e mi dà qualcosa. Sempre uguale, sempre diversa; felicità, tristezza, euforia, rabbia. Da sole e tutte insieme. Per un periodo l'ho guardata appannata, dietro una cataratta di tristezza e rabbia, cercavo risposte dentro le cose, cercavo persone dentro le facce, senza nemmeno sapere cosa avrei fatto una volta trovate le risposte. Senza nemmeno sapere cosa avrei detto se avessi incontrato le persone. Quando ogni angolo ti racconta qualcosa è difficile tirare un respiro; che sia una fermata della metro, o un tram o, addirittura, una fredda panchina di cemento. Poi, l'ultima volta che sono stato qui, una rivelazione, come il click di una telefonata che si chiude e cadono, con la comunicazione, anche gli orpelli e cade, addosso a te, la tua stanchezza e ti ripiomba addosso anche la tua logica ma, soprattutto, il tuo orgoglio e allora quella cataratta, quella patina, cade anche lei e vedi tutto. Tutto il bello che tale rimarrà ma anche tutte le stronzate che le persone hanno il coraggio di dirti, le stronzate che hanno il coraggio di bersi. Sono di nuovo a Milano e torno a rivedere i ricordi, nitidi, belli; torno a ripensare alle penombre e alle strade, al caldo di luglio e al freddo di febbraio. Sono di nuovo a Milano ma, soprattutto, ho di nuovo fame.

06 aprile 2013

There was no Malady

They say that "Time assuages" -
Time never did assuage -
An actual suffering strengthens
As Sinews do, with Age -

Time is a Test of Trouble -
But not a Remedy -
If such it prove, it prove too
There was no Malady - 

 Emily Dickinson

25 gennaio 2013

Ritornare sui luoghi

Sono stato a Milano, sempre troppo poco, sempre troppe cose; il tempo prende accelerazioni improvvise a volte, come trovarsi con i freni rotti, in discesa. Il tempo ed i ricordi. Ero in metro e constatavo che è da tanto che non vivo più a Milano, non riesco più a stare in piedi senza reggermi. Lo so, è un pensiero stupido ma i pensieri grossi sono tondi, non lo sapete? I pensieri grossi sono tondi e quindi si formano degli interstizi tra i pensieri grossi e li dentro ci si infilano i pensieri piccoli; delle lenzuola rosse, una casa vuota, un frigo blu. Ci si infilano anche i pensieri sullo stare in piedi, mentre la metro va, senza reggersi. E' un bell'esercizio, sapete? Quello di mantenersi ritto nonostante i movimenti della metro, insegna un sacco della vita, sì, perchè anche in quella bisogna rimanere ritti. Mica ce la facevo più, a rimanere ritto senza mantenermi e poi ho pensato che anche il mio accento o, meglio, la mia cadenza, mi ricorda che è tanto che non vivo più a Milano, nella mia parlata si sente, marcato, il risopatateecozze, le orecchietteconlecimedirape, insomma si sente la baresità; nulla in contrario eh, a parte che le orecchiette con le cime di rape a me non piacciono ma sono atipico, lo sono sempre stato. Anche la cadenza muove attacco alla mio modo di vivere, mi ricorda i cambiamenti, quello che non c'è, che non è stato, a voi no? Poi, mentre vagavo per le strade che avevo imparato a memoria grazie ad una cartina regalatami e consumata fino all'inveromile, ho visto che non c'è più un bar dove, con un collega, per molte mattine siamo andati a prendere il caffè, giusto prima di cominciare a lavorare, potevamo esserci arrivati in metro, magari stando in piedi senza reggerci, oppure a piedi, approfittando di calde giornate di quasi estate. Pagavamo a turno e, ricordo, i turni ce li teneva la cassiera; ora non c'è più, il bar, spero la cassiera ci sia ancora, era giovane. Le cose cambiano anche se non stiamo lì a guardarle, alla fine, le cose cambiano e finiscono pure ed altre ne iniziano. Ho camminato strade nuove, visto angoli sconosciuti ed altre facce, ho rinfrescato la memoria, pronto per un nuovo giro, spero presto.

01 dicembre 2012

La casa

Oltre ai ricordi che ho in testa ho solo un paio di foto scattate nel momento sbagliato, con il letto ormai tornato divano e scatole e bagagli ad occupare lo spazio. Ero già un ritornante in quel momento e traspare da quel pieno così provvisorio, da quello sfondo impersonale nelle foto. Non ho foto della casa quando ne facevo parte ma, ironicamente, ne ho di quando me ne stavo staccando. So perchè le ho scattate, me lo ricordo perfettamente, volevo avere un'immagine da far vedere, almeno una; un'immagine da cui si capisse poco quello che erano state quelle mura, quello spazio; un'immagine in cui fosse quello che, alla fine, era: un monolocale. Nient'altro. Senza la vita che ci avevo messo dentro, senza la mia voce, senza le mie cose sparse in giro, senza gli odori, i profumi; senza il tempo, lungo o breve, dipende dai punti di vista, in cui l'ho vissuta; solo una casa, via Biancardi 6, quinto piano. L'ho scattata perché così, ogni volta che l'avessi guardata sarebbe stata diversa dai miei ricordi, diversa da quella prima volta in cui l'avevo vista, alla fine di agosto del 2008, e ancora non sapevo che mi era piaciuta, non sapevo ancora che sarei stato lì. Era buia, e vuota da tanto, non aveva odore, me la mostrava, in fretta, un collaboratore di un'agenzia immobiliare che, alla fine, nemmeno avrei visto, mandato da un'agente che, alla fine, avrei sentito solo al telefono. Ogni volta che avrei guardato la foto, la casa sarebbe stata diversa da quel 5 ottobre in cui ci misi piede per restarci, già più personale, più mia, senza che, di mio, ci avessi ancora messo nulla. Non c'è niente da fare, raramente ti accorgi del sapore della vita mentre è in movimento; allora era solo una casa, un luogo che avevo scelto quasi con una monetina, un vuoto, piccolo, da riempire con troppa roba. Mi stupisco ancora adesso di quanta vita ci entri, in un monolocale. Diversa, mi doveva apparire, da quella volta in cui non riuscivo più a rientrarci perché ci fu un problema alla serratura; la foto doveva solo servire da spunto, l'ho scattata apposta così, come un foglio bianco, perché fosse diversa da come mi sembrò quella volta che avevo bevuto troppo, da quella volta in cui avevo riso tanto, e da quella in cui scappai via per tornare qualche ora a casa, come se quella, in quel momento, non lo fosse anche lei, la mia casa; vallo a capire, allora, per quanto ne avessi sentore, vallo a credere che quella stanza tutto fare con un bagno attiguo, era casa mia e tale è rimasta anche se non ci sto più, anche se il contratto d'affitto è risolto ed il tempo ha continuato a scorrere come sempre fa, ma cuore e corpo, spesso, hanno orologi diversi e quella nelle foto anonime è ancora casa mia e tale rimarrà anche se ormai sono tre anni che mi sono chiuso la sua porta alle spalle.

02 novembre 2012

Cinquecento




Mi piaceva un sacco questo spot, soprattutto la canzone, la voce di Finardi era una specie di calmante e ricordo che mi fermavo sempre a guardarla quando passava in tv. Lo spot era per l'uscita della "nuova" 500, era il 1991, almeno così dice Wikipedia, ed io avevo quindici anni, almeno così dice la mia carta d'identità. Non me la ricordo un'età tanto tanto facile, praticamente non è cambiato niente, però mi ricordo questa macchinetta che, a detta loro, doveva riportare in auge quella meraviglia che era stata la Fiat 500 originale, certo, quella era sinuosa e sensuale e questa sembrava una scatola di sardine ma, non so, a me piaceva. Mi piaceva vederla curvare per le "cinquecento strade che portan verso il mare", le immagini e la voce facevano il loro dovere, dovrei ringraziare di aver avuto solo quindici anni e quindi di non pensare nemmeno ad una macchina per me, altrimenti avrei tranquillamente potuto essere una sardina nella scatoletta. Ricordo che ascoltavo le parole e me le ripetevo in testa, le canticchiavo; chi, a quindici anni non ha almeno cinquecento sogni? Con i sogni che avevo io ci sarebbe stata bene anche la riedizione della 1100, tanto per dire. A pensarci adesso, "cinquecento albe a veder nascere il sole", sono un anno, quattro mesi e quindici giorni, quasi un anno e mezzo a svegliarsi prima delle sei, praticamente ci auguravano, già da allora, di diventare operai del primo turno, magari in Fiat. Io di albe coi controcazzi, quelle che ti si scolpiscono dentro a caldo, sì e no se ne ricordo quattro o cinque, qualche festa con amici e un paio di cieli che si colorano dentro inverni milanesi ma niente di più. Magari di albe ce ne saranno altre, chissà, ma intanto dal 1991 ad oggi sono passati ventun'anni, mi sa che devo farmi venire l'insonnia se voglio andare in pari. A quindici anni però va bene tutto, per sognare, magari la compagna di classe carina che t'ammollerà un due di picche da antologia oppure un concerto a cui non ti sarà permesso di andare, avoghj, ce ne stanno di cose da sognare, compresa l'alba.

Ah, sì, questo è il mio cinquecentesimo spot

13 dicembre 2010

Un anno che sto qui



Mi piace questa canzone, si porta con sè un sacco di ricordi. Ce l'ho nel mio lettore mp3 da tempo e mi ricorda mille e mille passi, messi uno dietro l'altro, quando vagavo per le strade di Milano con gli occhi lanciati in giro e la musica nelle orecchie. Ormai è più di un anno che sono tornato e c'è ancora gente che si meraviglia del perché questa città mi manchi così tanto, del perché io la consideri bella; "Bella? Milano?! Ma sei pazzo??", spesso non ci perdo nemmeno il fiato a spiegare il motivo, se parli con persone che non vogliono ascoltare, perché sprecare le parole? Come glielo spiego il piacere di camminare senza avere davvero una meta, cercando solo di seminare i pensieri e riuscendoci benissimo? Come spiegare il vorticare di facce tutte diverse che si mischiano in una babele di lingue e dialetti? E poi il perdersi, solo con una cartina sgualcita in mano, tra le vie di una città in cui non sei un turista, una città che stai vivendo, che ti sta vivendo. Perdere lo sguardo nel cielo terso di maestrale che disegna il suo celeste acceso tra i palazzi, respirare l'aria fredda e buttarla fuori come sbuffi di vapore, solo con il naso a prendere aria. Come spiegare la luce trasversale del sole che, in una domenica mattina di gennaio, cade sul sagrato di Sant'Ambrogio e fa brillare la neve caduta da pochi giorni? Oppure la follia del carnevale che esplode in un arcobaleno di colori accesi tra piazza Duomo e via Torino? Come spiegare piazza Cordusio e le sue luci in una sera di ottobre, il primo vero impatto con la città dopo il tramonto? Oppure un giapponese solitario che nel freddo di una sera di gennaio fotografa le vetrine di via Montenapoleone con la sua macchina fotografica e il suo treppiedi. Questa canzone, insieme ad altre, rappresenta i chilometri di marciapiedi ed asfalto camminati senza fretta, per passare il tempo, da solo, volutamente e piacevolmente da solo perché senti il bisogno di farti delle domande anche se non ti interessa risponderti. Un anno che sto qui, che sono tornato, non so se per una decisione oculata o avventata, un anno che i ricordi a volte mi coccolano, a volte mi assalgono mozzando il fiato con il loro suono del "non torneremo più", sapendo che rimarranno chiusi nella mia testa, fatti di facce, posti, colori, sapori e suoni.

26 febbraio 2010

Masterizzato!

Eccomi di ritorno, dopo la mia due giorni milanese sono di nuovo a casa. Sono tante le considerazioni che ho in testa e tante le immagini che mi sono tornate alla mente in poche ore. Grazie sia per gli abbracci che per i, ventilati, pomodori; la cerimonia, per mia fortuna, non era aperta al pubblico. Ormai non sono più manco originale: sono masterizzato!
Vi volevo lasciare con una constatazione che ho maturato nei miei frequenti trascorsi aeroportuali: Se, per caso, un giorno vi trovate in una città estera e avete bisogno di trovare degli italiani, con il vostro inglese o, magari, a gesti, fatevi portare nel più vicino aeroporto e, una volta lì, cercate l'unica fila a piramide, state sicuri che sono italiani.

Ho aperto il feedreader e ci sono quasi trecento post da leggere...ma quanto scrivete?!

24 febbraio 2010

Diplomando...

Ecco, siamo arrivati all'ultimo atto del master, oggi pomeriggio parto per Milano e domani, alle 17:30, ci sarà la cerimonia di consegna dei diplomi. Ci penso da un po', rivedrò persone con cui, bene o male, ho condiviso un lungo periodo della mia vita, un BELLISSIMO (almeno per me) periodo della mia vita. Tornare a casa è stata una scelta sofferta e, ogni tanto, mi pento di averla fatta, ringrazio che ci sia Oceano, sapere di averla di nuovo più vicina mi addolcisce una pillola che io reputo amara e che molti non capiscono. So di aver fatto la scelta che alla quasi totalità delle persone sembra quella giusta ma non posso fare a meno di soppesare tante delle cose a cui ho rinunciato e dubitare della scelta. Dicevo che rivedrò queste persone con cui ho condiviso tempi e spazi, alcune le credevo amiche e si sono rivelate false come una Gioconda bionda, non porto rancore, ne ho portato, passarà anche questa, come tutte, ed infatti mi farà comunque molto molto piacere riabbracciarle. Vabbè, era anche per dirvi che il prossimo paio di giorni non avrò il pc a disposizione, non fate troppo casino eh, tanto torno presto.


Una comunicazione di servizio: Sono dovuto tornare al vecchio editor dei post perchè il nuovo dava problemi, ho letto sul forum che è un problema abbastanza comune, lo avete avuto anche voi?

26 novembre 2009

Sto tornando...



Sono in Romagna, fermo per la notte, domani torno a casa e prometto che ricomincio a postare i "raccontini ispirati" altrimenti Porzione chi lo sente!
Vi abbraccio tutti

20 novembre 2009

Eh, quando arriva arriva....

Insomma, io in fondo l'ho sempre saputo no? Lo sapevate anche voi e gli altri e pure gli essi, massì che, in fondo, quando arriva arriva ed allora ci si toglie il dente e poi? Poi si fanno gli sciacqui col colluttorio alla menta inviperita, quella che dà il pizzicorino e poi "sputi qui", "NON SUL PAVIMENTO! QUI!!!" che, hai voglia ad averci mira se mi imbottisci di analgesico ed anestetico le gengive di sù ed il dente lo togli da quelle di giù. Non divaghiamo, dicevo che quando arriva arriva, massì che lo sapete, uffaaaaa, il traguardo sì; ti fai chilometri e chilometri e chilometri e chilometri, ma tanti eh, e poi, finalmente intravedi lo striscione con su scritto...PARTENZA...cazzo! Non fai in tempo a finire che devi ripartire e di nuovo chilometri e chilometri e chilometri e chilometri. Ma voi ci avete mai pensato? Non ai chilometri, al fatto che se ripeti una parola per un sacco di volte è come se non riuscissi più a collegarla al suo significato? Fine fine fine fine fine, no, quella rimane uguale ma è l'eccezione che conferma la regola. Uffa, continuate a farmi divagare ed io non voglio divagare il passato, in fondo è passato no? E' la vita girata nel passino del tempo, quello con pomello giallo, quello che mamma usava per schiacciare le patate e farci le crocchette, siamo crocchette questa è la verità: croccanti ed abbrustoliti fuori, morbidi, bollenti e filanti dentro, non si sfugge, alcuni al massino sono supplì. Ciò non toglie che quando arriva arriva ed è arrivato, il fatidico ultimo giorno e le ultime ore; di lavoro eh! Di lavoro milanese eh! Di lavoro milanese continuo e reiterato per giorni eh! Che con voi bisogna essere precisi che subito pensate che uno finisce altro. Non ho altro da finire ora se non le birre in frigo, magari mentre chiudo le scatole con mia mamma che me le romperà perchè qualcosa sarà troppo troppo ed altro poco poco e dopo quattordicimesiquattordici quasi mi sa che è meglio se mi vado a comprare dieci litri di Novalgina. Dovrei fare un bilancio ma li faccio già di mestiere e qui non c'è mai stato il mio mestiere perchè se molto spesso ciò che scrivo è vero ed ormai se non c'è falso in bilancio che bilancio è? Eh? Vabbè, arriva insomma, ore e minuti e poi "Beh, è stato un piacere ci sentiamo ci vediamo" e fai un sorriso e stringi mani e però un po' di magone, un pochino ti viene, diamine, mica siamo fatti di pietra pomice che galleggia solo, come stronzi, ma grattiamo via i calli. Magone per magone, che con un baol i magoni si trovano bene, cortesie tra colleghi, poi ti metti e pensi alle facce beccate ed a quelle mancate, ma mica a schiaffi è, quelle facce, massì, quelle che "cavolo sto a Milano vuoi che non ci incontriamo?" e com'è che voglio e poi non ci incontriamo? Non vuoi tu o non vogliamo? O non possiamo? O non sappiamo? Boh?! Beh, vabbè c'ho ancora le mie ore di città, di smog asfalto e facce strane, le ore per pensare alle mie ore future di paese, di zolfo e facce sceme. Ma pure facce belle e occhi azzurri chè non tutto si lascia, qualcosa si ritrova ed una birra non è birra uguale in ogni dove? In realtà no, ma meglio non pensarci ora, molto meglio.

Non preoccupatevi, sto bene.