05 ottobre 2011

scripta manent

"Scrivi!" mi dico, "una frase, un rigo appena", parafrasando il titolo di un libro che non ho letto ma il cui titolo mi ha sempre fatto innamorare. Perché ci si innamora di un titolo e lo si gusta come una caramella, come il boccone di un pasto prelibato che hai sempre paura di finire, per quanto è buono. Mi incito a scrivere, mi farei violenza, se potessi, per tirare giù le frasi, per avere l'impalcatura del racconto, anche un fondale di cartapesta, una scenografia completa per il balletto; metterei le parole in tutù, quelle che finiscono con la "a", ed in tuta nera quella che finiscono con la "o"; perché le parole sono viziate ballerine, come etoile di prima grandezza hanno bisogno di un palco e se non glielo dai prima possibile iniziano ad entrare in sciopero, ad occupare il teatro che hai in testa ed allora mi dico "Scrivi!", perché il palco deve essere fatto di assi di legno buono ed il sipario di stoffa pesante e pensante; le quinte devono essere spaziose perché le parole ballano in frasi e non smettono quando il sipario è chiuso ma continuano dietro, e nel retropalco, e nel vicolo scuro dietro il teatro e poi sotto i lampioni, fino alla piazza. Allora cerco le assi giuste, un gioco di luci, un occhio di bue. Il resto del bue lo mangio arrosto perché ci vuole energia quando si scrive; le parole hanno la loro vita e delle regole, solo che le stanno sempre a cambiare, sono anarchiche e realiste, anche quando sognano. "Scrivi!", mi sobillo allora, perché le parole sono sovversive, dicono quello che pare a loro anche se credi che sia quello che vuoi sentire, e ti entrano tra le dita quando ti tappi le orecchie per evitarle; come un carbonaro scrivo in codice per dire qualcosa e in chiaro per non dire nulla, e faccio il viceversa ed il contrario. Mi punto una luce in faccia e dico "Scrivi!", come se dovessi confessare il reato che ha commesso un altro, ed io con lui, a fargli da palo; oppure la verità sulle bugie e le menzogne su tutto il resto. Faccio il poliziotto buono e quello cattivo, faccio il piantone, pure, e quello che dattiloscrive il verbale, errori grammaticali inclusi. Le frasi non è mica così facile stanarle, invidio chi scrive con dita veloci, senza aspettare il fiume. Io lo chiamo così, "il fiume", perché, per quanto mi ingegni a trovar scuse, se scrivo, di solito, mi arriva tutto insieme. Invidio chi scrive parole su parole, come se le mani fossero loro a decidere dove andare a parare, chi si inventa uno stile ed ha la forza di rimanere su quello; io non ce la faccio, ho troppi universi da far combaciare, troppi registri da far suonare, non mi va di rinunciare a qualcuno, sono figli miei, sono tutti uguali. "Scrivi!" mi faccio ronzare nelle orecchie come una mosca cavallina, affamata, nella canicola delle due del pomeriggio, ad agosto; perché le parole, spesso, sono un tarlo, un parassita buono della corteccia prefrontale, della materia bianca sotto la materia grigia, si cura solo sputandolo fuori come uno sbocco di tisi, un nevrotico cachinno; o un sorriso inarrestabile. E mi ricordo una vecchia canzone che parla di un mondo nel cuore senza parole per poterlo esprimere e mi dico che è così, che il mondo ha troppi colori e suoni e profumi che se li elenchi tutti non ce la fai, non bastano le parole e ti devi inventare un altro alfabeto, una grammatica personale; ti devi scavare sotto la pelle, perché le parole sono epidermiche, sono nei della carta, efelidi sulla pagina, lentiggini di pensiero. Mi guardo dentro gli occhi e cerco le parole, stringo i pugni sul bordo del lavandino e impongo allo specchio di scrivere una frase, un nastro di partenza di una storia, così da dipanare un rotolo di avventure; come il rotolo della pubblicità ché, spesso e volentieri, si leggono parole che sarebbero utili come quella carta lì, ed a volte parole che sono come ciò a cui quella carta lì, serve. Provo a prendere al mercato un gomitolo di vocaboli di seconda mano e farne un maglione di prima, una sciarpa per l'inverno, due guanti per evitare i geloni e scrivere ancora, un cappello per non far scappare le idee, qualcosa, una coperta per tutte le stagioni; prendo i ferri e conto i punti, ed anche le virgole e tutta l'altra punteggiatura. "Scrivi!", mi imploro, genuflesso a me stesso per intercessione, per la necessità di dare alle parole la collocazione nella nicchia di un'edicola votiva, dentro un'icona in corpo 12, nei chiaroscuri del Calibri. Rovisto e rimesto cumuli di macerie letterarie, dentro spunti lasciati andare, incipit platealmente rubati da rivendere al mercato nero, a collezionisti della parola dissociata da se stessa, quella che, a forza di ripeterla all'infinito, inizia a diventare un suono sordo, un bordo opaco. Come in uno slum di Nuova Delhi, caccio gabbiani affamati spinti fin nell'entroterra dei significati e lotto per un brandello di lemma trovato per caso, con un'ombra dagli occhi vuoti con una penna al collo pesante come un masso; perché scrivere è lottare, principalmente contro se stessi. "Scrivi!", mi impongo duramente, perché so bene che le parole inaridiscono, si spengono a stare ferme, piantate lì tra le pieghe di storie assurde, come motori che si sbiellano per la noia; le "o" si allargano negli sbadigli fino a diventare grossi ovali stretti, come gli zeri, le "T" abbassano le braccia ed iniziano a somigliare paurosamente alle "I" e ti ritrovi che vuoi scrivere "ITTITI", perché una parola strana ci sta bene, come un fiore arancione su una tovaglia bianca, e ti ritrovi che è diventata "IIIIII", codice a barre col prezzo del tuo cervello, in svendita al bancone dei formaggi. Le parole vogliono stare all'aria ma tutte insieme, come dicono loro; vogliono stare vicine a quelle che dicono loro, hanno le loro simpatie e antipatie; a volte metti una parola vicina a quella che odia e nascono delle risse ossimorose che, per sedarle, non basta il dizionario. Le parole sono rissose, sono delle primedonne da salotto televisivo che, se non ascoltate, iniziano ad urlare senza senso, ad offendersi tra loro. "Scrivi!", mi sussurro liquido, le parole sono una droga e me la vendo nell'angolo più buio della mia coscienza oppure nel bagno di un locale nel sottotetto del mio cranio; l'ho affittato ad equo canone ad un'idea insistente ed adesso che è in mora non vuole andare via; si può andare in crisi d'astinenza da concetti e poi vomitare flussi d'incoscienza e ritrovarsi a far parlare le cose e a far tacere le persone dentro mondi da elefanti rosa o da squali in grisaglia. E mi canzono dicendomi di scrivere e finire in mezzo agli scrittori, a tutti quanti però, quelli con la penna intinta nel cuore e quelli convinti di saper scrivere quando invece sanno solo usare la carta copiativa, quelli che ce l'hanno con il mondo per partito preso e quelli con il partito e quelli senza; mi prendo in giro per farmi finire a sentire quelli che la colpa non è loro, che tutto quanto puzza, sulla carta; lo faccio per stancarmi e stancare le parole, lasciarle lì, da sole, a farsi il bagno separate: i verbi distanti dai sostantivi, gli aggettivi accanto agli avverbi e le congiunzioni a stare insieme a tutti. Cerco di stancare le emozioni che stanno lì ad alimentare le parole, a renderle importanti, una insieme all'altra ma non ce la faccio ed allora mi sorrido "Scrivi!" e lascio a loro, alle parole, il compito di raccontare.

03 ottobre 2011

22 settembre 2011

Questi fantasmi


Definiti come le ombre di mezzogiorno o sfumati come la bruma dell'alba, siamo macchie nell'iride di chi ci guarda, lunghe esposizioni sulla pellicola della vita; siamo persone, sogni, parole; siamo pensieri e idee ed emozioni, e siamo vivi. Anche quando sembriamo fantasmi.

13 settembre 2011

Il terzo dei tre

Sapevo che il mago B mi aveva lasciato come ultimo il lavoro più difficile, ne ho avuto la certezza appena mi è arrivata, fermo posta, la foto.



Si chiama Giovanni ma si fa chiamare Gio; un volto inquietante con il pizzetto. Certo, a prima vista può sembrare innocuo ma ho troppa esperienza per non capire che si sarebbe rivelato un soggetto ostico da terminare; niente a che vedere né con il primo lavoro, né con il secondo. Anche in questo caso cerco di ottenere le prime informazioni dal suo blog, leggo il primo post e mi colpisce la prosa asciutta, leggo il secondo e mi meraviglio della sagacia, leggo il terzo e mi insospettisco della poetica, leggo il quarto e mi sembra di cogliere una certa ripetitività, dopo il quinto "La città delle donne" di Fellini, al confronto, sembra "300", al sesto ormai potrei scrivere un post come il suo anche io:

oh [nome di donna] stanotte ti ho sognata, eravamo in [un giardino, un castello, una spiaggia, una città sconosciuta] guardavo [i tuoi occhi, le tue labbra, il tuo viso, il tuo corpo] e non mi importava di quello che avevamo intorno anche se c'erano [dei banditi, dei nazisti, dei vampiri, dei lanzichenecchi] che avrebbero voluto [rapinarci, ucciderci, violentarci, farci iscrivere a scientology] ma io ho sfoderato [la mia spada, il mio mitra, il mio sorriso, la mia parlantina] e li ho sconfitti e tu [ti sei messa a piangere, ti sei messa a cantare, ti sei accasciata, ti sei spogliata] e ci siamo uniti in un amplesso (il finale è sempre quello).

Alla fine della lettura del blog ho letto più di donne che nei verbali delle intercettazioni del caso Tarantini. Ho la conferma che sarà un lavoro duro da svolgere, durissimo. Arriva il momento di avvicinare il soggetto, è un ricercatore fisico, deve parlare ad una conferenza sulle interazioni tra particelle, mi insinuo tra il pubblico. Il suo intervento è dopo il coffee break, cerco di prendere qualche pasticcino infilando una mano tra due professori che litigano su una teoria e si stanno per accapigliare su una formula matematica che hanno scritto con la crema dei cannoli su un fazzolettino di carta e vedo il mio bersaglio, sorseggia un caffè parlando con un collega ed intanto guarda la cameriera, mi ricorda un documentario che ho visto una volta in tv, c'erano un pitone ed un porcellino d'India. Per il suo intervento, mi siedo defilato in terza fila ma deve aver capito qualcosa ed avermi drogato perché appena inizia a parlare mostrando delle slide vengo colto da una pesante sonnolenza, deve aver usato un gas perché prima di crollare vedo che tutti quelli che lo stanno ascoltando stanno subendo lo stesso effetto. Mi sveglio che mi stanno cacciando perché, addormentandomi sono crollato in avanti ed ho dato una testata fortissima sulla nuca del rettore di una università straniera che mi sedeva di fronte e l'ho mandato all'ospedale; l'ultima cosa che vedo è il soggetto che avvicina la cameriera e le fa una battuta stantia cingendole una spalla; ricordo che alla fine del documentario il porcellino d'India non c'era più. Decido di usare un approccio meno diretto e di avvicinare i suoi conoscenti, vecchi e nuovi, per scoprire se ha qualche punto debole, oltre alle donne. Fingendomi un suo amico che vuole organizzare una sorpresa contatto dei suoi ex compagni di liceo; per prima vado a casa della sua vecchia compagna di banco, una bruna; "Gio è sempre stato un ragazzo molto poetico, ricordo che si infervorara per la politica e per la storia. Mi diceva che ero l'unica stella della classe e che le altre erano solo il mio riflesso; mi diceva che le vere donne sono le brune. L'ultima volta che ci siamo visti è stato una decina di anni fa, siamo usciti insieme e mi ha offerto da bere, poi non ricordo molto altro, in realtà", mi dice carezzando la testa del figlio di dieci anni, un bambino inquietante con il pizzetto. La seconda è la migliore amica della compagna di banco, una bionda; "Gio è sempre stato un ragazzo molto simpatico, ricordo che scherzava sempre sulla filosofia e la geografia. Mi diceva che ero l'unica stella della classe, che gli piaceva fossi a distanza così poteva guardarmi meglio, che le altre erano solo il mio riflesso; mi diceva che le vere donne sono le bionde. L'ultima volta ci siamo visti circa sei anni fa", mi dice mentre aspetta che il figlio esca dal suo primo giorno di scuola, un inquietante bambino biondo con il pizzetto. Vado a parlare con la sua vecchia professoressa di italiano, una rossa di circa sessant'anni, "Gio è sempre stato un ragazzo molto studioso, ricordo che partecipava attivamente alle mie lezioni ed andava bene sia allo scritto che all'orale...aaaaaaah...ehm... Dicevo, andava molto bene, mi confessava che aspettava solo che arrivassi in classe, che aveva occhi solo per me, che le sue compagne erano solo ragazzine svampite e che le vere donne sono le rosse. L'ultima volta che l'ho visto ci siamo presi un caffè, circa cinque anni fa" mi dice carezzandosi il pizzetto sul volto inquietante. Dal periodo della scuola superiore non avevo ottenuto molto, se non il numero di telefono della professoressa che ho buttato appena chiusa la porta alle spalle. Passo ai colleghi dell'università, sperando di avere maggior fortuna; riesco a contattare una cinese con cui ha seguito un seminario, è una seguace buddista, completamente calva; "Gio è sempre stato un collega molto affascinante, ricordo che mi dedicava le costellazioni ed inventava storie. Mi diceva che ero l'unica stella nell'università, che le altre erano solo il mio riflesso; mi diceva che le vere donne erano le calve perché viene fuori la loro vera bellezza senza l'orpello dei capelli. L'ultima volta ci siamo visti circa dieci mesi fa, mi ha offerto una tisana ma non ricordo molto altro", mi dice allattando al seno un neonato con la testa inquietante ed il pizzetto. Oltre al fatto che abbia poca fantasia con le frasi ad effetto non ho ancora scoperto nulla; provo con il suo collega di laboratorio; "Gio è sempre stato un gran lavoratore, analizza dati e fa analisi per tutto il tempo, sta sempre al pc ma non vuole che gli diamo una mano, un vero altruista. Dice che sono il suo unico amico, che gli altri sono solo conoscenze occasionali, che la vera compagnia è quella di un sodale maschio. L'ultima volta che ci siamo visti è stato ieri sera, mi ha offerto una birra ma non ricordo molto altro", mi racconta carezzando un chihuahua dal muso inquietante e col pizzetto. Prendo un appunto mentale che, nel caso di avvicinamento al soggetto, non devo farmi offrire nulla. Decido di seguirlo per carpire meglio i suoi segreti, il mago B mi ha insegnato le tecniche per non farmi scoprire e mi sono utili perché, altrimenti, sono sicuro che mi scoprirebbe subito. Mentre decido sul da farsi passo davanti alla porta del professore con cui ha svolto la tesi, faccio un altro tentativo; "Gio è sempre stato un discente molto attento, ricordo ancora le sue domande pertinenti sull'atomo e le sue particelle. Diceva che ero l'unico professore competente dell'università e che gli altri vivono di una effimera rendita dei passati splendori. Mi diceva che ero come un padre per quanto gli avevo insegnato, anche sulla vita. L'ultima volta l'ho visto circa sei mesi fa, l'ho invitato nella mia baita nei boschi, con la mia famiglia, diceva di conoscere bene quei luoghi. Una persona davvero squisita, pensi, si è offerto anche di portare il cibo alla mia cagnetta", mi racconta guardando la foto di un cane lupo con attorno una cucciolata dal muso inquietante e col pizzetto. Bingo! Finalmente qualcosa di interessante, conosce molto bene i boschi, è un indizio, significa che ci va spesso, potrei avvicinarlo con la scusa di essere un cercatore di funghi che ha bisogno di aiuto. Il soggetto ha una moto di grossa cilindrata con cui sfreccia sulle strade, gli piazzo un segnalatore gps e lo seguo via satellite e così scopro che un paio di volte a settimana passa la notte nello stesso posto, al centro del bosco. Faccio un sopralluogo, trovo una baita che, con una veloce ricerca, scopro essere di proprietà di una società di comodo; non è difficile forzare gli archivi della società e scoprire che il vero proprietario è il bersaglio; significa che ha qualcosa da nascondere; me lo conferma anche il modernissimo sistema di allarme, con tanto di videosorveglianza, che difende la baita. Il lavoro è davvero difficile ma non posso deludere il mago B, soprattutto in questo caso. Disattivo gli allarmi ed entro nella costruzione, sembra tutto normale, niente di particolare ma so che ci deve essere qualcosa; apro il frigorifero ma dentro c'è solo qualcosa da bere, non c'è cibo. Trovo la porta che scende in cantina, appena la apro ho un brivido, dal basso arriva un ronzio di un motore, come quello di un grosso frigo, tipo cella frigorifera. Accendo una luce e vedo che, sotto, c'è praticamente un monolocale arredato con tanto di letto matrimoniale e cucina e sulla parete di fronte alla scala, la porta di metallo di un grosso freezer; quando la apro rimango atterrito dal terrore. Dentro la cella frigo ci sono, quattro cuccioli di foca appesi ai ganci da macellaio, un quarto di rinoceronte bianco, mezzo panda ed un dodo intero. Chiudo prima di svenire e scopro, sul tavolo della cucina, un libro di ricette "manicaretti in via d'estinzione"; devo portare a compimento questo lavoro, non posso lasciare il soggetto libero e, soprattutto, vivo. Fuggo via nella notte, ormai so come colpire. Mi prendo un paio di settimane per organizzare le cose per bene e poi lo aspetto fuori dall'università, mi passa davanti mentre, al telefono, sta cantando il Don Giovanni a qualche ragazza dall'altro capo dell'apparecchio, probabilmente lontana, la povera giovane non sa che fortuna è quella distanza anche perchè, a sentirlo cantare Mozart mi viene voglia di essere Beethoven, per la sordità. Chiude la telefonata e sale in moto, lo lascio andare avanti, so che strada deve fare, è giorno di baita; ad un semaforo lo avvicino anche io su una moto potente e lo guardo con derisione e sfida, so che ha un ego grande quanto Giuliano Ferrara, sicuramente non si tirerà indietro, ed infatti comincia a far rombare la sua moto per raccogliere la mia sfida, al verde parte di scatto ed io lo seguo, conosce le curve a memoria, pensa di battermi facilmente ma anche io ho studiato bene il percorso. Non visto ho dato un taglio leggere al tubo dell'olio dei freni della sua moto, ho calcolato esattamente quando avrebbe perso pressione; arriviamo dove lo volevo portare, su un rettilineo che porta ad una curva a gomito su uno strapiombo, iniziamo a tirare, vince chi stacca per ultimo, lo faccio quasi arrivare in fondo dove frena esattamente sulla macchia di olio che avevo preparato, scivolare giù è un attimo, lo raggiungo che respira ancora, la moto è poco distante, distrutta; con calma mi avvicino, ha la visiera alzata, nonostante la paura il suo sguardo è sempre quello del pitone, gli dico solo "mago B" e lo sguardo diventa quello del porcellino d'India, è solo un attimo, gli spezzo il collo, nessuno capirà che non è stata la caduta a farlo. Gli metto qualcosa in tasca e poi mi avvicino alla moto con molta attenzione, per fortuna non si è incendiata, sostituisco il tubo dell'olio per non far vedere il taglio e vado via, se lo era scelto bene il posto in cui avere la baita, la strada è battuta pochissimo, infatti i soccorsi vengono chiamati solo dopo ore. In tasca gli verrà trovato un mazzo di chiavi ed una cartina con una x ad indicare la baita; la polizia non ci mette molto a scoprire quello che c'è dentro la baita, i giornali, successivamente, ne hanno parlato per giorni.
Tempo di preparazione ed esecuzione del lavoro: sei mesi
Livello di sputtanamento del soggetto: estremo
Questa volta il mago B si è detto addirittura entusiasta.

06 settembre 2011

02 settembre 2011

Cinque anni...

Era il 2 settembre del 2006 ed esordivo con questo post qui, da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, ho due titoli, più anni, qualche pelo bianco nella barba, qualcuno in testa; sfortunatamente anche qualche chilo in più ma queste sono quisquilie no? Quisquilie e pinzillacchere!! Sono passati cinque anni e 432 post, nemmeno troppi, nemmeno 100 all'anno. Ho conosciuto un sacco di persone grazie a questo blog, persone che sono orgoglioso di chiamare amici, persone che dire speciali è addirittura riduttivo. Sono ancora un baol, nel senso estremo che si coglie alla fine del libro; chi lo ha letto capirà, chi non lo ha letto...cosa sta facendo ancora lì?! Di corsa in libreria a comprarlo!!! Sono ancora lo stesso in molte cose, con le stesse domande e le stesse risposte; parafrasando una canzone di Paoli: "Il mio blog ha cinque anni e cinque convinzioni, facendo bene i conti, ne ha cinque più di me" ma, in fondo, i dubbi sono il sale della vita. E voi? Voi che passate spesso, che passate una volta ogni tanto, che leggete sempre, che commentate sempre; voi che commentate raramente, voi che non passate più, che siete passati una volta ma adesso non lo fate più; voi che non lasciate un segno, voi, tutti, cosa mi dite? Cosa devo fare? Cosa devo scrivere ancora? Cosa avete amato? Cosa avreste voluto non postassi? Cosa vi manca? Cosa non vi manca per niente? No, non vi chiedo se devo continuare o meno, quello lo so e non lo so; ogni tanto penso di aver esaurito le cose da dire ma poi penso che non è così e che questo posto, per tutto quello che gli devo, non lo chiuderò mai.

30 agosto 2011

Cose che infastidiscono

Avete presente quando i due veli della carta igienica non sono allineati bene e non combaciano le dentellature degli strappi e quindi, ogni volta che la prendi, si staccano in due punti diversi e si sfaldano e devi aspettare di arrivare almeno a metà del rotolo perchè, per i misteri della fisica rotolistica, i due veli si riallineino? Ecco.

24 agosto 2011

Il secondo dei tre

Visto il buon esito del primo lavoro sapevo che il secondo non avrebbe tardato ad arrivare ed infatti solo pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo dell'Alligatore mi arriva, fermo posta, la seconda foto.


Si chiama Domenico ma si fa chiamare Nico o l'Omonimo, non sembra un tipo pericoloso ma, si sa, l'apparenza inganna, anche io sembro uno come tanti ma in realtà faccio il sicario, non mi chiamo nemmeno Aleister se è per questo; ormai ci basiamo troppo sull'apparenza. Come per il lavoro precedente, grazie al suo blog trovo le prime indicazioni per iniziare la pianificazione; sembra sia una buona forchetta, parla molto di cibo, dalla foto avevo pensato fosse un vegano. Il primo incontro avviene alla sagra del peperone imbottito di strutto, il fatto che lo sponsor della serata fosse il reparto di cardiologia dell'ospedale non mi rassicurava ma avevo un lavoro da compiere. Lo avvicino al chiosco dei peperoni e gli chiedo di consigliarmi cosa prendere. Prendiamo un peperone strutto e mortadella e chiacchieriamo un po', poi passiamo ad un peperone strutto e frutti di mare e mi racconta dei suoi viaggi e poi un peperone strutto e ciccioli lardellati ed a quel punto ho i trigliceridi anche nelle orecchie e non sento più molto, quando mi propone un peperone strutto e tonno ho come l'impressione che anche lui abbia ricevuto una mia foto, fermo posta, e che stia cercando di farmi fuori, riuscendoci alla perfezione; rifiuto dicendo che trovo il tonno un po' pesante ma mi assicura che è quello al naturale, leggero. Al quarto peperone ho le visioni di Giovanni Rana che mi insegna a tirare la sfoglia dei tortellini e cerco qualcosa per favorire la digestione, tipo un idraulico liquido. Sono stremato ma ho ottenuto quello che volevo, mi ha invitato ad una grigliata a casa sua, credo che, alla notizia, ci sia stato un moto di terrore in tutti gli allevamenti nel raggio di tre chilometri. Entrare nella casa del bersaglio è utilissimo per pianificare alla perfezione il lavoro, il mago B me lo diceva sempre. Una volta arrivato l'Omonimo mi chiede se preferisco il petto o la coscia, gli dico che ricordavo che la grigliata fosse di vitello, mi risponde “appunto”; il mio fegato ha un brivido di paura ed il mio fegato ne ha visti di insaccati. A parte il quantitativo di cibo che avrebbe potuto sfamare uno stato centrafricano la serata è piacevole e conviviale, mi chiedo cosa abbia fatto di così terribile il soggetto in questione per meritarsi questa specie di fatwa del mago B che mi viene richiesto di assolvere. Sono tentato di rinunciare al lavoro, in fondo, è una persona molto gentile e non sembra avere luoghi oscuri quando si alza dicendo che mette un po' di musica; gli occhi sbarrati di tutti i parenti ed amici avrebbero dovuto farmi sospettare qualcosa ma mette su Claudio Lolli ed è piacevole da ascoltare. Dopo più di tre ore di Claudio Lolli mi viene voglia di intristire tutta la comunità rom del nord e centro Italia, a mazzate; i vicini di casa hanno approntato una petizione per far spegnere lo stereo, il primo firmatario è lo stesso Lolli capitato, per caso, da amici nella casa accanto; hanno raccontato che volesse smettere con la musica per dedicarsi alla coltivazione del carciofo nano in un eremo sul Pollino. Decido che portare a termine il lavoro è un atto di pietà per i vicini; tornando a casa metto a punto gli ultimi dettagli del piano e sono pronto ad agire, dopo aver smaltito la cena ché mi sento lievemente appesantito, non tanto dai circa due chili di carne plurispecie che ho mangiato ma dalla polenta con il burro fuso sopra usata come uno dei contorni, l'altro era insalata di nervetti e cotiche di maiale. Dopo due giorni di meditazione ed infusi digestivi allo stramonio mi faccio risentire, gli dico che ho scoperto una trattoria nei paraggi che prepara un fantastico cotechino rivestito di pancetta affumicata e lo invito a pranzo, cade nella trappola, come immaginavo. Una volta in macchina gli offro uno snack, un cacciatorino imbottito di tranquillante per rinoceronti, si accascia sul sedile dopo averne mangiati due; per lavorare con calma ho affittato una baita tra i boschi della Maiella, si risveglia intontito, legato ed imbavagliato; mi guarda interrogativo ma basta nominargli il mago B che il suo volto diventa una maschera di terrore e gli occhi gli si riempiono di lacrime, è sicuramente pentito di qualsiasi cosa abbia fatto ma ormai è tardi, non sono un prete; gli inietto una dose di digitale che gli ferma il cuore in pochissimo tempo, ora devo solo approntare la messa in scena per il ritrovamento. Lo metto seduto ad un tavolo da campeggio in una radura appartata con una scorta di duecento chili di cibi ipocalorici, lo ritrovano due escursionisti con la faccia riversa in un piatto di cotechino di tofu e germogli di soia. Come prevedevo, il medico legale la prende per morte naturale; nella sua tasca vengono anche trovati l'indirizzo di un Punto Macrobiotico della zona ed un abbonamento a suo nome, fatto naturalmente da me, alla rivista “alghe commestibili”. Quando Aldo, il proprietario della Trattoria Toscana, a Milano, ha saputo di questo particolare pare abbia detto: “Ce n'è di gente malata in giro, ed io che lo facevo anche entrare nel mio locale, vatti a fidare!”.
Tempo di preparazione ed esecuzione del lavoro: due settimane
Livello di sputtanamento del soggetto: medio alto
Anche in questo caso il mago B si è detto molto contento del lavoro.

16 agosto 2011

il primo dei tre

Mi chiamo Aleister, sono un sicario. Non è il mio vero nome naturalmente, mi faccio chiamare così. Sono diventato quello che sono per noia; i miei giorni scorrevano tutti uguali, guardando lo schermo di un pc per otto ore al giorno e guardando la vita per le altre sedici. Sono diventato quello che sono per caso, un giorno che la vita ha guardato me. Lo so, non è un lavoro di cui vantarsi ma non c'è niente di personale, potete dirmi quello che volete, a me non importa; almeno fino a quando non mi arriverà, fermo posta, una vostra foto con nome ed indirizzo. Non ho fatto tutto da solo, non si diventa quello che sono improvvisandolo, almeno, a me è stato insegnato così; sì, qualcuno mi ha insegnato, il mago B per essere precisi. Non so perché si faccia chiamare così, fino ad allora conoscevo solo il mago G; un giorno gliel'ho chiesto e lui mi ha detto che, continuando così, qualcuno gli avrebbe mandato, fermo posta, la mia foto con nome ed indirizzo, da allora non ho fatto più domande. Come sono diventato quello che sono è un'altra storia, magari un giorno ve la racconterò; vi voglio raccontare di tre dei miei lavori, gli ultimi tre; lo voglio fare perché sono stati tre lavori importanti, mi sono stati commissionati direttamente dal mago B; mi ha contattato sulla chat criptata che usiamo di solito e mi ha detto che, fermo posta, mi avrebbe mandato tre lavori, che dovevo considerarli come un test e che avrei dovuto svolgerli nel migliore dei modi. Dopo nemmeno un giorno mi arriva la prima foto.



Si chiama Diego ma si fa chiamare l'Alligatore, dal suo blog scopro il minimo indispensabile per cominciare a progettare il lavoro. Lo seguo per alcuni giorni e dopo aver studiato le sue abitudini lo aggancio in un negozio equo e solidale, non è affatto difficile, mi basta farmi trovare indeciso di fronte allo scaffale dei caffè che non può fare a meno di venirmi in aiuto consigliandomi un caffè guatemalteco in cui vengono utilizzati chicchi che si presentano spontaneamente alla torrefazione, non sia mai si sfrutti qualcuno per raccoglierli. Devo scoprire il più possibile e lo faccio parlare un po'; mi attacca un pippone sullo sfruttamento delle piantagioni del Sud America e su come i latifondisti vessino i piccoli proprietari: due ore di parole senza soluzione di continuità bevendo una bevanda che sembra fatta mettendo a bagno in acqua calda suole di scarpe, rigorosamente di cuoio, usate nelle marce di protesta; alla fine ho voglia di invadere uno staterello sudamericano per sterminare almeno un paio di villaggi di 'sti agricoltori, tanto per non farli vessare più. E' stata dura ma ce l'ho fatta, so abbastanza per portare a compimento il lavoro. Dopo qualche giorno faccio finta di rincontrarlo per caso nel bar sotto il suo ufficio e con un abile gesto sostituisco la sua borraccia del the verde con un'altra perfettamente uguale. Una roba assurda, quando mi aveva fatto vedere la borraccia, nel negozio equo e solidale, per convincermi a utilizzare sempre quelle così da evitare lo spreco delle bottigliette di plastica, non ci volevo credere; sembrava la borraccia di Aldous Huxley! Forma e colori assurdi, sono convinto che se la guardavi sotto l'effetto del lsd sarebbe sembrata una borraccia normale. Una uguale l'ho dovuta comprare su internet, mi vergognavo a chiederla in un negozio. Nella sua c'era the verde, beve solo e soltanto quello; nella mia, the verde e una neurotossina che, dopo alcune ore dall'ingerimento, provoca l'immediata perdita del controllo del proprio corpo, sei cosciente ma praticamente un pupazzo. Ero sicuro che nessuno dei colleghi avrebbe bevuto il the verde, mi ero informato, aveva talmente rotto le palle con quella bevanda che non solo i colleghi avevano smesso di bere qualsiasi tipo di the ma alcuni si erano dati all'alcolismo pesante ed altri, addirittura, bevevano abitualmente l'acqua di cottura della salama da sugo. Incrociando alla perfezione il tempo di reazione della neurotossina con i tempi del suo percorso giornaliero faccio in modo che perda il controllo del corpo nel momento esatto in cui passa in una zona isolata del parco che attraversa tutti i giorni in bici; da lì è facile prelevarlo senza farmi vedere da nessuno e mettere in pratica la seconda parte del piano. Tutto va come avevo progettato, infatti, giorni dopo la scomparsa, il cadavere viene ritrovato come volevo io ed i giornali della zona titolano a nove colonne “Muore mentre sversa materiale altamente tossico nel lago” ed il cappello continua “si finge ecologista per anni ma in realtà smaltiva materiale inquinante nelle acque del lago”. Procurarmi qualche fusto di scarti di lavorazione chimici non trattati è stato facile, sapevo chi aveva bisogno di farli sparire, ci ho anche guadagnato qualcosa, affittare un furgone a suo nome anche, non aveva una firma così difficile da contraffare né una faccia così particolare da non poterla imitare. La neurotossina poi ha fatto il suo dovere e atteggiarlo come se fosse stato colto da un malore mentre versava il contenuto dei fusti nel lago, un gioco da ragazzi; quando ormai l'effetto della neurotossina era sparito aveva respirato tanti di quei fumi da creparci.
Tempo di preparazione ed esecuzione del lavoro: un mese
Livello di sputtanamento del soggetto: alto
il mago B. è stato molto contento del lavoro, non so cosa deve avergli fatto questo tizio per farlo incazzare tanto.

05 agosto 2011

Dialetto per principianti - lezione 4

Vista l'aria di vacanze non vi voglio tediare (ma? Ma? Vi annoiate con le mie lezioni di dialetto?! Studiate che vi interrogo!) con una lunga lezione ma mi limiterò ad analizzare un singolo modo di dire che può venire utile in molte occasioni:

p'ghjall m'bacc'o'nas

La traduzione letterale sarebbe "prenderlo sulla faccia e (nello specifico) sul naso" ma il significato è "Oibò (bello Oibò eh?), oibò, mi aspettavo che la cosa andasse in tutt'altra maniera, positiva, ed invece, oibò (repetita juvant), è andata nella maniera peggiore". Tale affermazione può essere usata sia riferito a se stessi, in maniera riflessiva e autocritica: u so p'ghjaat m'bacc'o'nas. Ad esempio:

Mi sovviene adesso alla mente che avevi un colloquio di lavoro, orsù (è bello quasi quanto oibò, dite la verità) dimmi, com'è andata? - koum è sciout u kolloqu'j pu fateik?
Guarda, mi sono presentato molto preparato e vestito in maniera acconcia ma mi hanno detto che la posizione non era più disponibile, ed infatti ho scoperto che era stata assegnata al figlio del maresciallo dei carabinieri della locale stazione che non ha nemmeno la terza media. - U sò pìghjaat m'bacc'o'nas.

Ma la forma riflessiva è utilizzabile non solo su istanza di parte, come risposta ad una domanda, ma anche come affermazione solitaria nel caso in cui la situazione necessiti di tale affermazione; ad esempio, giorni addietro avete visto un capo di vestiario che vi interessa molto e che è anche scontato, in un negozio del centro; non vi siete fermati subito ma avete detto a voi stessi che quanto prima sareste dovuti tornare per comprarlo; prendete la decisione in un assolato pomeriggio di canicola estiva e fate una decina di chilometri fino ad arrivare di fronte al negozio che reca il cartello "chiuso per ferie"; in tal caso la suddetta affermazione sorge spontanea alle vostre labbra con un Mooo, u sò p'ghjaat m'bacc'o'nas! a cui aggiungerete stramuort vari come riempitivo.

Naturalmente la nostra amabile esclamazione può essere utilizzata anche per rivolgersi a terzi provocando un subitaneo senso di spiazzamento in chi la riceve; esempio:

Mi scusi, buon uomo, stavo già parcheggiando io lì - Auè, u mè! M stæv a mett jì dè
Mi dispiace non l'avevo vista ma ormai ho parcheggiato - E ji t so fr'k't, mo ce uè?!
Vediamo cosa ne pensa quel vigile che sta arrivando - Schæm, v'deim c deisc u guard'j mo, a veit?
Guardi che qui è divieto di sosta, non può parcheggiare - A mak'n dò na pout stè, te fè a condravvenzioun
Ecco, le sta bene! - Pighjl m'bacc'o'nas!

Vedete dunque quanti utilizzi ha? Sbalordite i vostri vicini di ombrellone facendovi ascoltare mentre, leggendo delle ultime peripezie giuridiche del Premier, esclamate Pighjl m'bacc'o'nas!; al massimo, se preferite dare più enfasi, dite Pighjl n'goul! Tanto siamo tutti maggiorenni.

Nella vita, in fondo, prima o poi capita a tutti di p'ghjall m'bacc o nas...

02 agosto 2011

Bologna, 2 agosto 1980, 10:25

Faceva caldo? Il due agosto doveva fare caldo per forza, ma tanto? In fondo era mezza mattina, mica le 14, l'ora della canicola; ed era umido o secco? Era nuvolo o sereno? E quante facce c'erano, quanti sorrisi in partenza e musi in arrivo? E magari qualcuno s'era fregato la valigia di un altro, così, lasciata incustodita? Oppure tutti si tenevano stretta la propria? Si sentiva bene la voce negli altoparlanti? Oppure era il classico gracchiare che non ti fa comprendere proprio il binario che serve a te e magari invece hai capito tutte le fermate? E quanti pensieri si incrociavano e turbinavano dentro e fuori la stazione? Forse queste domande non avranno mai risposta, non importa; sono altre le domande che devono avere risposta.

A volte servono le proprie parole, altre volte calzano meglio le parole degli altri; questo blog, in fondo, è dedicato a Stefano Benni ed allora leggete le sue parole:




Buon 2 agosto a tutti.

24 luglio 2011

La linea d'ombra reloaded

Burns, primo ufficiale

Sono stato per anni primo ufficiale di questa nave, ricordo ancora la prima volta che ho salito la scaletta di legno, era al porto di Singapore e l'alba salutava l'evento con la sua luce dorata riflessa sul mare calmo. Ricordo di aver guardato l'albero a proravia e tutta l'imponente alberatura insieme ma non ho memoria di quello che mi passava per la testa in quel momento, forse tutti gli insegnamenti prima di diventare ufficiale o, semplicemente, il sorriso di una ragazza sulla banchina, prima di salire; so solo di aver provato la consapevolezza del cambiamento, quell'attimo della vita in cui varchiamo il sottile confine tra giovinezza ed età adulta; spesso non se ne ha la percezione, se non a posteriori ma ricordo distintamente di averlo percepito, come se quei legni fossero la linea d'ombra che separa ciò che era e ciò che sarà. Ho servito per anni su questa nave, ho imparato a conoscerne ogni angolo ed ogni segreto, ad ascoltare la sua voce, il sibilo di quando scivola fendendo il mare felice di un vento favorevole o lo schiocco ed il colpo delle onde alte quando il mare gli è avverso. Ho imparato l'alfabeto del legno, il gemito diverso ad ogni mutamento del clima. Mi sono tagliato le mani con le corde della vela ed il mio sangue è diventato un po' anche il suo e se l'umidità ed il salmastro possono essere definite la sua linfa, allora anche il suo sangue è diventato il mio. Per anni sono stato il primo ufficiale sotto il comando del vecchio capitano eseguendo gli ordini con celerità e cercando di far presente quando non erano quelli più adatti. Sono stato l'unico a sfidare la sua autorità, a lottare per l'equipaggio, per la nave, per me; ormai completamente al di là di quella linea d'ombra, della mia età adulta. Ho vinto io, ho evitato che quel folle farabutto del vecchio capitano ci portasse all'inferno con lui quando, divorato dalla febbre, voleva farci andare alla deriva ed ho manovrato la nave insieme all'equipaggio portandola in salvo nel porto di Bangkok, dopo aver dato un immeritato funerale marino al vecchio pazzo. Anni ed anni al servizio di queste vele, perché è per loro che, in realtà, sono primo ufficiale; mi aspettavo il comando ed invece la mia nave viene affidata ad un novellino, un giovane comandate al primo incarico, un ragazzo con gli occhi di chi non ha ancora attraversato la sua linea d'ombra e, che il Signore ci protegga, probabilmente noi attraverseremo con lui.


A me è sempre piaciuto leggere e qualche tempo fa ho pensato a come sarebbero potuti essere, i libri che mi sono piaciuti, riassunti in un'altra maniera oppure osservati dal punto di vista dei personaggi secondari, per questo sono nati i reloaded.

21 luglio 2011

12 luglio 2011

Quella lì

Qualche tempo fa uscì un libro, si intitolava "L'ora preferita della sera", non mi ricordo l'autrice, mi ricordo che era una donna, credo, non sto qui a cercare con google, faccio la persona onesta, non mi ricordo. Quando uscì il libro mi colpì il titolo, mi dissi che lo avrei letto, cosa che poi non ho fatto ma è un'altra storia e poi potrei sempre rimediare. Il titolo è una cosa importante, l'ho sempre pensato, sta tutto lì, nel titolo, nella prima cosa che colpisce e ti porta ad aprire le pagine e pescare a casa frasi e parole. Ma cosa c'entra? Cosa ci azzecca con questa foto di Polignano, con i colori pastello, le sfumature confuse di mare e cielo? Credo poco o nulla, però, insomma, per me l'ora preferita della sera è quella lì, quando il sole è tramontato solo da un attimo ed è come se si calmasse il mondo, ecco, sì, la mia ora preferita della sera è quella lì.

05 luglio 2011

Amico, perso, twittare

Ancora una volta devo fare una piccola premessa: a fine ottobre del 2009 ho chiesto a voi che mi leggete (quelli che sono rimasti) di propormi tre parole, per l'esattezza un sostantivo, un aggettivo ed un verbo, io poi le avrei usate per scriverci un post. Arrivarono trentaquattro triplette ma ormai avevo promesso e così mi sono avventurato in questa missione. Faccio la premessa perchè, come al solito, tra un post e l'altro ho fatto passare una marea di tempo, i vecchi racconti li potete leggere qui e questo di seguito è quello nuovo.

Il post dalle tre parole di Zion


Every whisper of every waking hour

Che ore saranno? Le due? Le tre? Ho twittato l’ultimo messaggio ed ho chiuso gli occhi un momento, devo essermi addormentato. Mi stropiccio le palpebre con il pollice e l’indice della mano destra per cercare di far andare via quel fastidio fisso, in mezzo agli occhi. Guardo lo schermo del computer, sono le tre di notte ma potrebbe essere mezzogiorno o le cinque del pomeriggio e non cambierebbe nulla in questa notte artica senza fine. Mi tocco una guancia e sento la barba ispida e dura, chiaramente rasata male, non so più quanti giorni fa ma potrebbe anche essere stato stamattina; sarà per la posizione estrema ma il tempo da queste parti diventa un concetto relativo, scorre lento, talmente lento da addormentare anche i pensieri, forse è per questo che sono venuto qui, non me lo ricordo più. Mi appoggio allo schienale e sparisco per metà dal cono di luce della lampada da scrivania che crea un’isola definita nel mare color pece del buio; cerco di ricordarmi cosa mi ha portato lì, un grosso debito di gioco? Un amore perso? Oppure solo la noia? Sei mesi in una base scientifica quasi completamente automatizzata al circolo polare artico, a nord di tutto. Sono l’unica forma di vita qui dentro ed ho il compito di monitorare la strumentazione e di comunicare periodicamente su Twitter; con tutta la tecnologia che c’è qui dentro io a cosa servo? Ogni tanto penso che l’esperimento sia su di me e che siano le macchine a monitorarmi e non il contrario, ma in realtà non mi importa. Forse ho accettato perché la paga era buona e non avevo altro di meglio da fare, l’ho detto: noia; non ricordo nemmeno da quanto tempo sono qui, da quanto non parlo con un amico, dal vero, faccia a faccia, magari di fronte ad una birra, qui sarebbe sicuramente ghiacciata al punto giusto. Ricordo che all’inizio, attraverso internet, cercavo di mantenere un contatto con il mondo esterno pensando di ingannare la solitudine ma, come il gelo, alla fine è entrata dentro le ossa e adesso mi limito a mandare i messaggi periodici e a perdere interminabili partite a scacchi con il computer. Ho anche scordato il suono della mia voce; quando ho cominciato parlavo da solo, ripetevo le procedure, elencavo i risultati; tanto per esorcizzare il silenzio che c’è qui dentro che il lieve ronzio delle macchine in funzione non fa che evidenziare ancora di più; poi, poco alla volta è come se quel silenzio, quel ronzio, siano diventati una parte del tutto, come se, da andare in dissonanza, da essere “disturbo”, si siano armonizzati con il rumore dei pensieri fino quasi ad annullarlo ed è piacevole in realtà, è come fondersi con l’ambiente, smettere di essere al centro dell’attenzione e diventare una parte del tutto, abbastanza zen come cosa. In fondo è ironico, si passa la vita a cercare di essere protagonista e poi ti ritrovi che non sei nemmeno una comparsa ma proprio parte della scenografia, una sagoma di cartone, e ne sorridi anche. Forse è semplicemente questo il senso di tutto, avevo speso troppo tempo a rincorrermi che per capire ho scelto di fermarmi, ed è stato allora che mi sono raggiunto ed adesso passo il tempo semplicemente contando ogni respiro che faccio quando sono sveglio. Prima di ricominciare a correre.

21 giugno 2011

Il tuffo

Il cielo è di un azzurro che fa male, sfumato quel tanto che basta per non sembrare finto; guardo la linea esatta dell'orizzonte e mi calmo, arrivo anche ad immaginarmi il silenzio intorno. Il mondo a volte è un posto scomodo, soprattutto con i muscoli sempre in tensione, ed allora tiro su dal naso tutto l'ossigeno che posso e smetto di pensare, giusto il tempo esatto a prendere la misura tra me e l'infinito, fatto di blu scuro e profondo; e poi mi lascio andare ed il volo è un attimo eterno che finisce in una corona di schiuma. Il tempo di un respiro freddo e poi, di nuovo, la luce forte del sole.

13 giugno 2011

57%



Ricordo di aver visto quella partita in tv, per caso, perchè non uscii quella domenica.
Ricordo che, da buon antijuventino, ho goduto come un riccio.
Ricordo che il gesto fu rivolto ad uno dei giocatori che odiavo di più, Tudor.

Ma tutto questo ora non c'entra perchè trovo il video mooooolto più adatto ai risultati elettorali.

GRAZIE DI QUORUM

(lo so, questa è al livello dei peggiori titoli dei quotidiani sportivi)

Quanto a me (perchè, insomma, un po' di news dovrei darle), a parte il bellissimo risultato del referendum che mi sta facendo ridere e sorridere da oggi pomeriggio, sto, come al cazzo ma sto.

03 giugno 2011

Non dimenticar...


Come voterò l'ho già detto un po' in giro ma lo ripeto: tre grosSI SI ed una scheda nulla perchè ritengo che contrastare la privatizzazione dell'acqua ed il legittimo impedimento sia più importanti di quello che avanza.
Voi ricordatevi di andare a votare, è un referendum, l'ultima rappresentanza della democrazia popolare che ci è rimasta e poi, su, non è che c'è da scrivere niente, sono facili facili, quattro fogli con due caselle, uno con un SI e l'altra con un no, voi ci mettete una bella croce sopra e vi sbrigate in 5 minuti...e poi ve ne andate al mare belli tranquilli e SIcuri!

16 maggio 2011

Sintetizzando

- Ma si può sapere cos'hai in questi giorni?
- Eh...
- Eh che?
- Se sapessi...
- Se me lo dicessi...
- Sono un ipocondriaco convalescente.
- In pratica ti stai riprendendo dal non aver avuto un cazzo!
- Lo sai che il tuo dono della sintesi è davvero fastidioso?

11 maggio 2011

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.

Kostantin Kavafis


Vorrei capire tante cose, magari succederà quando avrò smesso di aspettare.

07 maggio 2011

solo una canzone

Hai cercato di capire
e non hai capito ancora
se di capire si finisce mai.
Hai provato a far capire
con tutta la tua voce
anche solo un pezzo di quello che sei.
Con la rabbia ci si nasce
o ci si diventa
tu che sei un esperto non lo sai.
Perché quello che ti spacca
ti fa fuori dentro
forse parte proprio da chi sei.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici "perché no?"
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti "non lo so"
come quando dici "perché no?"

Quante vite non capisci
e quindi non sopporti
perché ti sembra non capiscan te.
Quanti generi di pesci
e di correnti forti
perché 'sto mare sia come vuoi te.

Metti in circolo il tuo amore
come fai con una novità
Metti in circolo il tuo amore
come quando dici si vedrà
come fai con una novità

E ti sei opposto all'onda
ed è li che hai capito
che più ti opponi e più ti tira giù.
E ti senti ad una festa
per cui non hai l'invito
per cui gli inviti adesso falli tu.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici "perché no?"
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti "non lo so"
come quando dici peché no.



No, non è ancora un ritorno...

04 maggio 2011

Manutenzione

Beh, dopo più di quattro anni e mezzo questo blogger ha bisogno di un po' di manutenzione; mi prendo una pausa dal blog, non sarà una cosa lunga, lascio tutto qui.
Buona vita a tutti eh!

03 maggio 2011

Da bambino volevo guarire i ciliegi quando rossi di frutti li credevo feriti, la salute per me li aveva lasciati coi fiori di neve che avevan perduti


Parole tratte da "Un medico" (De Andrè - Bentivoglio - Piovani), traccia numero 6 del meraviglioso disco del 1971, "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo" che si ispirava alla Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters...Alligatò, mo non fare il precisetti come al solito!!!

27 aprile 2011

Libro, rispondere, incantevole

Una piccola premessa per i nuovi lettori (ed una rinfrescata di memoria ai vecchi, se ce ne sono ancora); il 25 ottobre 2009, in preda al timore di avere l'ispirazione molto stanca ho chiesto ai miei amati lettori di propormi tre parole, per l'esattezza un sostantivo, un aggettivo ed un verbo, e poi io ci avrei scritto un post. Oltre le mie più rosee aspettative mi sono state proposte trentaquattro triplette di parole ed io mi sono ripromesso che avrei scritto un post per ognuna delle trentaquattro triplette. E' passato un sacco di tempo e più della metà dei post è stato scritto, li potete leggere tutti cliccando qui ma ne ho ancora altri da scrivere: una promessa è una promessa no? Questo è uno di quei post.

Il post dalle tre parole di Shaina


Il senso del dubbio

Mi chiamo Domenico Malatesta, ho compiuto cinquantatre anni ed insegno matematica al liceo. I miei amici ed i colleghi affermano che sono all'antica perché dico ancora “incantevole” davanti ad un tramonto ed uso l'acqua di colonia, faccio passare prima le donne e sull'autobus mi alzo per far sedere gli anziani; anche se, ormai, dovrei far parte anch'io della categoria. Insegno matematica da oltre venticinque anni ma amo le parole tanto quanto i numeri, infatti alla fine dell'anno scolastico, all'ultima lezione, dopo mesi di teoremi e studi di funzione e di segni astratti che compongono una lingua a parte, leggo un lungo passo di un libro. Non dico subito il titolo, solo al termine, consapevole che, nella maggioranza dei casi poi il libro verrà scovato in qualche libreria e letto tutto; “L'Aleph” di Borges, “Il barile di Amontillado” di Poe oppure “Ultimo viene il corvo” di Calvino o altri ancora. Dopo aver finito di leggere chiedo sempre, ai ragazzi, la stessa cosa; domando loro quanta matematica c'è nelle parole. Mi diverte il loro smarrimento prima di rispondere, quella perplessità in cui ci si chiede se si è inteso bene la domanda e quale possa essere la risposta. Lo si legge negli occhi, il senso del dubbio, la necessità di elaborare una risposta anche solo con la fantasia; adoro quel brillare negli occhi perché significa che tutte le parole che in un anno ho donato loro, gli ho tirato in faccia o costretto ad ingoiare; anche avessero la forma di numeri o segni astratti, sono servite a qualcosa; significa che ho vinto.

22 aprile 2011

Made in China 4

Niente da fare, la crisi non stenta ad allentare la presa e mentre in politica ci si interroga se modificare l'articolo 1 della Costituzione o abrogarla direttamente qui c'è chi non arriva alla fine del mese e deve ingegnarsi. Per fortuna ci sono sempre i miei amici cinesi pronti a pagarmi qualcosa per dei blog taroccati, dopo i primi, i secondi ed i terzi ne ho pronti altri, tutti per loro:

Il blog dell'allagatore: Sito vetrina di un esperto nel procurare lavoro agli idraulici

La cerchiatura del quadro: Blog di un corniciaio con la fissa per le cornici rotonde

Siiclemente: Raccolta di frasi per chiedere perdono

Finchè c'è Rita...: Diario di un marito che sta bene solo se c'è la moglie

Il rantolo della vaiassa: Le confessioni di una donna sguaiata e volgare raccolte prima che esalasse l'ultimo respiro

Il blog di chi?: Misterioso diario online di cui non si conosce l'autore


Ogni tanto mi viene la stupidera e mi piace divertirmi così, questo è per augurare a tutti voi una bellissima e felicissima Pasqua!!!

17 aprile 2011

Ancora fottutamente attuale...



Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano

non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare

i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno

la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo

la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ‘’tua culpa’’
affollarono i parrucchieri

Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ‘’Baffi di Sego’’ che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta

11 aprile 2011

Ma come le fanno le matite al giorno d'oggi?!

Stamattina sono andato a comprare una di quelle matite del Bologna, quelle rosse da un lato e blu dall'altro, avete presente? Quelle che usavano i professori per segnare gli errori dei compiti in classe e tu stavi lì a controllare quanti ce ne erano di blu e quanti di rossi e da lì calcolavi, attraverso una equazione conosciuta da tutti gli studenti, la gradazione di viola dei lividi delle mazzate che avresti preso per quegli errori. Quando sono uscito di casa ho visto il cielo terso, il sole splendente e la brezza primaverile e mi sono detto: Perchè entrare subito in ufficio? Quasi quasi mi vado a comprare una di quelle matite del Bologna, quelle rosse da un lato e blu dall'altro, quelle che usavano i professori una volta, quando i risultati dei compiti non te li davano su facebook. In realtà mi chiedo tutti i giorni perché entrare subito in ufficio, anche in quelle giornate in cui piove e fa freddo. Uso quelle matite sul lavoro, no, non segno in blu o in rosso gli errori sulle dichiarazioni dei redditi dei miei clienti, no, le uso quando mi preparo su un qualsiasi argomento, è un'abitudine che ho preso a Milano, è come se dicessi al mio cervello: concentrati moltissimo sulle cose in rosso e molto su quelle in blu e visto che mi piace prepararmi bene cerco di dire al mio cervello di stare il più attento possibile, gli prometto anche un po' di endorfine come zuccherino se si comporta bene. Il cielo era terso, il sole caldo e mi sono incamminato verso una cartoleria, avrei potuto recarmi alla cartoleria di un mio amico ma sarei finito nel mercato settimanale, sia chiaro, non c'è niente di male nel mercato settimanale ma c'è quel chioschetto di salumi e formaggi a metà percorso che emana un odore di pecorino di fossa che alle nove del mattino mi mette fame e poi non avevo voglia di fauna locale di primo mattino ed allora sono andato ad un'altra cartoleria. Visto che è anche la mia edicola di fiducia ho comprato l'ultimo numero di Topolino dato che avevo saltato l'uscita di mercoledì scorso; certo i giornali li vende anche il mio amico ma ci vado da anni lì, perchè cambiare? Insomma avevo pure da prendere il Topolino ed infatti mentre camminavo sotto il cielo terso nella brezza primaverile, mi chiedevo se mercoledì il Topolino lo avessi preso oppure no ed infatti non lo avevo preso. Il Topolino esce il mercoledì ed è una vita che fa parte delle mie letture, mica posso saltare un numero no? Insomma entro e, dopo aver preso l'ultimo Topolino che era proprio come pensavo e non lo avevo ancora preso, chiedo una di quelle matite del Bologna, quelle rosse da un lato e blu dall'altro, quelle che usavano i professori per correggere i compiti ed io utilizzo per studiarmi leggi, libri e circolari. Sulle prime sembra che di queste matite non ce ne siano più perchè hanno poco mercato ed ho pensato che ormai i ragazzi fanno tutti errori rossi e quindi le matite bicolori non servono più; poi però, in uno degli anfratti di un sottocassetto di qualche stipo l'edicolante ha trovato una scatole di queste matite del Bologna, quelle rosse da un lato e blu dall'altro, una scatola nuova nuova di dodici matite rosse e blu che sembravano i giocatori del Bologna con uno in più in campo. Che poi, ora che ci penso, ma si chiama edicolante? Cioè, di nome fa Umberto ma, visto che mi stava vendendo una matita, posso dire "l'edicolante" o devo dire "il cartolaio"? Però mi ha anche venduto il Topolino, e quindi? "Edicolaio"? "Cartolante"? Bel dubbio, la prossima volta pago a parte il Topolino. Insomma prendo Topolino e matita e pago tre euro e trenta che, visto che il Topolino costa due euro e trenta, mi viene una matita del Bologna che costa un euro. La matita era di quelle grosse, quelle che si temperano nel buco grosso dei temperamatite doppi, avete presente no? Quelli che sembrano la faccina perplessa che si mette nelle chat, quella fatta con la "O" maiuscola e la "o" minuscola e l'underscore nel mezzo; io la volevo proprio così perchè ho proprio quel temperamatite ma solo matite normali, in ufficio, e mi sembrava un po' uno spreco avere il temperamatite doppio ed usare un buco solo. Me ne torno in ufficio respirando il più possibile l'aria tersa e la brezza primaverile che, diamine, è un po' esagerata all'ombra, meglio andare per la strada al sole che mi riscaldo un po'; torno in ufficio e mi metto alla mia scrivania e prendo tutto contento il temperamatite doppio ed inizio a fare la punta al lato blu, non so perché ma ho cominciato dal lato blu, la matita non era stata pretemperata, aveva le due punte piatte, esagonali con la mina bene al centro. Ho temperato e temperato e quando stavo per fare una bella punta, la mina si spezza, e ricomincio e giù di nuovo la punta che avevo fatto con tanta fatica; intanto sulla scrivania avevo più riccioli del pavimento di un barbiere. Ho ottenuto una punta utilizzabile quando la parte blu è già più o meno la metà di quella che era prima e comincio con la rossa; forse la mina rossa la fanno più resistente perché la punta mi viene un po' più facilmente. Apro il libro alla pagina che mi interessa, "vediamo un po' questa scissione", mi dico. La prima parte della pagina è roba generale, roba da sottolineatura blu, appoggio la matita del Bologna dal lato blu, faccio una leggera pressione e si spezza la mina; a questo punto potrei dire che ho preso la cosa con filosofia ma credo che ci siano ancora l'eco delle mie bestemmie ai produttori di matite del Bologna che si aggira per i corridoi dell'ufficio. Riprendo il temperamatite a doppio buco e tempero per rifare la punta blu chè quel punto del libro non era assolutamente da sottolineatura rossa e mi si spezza circa tre volte e ritempero altrettante volte fino ad avere la punta che mi serve. L'appoggio al foglio e mi viene una bella riga blu che mi riempie di orgoglio, dopo il primo rigo faccio il secondo ma a metà si spezza ancora e mando una bestemmia ad inseguire quelle di prima. Tutto sommato, mi dico, questo punto credo sia importante e meriti la sottolineatura rossa ed appoggio la punta rossa e sottolineo il periodo; l'ho sempre pensato che la parte rossa la facciano più resistente; parto con il secondo periodo e mi tradisce anche lei, si spezza, ma una temperata se l'è meritata, visto come va mentre tempero, si merita anche la seconda e la terza; alla quarta mando due bestemmie sul lato rosso ad inseguire quelle del lato blu, ormai in ufficio schivano bestemmie. Ho sottolineato mezza pagina di un capitolo di un centinaio di pagine ed ho praticamente finito una matita del Bologna, quelle rosse da un lato e blu dall'altro che i professori usavano per correggere i compiti in classe, costata un euro ed ho capito che il buco all'istruzione è colpa delle matite rosse e blu!

05 aprile 2011

Che brutto posto che siamo diventati...



Forse non è più il mio tempo, quasi sicuramente, ma il loro sì, cazzo, che posto siamo diventati se il futuro deve essere così nero?

01 aprile 2011

A te

A te, sì, dico a te, a te che mentre parlava la deputata Ileana Argentin hai detto "non fatela parlare quella handicappata del cazzo", a te che non hai nemmeno avuto il coraggio di mostrarti

MI FAI SCHIFO

e quelli che erano intorno a te, che magari hanno sorriso, magari accennato un applauso, che non ti hanno preso di forza e sbattuto fuori dagli scranni

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO

e quelli del tuo gruppo, quelli che lo sanno che sei stato tu, che magari adesso dicono che non si fa

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO


ed il tuo capogruppo, perché ce l'hai un capogruppo, quello che non ti ha buttato fuori, non ti ha cacciato, non ti ha radiato da qualsiasi elenco del cazzo in cui fai parte

MI FA SCHIFO ANCHE LUI

ed il capo del tuo partito, chiunque egli sia, rincoglionito da ictus o meno che non ti ha ancora mostrato in pubblica piazza e cacciato

MI FA SCHIFO ANCHE LUI

e quelli che ti hanno votato, tutti quelli che ti hanno votato, direttamente o indirettamente e che adesso non chiedono a gran voce le tue dimissioni

MI FANNO SCHIFO ANCHE LORO

Abbi almeno il coraggio di essere un uomo e di dire "sono stato io"

31 marzo 2011

L'uomo che risolve i problemi

Arriva in aereo l'uomo che risolve i problemi, con il jet privato, per essere precisi; lui se la sarebbe fatta a piedi camminando sulle acque ma gli hanno consigliato di tenere un profilo basso. Arriva con il sorriso delle grandi occasioni l'uomo che risolve i problemi, quello di maiolica, abbaglia le prime due o tre file e per sicurezza vengono distribuite maschere da saldatore alle donne anziane. Ha i tacchi alti e il culo basso ma non è la Ramona di Vinicio, è l'uomo che risolve i problemi, non ha avuto il tempo di crescere di più, lui doveva lavorare, crescere è roba per nullafacenti. Fa uno sguardo di commiserazione l'uomo che risolve i problemi, sa bene cos'è la pietà, glielo ha spiegato il suo segretario poco prima di scendere altrimenti si scordava, non ha tempo per queste cose l'uomo che risolve i problemi, lui risolve i problemi, non ha mica tempo di sapere quali. Abbraccia la folla con lo sguardo e bacia i bambini, l'uomo che risolve i problemi, bacerebbe volentieri anche la biondina in terza fila ma l'altro segretario gli ha detto che sarebbe meglio evitare; si è chiesto il perchè l'uomo che risolve i problemi, lui risolve i problemi, avrà diritto anche ad un po' di svago, cribbio! Perchè dice "cribbio" l'uomo che risolve i problemi, lo dice spesso, a volte è come la linea di sottolineatura nelle parole scritte; "io risolvo i problemi, cribbio!". Cammina per le strade l'uomo che risolve i problemi e vede che è stata davvero una visita improvvisata, non hanno fatto in tempo a spargere i petali, per questa volta si accontenta, l'uomo che risolve i problemi, perchè lui è magnanimo; il consigliere gli ha consigliato di fare il magnanimo e lui ha fatto una battuta su quello che c'era da magnare perchè è simpatico, l'uomo che risolve i problemi e ridono tutti alle sue battute, da nord a sud, rientrano un attimo la lingua e ridono. Uno, una volta, ha riso senza rientrare la lingua e se l'è morsa. Dice che in meno di due mesi farà tornare le cose come prima, ha inventato il teletrasporto l'uomo che risolve i problemi, tutta la gente applaude e dice "bravo"; farà tornare il turismo l'uomo che risolve i problemi perchè la gente lì vive con il turismo ed è preoccupata per il turismo; dice che ha comprato una villa, la gente è sempre più preoccupata per il turismo ma applaude e dice "bravo" e le donne dicono "bello" perchè il contratto diceva almeno cinque applausi due "bravo" e qualche "bello" alla bisogna. Torna a casa l'uomo che risolve i problemi, lo riportano sul jet privato e mentre guarda il mare fuori dall'oblò, si volta verso il segretario principale e gli chiede: "Com'è che si chiama il posto dove siamo stati?".



Dedicato ad un'isola meravigliosa e, visto lo stile, con tutti i limiti, ad Ascanio Celestini...

ps
Ho parlato di "meno di due mesi", circa 60 giorni, in realtà ha detto "60 ore"! Probabilmente non ce la faceva nemmeno la parte ironica del mio cervello ad accettare questa cazzata.

22 marzo 2011

Centrali "nuculari"

Sicuramente molti si staranno chiedendo perché non mi sono ancora espresso sulle centrali nucleari (perché tutti voi, la mattina, vi domandate su cosa mi esprimerò, quali pregnanti argomenti toccherò, quali illuminanti considerazioni partorirò...vero?!), però, siete dei bei curiosi eh? Eppure ci sono tanti argomenti su cui non mi sono mai espresso: la precessione degli equinozi, le monocotiledoni, il ripieno dei fichi secchi...no, un attimo, sul ripieno dei fichi secchi mi sono espresso ampiamente. Vabbè, la precessione degli equinozi è un movimento della Terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse; oh, non lo dico io, lo dice wikipedia, io non c'ho nemmeno capito niente in realtà, solo che si scombina tutto, che il Premier sia la nostra precessione degli equinozi? Chi ha detto "No, la nostra rottura di coglioni!"? Vabbè, cosa sono tutte quelle mani alzate? Abbassatele. Comunque non dovevo parlare di precessione degli equinozi, l'argomento all'inizio era un altro. Le monocotiledoni sono...ok, ok, la finisco (avete visto che ho messo pochissime parentesi? (Ecco, avessi finito di dirlo)). Dicevo che non mi sono espresso sulle centrali nucleari nè qui nè in nessuno dei millemila blog che hanno trattato l'argomento, molto di attualità sfortunatamente per la terribile disgrazia avvenuta in Giappone, perchè credo che abbiano parlato tutti tranne chi aveva titolo per esprimersi (che non sono io eh, ma gli esperti, i fisici (ma come, di colpo così serio? No, sono sempre scemo, solo che ogni tanto ho lampi di imbecillità (ok, ok, questa è di Flaiano))). Come la penso io? Non vedo le centrali nucleari come il problema, il problema lo vedo in chi le costruisce, come e dove lo fa; centrali fatte con cemento disarmato su un territorio instabile gestite da soggetti quanto meno inadatti, per non dire di peggio. Il problema sta nel partire già vecchi, con una tecnologia già sorpassata, senza investire anche in altro...insieme a quello. Ma allora tu vuoi le centrali nucleari?! Sì, ne ho giusto una in bagno, ci faccio andare la lavatrice. Vorrei solo che il problema fosse affrontato con il cervello, non con la pancia come si fa dalle nostre parti e soprattutto non mi piace il "Sì ma non nel mio giardino", troppo comodo! Adesso siamo spaventati da quello che è accaduto in Giappone, terribile, davvero terribile ma perché costruire una centrale nucleare su una faglia? Ancora me lo domando, perchè il Giappone è semplicemente l'emersione di due belle faglie che ballano la samba. Poi si parla delle scorie, di dove piazzarle, di dove metterle, altro problema molto importante; come ha giustamente detto la Littizzetto, non riusciamo a smaltire la normale immondizia e crediamo di poter smaltire le scorie? Cerchiamo di essere chiari su questa cosa, il problema non è l'energia nucleare che non è peggiore della termoelettrica, ma gli uomini che devono cercare di produrla, che, per farlo bene, devono rinuciare a far lavorare l'amicodelconoscentedelfratellodelministro, devono rinunciare a risparmiare sul materiale che viene utilizzato, devono rinunciare a prendersi delle belle stecche, devono rinuciare a tutto quello che, secondo loro, ci ha fatto "grandi"; è quello il problema e non la centrale, non la fissione, le barre di uranio e plutonio, l'acqua pesante, gli ioni, ecco, il problema non sono gli ioni, sono i coglioni, se da questi ultimi si potesse ottenere altrettanta energia saremmo i primi esportatori della stessa nel mondo; ci sarebbero i coglionodotti dall'Italia verso il resto del mondo; ne bastano due o tre che appaiono spesso in televisione e vedete quanta energia si produrrebbe! Ora so che magari potrei anche riceve delle gentilissime frasi del tipo, "allora fattela a casa tua la centrale nucleare, coglione!" (tanto per avere un po' di energia da me stesso, vi assicuro che ci sono state occasioni nella mia vita che con una sola frase avrei illuminato New York per tre capodanni consecutivi), io lascio i commenti aperti, sperando di non pentirmente...

17 marzo 2011

09 marzo 2011

Constatando

- Sai, come diceva Kierkegaard...
- Chi?!
- Soren Kierkegaard!
- Il centravanti del Goteborg?
- Il filosofo!!
- Aaah, era detto "il filosofo", allora non era centravanti, era regista!
- Ossignore! Era un filosofo danese del 1800.
- Io di danesi conosco solo i biscotti al burro, quelli che alzano il colesterolo anche solo leggendo l'etichetta della scatola.
- Ho presente ma non c'entra un cazzo. Insomma, vuoi sapere cosa diceva Kierkegaard oppure no?
- Ho qualche speranza che, dicendo no tu non me lo dica?
- Nessuna.
- Ok, cosa diceva Kierkegaard? Sono curiosissimo...
- Diceva: "La vita si può comprendere solo guardando indietro, ma si può vivere soltanto guardando avanti".
- Insomma, come la fai e la fai ce l'hai al culo!
- Il tuo dono della sintesi mi stupisce tutte le volte.

ps
il dialogo è inventato, sono semplicemente due delle mie troppe personalità che parlano tra loro :D

02 marzo 2011

400 parole

Ieri ha piovuto. Tanto. I tergicristalli spostavano secchiate d'acqua ad ogni colpo di spazzola e non facevano nemmeno in tempo a tornare indietro che dovevano spostarne ancora. Ho ripensato che avevo un ombrello, nella preistoria dell'adolescenza. Anche adesso ho un ombrello, anche più di uno ma sono ombrelli comunitari, di tutta la famiglia; nella preistoria dell'adolescenza avevo un ombrello tutto mio, era l'ombrello di mio nonno ed era mio; l'ho voluto quando mio nonno non c'è più stato, e l'ho avuto. Questo ombrello, nero, con il manico di pelle, nera, e la punta in metallo, era grande, da riparare due persone meno due spalle, ma a me non importava perché ero uno e quindi mi riparavo tutto per bene; i vantaggi dell'essere uno. A volte ospitavo sotto l'ombrello qualche amico ma erano passaggi saltuari, la maggior parte delle volte ero uno e mi salvavo dalla pioggia. Se non pioveva ma minacciava di farlo, con nuvole tutte grigie e compatte, portavo il mio ombrello con me e lo usavo a mo di bastone oppure, con la punta di metallo, schiacciavo con estrema precisione le ghiande cadute dagli alberi del viale. Nella preistoria dell'adolescenza, come diceva De Andrè, “mi innamoravo di tutto”, e andavo anche alle feste, anche quelle in maschera, quelle del carnevale; un anno mi sono vestito come Rosario Chiarchiaro, il protagonista de “La patente” di Pirandello, come lo fa Totò in una delle sue interpretazioni. Tutto fatto per bene: l'abito nero, il panciotto nero, la camicia bianca e la cravatta nera con il nodo piccolo, un po' storto ed allargato, i calzini neri e le scarpe nere di suola, i guanti neri, l'occhiale nero dalle lenti piccole e tonde e la bombetta nera, i baffetti neri, rasati con cura dopo averli fatti crescere, in previsione, e poi, come tocco finale, il mio ombrello nero con il manico di pelle, nera. Perfetto. Un giorno ho prestato l'ombrello a mio fratello, doveva andare a fare un servizio con la macchina; quando ho ripreso l'ombrello dalla macchina non era lo stesso, si era confuso, era un semplice ombrello nero con il manico di legno marrone. Credo che si sia rotto quasi subito, forse sentendosi non amato, ed io da allora non ho più un ombrello mio, a volte uso il primo che trovo, a volte preferisco bagnarmi la testa.

Quattrocento parole per il mio post numero quattrocento (comprese queste qui)

17 febbraio 2011

Domanda esistenziale

Ma perché nessuno mette più la scorzetta di limone nei fichi secchi?! Stamattina pensavo proprio a questo; guardate che è una cosa importante, la scorzetta di limone dà quel senso di acidulo e di fresco che contrasta con il dolce del fico secco. Stamattina ne mordevo uno (ok, erano due ma solo perché, per chi non lo sapesse, i fichi secchi si fanno accoppiati: si aprono i fichi dal culo (e questo fa capire che è un cibo molto italiano (mi sa che ho ricominciato col vizio delle parentesi)), si fanno seccare, si mette all'interno del fico una mandorla o, in alternativa, appunto, la scorzetta di limone (certi ci mettono anche i pezzetti di cioccolata ma poi diventa una cosa troppo da gourmet (e aridaje con le parentesi)), e poi, dicevo, si chiudono con un'altra coppia di fichi. Il tocco finale sarebbe spolverarli di cioccolato in polvere ma non chiediamo troppo alla provvidenza). Dicevo che stamattina ne mordevo un...due e mi è subito venuto in mente che più nessuno mette la scorzetta di limone; è piacevolo, quando mordi il fico, sentire la consistenza diversa della scorzetta di limone che ti esplode di gusto in bocca. Sono domande importanti queste, mi dicevo stamattina mentre mordevo i fichi e sfogliavo i giornali, ne va dell'equilibrio di una merenda, sottolineavo a me stesso mentre leggevo di processi e donne e "vado avanti". L'equilibrio di una merenda è importante, direi necessario addirittura, perché da lì dipende l'approccio al pranzo, a come ci poniamo davanti al piatto di pasta o di altro che ci attende verso mezzogiorno mentre cerchiamo in tutti i modi di non ascoltare quello che il telegiornale molto spesso non dice. Insomma mordevo e sfogliavo e guardavo le figure (certe figure di merda che vedevo sul giornale che non vi dico (ma non è che tutte queste parentesi danno fastidio?(mannò, nel caso me lo direste(me lo direste, vero?)))) e mi sono fermato con in mano la coppia di fichi meno un pezzo ed ho guardato il mezzo fico con il segno dei miei denti e dentro spiccava il bianco della mezza mandorla appena morsicata e mi sono subito chiesto perché nessuno mettesse più la scorzetta di limone nei fichi secchi, anche a livello cromatico eh, perché quel giallo che spunta (solo il giallo naturalmente, l'albedo sarebbe troppo amaro), quel giallo che spunta nel marroncino del fico secco, dicevo, ha anche la sua bellezza, è piacevole da vedere mentre osservi il mezzo fico con il calco dei tuoi denti. Sono domande importanti eh, mica pizza e fichi (appunto); a volte non ci si rende conto di quanto tutto questo sia pregnante, uno pensa "ma è solo un fico secco!", e no! A parte che sono due, come ho detto prima, ma pensare una cosa del genere denota una estrema superficialità; il giusto equilibrio palatale è una cosa di vitale importanza perché ne va dell'approccio che abbiamo alla giornata. Sono queste le cose importanti, altro che! Per questo stamattina, mentre sfogliavo il giornale facendo merenda mi sono giusto chiesto il perché nessuno più ormai mettesse la scorzetta di limone dentro ai fichi secchi, voi lo sapere?

11 febbraio 2011

Prima o poi



Oh sì, prima o poi lo faccio, prima o poi lo scrivo un racconto con questa colonna sonora, perché una voce così non va lasciata impunita, un ritmo così incalzante, il brivido che ti viene mentre ascolti guardando altrove, guardandoti dentro. Oh sì, prima o poi le metto in fila queste dannate parole, mentre ascolto la musica e magari muovo il piede e mi viene pure lo sguardo cattivo, tipo quello dei film americani o quello del Freddo di Romanzo Criminale, la serie eh, non il film. Prima o poi faccio ballare le dita sulla tastiera con questa Adele in sottofondo e rotolo anche io nel profondo ché mi viene così facile, ci metto un niente a diventare baratro e ad inciamparci pure ed allora, sì, via parole, una dietro l'altra, una in fila all'altra ché sono le parole ad essere brave, mica io, si mettono in fila, educate e ve le mandano a dire. Prima o poi, sì, lettera dopo lettera metto in racconto 'sta canzone, se lo merita anche solo per la mano che ti fa battere sulla coscia; secondo me parlerà di un omicidio, il racconto dico, parlerà di più di un omicidio e pure di una fuga va, che secondo me questa musica con la fuga ci sta bene e non è così poi? Non fuggiamo comunque tutti? "Da qualcosa" o "verso qualcosa", ma fuggiamo, magari facciamo entrambe le cose contemporaneamente, magari anche dalla stessa cosa. Sì, mi sa proprio che parlerà di questo il racconto, la musica scorrerà sotto e ballerà insieme alle frasi e insieme scenderà nel profondo. Sì, prima o poi mi godrò questa canzone mentre scrivo e dirò alla penna "fai tu che mi fido" e poi mi leggerò quello che ne sarà uscito fuori. Sì, prima o poi scriverò, voi intanto ascoltatela.

Naturalmente non smettete di dirmi i vostri luoghi del cuore, il post precedente è sempre aperto.

03 febbraio 2011

I luoghi del cuore

No, non è un post sul FAI, però nei commenti al post precedente si è parlato dei luoghi e dei ricordi che portano con se, del fatto di legarsi, per un motivo o per un altro, ad un posto in particolare e così mi sono incuriosito; voi ce l'avete un luogo del cuore? Un posto a cui sono legati sogni e ricordi? Penso proprio di sì ed allora, nei commenti, ditemi qual'è e per quale motivo e se avete anche una foto, tanto meglio, linkatela, anche se è vostra (tanto ci sono un sacco di siti di hosting che permettono di farlo) ed io poi li metterò tutti insieme...Sì, sono curioso come una scimmia ma magari poi ci metto anche uno dei miei...