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23 dicembre 2016

Pinuccio Randòm

Pinuccio Randòm, al secolo Giuseppe Milella, ha una macelleria in fondo a via Trevisani e una fiorente attività serale di “fornello improvvisato” sul lungomare. Lo chiamano “Randòm” perché non ha una sede fissa; la sera, quando intorno alle sette e mezza chiude il negozio, carica in macchina una quintalata tra salsiccia e bombette varie, passa da casa a prendere sua moglie Filomena e quattro casse di Peroni da 66cl; casse che basteranno sì e no alle necessità sue, di Filomena e di suo figlio Minguccio, centoventi chili di ventiduenne per un metro e novanta. In macchina ha già pronta la fornacella da campeggio e due bustoni di carbone di legna. A quel punto Pinuccio si avventura sul lungomare e il primo parcheggio libero che trova pianta il suo “fornello improvvisato”, poi chiama suo figlio Minguccio e si fa portare due sacchi di panini che accoglieranno salsiccia e bombette, la galetta da cinquanta litri e tre stecche di ghiaccio industriale in cui verranno messe a dimora le prime otto o dieci Peroni da 66cl, diciamo come aperitivo. Pinuccio controlla da che parte tira il vento e orienta la fornacella che, con l’ausilio di abbondanti spruzzate di alcool etilico, in un attimo si trasforma in una colonna di fuoco e fumo da essere avvistata con facilità dall’Albania; Pinuccio fa abbassare la fiamma, solitamente con un rutto di Peroni ghiacciata, e appronta la prima graticola di carne da arrostire; intanto tra lui, Filomena e Minguccio la prima cassa di Peroni è finita e la seconda è in ghiaccio. L’addetto alle bevande è Minguccio che appena vede che iniziano a scarseggiare si fa il giro di tutte le “società” tra Bari Vecchia, Madonnella e Carrassi e si procura il biondo nettare. Intanto, meglio di uno spot, il profumo della carne sul fuoco fa avvicinare i primi affamati che, alla modica cifra di cinque euro riescono ad avere, a scelta, o panino con salsiccia e Peroni da 66cl “sudata” o panino con bombette con ripieno misto e Peroni da 66cl “sudata”; il menù non è molto vario ma la cosa non sembra interessare molto vista la fila che, solitamente, si forma davanti al “fornello improvvisato”. Il tutto condito dalle massime di vita di Pinuccio che tra un colpo di pinza per girare la carne prima che bruci ed un sorso alla bottiglia di Peroni che porta appesa alla cintura, espone la sua personale weltanschauung in un misto di dialetto e italiano, perché non si sa mai ci siano turisti che non capiscono l’idioma locale. “P’cè la fem’n, la donna, a da iess coom alla Peroon, a va iess S’DAAT”, cosa, il turista, possa capire oltre alla parola “donna” è un mistero chiuso nella testa di Pinuccio ma va da se che il gesto e soprattutto l’espressione allusiva al paragone tra la Peroni che “suda” e la donna non lasciano molto spazio all’immaginazione. A quel punto Filomena, seduta accanto alla galetta delle birre, si fa una risata bitonale da increspare i vetri delle macchine parcheggiate e dice, sempre, “Semb u sceem a da fa” e scambia uno sguardo con il marito che pare promettere fuoco e fiamme. In alcune giornate speciali, solitamente in estate, al posto delle solite salsiccia e bombette Pinuccio mette sulla brace i polpi. Quando vede che la giornata e serena ed il mare piatto chiama suo cugino Giangaspero Menicucci, detto “U Ch’zzaal” per via dello scialo di cozze a Torre a Mare, e gli chiede se la sera andrà a pesca di polipi o se ha uno sbarco di sigarette di contrabbando. Naturalmente al telefono i due cugini usano un codice per non essere intercettati dalla Finanza:

Giangaspero: “Auè Pinù ce je? T’a’ppò?”
Pinuccio: “T’a’ppò Giangà. Ste bbuun?”
G.: “Essèin ce je? Probblem?”
P.: “Ennùd Giagà josc a po’ o a biò? C’a fè?”
G.: “A biò je mazz. A po’, t serv’n?”
P.: “J’arrost Giangà vit c n jakj assè”
G. “E viin pur tu!”
P.: “A sciuut n’acchjaam a nderrlalanz”*

*G.: “Buongiorno Giuseppe che succede? Tutto a posto?”
P.: ”Tutto abbastanza bene Giangaspero. Tu? Stai bene?”
G.: “Ma certo, ma sicuro che non succede nulla? Ci sono problemi?”
P.: “Ma nulla Giangaspero solo mi chiedevo se oggi andrai a polpi o a scaricare sigarette. Che farai?
G.: “Mah, è periodo di magra per le sigarette. Penso che andrò a pescare polpi, te ne servono?”
P.: “Pensavo di fare i polpi arrostiti Giangaspero; sarebbe possibile averne un considerevole quantitativo?”
G.: “Beh ma vieni a darmi una mano, scusa!”
P.: “Mi par giusto, ci troviamo sul Lungomare di Crollalanza”

La battuta di pesca solitamente dura tutta la notte, in una barchetta dal fondo trasparente con una lampada appesa davanti e, dentro, un quantitativo di birra bastevole per la ciurma di un cargo battente bandiera liberiana. Una volta procurati i polpi Pinuccio e Giangaspero solitamente vanno, il mattino dopo, sugli scogli davanti al faro ad arricciarli sbattendoli per intenerirne le carni e, nel mentre, fischiano alle ragazze che prendono il sole. Una volta si trovò a passare lì davanti Filomena e sentì Pinuccio dire ad una ragazza “Moh signorì se vuole do un’intenerita pure a lei”, il suo “MO CA VIIN A CAAAAAAS” (ne riparliamo quando torni a casa) fu sentito fino nell’entroterra di Corato; quella sera non ci fu nessun “fornello improvvisato” e Giangaspero dovette vendere allo scialo, oltre alle cozze, dodici chili di polpi già inteneriti. A parte quella rara eccezione la braciata di polpo è molto richiesta e solitamente la scorta di polpi, panini e birre viene consumata in brevissimo tempo tanto che nasce sempre l’esigenza di trovare altro da mettere sulla brace prima che la clientela delusa passi alla concorrenza, tale Maria la N’Zivosa (non propriamente dedita alle regole base dell’igiene) che frigge le sgagliozze in piazza Ferrarese. Il più delle volte tale mancanza viene colmata mandando Minguccio ad acquistare una quarantina di fette di mortadella spesse un dito che arrostite e condite con olio e limone farciscono i restanti panini. Appare chiaro che l’attività di “fornello improvvisato” non sia propriamente legale non avendo nessuna autorizzazione amministrativa, sanitaria e fiscale se non il benestare dell’arciprete della basilica che passa tutte le sere a benedire il cibo e se ne torna in canonica con due panini e due birre; dunque capita, a volte, che arrivino pattuglie di vigili urbani in assetto antisommossa per far immediatamente cessare l’attività di “fornello improvvisato”; a quel punto solitamente Pinuccio dice che non sta vendendo niente ma è solo un “barbecue di famiglia” e sono tutti parenti. Una volta dovette spacciare due turisti giapponesi per i figli di uno stracugino di suo padre emigrato in Oriente per esportare le cozze crude; per fortuna solitamente il problema si risolve con un paio di panini in amicizia ed una Peroni a giro, tranne quella volta che Minguccio, lievemente alticcio dopo 12 Peroni da 66cl e una bottiglia e mezza di amaro Lucano, scambiò il capo dei vigili per un rapinatore e gli mollò un ceffone talmente forte che il poverino per due giorni chiese se qualcuno avesse preso la targa di chi lo aveva investito. Quella sera finirono tutti in caserma, anche due turisti norvegesi che Pinuccio aveva spacciato per nipoti di terzo letto di sua zia; tornarono a casa con dieci chili di carne avanzata, una cassa di Peroni, quaranta panini, una multa di 570 euro per “fornello abusivo e percosse a pubblico ufficiale” e Filomena svenuta per la vergogna di essere stata portata in caserma.



BUON NATALE A TUTTI!!!

07 giugno 2015

Canicola

Il caldo respira lento tra gli ulivi, nel frinire sfinito delle cicale. Lei è stesa tra le radici accoglienti di uno degli alberi più anziani, le fronde creano un'ombra che dà l'illusione di affievolire l'afa tutto intorno. Lui è seduto al suo fianco, la schiena appoggiata al tronco caldo e rugoso; vorrebbe dire qualcosa, anche di stupido, per rompere il silenzio ma tace e la guarda. Lei ricambia lo sguardo, ha un vestito leggero, bianco, da cui risaltano le lunghe gambe abbronzate; è scalza, i piedi sulla coperta che li protegge dalla terra rossa. Lui è più rigido di quello che dovrebbe, come davanti ad un esame per cui non ci si sente mai preparati, si muove il meno possibile per non farle vedere la sua emozione, come fosse un peccato originale. Lei lo guarda e sorride, lo vede che ha i muscoli tesi, anche lei ma, distesa, si nota meno. Ha i capelli lunghi, sciolti, che le fanno da cuscino e cornice alla testa; lui alza lo sguardo tra i rami a guardare la luce accecante passare tra le foglie. Il tempo è come sospeso in una bolla, forse è l'afa, forse sono loro, ma entrambi pensano che quel silenzio sta pesando troppo e quasi d'accordo esordiscono insieme con un “senti...” sospeso; si fermano e ridono, ognuno adesso vuole che l'altro parli per primo e, di nuovo, sono ad un empasse; lei si morde un labbro, lui respira profondo e come quando ci si tuffa da una scogliera altissima le dice “vorrei il coraggio di raccontarti tutti i brividi che mi dai”. Lei è sorpresa, quasi spiazzata, e non sa che dire; ora nemmeno lui sa bene quello che ha fatto ma, come quando ti tuffi, a metà non puoi mica tornare indietro e come se il suo corpo sapesse meglio di lui quello che è giusto, si piega su di lei e la bacia. Lei quasi non ci crede ma sente se stessa abbandonarsi partecipe. Non esistono più il caldo, la terra rossa, gli ulivi; esiste solo quel bacio e le loro mani che, come una carovana giunta all'oasi, non fanno che dissetarsi l'uno nell'altra. Non si può fermare l'acqua di un fiume in piena, rompe gli argini e le dighe improvvisate e loro, nel frinire sfinito delle cicale, si mischiamo le anime quasi fosse l'ultimo giorno del mondo.

18 agosto 2014

Sospesa...

Il problema del tempo è che anche quando ne hai lui tende a sfuggire, tende a fare come gli spiccioli quando cadono di tasca, rotola sotto i mobili; vola via dalle fessure, come la sabbia. Il tempo, anche quando si dilata, si estende, non basta mai perché quello che dovresti spendere lo sperperi in pensieri che si disperdono in mille rivoli pur essendo sempre il solito fiume. Ho promesso parole da giorni, da mesi, e sono tutte qui, impilate e sovrapposte sopra le mensole della mia testa, come in una polverosa e antica libreria che non vende libri, ma li accumula. Ho mille inizi su mille fogli di carta e nessun senso compiuto; cento bandoli di altrettante matasse e, come un pendolo, oscillo tra tutti i sentimenti senza, per fortuna, stabilizzarmi mai.

La foto l'ho scattata io, con il cellulare, giusto qualche sera fa, a Polignano. Vi racconterò del viaggio, giuro, vi racconterò. Come vi racconterò tante altre cose, prima o poi...

20 giugno 2014

Antenne


La sera si fa spazio dentro il giorno, piano, quasi chiedendo permesso e muta la luce, senza uno stacco, senza un'indecisione.

04 novembre 2013

Che Dio ti benedica

"Fighj mì, mi faresti aprire per favore? Tengo il peis mecher non ci posso passare, in mezzo". La signora potrebbe tranquillamente essere mia nonna, considerando che, come età, potrei essere padre, è bella che anziana. Niente, non c'è barba che tenga, né sguardo cattivo da rabbia che continua ad accumularsi dentro e che non riesco a far esplodere, né fila in banca appena sostenuta: mi guardano e mi chiedono un favore, sanno che non glielo negherò. Anche su gli autobus, sfuggo gli sguardi, altrimenti mi fregherebbero ed i questuanti li passo veloci e dico dei "NO!", fermi, decisi, inutili. "Va bene signora, adesso entro e le faccio aprire", "che Dio ti benedica, figlio mio", ancora? Vabbè che "nipote mio" suonerebbe peggio ma, poi, "che Dio mi benedica?" e lo facesse porca miseria ma mica solo Lui, io due o tre nomi che dovrebbero benedirmi ce li ho, belli, sicuri, piantati in testa. No, non mi ha preso nel giorno giusto la signora, né nella settimana giusta, forse nemmeno nel mese giusto; direi che nemmeno l'anno è quello azzeccato. Fosse stato, che so, cinque anni fa, magari a maggio, tipo di venerdì; ecco, forse sarebbe stato meglio. Che benedizione potrebbe darmi Dio? Mica mi manca niente, almeno così dicono quelli che mi conoscono; oddìo, quelli che davvero mi conoscono lo sanno che cosa mi manca, lo sanno bene; e potrebbe mai, Dio, benedirmi di una cosa che, a quanto pare, a quanto dicono i suoi scriba, non apprezza un gran che? Io non credo proprio. Benedica chi sta male senza conoscere un ministro, chi non lavora e continua a cercare. Benedica chi cerca e non chi se l'è cercata, chiunque sia. Benedica i buoni, non le merde come, invece, a quanto pare, fa; denotando quantomeno un umorismo sottile, direi inglese. La gente mi guarda rientrare e sorride, sorrido anche io, alla fine non avrei mai fatto nulla di diverso, nemmeno quando stramaledicevo anche a voce e non solo dentro, come faccio ora. In banca mi conoscono talmente bene che chiamo tutti per nome "Giampà potresti aprire alla signora? Grazie". In fondo lei che colpa c'ha? Mica è colpa sua se mi girano i coglioni. Lei c'ha solo la faccia di una, poverina, che si trova davanti una cosa che non capisce e vuole solo una mano. "Che Dio ti benedica!", e due. Magari ti ascolta signò, magari chiude pure un occhio, che tanto lo chiude pure spesso, e mi benedice un po' e magari mi addrizza il cervello, o magari mi ascolta un attimo, o parla a qualcun altro e gli spiega due o tre cose sull'illinearità della vita. Ecco signò, io ti ringrazio, ché una benedizione dal Gran Capo mica te la danno tutti i giorni, no; a me, al massimo, mi stramaledicono o, peggio, mi ignorano con una facilità che fa male. Ti ringrazio signora che potresti essere mia nonna, alla fine la benedizione di Dio mi starebbe proprio bene ma 'sta carta me la gioco come voglio, non è che poi se la tira indietro perchè non la uso per cose serie eh?! Siam chiari! Sorrido alla signora, in fondo voleva solo una gentilezza e non m'è costato niente farla, nonostante, forse, essere una merda sarebbe meglio.

23 maggio 2012

Vent'anni

Scusate se non si sente benissimo ma non potevo non mettere la versione fatta al mio paese, di questa splendida canzone, io ero lì in mezzo!

05 agosto 2011

Dialetto per principianti - lezione 4

Vista l'aria di vacanze non vi voglio tediare (ma? Ma? Vi annoiate con le mie lezioni di dialetto?! Studiate che vi interrogo!) con una lunga lezione ma mi limiterò ad analizzare un singolo modo di dire che può venire utile in molte occasioni:

p'ghjall m'bacc'o'nas

La traduzione letterale sarebbe "prenderlo sulla faccia e (nello specifico) sul naso" ma il significato è "Oibò (bello Oibò eh?), oibò, mi aspettavo che la cosa andasse in tutt'altra maniera, positiva, ed invece, oibò (repetita juvant), è andata nella maniera peggiore". Tale affermazione può essere usata sia riferito a se stessi, in maniera riflessiva e autocritica: u so p'ghjaat m'bacc'o'nas. Ad esempio:

Mi sovviene adesso alla mente che avevi un colloquio di lavoro, orsù (è bello quasi quanto oibò, dite la verità) dimmi, com'è andata? - koum è sciout u kolloqu'j pu fateik?
Guarda, mi sono presentato molto preparato e vestito in maniera acconcia ma mi hanno detto che la posizione non era più disponibile, ed infatti ho scoperto che era stata assegnata al figlio del maresciallo dei carabinieri della locale stazione che non ha nemmeno la terza media. - U sò pìghjaat m'bacc'o'nas.

Ma la forma riflessiva è utilizzabile non solo su istanza di parte, come risposta ad una domanda, ma anche come affermazione solitaria nel caso in cui la situazione necessiti di tale affermazione; ad esempio, giorni addietro avete visto un capo di vestiario che vi interessa molto e che è anche scontato, in un negozio del centro; non vi siete fermati subito ma avete detto a voi stessi che quanto prima sareste dovuti tornare per comprarlo; prendete la decisione in un assolato pomeriggio di canicola estiva e fate una decina di chilometri fino ad arrivare di fronte al negozio che reca il cartello "chiuso per ferie"; in tal caso la suddetta affermazione sorge spontanea alle vostre labbra con un Mooo, u sò p'ghjaat m'bacc'o'nas! a cui aggiungerete stramuort vari come riempitivo.

Naturalmente la nostra amabile esclamazione può essere utilizzata anche per rivolgersi a terzi provocando un subitaneo senso di spiazzamento in chi la riceve; esempio:

Mi scusi, buon uomo, stavo già parcheggiando io lì - Auè, u mè! M stæv a mett jì dè
Mi dispiace non l'avevo vista ma ormai ho parcheggiato - E ji t so fr'k't, mo ce uè?!
Vediamo cosa ne pensa quel vigile che sta arrivando - Schæm, v'deim c deisc u guard'j mo, a veit?
Guardi che qui è divieto di sosta, non può parcheggiare - A mak'n dò na pout stè, te fè a condravvenzioun
Ecco, le sta bene! - Pighjl m'bacc'o'nas!

Vedete dunque quanti utilizzi ha? Sbalordite i vostri vicini di ombrellone facendovi ascoltare mentre, leggendo delle ultime peripezie giuridiche del Premier, esclamate Pighjl m'bacc'o'nas!; al massimo, se preferite dare più enfasi, dite Pighjl n'goul! Tanto siamo tutti maggiorenni.

Nella vita, in fondo, prima o poi capita a tutti di p'ghjall m'bacc o nas...

12 luglio 2011

Quella lì

Qualche tempo fa uscì un libro, si intitolava "L'ora preferita della sera", non mi ricordo l'autrice, mi ricordo che era una donna, credo, non sto qui a cercare con google, faccio la persona onesta, non mi ricordo. Quando uscì il libro mi colpì il titolo, mi dissi che lo avrei letto, cosa che poi non ho fatto ma è un'altra storia e poi potrei sempre rimediare. Il titolo è una cosa importante, l'ho sempre pensato, sta tutto lì, nel titolo, nella prima cosa che colpisce e ti porta ad aprire le pagine e pescare a casa frasi e parole. Ma cosa c'entra? Cosa ci azzecca con questa foto di Polignano, con i colori pastello, le sfumature confuse di mare e cielo? Credo poco o nulla, però, insomma, per me l'ora preferita della sera è quella lì, quando il sole è tramontato solo da un attimo ed è come se si calmasse il mondo, ecco, sì, la mia ora preferita della sera è quella lì.

03 maggio 2011

Da bambino volevo guarire i ciliegi quando rossi di frutti li credevo feriti, la salute per me li aveva lasciati coi fiori di neve che avevan perduti


Parole tratte da "Un medico" (De Andrè - Bentivoglio - Piovani), traccia numero 6 del meraviglioso disco del 1971, "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo" che si ispirava alla Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters...Alligatò, mo non fare il precisetti come al solito!!!

21 novembre 2010

Come si incontra una canzone?



Led Zeppelin - Whole Lotta Love

Come si incontra una canzone? Una di quelle che entreranno nella nostra personale classifica intendo, quelle che diremo mi piace davvero un sacco, come capita che le incontriamo? Le vie sono tantissime, come le ipotesi della vita. Questa canzone qui, per esempio, uno potrebbe pensare che io l'abbia ascoltata la prima volta grazie ad un fratello maggiore o che, magari, sia avvenuto grazie ad uno di quei ripescaggi radiofonici che, ogni tanto, alcune radio fanno, fottendosene dei dati di ascolto. Ed invece no, questa canzone ha una storia un po' divesa; qualche anno fa, su una delle tante televisioni locali che affollano il palinsesto, andava in onda una sit-com parodia di "ER - Medici in prima linea", si chiamava "ER - Medici al capolinea" tutta interpretata da attori teatrali della vecchia comicità barese. La sit-com ebbe anche un discreto successo, anche perché era molto divertente, ma questo cosa c'entra con la canzone? Ora ci arrivo; uno dei personaggi si chiamava Picciafuoco, era un classico malavitoso della vecchia guardia di Bari vecchia, uno, in fondo, dal cuore d'oro e che riusciva a procurare di tutto. Un giorno il capo infermiere gli chiede se potesse procurargli una canzone e gli chiede questa dei Led Zeppelin; ricordo la scena, il malavitoso non la conosce e l'infermiere gli suona il riff iniziale con la bocca; basta una telefonata ed arriva un cd, l'infermiere non ci crede, lo mettono nella radio e sento per la prima volta quella canzone dei Led Zeppellin, da lì a cercarla su internet è stato un attimo. E voi, voi avete qualche storia particolare del vostro incontro con una canzone?

11 ottobre 2010

Dialetto per principianti - lezione 3

Sono tornate!!! Ebbene sì, dopo quasi tre anni di silenzio sono tornate le mie lezioni di rutiglianese, il nuovo esperanto del blog; tornate...una è tornata, ora vediamo se seguiranno anche le altre. Ricapitolando, per seguire un po' meglio vi consiglio di rivedere la lezione 1 dove sono stati affrontati i pronomi soggetto - pronoum soggiett e il verbo essere - verb iess; e la lezione 2 dove vi ho spiegato gli articoli ed il verbo avere - verb avè.

Perché imparare il rutiglianese? Ma che domande fate?! Volete mettere l'influenza che avrete sui vostri amici dicendo "rutt p' rutt, r'mbim'l tutt!" invece del classico "Abbiam fatto trenta, facciamo trentuno"? La poesia che spargere quando vi chiederanno: "Cosa si mangia?" e voi, invece di rispondere: "Ho fatto un piatto tipico delle Puglie, teglia di cozze e zucchine condite con sugo e formaggio", risponderete un esplosivo "Kozz, k'k'zell e iouv k' souk e f'r'magg"? Seguite le mie lezioni e tutto questo rientrerà nel vostro patrimonio culturale, se amate le lingue non potete non parlare il rutiglianese che, comunque, vi permetterà di muovervi agevolmente anche nel quadrilatero del lampascione: Binetto-Bitritto-Bitetto-Toritto.

Iniziamo la lezione di oggi con i nomi dei parenti

i parenti - a famigh'j
il padre = u attaan
tuo padre = d'attand
mio padre = attan'm
la madre = a ma'mm
tua madre = ma'm't
Vi prego di prestare molta attenzio all'uso di ma'm't poiché lo stesso viene anche usato, enfatizzandolo molto, come risposta ad un offesa o come offesa diretta ad esempio:
U se ka si propr'j nu kigh'joun? - Ma sai che sei davvero uno stupido? (lett. coglione)
Ma'm't! - A chi diamine hai dato dello stupido?! A me?! Ma lo sai che tua madre si preoccupa di soddisfare genti per pochi spiccioli? (Sì, noi rutiglianesi abbiamo il dono della sintesi),
oppure: Si viene sorpassati in malomodo da un'auto mettendo anche a rischio la nostra incolumità, si abbassa il finestrino e si urla MA'M'T!!!
mia madre = mammà

Prima di continuare con gli altri parenti necessita fare una precisazione su i nomi dei genitori; in rutiglianese, per enfatizzare il ruolo di capo della famiglia svolto da entrambi, al posto di attan'm e mammà si utilizzano u boss e a boss.

il fratello = u frat
tuo fratello = fratt
mio fratello = frat'm

la sorella = a sour
tua sorella = sor't (vale, per la sorella, quanto detto sull'uso della mamma nelle offese)
mia sorella = sor'm

per il nonno e la nonna non c'è differenza di genere se non nel generico dove cambia, naturalmente, l'articolo:
il nonno = u nonn
la nonna = a nonn
tuo nonno/tua nonna = non't
mio nonno/mia nonna = non'm o nono'nn

stessa cosa per lo zio e la zia:
lo zio = u z'j'n
la zia = a z'j'n
tuo zio/tua zia = zian't
mio zio/mia zia = zian'm

stessa cosa per il cugino e la cugina:
il cugino = u k'ggein
la cugina = a k'ggein
tuo cugino/tua cugina = k'ggin't
mio cugino/mia cugina = k'ggin'm
il procugino (cugino di secondo grado) = u strak'ggein

la nuora = a nour
tua nuora = nor't
mia nuora = nor'm

il genero = u scier'n
tuo genero = scenn'rut't
mio genero = scenn'rut'm

il suocero = u su'ækr
la suocera = a s'rouk
vi prego di non prestare orecchio alla corrente di pensiero che vuole, per suocera, il termine a bagash perchè risulta offensivo
mio suocero/mia suocera = so'kr'm
tuo suocero/tua suocera = so'kr't

passiamo ora alle declinazioni del verbo trovare
VERBO TROVARE – VERB AK’JE'

Modo indicativo - Moud ndikateiv Presente – Pr'send
io trovo – ji jak’j
tu trovi – tu jak’j
egli/ella trova – jidd/jedd jak’j
noi troviamo – nu ak’j’m
voi trovate – vu ak’jeit
essi trovano – jour jak’jn

Passato prossimo - Pass’t norm’l
io ho trovato - ji agghj ak’jt
tu hai trovato - tu ie ak’jt
egli/ella ha trovato - jidd/jedd j’v ak’jt
noi abbiamo trovato - nu aveim ak’jt
voi avete trovato - vu aveit ak’jt
essi hanno trovato - jour jav’n ak’jt

Imperfetto - M’berfet
io trovavo – ji ak’j’v
tu trovavi – tu ak’jeiv
egli/ella trovava – jidd/jedd ak’jæv
noi trovavamo – nu ak’jemm
voi trovavate – vu ak’jeit
essi trovavano – jour ak’jev’n

Trapassato prossimo - Trapass’t norm’l
io avevo trovato - ji avæv ak’jt
tu avevi trovato - tu aveiv ak’jt
egli/ella aveva trovato - jidd/jedd avev ak’jt
noi avevamo trovato - nu avev’m ak’jt
voi avevate trovato - vu aviv’v ak’jt
essi avevano trovato - jour avev’n ak’jt

Passato remoto - Pass’t d’assè
io trovai – ji ak’jibb
tu trovasti – tu ak’jist
egli trovò – jidd/jedd ak’jì
noi trovammo – nu ak’jamm
voi trovaste – vu ak’jast
essi trovarono – jour ak’jar’n

Trapassato remoto - Trapass’t d’assè
io ebbi trovato - ji avibb ak’jt
tu avesti trovato - tu avist ak’jt
egli ebbe trovato - jidd/jedd avì ak’jt
noi avemmo trovato - nu avemm ak’jt
voi aveste trovato - vu avist’v ak’jt
essi ebbero trovato - jour aver’n ak’jt

Futuro semplice - Futour norm’l
io troverò – ji ek’jè
tu troverai – tu ak’jè
egli troverà – jidd/jedd avak’jè
noi troveremo – nu amak’jè
voi troverete – vu itak’jè
essi troveranno – jour innak’jè

Futuro anteriore - Futour anderiour
io avrò trovato - ji evè ak’jt
tu avrai trovato – tu avè ak’jt
egli avrà trovato - jidd/jedd avavè ak’jt
noi avremo trovato - nu amavè ak’jt
voi avrete trovato – vu itavè ak’jt
essi avranno trovato – jour innavè ak’jt

Modo congiuntivo - Moud congiundeiv
Presente - Pr’send
che io trovi – ka ji jak’j
che tu trovi – ka tu jak’j
che egli trovi - ka jidd/jedd jak’j
che noi troviamo – ka nu ak’jeim
che voi troviate – ka vu ak’jeii
che essi trovino – ka jour jak’jn

Passato - Pass’t
che io abbia trovato - ka ji ajiv ak’jt
che tu abbia trovato - ka tu ajiv ak’jt
che egli abbia trovato - ka jidd/jedd aj’v ak’jt
che noi abbiamo trovato - ka nu ajiv’m ak’jt
che voi abbiate trovato - ka vu ajiv’v ak’jt
che essi abbiano trovato - ka jour ajav’n ak’jt

Imperfetto - M’berfet
che io trovassi – ka ji ak’jiss
che tu trovassi – ka tu ak’jiss
che egli trovasse - ka jidd/jedd ak’jass
che noi trovassimo – ka nu ak’jass’m
che voi trovaste – ka vu ak’jast’v
che essi trovassero – ka jour ak’jass’r

Trapassato - Trapass’t
che io avessi trovato - ka ji aviss ak'jt
che tu avessi trovato - ka tu aviss ak'jt
che egli avesse trovato - ka jidd/jedd avess ak'jt
che noi avessimo trovato - ka nu aviss’m ak'jt
che voi aveste trovato - ka vu aviss’v ak'jt
che essi avessero trovato - ka jour avess’r ak'jt

Modo condizionale - Moud condizion’l
Presente - Pr'send
io troverei – ji ak'jiss
tu troveresti – tu ak'jass
egli troverebbe – jidd/jedd ak'jass
noi troveremmo – nu ak'jass'm
voi trovereste – vu ak'jass
essi troverebbero – jour ak'jass'r

Passato - Pass't
io avrei trovato – ji avess ak'jt
tu avresti trovato - tu avess ak'jt
egli avrebbe trovato - jidd/jedd avess ak'jt
noi avremmo trovato - nu avess’m ak'jt
voi avreste trovato - vu avess’v ak'jt
essi avrebbero trovato - jour avess’r ak'jt

Presente - Pr'send
trova tu – jak'j tu
trovi egli – ak'jess jidd/jedd
troviamo noi – ak'j'm nu
trovate voi – ak'j't vu
trovino essi – ak'jass'r jour

Futuro - Futour
troverai tu – ak'jè tu
troverà egli – avak'jè jidd/jedd
troveremo noi – amak'jè nu
troverete voi – itak'jè vu
troveranno essi - innak'jè jour

Modo infinito - Moud infineit
Presente - Pr’send
trovare - ak'jè

Passato - Pass’t
avere trovato – avè ak'jt
Modo participio - Moud particeijp
Presente - Pr’send
trovante - ak'jant

Passato - Pass’t
trovato - ak'jt

Modo gerundio - Moud gerundj
Presente - Pr'send
trovando - ak'jann

Passato - Pass’t
avendo trovato - avend ak'jt

Per concludere, come al solito, un po' di fraseologia, questa volta sull'utilizzo del verbo trovare.

Desiderate qualcosa? Cosa cercate? - Ce sceit ak'jann?
Chi cercate? - C sceit ak'jann?
Si capisce che il "Ce" viene utilizzato per le cose e il "C" per le persone.

Come mai da queste parti? - E tu akkoum t j'akj do?
Andavo in giro senza meta e sono capitato da queste parti - Scæv c'ddann e m so ak'jt

Dove hai messo il biglietto? - Do si miss u b'gliett?
L'ho riposto nel cassetto del comò - U so sh'kaff't jind o t'rett du komò
In mezzo a quel casino? Sarà davvero difficile trovarlo - Miezz a kudd kasein? Vall'a'jak'j mo!

Hey, ma dove hai trovato quel cappotto?? Mi sembra un po' vintage. - Auè, do kazz (rafforzativo) u sì ak'jt kudd kappot?? P r'a'v'dè kudd d nono'nn!
Si vede che non capisci niente, questa è "l'ultima moda". - S væt ka na kapisc nudd (o nu kazz), kess je "l'ultima moda".

Da notare l'utilizzo dell'italiano per fare scena, come i molti intercalari inglesi che vengono utilizzati nel linguaggio comune; servono per denotare che si sono fatte tutte le scuole principali e pure qualche secondaria.

Per oggi può bastare, mi raccomando, st'd'jeit! (studiate!)

23 settembre 2010

Il quinto dice non devi rubare...

Anche perché rischi di fare una gran figura di merda!



"Si è incastrato in un vicolo di Martina Franca, in provincia di Taranto, con l'auto che aveva rubato. Proprio mentre tentava di sfuggire all'inseguimento della Polizia. A quel punto si è visto perso ed ha abbandonato l'abitacolo dal finestrino, prima di scomparire nelle campagne circostanti. Così il ladro maldestro è riuscito a scampare alle manette ma ha dovuto lasciare il suo bottino"

articolo di Mario Diliberto preso da Repubblica.it Bari