Rivoli
Le mie vite
dentro alle parole
voglio perdere
29 novembre 2014
26 novembre 2014
Esercizio n. 4
Un interno
La stanza è piccola, il pavimento è fatto di assi di legno consumate dall’usura e le pareti, di un celeste chiaro, ospitano diversi quadri, tra cui un paesaggio e due ritratti. Un letto singolo prende tutto lo spazio della parete alla destra della porta, è in legno, con testiera e pediera ed ha su una coperta rossa. All’angolo opposto, alla sinistra del letto, un tavolino con su un catino ed una brocca azzurra fa da toeletta, alle sue spalle, appeso accanto alla finestra, uno specchio e, sulla parete a sinistra, quasi addossato, un chiodo regge un telo per asciugarsi. Alle spalle del letto, che è quasi attaccato al muro, una stretta asse con dei chiodi fa da appendiabiti. A fare da comodino una sedia di paglia e un’altra fa da seduta, un po’ discostata dal tavolino.
Un esterno
Un bosco immerso nelle tenebre, sulla riva di un placido lago dalle acque scure; è sormontato da un cielo luminoso puntellato di candide nubi bianche creando un’innaturale frattura tra luce e buio. Giusto davanti al lago una grande casa di tre piani; un solitario lampione ne illumina il davanti ma la sua luce non va oltre il piano terra e solo due spicchi del primo piano; sembra quasi che una tettoia, giusto sopra il lampione, crei un cono di buio. A sinistra del lampione un albero che supera, in altezza, tutti gli altri del bosco; l’albero, con le sue fronde, copre tutto il secondo piano. Alle sue spalle, immerse nell’oscurità, due finestre aperte da cui proviene una debole luce lasciano intuire la presenza di un’altra ala della casa.
25 novembre 2014
Facciamo che
Facciamo che oggi non è la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che non c'è bisogno di una giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che ogni giorno lavoriamo per eliminare la violenza contro le donne.
Facciamo che chiamiamo violenza non solo il picchiare ma anche l'offendere, il deridere, lo sminuire, l'umiliare, il sottomettere.
Facciamo che i violenti non li chiamiamo uomini ma merde, come vanno chiamati.
Facciamo che non giriamo la testa dall'altra parte, mai.
Facciamo che fermiamo i carnefici.
Facciamo che smettiamo di essere vittime.
Facciamo che non speriamo nei cambiamenti che non esistono.
Facciamo che quando vediamo qualcuno essere violento lo blocchiamo.
Facciamo che quando qualcuno si vanta di essere "uomo" lo facciamo sentire una nullità.
Facciamo che stiamo attenti a tutti i possibili segnali.
Facciamo che non ci stiamo zitti perché "tanto va così".
Facciamo tutte queste cose.
Facciamone anche una sola ma
FACCIAMO.
Facciamo che non c'è bisogno di una giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che ogni giorno lavoriamo per eliminare la violenza contro le donne.
Facciamo che chiamiamo violenza non solo il picchiare ma anche l'offendere, il deridere, lo sminuire, l'umiliare, il sottomettere.
Facciamo che i violenti non li chiamiamo uomini ma merde, come vanno chiamati.
Facciamo che non giriamo la testa dall'altra parte, mai.
Facciamo che fermiamo i carnefici.
Facciamo che smettiamo di essere vittime.
Facciamo che non speriamo nei cambiamenti che non esistono.
Facciamo che quando vediamo qualcuno essere violento lo blocchiamo.
Facciamo che quando qualcuno si vanta di essere "uomo" lo facciamo sentire una nullità.
Facciamo che stiamo attenti a tutti i possibili segnali.
Facciamo che non ci stiamo zitti perché "tanto va così".
Facciamo tutte queste cose.
Facciamone anche una sola ma
FACCIAMO.
23 novembre 2014
Intermezzo
Il Talmud dice che chi uccide un uomo uccide il mondo intero; siamo noi a rendere il mondo il posto che è. Vale per tutto, vale per tutti e non serve sbattersi per l'universo tutto se poi chiniamo la testa per noi stessi.
Punto.
20 novembre 2014
Esercizio n. 3
Un pettine d’avorio
Di mio nonno ricordo la schiena, quando, seduto sulla sua sedia di paglia, al tavolo da lavoro, aggiustava tutto quello che si rompeva in casa. Si era ricavato un laboratorio nel garage e ci si rintanava lì ogni volta che poteva; mi permetteva di stare con lui a patto che non lo disturbassi ed allora mi mettevo lì, leggevo i miei fumetti e lo osservavo; non diceva una parola, concentrato nell’aggiustare quello che aveva sotto le mani; una volta gli chiesi “Nonno, tu sai aggiustare tutto?”, si fermò e si girò a guardarmi, mi disse “Non tutto si può aggiustare” e senza aggiungere altro tornò a quello che stava facendo. Non era di molte parole, il nonno, non aveva amici e non usciva mai, da quando era morta la nonna non andava nemmeno più a messa; non che prima ci andasse volentieri, diceva che, se c’era uno Dio, era in debito con lui e gli doveva delle spiegazioni; però la nonna lo costringeva e lui non sapeva dire di no alla nonna. Se non stava nel suo laboratorio si metteva a guardare fuori dalla finestra e stava fermo così per ore; mio padre diceva che il nonno non era più lo stesso da quando era tornato dalla guerra ma mi aveva proibito di fargli domande in merito. In casa non si parlava mai della guerra, solo una volta la nonna mi raccontò che il nonno, tanto tempo prima, aveva nascosto lei e mio padre in un rifugio in montagna e una notte, uscendo a cercare qualcosa da mangiare, era stato preso dai soldati e mandato in un posto brutto chiamato Buchenwald, da cui era riuscito a tornare solo dopo anni. Mio nonno, in realtà, non aveva molta voglia di parlare di qualsiasi cosa ma se gli facevo una domanda mi rispondeva sempre e non si arrabbiava mai. Una volta, mentre guardava fuori dalla finestra, gli chiesi cosa facesse e mi rispose “Aspetto”, “Cosa aspetti nonno?”, “Il passato”, e quando gli dissi che, se era passato, allora non poteva tornare, mi guardò negli occhi, mi sorrise lieve e mi disse “Un sasso lanciato in uno stagno continua a produrre onde concentriche anche quando il sasso ha ormai toccato il fondo; così sono le azioni che facciamo, producono effetti anche tanto tempo dopo che sono state compiute” e riprese a guardare fuori. Sul momento non capii molto bene quello che voleva dirmi, lo imparai, mio malgrado, tempo dopo. Un giorno eravamo in casa solo io e lui e bussarono alla porta, andai ad aprire ed una signora di mezza età chiese del nonno, si chiamava Maria e disse di essere la figlia di un suo vecchio amico. Chiamai il nonno che si avvicinò e chiese spiegazioni; la signora spiegò di essere la figlia di Arturo Bianchini, a quel nome mio nonno sembrò quasi essere colpito da uno schiaffo, sbarrò gli occhi e dovette mantenersi allo stipite della porta; al mio gesto di aiutarlo mi disse di andare in camera e fece accomodare la signora Maria in salotto. Mi nascosi in corridoio, non avevo mai visto mio nonno così ed ero preoccupato, curioso e preoccupato. Sentii Maria parlare di quel posto brutto, Buchenwald, di come, dopo anni, erano riusciti a farsi restituire alcuni oggetti che erano appartenuti al padre, tra questi anche un diario in cui si parlava anche del nonno, della loro amicizia ed allora aveva deciso di incontrarlo per dargli uno di quegli oggetti perché, pensava, era giusto lo avesse mio nonno. Appiattendomi sul pavimento guardai nella stanza e vidi Maria porgere un oggetto al nonno, era un pettine di avorio; il nonno lo prese come se fosse la cosa più fragile del mondo e ricordo che cominciò a piangere. Senza dire una parola la signora Maria si alzò ed uscì dalla stanza, mi passò davanti ma non mi vide, piangeva anche lei; la sentii chiudersi la porta d’ingresso alle spalle e mi ritrovai nel silenzio; il nonno era ancora seduto, guardava il pettine che aveva in mano e piangeva senza emettere un gemito, senza fare un sussulto, composto; volevo andare da lui ma temetti che si sarebbe arrabbiato e così, cercando di non fare rumore me ne andai nella mia stanza. Il giorno dopo mio padre lo trovò nel garage, la sedia di paglia rovesciata per terra; aveva legato una corda ad una trave del soffitto. Il passato che aspettava era arrivato.
17 novembre 2014
Esercizio n. 2
Scambio di battute
- Ciao.
= Ciao…
- Come va la vita?
= Mah, gira. A te?
- Guarda, non me ne parlare, mi consuma.
= Eh… Ma tu che cosa sei?
- Io sono una saponetta. Vita grama la mia; costretta a ripulire mani sporche delle peggior cose e, nel farlo, a consumarmi. Vita grama la mia, ad ogni paio di mani perdo un po’ di me, mi arrotondo, mi smusso, fino a diventare piatta, un fragile osso di seppia, per poi sbriciolarmi e sparire nella schiuma. Vita grama la mia. E tu, cosa sei?
= Ma vaffanculo va, io sono la carta igienica!
14 novembre 2014
Esercizio n. 1
La bottiglia
Eccoti, arrivi sempre alla stessa ora, mi afferri per il collo, quasi mi strangoli. Mi stappi strappando via il tappo senza nessuna cura e mi avvicini alle labbra, impaziente. Sento il tuo alito di sigaretta, prima di tirare un lungo sorso, di succhiarmi via un po’ di anima, in apnea. Destino crudele nascere bottiglia di whisky, mia cugina sì che è stata fortunata, lei che è una bottiglia di olio la trattano con cura.
10 novembre 2014
I blog comunitari
E che dire? Non ho molta fortuna con i blog comunitari, Senza Quarta, l'ultimo a cui avevo aderito, ha subito una specie di boicottaggio; mi sono ritrovato, insieme ad altri, di punto in bianco ad essere solo autore e non più amministratore. Ho deciso semplicemente di cancellarmi e di cancellare anche quei due o tre post che avevo scritto, peccato, perché era una idea interessante. Alla fine rimango fedele a questo mio blog e continuerò a scrivere qui.
05 novembre 2014
02 novembre 2014
Momenti
Erano forse questo? Quelle dilatazioni e accelerazioni di tempo, quelle vibrazioni, quell'osmosi tra dentro e fuori, tra corpo e anima? No, non c'era, c'è e mai ci sarà nulla di trascurabile in tutto ciò.
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30 ottobre 2014
A volte si fa teatro
"A volte si fa teatro" pensò Paolo una volta chiusa la telefonata, "si modula la voce per non tradire l'emozione; è un gioco di diaframma" e come se stesse esponendo la sua tesi ad un'aula universitaria, si mise la mano giusto al centro del tronco, appena sotto il petto. "Curioso come sia così vicino al cuore, il diaframma", sorrise percependo quella lieve accelerazione attraverso i polpastrelli. "A volte si fa teatro, sì, per rendere tutto meno complicato, per far durare di più la rappresentazione"; si passava il telefono tra le mani senza pensarci, non che scottasse, no, ma come fosse qualcosa di poco conosciuto, quasi fosse diventato comunicazione e non strumento. "Si recita per se stessi, soprattutto se si ha a che fare con chi ti conosce così bene da andare oltre l'attore, oltre l'interpretazione"; questo pensiero gli calmò i muscoli rimasti con quella percepibile tensione e si accorse che, meccanicamente, si apprestava ad uscire all'aria a godersi quella lieve accelerazione.
21 ottobre 2014
Thermarium
L’acqua è calda, traspira vapore, in controluce una lieve foschia bianca ammorbidisce i contorni delle cose. La vasca è quasi una piscina, si estende su tutta la superficie della grande stanza; ti liberi dell’accappatoio bianco in cui sei avvolta e hai quasi un brivido di freddo, o di pudore, ma dura giusto un istante. Metti un piede nell’acqua ed il calore si irraggia lungo la gamba, lo puoi quasi vedere risalire attraverso le vene, fino a raggiungere ogni cellula del tuo corpo; ti immergi fino al collo, ci sei solo tu e l’unico rumore è quello delle piccole cascate ai due lati della vasca che increspano lievemente la superficie. Chiudi gli occhi ed è come diventare tutt’uno con l’acqua in cui sei immersa, ti sembra di perdere anche il nome, di scioglierti. I pensieri che fino ad un momento fa pesavano sulle tue spalle si fanno liquidi, perdono consistenza e peso quasi che anche loro fossero soggetti al Principio di Archimede; alcuni cerchi di prenderli ma, come dotati di vita propria, sfuggono via nuotando, liquidi nel liquido. Il calore ti arrossa il volto come un imbarazzo improvviso, quasi che fuggendo, i pensieri, ti abbiano lasciata nuda a gli occhi di te stessa. Sorridi un po’ stupita di tale nudità dell’anima; di fronte a te una enorme vetrata, lungo tutta la parete, si affaccia sulla valle; i monti, dal verde delle conifere, sulle cime, digradano verso il rosso del fogliame d’autunno dentro un cielo di pennellate azzurro intenso. I pensieri sfuggiti ormai hanno perso anche il nome; ti immergi con la testa sotto il pelo dell’acqua prendendo un respiro profondo e lì ti chiami per nome, così, per ricordare chi sei.
16 ottobre 2014
Il saldo dei debiti
Adesso tu paghi e paghi tutto e paghi per tutti. Paghi anche quello che non sai. Piove su di te e su di me ma a te sembra diverso, anche la pioggia ti sembra un diritto. Il concetto è che non te lo aspetti perché non arrivi nemmeno a crederci che avresti pagato a me; non te lo aspetti e ti colpisco che ancora mi ridi in faccia. Ti colpisco un’altra volta che nemmeno hai smesso di ridere, non hai smesso ma sei a terra, nel fango, nemesi e contrappasso. Ti rialzi o almeno cerchi, mentre dici qualcosa di cui non mi frega un cazzo, mentre ti fermo le parole con la suola delle scarpe; il fango ti è arrivato nei capelli, il sangue negli occhi ma te l’ho detto che paghi tutto e se pensi di saltarmi addosso lo hai pensato più lentamente del calcio che ti arriva nello stomaco. Piove, su di te e su di me, piove così tanto che le pozzanghere sono laghi; piove così forte che a malapena ti vedo ma è il malapena sufficiente per colpirti le braccia mentre sei carponi. Non ti dico mica nulla, no, tanto chi sono, alla fine, non è così importante e poi con la testa nella pozzanghera non sentiresti comunque. Ti tengo la testa sotto con il piede, sbatti le mani e le gambe, cerchi di tirarti su ma non ce la fai; l’acqua fa bolle dense, poi smette. E anche tu.
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13 ottobre 2014
La cifra stilistica
Mi piacciono un sacco le serie tv, si sa, soprattutto quelle gialle e credo di averne viste abbastanza da poter dire che, bravura o meno degli sceneggiatori, ci sono clichè che, spesso, si ripetono. Uno di questi è il classico ritrovamento della lettera del soggetto scomparso con il parente prossimo che dice: "No, commissario, questa lettera non può averla scritta mio marito/moglie/figlia/figlio/madre/padre/sorella/fratello...ecc ecc", con la sicurezza estrema di chi non può sbagliare, di chi è sicuro che quelle parole non siano state scritte dal parente scomparso. Ogni volta che mi capita sotto gli occhi di spettatore questo clichè mi rendo conto che è la verità, almeno per quanto mi riguarda; che a furia di leggere le cose scritte da una persona se ne metabolizza la sua cifra stilistica. Ma che cos'è la cifra stilistica? Praticamente è l'impronta digitale di come scriviamo, è fatta dalle nostre parole preferite, dal nostro personale uso della punteggiatura, dal nostro uso dei verbi, dallo scorrere fluido o meno delle frasi, è il DNA del nostro lessico. Ora, io non sarò Grissom (anche perché non sarei mai stato capace di essere entomologo, sì e no se sarei capace di essere enologo...vabbè...altra storia); non sono Grissom, dicevo, ma a furia di leggere, di leggervi, bene o male conosco le cifre stilistiche di chi leggo; sono pochi i maestri della letteratura capaci di cambiare radicalmente la propria cifra stilistica, di essere altro da sè, tolti questi rari esempi di arte, hanno ragione i parenti degli scomparsi, se non si riconosce la cifra stilistica qualcosa è successo e le possibilità non sono molte. La più probabile è che a scrivere non sia, in realtà, colui che ha firmato; poi c'è il caso in cui, sì, a scrivere sia chi firma ma che si sia (o sia stato) costretto a scrivere quella cosa, in quel modo e poi c'è anche il caso in cui non ci sia nessuna costrizione palese ma che inconsciamente ci si voglia nascondere qualcosa e ci si inventi altro da sè. Quindi, quando vedo qualcosa di scritto che si discosta dalla cifra stilistica di chi lo firma, cifra che, magari, conosco anche meglio della mia, magari il pezzo lo apprezzo pure ma comunque mi chiedo il perché di tale variazione.
Il pezzo è stato offerto dal professor Cal Lightman di Lie to me (che poi è una delle pochissime serie tv statunitensi che non ho mai visto)
09 ottobre 2014
Eunuchicità
Leggenda vuole che quando, all’età di dodici anni, il Bomma venne a sapere che in Medio Oriente gli eunuchi erano addetti al controllo delle donne negli harem decise su due piedi che quello sarebbe stato il suo lavoro, da grande. Si chiamava Bomma perché, quando dovevano decidere il nome, il padre, patito della vela, voleva chiamarlo Timone, per celebrare questa sua grande passione mentre la madre, invece, voleva chiamarlo Pampero. Alla fine la donna convenne che quella del marito fosse una passione più celebrabile e gli chiese soltanto di scegliere un nome meno fraintendibile ed egli scelse “Boma”, solo che l’impiegato dell’anagrafe era di origine sarda e finì per registrarlo come Bomma. Avuta l’epifania sul suo futuro, il Bomma, pieno di eccitazione corse a dirlo a suo padre. Alcuni agiografi raccontano che andò direttamente dal padre, altri che, prima, fece tappa in bagno. Alla notizia “Da grande voglio essere un eunuco” il padre rimase molto colpito, come rivela il referto del cardiologo del pronto soccorso. Mentre lo portavano via in barella il padre del Bomma cercava di spiegargli cosa sognava per lui, con frasi spezzate diceva: “Tu devi navigare, tu devi gridare ordini, TU DEVI DIRE ‘CAZZATE’!!”, “Va bene papà” disse il Bomma. Il comportamento successivo del ragazzo fa chiaramente capire come, in quel caso, egli fraintese ampiamente il padre. Ormai però il sogno di diventare eunuco era radicato dentro di lui, già si immaginava prendersi cura delle trenta vergini dell’emiro. confessò il suo sogno alla madre che, domma pragmatica ma molto diplomatica, cercò di far capire al figlio cosa implicasse tale scelta; gli disse: “Per farlo bisogna andare a Casablanca. Devi darci un taglio!”. Vuoi per la discrezione di quella santa donna che, non volendo scioccare il figlio, usò circonvoluzioni, vuoi per la caratteristica del Bomma di fraintendere, fatto sta che il bambino si immaginò che a Casablanca ci fosse una scuola di formazione per eunuchi e che, dato il costo elevato, doveva smettere di chiedere. Fu così che decise che, appena possibile, si sarebbe trovato un lavoro per guadagnare i soldi per la scuola di formazione. Raggiunti i sedici anni, col suo sogno ben piantato nel cervello, il Bomma trovò lavoro nel settore dei pezzi di ricambio: procurava 127 per Antonio Gagliardi, detto Tonino lo scanna pecore, meccanico di contrabbando. Lavorò alacremente e quando portò a Tonino una 128 nuova fiammante fu promosso a responsabile spedizioni all’estero. Anche in quel caso corse dal padre a raccontare la lieta novella ma lo trovò che bestemmiava in aramaico perché gli avevano fregato la 128 appena presa dal concessionario, ed allora evitò di infastidirlo. Quando compì diciotto anni il padre lo chiamò nel suo studio e gli disse: “Ormai sei un uomo, pensavo di regalarti una 127 usata”, “Grazie papà, me ne occupo io.”; un po’ perplesso dalla risposta continuò il discorso che si era preparato: “Mi sembra sia anche il momento di parlare di api e fiori”, “Papà, lo sai che sono negato per il giardinaggio, ho fatto morire i fiori in salotto ed erano di plastica.”, “No, figliolo, intendo parlarti di sesso.”, “Aaaah, ma mi ha già spiegato la mamma.”, “La mamma?”, “Sì, mi ha raccontato una roba di spinotti delle cuffie e di sterei in cui si mettono”, “E che altro ti ha detto?”, “Che secondo lei farò ancora un sacco di karaoke”. Sceso il silenzio glaciale nella stanza fu il Bomma a romperlo: “E poi papà, io sono negato con le donne.” e lì il padre sorrise e disse: “Conquistare le donne è facile, basta farle ridere” ed anche lì pare che il Bomma non capì bene bene perché la sera stessa andò dalle nigeriane sul lungo Po con un libro di Gino Bramieri. Quello però fu solo un intoppo nella carriera di casanova del Bomma anche perché le cronache lo descrivono come “l’uomo capace di ingravidare una donna con lo sguardo”; certo, ci sono delle malelingue che aggiungono “perché non può farlo con nient’altro” ma sono soltanto malelingue, anche perché tanto era il successo del Bomma con le donne che l’università fece uno studio intervistando quelle che avevano avuto a che fare con lui; studio da cui appare chiaro come il Bomma fosse un amante instancabile ma anche una persona dal cuore puro. Pubblichiamo, di seguito, un piccolo stralcio di tali interviste:
D. Il Bomma è una persona di cuore?
R. Ce l’ha come un bambino di cinque anni.
D. Com’è, a letto, il Bomma?
R. Ce l’ha duro come la pietra.
Certo, gli ultimi studi hanno ipotizzato che, a causa di disguidi in fase di catalogazione, le risposte qui sopra vadano invertite. La carriera di casanova del Bomma finì il giorno che incontrò quella che sarebbe poi diventata sua moglie; era, come suo solito, in discoteca e quando lei lo vide ballare non potè fare a meno di correre da lui: era infermiera e pensava che stesse avendo un attacco epilettico. Chiarito il disguido fu amore a prima vista, lei era miope. Il Bomma però non aveva mai rinunciato al suo sogno e un giorno, mentre erano a letto abbracciati, lui le disse: “Amore, da quando ho dodici anni il mio unico sogno è fare l’eunuco.”, lei lo guardò spalancando gli occhi e disse: “Ma guarda che per diventare eunuco devono toglierti l’uccello”, lui mise le mani sula bocca, terrorizzato “No! Ci tengo troppo a Twitter”, sottolineando ancora una volta la sua perspicacia.
Ribadisco che, a volte, ci sono personaggi su Twitter che mi scatenano la fantasia.
06 ottobre 2014
Bird gerhl
"Non so nemmeno più da dove arriva il dolore", si disse, guardandosi allo specchio, la ragazza dalle ossa cave mentre si toccava le cicatrici sulle ali. Il volto raccontava una storia sottovoce fatta di labbra piegate all'ingiù, di occhi spenti, di rughe d'espressione. "Non so nemmeno più da dove arriva il dolore, ne sono immersa dentro, forse è l'unico posto in cui so stare; quello che mi è stato assegnato". Seduta sul letto sfatto, con i piedi nudi sul pavimento freddo, la ragazza con le ossa cave si ripeteva, come ogni giorno, la storia del destino. "É l'unica ragione, deve essere così" concluse la ragazza dalle ossa cave, si asciugò una lacrima senza farsi vedere dallo specchio e mosse un passo verso la nuova giornata.
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23 settembre 2014
Mitologia norrena
La leggenda narra che Thor e Loki avessero un cugino, era egli il figlio di seconde nozze del fratello più piccolo di Odino, quello che aveva lasciato l’attività di famiglia di divinità per aprire una birreria con cucina ad Ásgard. Dopo essere stato abbandonato dalla prima moglie, una modella di calzari scappata con un rappresentante di scudi, si era risposato con una viticoltrice di Campobasso da cui era nato un figlio il cui nome era Diode Glizilla preso, pare, da un fratello prete della mamma; anche se alcune malelingue dicono che il nome vero fosse Diodeglizilla poiché fu la prima parola detta dal padre quando lo vide. Nonostante Odino ed il fratello non si frequentassero i tre cugini erano molto amici e Diode, a parte il vizio di farsi fare degli autoritratti improbabili, era un bravo ragazzo. Pur non essendo un dio come i cugini era comunque un semidio, anche lui dotato di poteri: se Thor aveva il suo martello ed il potere del fulmine e Loki il suo bastone ed il potere dell’inganno, lui aveva il suo cavatappi ed il potere del hangover senza mal di testa. Certo, potrebbe sembrare un potere da poco ma provateci voi ad andare in ufficio dopo una nottata con due mojito, tre moscow mule e mezza boccia di vodka liscia; Diode ci riusciva sempre, certo, la mattina dopo doveva anche capire chi fosse con lui nel letto, tipo una volta che si trovò un certo Enrico, anche se Diode non raccontava mai questa storia volentieri; comunque lui riusciva ad andare in ufficio senza mal di testa, magari gli faceva male altro ma per quello usava antidolorifici. I cugini uscivano spesso insieme e frequentavano “La Valkiria”, la discoteca più famosa di Ásgard, dove cercavano di rimorchiare le ragazze del posto. Thor era famoso per la sua bellezza e non aveva problemi e comunque, essendo figlio di Odino, non ne avrebbe avuti nemmeno se fosse stato un Picasso periodo cubista; dal canto suo Loki, con la storia del potere del bastone aveva molto successo con le milf di Ásgard. Diode però non era da meno perché con il suo apribottiglie riusciva a procurare free drink a iosa. Il giorno in cui Odino chiamò Thor per assegnargli il compito di scendere tra gli umani Diode era insieme a lui, si stavano fumando il muschio della parete nord del castello di Bilskimir. Appreso del suo compito Thor chiese al padre “Non c’è niente per Diode?” e Odino, nella sua immensa saggezza pensò ‘E mo a questo che cazzo gli faccio fare?’ e allora chiamò Diode e gli disse “Tu scenderai sulla Terra e spiegherai a gli umani i pericoli dell’abuso di alcolici”. Dopo essere stati venti minuti a ridere fino alle lacrime Odino, Thor e Diode si ricomposero e quest’ultimo chiese al potente zio “Come porterò a termine questo mio compito?”, “Con il tuo apribottiglie ed il suo potere”, “Non è che si potrebbe avere il potere del bastone?”, “Ancora con questa storia?!” disse magnanimo Odino e aggiunse “Ora scegli un luogo ed un tempo in cui manifestarti” e Diode, che aveva capito tutto, rispose “A Milano, durante il Salone del Mobile”. Prima che partisse Thor gli chiese “Dovrai usare un altro nome, laggiù, per confonderti con gli uomini, anche perché Diode è davvero un nome del cazzo, che nome userai?”, “Pig Floyd” e Odino guardò il cielo ed allargò le braccia in segno di buon augurio.
Il fatto è che su Twitter si incontrano personaggi incredibili e a me viene voglia di dedicar racconti.
18 settembre 2014
Anonimia
Fino a qualche tempo fa avevo impostato la moderazione nei commenti, non il tanto odiato capcha, ma semplicemente la moderazione. Ogni tot di tempo aprivo la pagina dei commenti in sospeso e li approvavo, un po' scomodo ma, tutto sommato, nei commenti da approvare ci finivano quelli giusti, nello spam quelli di spam. Ho levato la moderazione, non perché qualcuno me lo ha chiesto o perché abbia seguito i consigli di qualche sedicente cazzone...ehm santone della "libertà per i commenti", con campagne che telethon gli fa una pippa; no, semplicemente, un giorno ho deciso di levare la moderazione. Perché sto qui a raccontarlo, oltre che per poter scrivere qualcosa visto che c'ho un'aridità dentro che la metà basta? Semplicemente perché, da quando ho levato la moderazione dei commenti mi sono tornate ad arrivare le mail per ogni nuovo commento...compresi quelli di spam!! Ogni giorno cancello una trentina di commenti di spam, dalla posta, tutti scritti in inglese, tutti che si complimentano per la bellezza di quanto scritto (e qui, a dir la verità, mi era anche venuta voglia di lasciarli, i commenti, ché c'è sempre bisogno di complimenti), tutti che hanno, alla fine, un link a cui rimandare. Oltre alla delusione nel constatare che non sono vostri commenti c'è la rottura di palle di dover stare a cancellare le mail; "certo, così almeno fai qualcosa" dirà qualcuno di voi "anche perché ultimamente, a quanto pare, c'hai un'apatia che è asintotica al coma", aggiungerà, penso. Effettivamente anche questo è vero, sto in uno di quei periodi in cui trascino i giorni come fossero palle attaccate alle caviglie e l'unica cosa che vorrei fare è dormire e non sognare, assolutamente non sognare, visto che poi i sogni m'hanno pure scocciato, insieme ai pensieri del mattino, quelli della sera e quelli in mezzo ma poi, alla fine, i pensieri continuano a starci, io a non dormire e le palle, quelle metaforiche, a stare attaccate alle caviglie. Tornando ai messaggi di spam, ne ho giusto appena adesso cancellato uno che diceva "you are so cool", confermando il fatto che vengo preso per il cool, e ne continuano ad arrivare, tanto per dire che, alle volte, magari, la moderazione ha anche il suo perché e che, forse, alla fine, sei un po' un coglione, tu, sì, proprio tu.
09 settembre 2014
Contro
Contro le parole ed il tempo,
i desideri e la logica.
Contro i pensieri e le angosce,
le intuizioni e il dolore.
Contro me stesso,
soprattutto contro me stesso...
i desideri e la logica.
Contro i pensieri e le angosce,
le intuizioni e il dolore.
Contro me stesso,
soprattutto contro me stesso...
02 settembre 2014
Otto
I compleanni sono date da ricordare con piacere o segnano semplicemente lo scorrere del tempo? Appare chiaro dai miei ultimi due post come io stia avendo dei problemi con la gestione del tempo; la verità è che sto avendo problemi con la gestione di un po' di cose. Per quanto riguarda la scrittura mi piace pensare che, come altre volte, questo sia un momento di tiraggio; tipo quando carichi la fionda e tiri l'elastico, lo tiri fino al suo punto massimo di resistenza, fino a quando non ti tremano i muscoli del braccio, e poi rilasci di colpo e il sasso che, di solito, si utilizza con le fionde, schizza via fino a colpire il suo obiettivo, carico di quella forza di cui si parlava prima. Insomma, spero sia uno di quei momenti in cui le parole stanno aspettando la loro occasione per uscire, si stanno organizzando in bande, combriccole, formazioni a testuggine, per poi attaccare. Quanto al resto, credo di trovarmi in uno dei tanti punti bassi dell'oscillazione della mia onda personale, probabilmente risalirò, non importa, so di essere fatto così e questo mi basta.; trentotto anni mi hanno insegnato che non si cambia, la più grande cazzata che ci si possa raccontare è il cambiamento proprio o degli altri, al massimo ci si evolve, ma non si cambia; si finge per un po' fino a quando il beneficio supera il costo, poi si torna sempre quello che si è, nel bene e nel male. No, non sono felice ma nemmeno disperato; mi sono convinto, magari sbagliando, che inseguire una vita piatta, nel senso emozionale, sia uno sbaglio; che ognuno di noi ha la propria ricetta e via così. Ma torniamo ai compleanni, mi facevo la domanda con cui ho esordito perché oggi questo blog compie otto anni e, come ogni volta, mi sono trovato a ripensare a tutto quello che ho scritto in questi anni, il "capitale letterario", chiamiamolo così ma, soprattutto, il "capitale umano" che ho accumulato con questo blog, che non ha prezzo; su questo posso affermarlo senza tema di smentita: SONO FELICE delle persone che questo blog mi ha fatto incontrare, le vite, le storie, le facce anche, quando ho avuto la fortuna di materializzarle. Se ci penso non ci credo, otto anni, sono un bel po' di tempo, un sacco di cazzate dette eh, io lo so, ma anche cose piacevoli, divertenti, azzardo a dire anche belle eppure sono passati e posso dire che questo blog mi rappresenta perfettamente, rappresenta la mia evoluzione, il mio ondeggiare, le mie altalene emotive, i miei scazzi e le mie paturnie; insomma, me. Penso a tutto questo e mi dico che, per quanto in questo momento non sembri, ho ancora fame, ho ancora voglia di far festeggiare compleanni a questo blog anche se, a volte, mi viene voglia di chiuderlo perché tutto quello che porta tanta felicità porta anche tanto dolore e questo solo gli stupidi lo ignorano, e voi non siete stupidi. Virtualmente, vi abbraccio tutti, grazie.
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