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31 maggio 2016

Il companatico delle parole

Una birra non si dovrebbe negare a nessuno, ghiacciata, di frigo, con tanto di brina e con un po’ di fumo da escursione termica appena fai saltare il tappo a corona, e poi giù, in una prima lunga sorsata, con la bottiglia alta sul naso. Fai scendere il liquido socchiudendo un attimo gli occhi ed emettendo un bel suono soddisfatto, un sospiro di piacere, riportando la bottiglia sul tavolo, se sei seduto oppure all’altezza della pancia se sei semplicemente appoggiato al muro. Un attimo di silenzio e poi puoi parlare, sì, perché il companatico di quella birra è la compagnia, l’amico che beve con te e che ti fa da orecchio, o tu lo fai a lui. Non è detto che si discuta di questioni internazionali, a volte basta la giornata di lavoro o anche solo la tipa seduta due tavoli più in là; anche perché non è tanto quello che si dice ma solo il semplice scambiarsi le parole. Infatti, il più delle volte, è solo quello che serve, perché le parole ti stanno in testa e girano e vanno forte, a volte, e ti sbattono dentro la testa, e fanno male ed allora farle uscire è ciò che serve, ed una birra, semplicemente, le fa andare più veloci.

Una cosa che è rimasta a decantare su carta dal novembre del 2011, adesso ci vorrebbe proprio...

13 marzo 2015

Un chimico

Da piccolo una delle cose che sognavo di fare, una volta adulto, era il chimico; che è strano per un bambino a cui non hanno mai regalato il piccolo chimico ma è così. La chimica mi piace, quel suo combinare degli elementi che, magari, non hanno niente in comune e farne un terzo producendo, solitamente, una reazione che, nel più classico degli esperimenti, è sempre una produzione di energia nella sua forma meglio conosciuta: il calore. Sì, ti dicono che potrebbe essere pericoloso, che a mettere vicino due elementi che magari, presi da soli, sono innocui, delle leggi strane, quasi magiche, possono farteli esplodere tra le mani, farti bruciare. Te lo dicono ma a te questa cosa, non sai spiegarti il perché, ti piace; forse è proprio la cosa che ti attira di più della chimica: capire perché due cose così semplici, placide, messe insieme possono rivelarsi così esplosive, generare un forte calore e, se non regolate con attenzione, bruciare. Te lo chiedi pure perché ti piaccia tanto andare a scoprire la natura delle cose, è un po’ come voler sapere i trucchi del prestigiatore, te ne leva la meraviglia. Ecco, fare il chimico è un po’ andare a scoprire i trucchi da prestigiatore di Dio, serve davvero a qualcosa? In realtà di ragioni per farlo ce ne sono tantissime ma a te, alla fine, le ragioni servono solo per evitare spiegazioni molto più lunghe alla gente, perché a te basta e avanza la storia del trucco da prestigiatore. Poi magari la vita non ti porta a fare esattamente quello che vuoi ma questo non significa che non ti faccia avere a che fare lo stesso con la chimica; no, la vita ti fa capire che anche le persone, spesso, sono elementi che, se messi insieme, producono una reazione che genera calore, che si autoalimenta, quasi a sfidare le leggi della natura; una reazione a volte esplosiva, che può anche consumare totalmente l’uno, l’altro o entrambi gli elementi. Sì, perché le reazioni tra gli umani sono complesse, magari gli elementi non li vedi sparire ma spesso, in realtà, si sono consumati fino a diventare cenere di se stessi; magari sembra che ci sono ancora, gli elementi, magari rimangono tangibili ma la verità è che si sono consumanti nella reazione tra loro. Ci sono, tra le persone, cliché che non ti spieghi, reazioni di attrazione che non capisci, rapporti di composizione sballati ma che girano, bilanciamenti che non quadrano e ti ritrovi con un surplus di energia che non sai dove andrà a finire. Ed il bello sta tutto lì.

Per E. Lee Masters e F. De Andrè

03 gennaio 2015

Nel 2014...

1) Diego De Silva – Mancarsi
2) Jo Nesbo – il leopardo (ebook) trad. Eva Kampmann
3) Claudia Delillo – Dire fare baciare
4) Christian Raimo – Latte (ebook)
5) Stefano Benni – Pantera
6) Jo Nesbo – lo spettro (ebook) trad. Eva Kampmann
7) Friedrich Durrenmatt – Racconti trad. Umberto Gandini
8) Diego De Silva – Sono contrario alle emozioni
9) Fabio Deotto – Condominio R39
10) Marco Presta – Il piantagrane
11) Giogio Scerbanenco – Europa molto amore (ebook)
12) AA.VV. – Giochi criminali
13) Jo Nesbo – Il pipistrello (ebook) trad. Eva Kampmann
14) Karin Slaughter – Tre giorni per morire (ebook) trad. Tommaso Tocci
15) AA.VV. – Vacanze in giallo
16) Paolo Sorrentino – Tony Pagoda e i suoi amici
17) John Niven – A volte ritorno (ebook) trad. Marco Rossari
18) Gianrico Carofiglio – Una mutevole verità
19) Tom Rob Smith – Bambino 44 trad. Annalisa Garavaglia
20) Gianrico Carofiglio – Il silenzio dell'onda
21) Sebastian Fitzek – La terapia (ebook) trad. Claudia Crivellaro
22) Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile felicità
23) Lars Kepler – L'esecutore trad. Alessandro Bassini, Monica Corbetta, Barbara Fagnoni
24) Riccardo Dal Ferro – I pianeti impossibili
25) Alessandro Robecchi – Questa non è una canzone d'amore
26) Edgar Wallace – Il segreto del passato trad. Noemi Fargion
27) George Saunders – Dieci dicembre trad. Cristiana Mennella
28) Tommy Dibari & Fabio Di Credico – La cambusa storia d'amore di altre malattie

Come consuetudine vuole il primo post dell'anno nuovo porta l'elenco dei libri letti l'anno scorso; novità di questo nuovo anno è l'aggiunta del traduttore perché, come dice l'amica Silvia, fanno un grosso lavoro ed è giusto vengano elogiati. Devo dire che mi compiaccio, nove libri in più che nel 2013. Tutti buoni, direi, ottimi anzi; fra tutti consiglio De Silva e Robecchi (di Benni non dico nulla, lo sapete che sono troppo di parte). Quanto al resto, sul 2014 non ho molto da aggiungere a quello che i 90 post già dicono, lo so che spesso sono da interpretare ma mi conforta essere abbastanza sicuro che chi mi conosce mi sa interpretare e chi deve capire, alla fine, capisce.
Detto questo, proprio perché avete insistito tanto vi regalo un'altra foto del viaggio in America.

28 dicembre 2014

Per la stessa ragione del viaggio...viaggiare

Sono sicuro che molti di voi diranno "finalmente!", ci ho messo quattro mesi a processare tutte le foto che ho scattato nel viaggio negli Stati Uniti, milleeduecento foto da cui ho tirato fuori anche più di cinquanta panoramiche; quattro mesi ma, alla fine, le ho finite, sono pronte, poi mi sono detto che forse mettere tante foto avrebbe fatto tanto "diapositive delle vacanze", quelle cose per cui gli amici ti tolgono l'amicizia, fingono di non conoscerti, cominciano a parlare in sanscrito ed allora ho deciso di metterne solo una, di foto ma che in realtà il viaggio lo rappresenta in pieno, totalmente. Ma prima parliamone, no? Era la fine di luglio e dopo tre voli e ventiquattro ore nel corpo ma non sull'orologio ecco Los Angeles, tappa di partenza, non vista, solo lievemente annusata. Il giorno successivo si cerca il bus che, nei sei giorni successivi ci farà attraversare l'Ovest americano, su asfalto; si trova il bus e una compagnia che si rivelerà ottima e si parte, 620 km di tappa di trasferimento, in mezzo a due deserti, fino ad arrivare in un posto chiamato Scottdale, in Arizona, dentro un caldo secco da circa 50° alle sette di sera, praticamente un phon perennemente acceso sulla faccia. Il giorno dopo è ancora roccia e cactus dalle braccia ampie fino ad arrivare al Gran Canyon, una lunga frattura scavata da acqua e vento, una rappresentazione della pazienza della natura. Mentre eravamo lì ci hanno raggiunto pioggia e vento fino a portarci, a cena, sulla Route 66, con 12 gradi. Vi tralascio le mie colazioni americane, buone per alimentare uno staterello centr'africano e continuiamo fino ad arrivare in mezzo alla magnificenza, alla vastità, alla Monument Valley; potrei dire che è solo roccia rossa e polvere ma non sarei onesto, vi mentirei, ci ho lasciato un bel po' di occhi lì e descriverlo non renderebbe che un centesimo di quello che è. Come non rende parlare di Lake Powell, luogo di villeggiatura per americani, lago creato da una diga dentro un canyon enorme, vicino al paese con il maggior numero di chiese di religioni diverse che io abbia mai visto: cercano Dio come minatori belgi e forse lo hanno sotto gli occhi e non lo sanno. Dall'immensità alla ristrettezza, siamo passati attraverso un lungo cammino sottoterra in cui il vento ha disegnato dei Mirò naturali e ne siamo usciti, immersi nel caldo. Forse ci saremo mossi in un modo particolare, in circolo o ballando; o sarà stato perché eravamo in terra indiana ma fatto sta che abbiamo chiamato la pioggia che ci ha accompagnato per un bel tratto tra le montagne, tra paesini con lo stadio del rodeo, con il canestro da basket sul garage, con le sedie a straio sul patio. Ma l'America è grande, talmente grande da riproporci un deserto, quello del Nevada e al centro di quel deserto il più grande luna park per adulti mai visto: Las Vegas, la città degli eccessi e delle luce, la città del kitch per eccellenza. Ho giocato al tavolo del blackjack, ho vinto, al tavolo del blackjack, mi sono divertito, al tavolo del blackjack e poi, il giorno dopo, siamo andati via, abbiamo preso un aereo pieno di statunitensi e siamo arrivati a San Francisco. Meriterebbe un capitolo a parte, San Francisco, e forse lo avrà, chissà; una città bellissima, metropoli che sa di esserlo ma non te lo fa pesare; sarà che mi sono sentito a casa incontrando due blogger, due amiche, Simona e Silvia, che ci hanno spiegato in due modi diversi San Francisco facendola capire molto meglio; facendola amare un po' di più, se già quello che avevamo visto non fosse bastato. Pesante è stato ripartire per tornare in Italia, dove abbiamo trovato, ad attenderci, uno sciopero. Ora, direte voi, "E la foto???", un attimo, un attimo, adesso arriva; dicevo che ho deciso di sceglierne una, una che rappresentasse il viaggio, ed ho scelto questo:
Adesso, però, andiamo a chiudere, il 2014 si sta per concludere, negli anni scorsi l'ho chiuso felice, l'ho chiuso triste, l'ho chiuso incazzato; ho augurato cose buone, cose brutte, cose pessime e cose meravigliose, parti di me lo fanno ancora adesso, augurano, stramaledico, amano e odiano ma l'anno lo voglio chiudere e basta, senza buoni o cattivi propositi, senza saluti speciali ma solo con la convinzione precisa che il tempo è tempo, magari a volte sembra, a posteriori, essere passato in un attimo ma non è così, è fatto di ogni fottuto secondo e questo sarà sempre. Chiudo il 2014 con questo post anche perché questo è il mio post numero settecento, il seicentesimo era stato un bellissimo regalo che mi hanno fatto e in cento post, incredibilmente, sono cambiate un sacco di cose e un sacco di altre, per quanto mi riguarda, sono rimaste uguali. Non lo so cosa ci sarà su questo blog nel 2015, l'ho scritto prima, niente buoni o cattivi propositi; so che sarò sempre quello che sono, nel bene e nel male, e questo è assolutamente il mio pregio migliore.
Tanti auguri a tutti, vi voglio bene (chi più chi meno ma mi permetterete classifiche personali).

02 novembre 2014

Momenti

Erano forse questo? Quelle dilatazioni e accelerazioni di tempo, quelle vibrazioni, quell'osmosi tra dentro e fuori, tra corpo e anima? No, non c'era, c'è e mai ci sarà nulla di trascurabile in tutto ciò.

11 agosto 2014

Fuori

Fuori, sì viviamo fuori
ma fuori davvero
ci fa paura di andare
fuori dagli uomini
fuori dal cielo
fuori non riesco neanche
a immaginarlo vero...


Scusate, ho ancora gli occhi pieni di luce e la bocca piena di sabbia, la testa piena di parola e il cuore pieno di mancanze. Appena saprò come farlo cercherò di raccontarvi...

22 luglio 2014

Segnalibro

Mi piacciono i segnalibri, ne ho di diversi ma, spesso, uso anche le cose più disparate per segnare l'ultima pagina del libro che sto leggendo. Confesso che una delle cose che mi manca di più quando leggo un ebook, oltre al profumo della carta ed al fruscio delle pagine, è proprio non mettere un bel segnalibro all'interno; certo, è meno facile perdere il segno perché, si sa, per quanto strette siano le pagine magari il libro ti casca e scappa fuori anche il segnalibro ed allora devi cercare un segno diverso per capire a che pagina eri, un ricordo, una sensazione, un leggere scurimento delle pagine già lette; però il fatto che non metto il segnalibro, fisicamente, a segnare la chiusura momentanea, mi manca un po'. Tra i tanti segnalibri che ho, tutta roba da nulla eh, non immaginatevi sciccherie, ne ho uno che riproduce "Golconda" di Magritte; avete presente no? Il quadro con gli omini con la bombetta che piovono sulla città, è famoso. Quel segnalibro l'ho comprato qualche anno fa, quando sono andato a vedere la mostra di Magritte a Palazzo Reale, a Milano; "Golconda" non era tra i quadri esposti ma ce n'erano comunque di bellissimi, tipo "L'impero delle luci" (ora non chiedetemi se era il numero 1 o il numero 2). Comunque "Golconda" l'ho visto dopo qualche anno al MoMa (o al Met, oppure all'Art Institute di Chicago, mo non mi ricordo bene, ne ho visti così tanti, quell'anno), o, meglio, uno dei "Golconda" (e sì, perché anche di quello ce n'è più di uno) e vi assicuro che è una meraviglia, come tutti i quadri di Magritte. Adoro Magritte, il suo surrealismo mi fa impazzire, per esempio mi piacciono un sacco tutti i suoi "Ceci n'est pas...", tipo il più famoso "Ceci n'est pas une pipe", lo conoscete no? Quello che rappresenta, appunto, una pipa; sono stranianti quei quadri, il bello è proprio quello, ti rappresenta una cosa e ti dice che non lo è; è come quando tu pensi che Tizio (o Caio, o Sempronio) sia in un modo e poi arriva qualcuno che ti dice "No guarda, ti sbagli, Tizio (o Caio, o Sempronio), non è come pensi" e tu, proprio come davanti ad un quadro di Magritte, pensi "Ma forse ha ragione, Tizio (o Caio, o Sempronio) non è come penso io, lo saprà bene, lo conosce meglio di me", così come per la pipa, pensi "Magritte avrà ragione, l'ha dipinta lui, non sarà, come penso io, una pipa; sarà altro, come dice lui". Poi guardi meglio (sia la pipa che Tizio (o Caio, o Sempronio) ed è proprio come pensavi tu e che il surreale sta proprio in queste persone che insistono che Tizio (o Caio, o Sempronio) non è come pensi tu, così come Magritte che insiste che non è una pipa. Insomma, dicevo che ho questo segnalibro raffigurante Golconda e, devo dire, mi piace un sacco, quando lo chiudo fra le pagine del libro, fare in modo che uno degli omini sembri appoggiato al bordo alto del libro, come se non stesse cadendo dal cielo, come se, semplicemente, passeggiasse sul libro. Così, per dire.


20 luglio 2014

Come tutti gli anni

Come ogni anno, da quando questo blog esiste; come ogni anno, senza commenti perché la memoria è un esercizio collettivo che si fa in solitaria. Bisogna guardare dentro la propria testa e dentro il proprio cuore e togliere la polvere che abbiamo accumulato sui ricordi.

07 luglio 2014

Intermezzo



Momento "Revival", per tutti quelli che, come me, seguivano la serie tv. Secondo me questo pezzo, a ritmo, vale quanto "Happy" di Pharrell!

24 aprile 2014

Clichè

E niente, è che giusto poco fa, prima di entrare in ufficio, pensavo che, a volte, soffriamo di omologazione; ci convinciamo che sia nostro dovere seguire un copione senza sapere nemmeno bene quale sceneggiatore l'ha scritto. Sì, insomma, magari lo ha scritto un premio Oscar e allora, via, potrebbe essere un ottimo copione, che tu sia protagonista, coprotagonista, antagonista, comprimario o comparsa; ma metti che lo ha scritto uno "scalzacani"? Con tutto il rispetto per i cani, si intende. Metti che questo sceneggiatore sia del tutto privo di fantasia, che non conosca nemmeno le regole base del racconto? Eppure spesso ci convinciamo che una cosa debba andare in un determinato modo perchè è quello che ci si aspetta da noi, come se davvero noi avessimo un ruolo, come se dovessimo rispettare un clichè. Ci convinciamo che la cosa migliore è seguire delle "regole sociali", come il non poggiare i gomiti sul tavolo quando si mangia, come il non rispondere quando non si dovrebbe. Ci facciamo indirizzare la vita da una specie di Monsignor Della Casa che è dentro di noi perchè ci siamo convinti non tanto che sia la cosa giusta per noi quanto quella più confacente ad un Regolamento non scritto. Vorremmo essre sbracati ma rimaniamo compunti, vorremmo essere solitari ma dobbiamo socializzare, e via così alla ricerca di cosa poi? Com'è che la chiamano? Felicità? Tranquillità? Equilibrio? Ma rispetto a cosa? Continuiamo a dire che una cosa ci fa felice perchè abbiamo visto che fa felice qualcun altro e allora pensiamo che debba essere così anche per noi e via a dire sì o dire no sulla base di un preconcetto; e via a sopportare palate di merda perchè, quantomeno, riusciamo ad essere vicini ad un obiettivo. Non è nemmeno più una questione di essere ed apparire, quanto una questione di ricalco; mi viene in mente una cosa che, da piccolo, facevo spesso: prendevo la carta velina e l'appoggiavo su un disegno che mi piaceva molto e poi, con la matita, ne ricalcavo i bordi, poi alzavo la velina e la guardavo controluce, alla fine il disegno poteva essermi venuto meravigliosamente ma non raggiungeva mai l'originale, anche se gli somigliava tantissimo. Ecco, per quanto in molte cose della vita faccia comodo, a me non piace essere carta velina, preferisco essere disegnato fuori dai bordi.

18 aprile 2014

Oggi



L'altro giorno guardavo la mia foto della patente, la faccia di uno che non ha capito che ci sta a fare lì, o al mondo, la faccia di uno che sembra si sia appena svegliato o che si stia per addormentare, la faccia di uno che "Bah, che avranno tutti da dire?!". Avevo 19 anni, oggi ne ho compiuti 38. Avevo la metà degli anni e, probabilmente, il doppio dei sogni; alcuni sono stati avverati, altri se ne sono andati con il tempo, sulle strade del ripensamento, sulle strade del "ormai non si può più". Altri sono rimasti, certo, meno di allora ma sono rimasti, non ho ancora capito se a far male o a spronare. Altri ne sono arrivati, più sensati, forse, meno sensati, sicuramente; sono arrivati altri sogni, fatti di luoghi, di parole, fatti di persone, di visi, di occhi. Provo anche a ripensare a quello che sentivo allora e, confesso, in alcune cose non è tanto diverso da quello che sento ora, con il doppio degli anni, un po' di chili in più, sicuramente più barba. Vorrei dire anche "con maggiore esperienza" ma l'esperienza è una cosa strana, appena sei convinto di averne, arriva qualcosa a fotterti e allora, no, non so se adesso ho più esperienza; certamente ho visto più cose, vissuto più cose, e questo non può che farmi pensare un po' di più. Vorrei dire che questi 19 anni in più mi hanno tolto il vizio di giudicare ma probabilmente non è così, l'unica cosa sicura è che non lo faccio più a cuor leggero, senza aver "sentito le parti", anche se le parti sono semplicemente le due facce della mia stessa medaglia. Guardo quella foto e mi chiedo se fossi più sognatore allora o lo sono più adesso, non in quantità, l'ho detto, i sogni sono sempre di più a 19 anni perchè è come se avessi una vita eterna per contenerli ma magari sono piccoli e tanti o, meglio, ci sono quelli infiniti, quelli enormi, quelli grandi, quelli normali e quelli piccoli; adesso magari i sogni piccoli nemmeno li fai, forse te li vai direttamente a prendere, però ce ne sono di mastodontici, monolitici, direi storici. Ci sono quelli apparsi si è no, boh, quattro anni fa (per dire eh), sogni che magari hai pure vissuto, sogni che magari adesso arriverà qualcuno a dirmi di chiuderli in un cassetto e buttare la chiave ma quei 19 anni in più ti hanno regalato, questo sì, 19 anni in più di conoscenza di te stesso e che quindi, no, non ti prendi più in giro, sai come gestisci le cose, sai che non c'è spazio, per certe cose, nei cassetti. Che non ci sono interruttori da premere, cassetti da chiudere; e poi ripensi anche alle prime parole del libro da cui hai preso il nome, "Baol", e ti confermi che, no, chiudere i sogni nel cassetto non è una cosa baol. Guardo la foto della patente, guardo quel ragazzino di 19 anni, penso a questo uomo (?) di 38 fatti giusti giusti oggi e mi faccio la domanda che, tra amici, ci facciamo da anni: "Ma quando metterai la testa a posto?" e mi rispondo quello che rispondo sempre. Mai.

ps
Anche Google mi ha fatto gli auguri, oggi...

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

16 febbraio 2014

Oggi

La chiesa è piena in ogni ordine di posti, anche quelli in piedi, sono appoggiato al muro, praticamente all'ingresso, e guardo i fiori di gesso sul soffitto della cupola. Non mi piacciono i funerali, ma ci sono persone per cui è giusto esserci, soprattutto se, obiettivamente, sono andate via troppo presto. Sento le parole del sacerdote di colore, parla italiano meglio della maggior parte di quelli che assistono alle esequie, ognuno con la propria motivazione, dalla più seria alla più frivola. Invidio i credenti, il pensiero che, per loro, la morte sia l'inizio di qualcosa; per me non è così, per me la vita è ciò che accade tra la nascita e la morte ed è quella che va vissuta, per quello, non per ciò che, ipoteticamente, avverrà dopo. Non è una questione di religione o cristianità, a me non frega un cazzo nemmeno del karma, della vita successiva basata sulla vita precedente; la vita che va vissuta è questa, e basta, e non per guadagnare un ipotetico paradiso ma per sentire ogni fottuto attimo di questa esperienza terrena che sia lungo quanto la vita stessa o che sia più breve. Ascolto le parole del parroco e mi soffermo su quello che dice, racconta un aneddoto di vita della persona che siamo venuti a salutare; lavorava allo sportello, alle poste, e quando ci andava un suo conoscente, per salutarlo, tendeva la mano dalla fessura del vetro per avere un contatto fisico, lo ha fatto spesso anche con me, ti sorrideva, ti chiedeva come stavi e passava quattro dita sotto il vetro, per salutarti. Parla di mani tese, il parroco e, pur utilizzando una dialettica lontana dalla mia, dice una cosa che trovo giusta, dice che una mano tesa è il più bel gesto che si possa fare, che significa "ecco, sono qui, se hai bisogno, questa è la mia mano". Non sono religioso, credo in Dio ma a mio modo, credo in Dio ma non nell'umanità e, soprattutto, credo che il nostro tempo sia questo, non quello di una vita precedente, non quello di una vita successiva, e per questo dico che la mia mano è questa, è qui, prendila se ti serve, se hai bisogno.



11 febbraio 2014

Amico, terrificante, cadere

Solita premessa: il 25 ottobre 2009 ho chiesto ai miei lettori di darmi, nei commenti, tre parole; per l'esattezza un aggettivo, un sostantivo ed un verbo, ed io ci avrei tirato su un racconto. Ne arrivarono tante, di triplette, circa trentatre! All'inizio ero partito anche bene, spedito, poi, vuoi la vita, vuoi gli scazzi, ho rallentato la scrittura dei racconti; l'ultimo, infatti, risale addirittura al 27 settembre 2013, insomma, sono più di quattro anni che ho cominciato questa impresa e non mi fermerò fino a che non avrò esaurito le triplette. Qui sotto c'è il nuovo post, gli altri li potete leggere qui.

Il post dalle tre parole di Pupottina

Un pezzo di me


Uno dei miei rimpianti riguarda l’università, non che non l’abbia fatta, tutt’altro, solo che avrei voluto viverla di più. Ho seguito pochi corsi, non per presunzione, semplicemente perché pensavo che, trattandosi di una facoltà direi semi-umanistica, la maggior parte delle materie l’avrei capita di più confrontandomi semplicemente con i testi d’esame che ascoltando lezioni poco pratiche in mezzo ad altre migliaia di persone. Ho capito dopo che non è tanto per l’esplicazione delle materie che l’università va vissuta ma per la vita che ci passa in mezzo, e trattandosi di vita, a parte gli illuminati, si capisce solo alla fine del percorso, non all’inizio. Questo, comunque, non mi ha privato completamente di alcuni bellissimi ricordi del poco tempo trascorso nelle aule della facoltà di Economia di Bari, nei suoi corridoi, o bivaccando, nelle ore più fresche di quasi estate o in quelle più calde di autunno e primavera, sulle panchine sparse qua e la in quella parvenza di giardino che circondava la facoltà. Non penso che dimenticherò le partite a carte sui banchi, nell’attesa delle ore di esercitazione oppure l’ansia feroce che mi assaliva prima di un esame; l’ansia, quella fedele compagna che mi è accanto sempre, prima di ogni evento importante. Di quel periodo mi è rimasto anche qualche buon amico, persone che il destino mi ha posto accanto e che ancora adesso, per quanto magari divisi e lontani, lì accanto mantiene. Uno dei ricordi più vivi che ho riguarda uno dei pochi corsi che ho seguito, Ragioneria I; l’esame faceva parte, e lo fa ancora, credo, di quelli fondamentali del primo anno e proprio perché relativo al primo anno e fondamentale, il numero di soggetti che lo seguivano, o che avrebbero dovuto, era talmente alto da aver portato a dividere l’insegnamento in tre gruppi separati, con tre docenti separati. La separazione era fatta in base all’iniziale del cognome degli studenti e trovandosi, la mia, verso la periferia esterna dell’alfabeto, il mio gruppo di appartenenza era il terzo, a detta di tutti il più difficile. Il docente che teneva il corso, il professor P., portava con se una reputazione terrificante; a noi matricole venivano raccontate storie di ripetute bocciature all’esame, di pubbliche umiliazioni in aula, di terribili reprimende udibili fino all’ultimo piano della facoltà. Lo spirito, dunque, con cui affrontai la prima lezione era molto vicino a quello di un condannato e confesso che anche il primo approccio con il docente, al suo ingresso in aula, non fece che confermare tale stato d’animo; era molto alto e magro, vestiva un abito grigio di un’eleganza un po’ âgée ma quello che colpiva era il suo sguardo, duro, arcigno. L’altra cosa che si notava subito era l’estrema difficoltà che aveva nel camminare, anche aiutandosi con un bastone, era come fosse un pezzo unico; ci volle poco a sapere che, negli anni, la sfortuna s’era accanita contro di lui quasi paralizzandolo e non consentendogli elasticità nei movimenti. Il corso fu duro ma lui si rivelò meno terribile di quello che ci aspettassimo, almeno durante le sue spiegazioni; non che quello che ci era stato raccontato fosse del tutto falso o solo una leggenda, nei primi anni era stato davvero il docente più temuto con cui andare alla lavagna ma, probabilmente per le vicissitudini della vita, come a contrastare l’indurimento delle ossa, aveva ammorbidito il comportamento, senza però perdere la serietà nello svolgere il suo lavoro. Superai l’esame, che prevedeva un difficile scritto, con un ottimo voto ma, più di tutto, quello che è rimasto indelebile dentro di me è stato quello che ci disse all’ultima lezione del corso; dopo averci spiegato come si svolgeva l’esame, che non avrebbe accettato nessun mercanteggiare sul voto che avrebbe espresso, sul fatto che eravamo fortunati perchè, a differenza di quanto avveniva durante i suoi studi, le bocciature non venivano verbalizzate; alla fine di tutto questo ci disse: “E comunque, ragazzi miei, ricordatevi che nella vita può capitare di cadere, l’importante è sapersi rialzare con onore”. Se già allora, poco più che ventenne, quelle parole mi rimasero dentro, adesso, dopo più di quindici anni, ho capito il loro senso profondo che non è quello di sfida, di forza, di rabbia, nell’affrontare la caduta ma di comprenderla per quello che è, una delle tappe della vita.

15 gennaio 2014

La faccia della terra

Il teatro all'improvviso si fa silente, lui, circonfuso di luce, parla; racconta di un libro, di una Nazione, di emarginati. Poi tocca le corde della chitarra e quelle vibrano, nel silenzio, e la vibrazione si allunga, lievemente distorta ed arriva dentro, senza quasi passare per le orecchie. Arrivano le parole, rauche, graffiate e quella vibrazione, dentro, si trasforma in una mano che ti stringe lo stomaco, come la sensazione che ti dà, a volte, un amore, un'attesa, una paura. Il teatro è pieno, pieno di occhi, pieno di orecchie ma è anche vuoto; il palco una macchia scura dentro una bolla nera e ti pare di vedere una nebbia che non esiste e da quella nebbia spuntare ombre, persone, gente. Sono loro, gli emarginati, li vedi: il devoto, il reverendo, la maestra, il folle solo, l'uomo lontano, la donna libera, il telegrafista innamorato e la moglie fedifrega, la donna gravida, tutti. Li vedi, gli emarginati, e capisci che non sono così diversi da te, che brulicano di vita sghemba come te, come tutti, che sono umani, come umano sei tu. Li vedi nella loro preghiera santa e laica cercare su questa terra, ciechi, soli. Li vedi anche se non ci sono perchè le parole si fanno corpo, la musica si fa scenario e senti sempre quello stringersi nella pancia, non ti guardi nemmeno intorno, sai che non sei solo lì, che il teatro è vuoto ma tu vedi solo loro che graffiano la terra per trovare qualcosa, per trovare una risposta.

Era il 9 febbraio 2009, era il Teatro Smeraldo di Milano, ero un altro io, ero lo stesso io.

...salvami da me stesso, lasciami andare, sulla nera nera terra a cercare.

05 gennaio 2014

Costruire



Lo sterrato del bordo strada ti impolvera le scarpe mentre, con i pugni infilati nelle tasche del giubotto corto, te ne torni verso casa. E' un primo pomeriggio, assolato, tiepidamente caldo di primavera appena a gli inizi; fuori, dentro credo faccia molto freddo. Cammini senza voltarti per non lasciar sfuggire nemmeno una goccia di dolore, per trattenere tutta la rabbia. Cammini senza voltarti, con la testa altra e i muscoli rigidi, il culo dritto e le spalle ferme; senza regalarti nemmeno una sosta, nemmeno un'esitazione, sempre un passo, saldo, davanti all'altro. Il beneficio del dubbio non fa parte di quel selciato, di quella polvere, di quelle spalle, consapevole che, tanto, verrà concesso sempre alle persone sbagliate, sempre nel momento meno adatto. Cammini senza voltarti e non vedi quell'auto che ha atteso un tempo infinito, ferma allo stop, prima di ripartire; il tempo infinito di veder sparire quelle spalle dietro una curva.

02 gennaio 2014

2013

1) Ascanio Celestini – Pro Patria
2) Corrado Guzzanti – Parola di Corrado
3) Roberto Costantini – Tu sei il male (ebook)
4) Marco Marsullo – Atletico Minaccia Football Club
5) Stefano Benni – Di tutte le ricchezze
6) Mario Desiati – Foto di classe – U uagnon se n'asciot
7) Lorenzo Licalzi – Un lungo fortissimo abbraccio (ebook)
8) Donato Carrisi – La donna dei fiori di carta (ebook)
9) Carlo Lucarelli – Il sogno di volare
10) Camilla Lackberg – La principessa di ghiaccio (ebook)
11) Gaia Coltorti – Le affinità alchemiche (ebook)
12) Fabio Mazzoni – La voce del muto
13) Piergiorgio Paterlini – Fisica quantistica della vita quotidiana
14) Katy Reichs – Duecentosei ossa (ebook)
15) Fabio Mazzoni – Quaranta chilometri ed altri racconti
16) Bruno Arpaia e Pietro Greco – La cultura si mangia!
17) Diego De Silva – Mia suocera beve
18) Jo Nesbo – Il cacciatore di teste
19) Daisy Hay – Più conosco gli uomini, più amo il mio gatto

Eccolo qui, il solito riepilogo dei libri letti nell'anno passato con cui apro il nuovo anno, ancora meno dell'anno scorso, già record negativo, eppure speravo di leggerne molto di più, quest'anno, ero anche partito bene, poi mi son perso. Mi capita spesso, ultimamente, di perdermi e di sperare una cosa che non si materializza ma, mettetevi l'anima in pace, non smetto di sperarla. Anche quest'anno un sacco di ottimi libri; Benni, che ve lo dico a fà? Sono troppo di parte (Non è vero,  Nasten'ka?), Licalzi, il sempre ottimo Carrisi, il divertente Marsullo, l'amico Fabio Mazzoni. Uno su tutti, però, vince De Silva, il suo "Mia suocera beve" è un libro bellissimo, divertente e pieno di periodi che fanno pensare che, naturalmente, mi sono scordato di segnare mentre leggevo, lascio a voi la scoperta delle sue perle. Il più brutto invece, quello di Gaia Coltorti, scusate se ve lo dico: una porcata immane, l'ho scaricato in regalo da ibs e sarebbero stati da denuncia, una storia bruttissima, niente altro da aggiungere.
E' cominciato il nuovo anno, avete visto? Speravo di fare record di post ed invece mi sono fermato a 99, nemmeno cento son riuscito a scriverne però, ammettetelo, ho chiuso con il botto eh? Non mi illudo assolutamente che il 2014 mi renda una persona diversa, non illudetevi nemmeno voi.

Aggiornamento: Scusate, ormai invecchio e se non aggiorno subito il file delle letture via via che leggo qualcosa può sempre sfuggire. Mi era sfuggito il libro di Nesbo, non male ma niente di esaltante.

15 settembre 2013

I giorni mi cadono via veloci...

...tanto da scordarmi molte cose e ricordarne altre, sempre, fisse nel cervello. Eppure me lo sarei dovuto ricordare, cazzo, è partito tutto da qui, ormai sette anni fa; per gioco credo, per la voglia di provarci. Non pensavo nemmeno che sarebbe durato, che dopo sette anni, SETTE, sarei stato ancora qui a scrivere parole, mie, di altri, di altre vite, di universi paralleli, di universi trasversali; ed invece sono ancora qui e per favore non tirate in ballo Vasco Rossi. Questo post, per stare in regola, avrei dovuto scriverlo il due settembre e non quasi due settimane dopo ma m'è passato di mente, d'altronde, il 4 ho scritto di pensieri, per raccontare quanto tempo, dentro una testa, si possono fermare alcuni pensieri, è una cosa che sapevo da tempo ed ho imparato da poco. Solo che i pensieri, quelli forti, costanti, spingono via gli altri, quelli futili, chiamiamoli così. Eppure ripenso spesso a tutto quello che è passato attraverso questo blog, a tutti gli amici che m'ha fatto conoscere, che, spero, continuerà a farmi conoscere e mi accorgo anche che, bene o male, dentro questo blog ci sono tutti i miei cicli evolutivi, i momenti in cui scrivevo per far ridere ed i momenti no, quelli tristi. Mi è stato detto tempo fa che non scrivo più con la stessa leggerezza, mi è stato detto anche nello scorso post, e quando te lo dice una persona che ti conosce bene, penso significhi che è così. Vi confesso che, a volte, sono stanco, guardo tutte le cose che ho scritto, guardo le idee folli in cui mi sono imbarcato, le promesse che ho fatto, e sono stanco; finirò mai i racconti dalle tre parole? L'ultimo è quasi di un anno fa. Ed i racconti che ho promesso di scrivere, gli altri, quelli che nascono dalle canzoni? Ed i reloaded? Ne scriverò ancora? A volte ho un sacco di entusiasmo, davvero, ho anche l'idea giusta in testa ma poi qualcosa mi mozza il pensiero, mi mozza il respiro. Passerà? Si attenuerà? Non lo so, alla fine anche questo è crescere, non sapere o sapere bene, tanto bene. Quanta vita ci sta dentro sette anni? Tanta, così tanta che, spesso, nemmeno si riesce a raccontare, quello che ero in quel lontano 2 settembre 2006, quello che sono in questo 15 settembre 2013, quello che è stato e spero sia ancora, sempre e per sempre, io non mi siedo o siederò mai con le spalle alla porta, io attendo e spero sempre, al bancone. In questi sette anni ho fatto tante scelte, tante non scelte, alcune sono palesi, altre meno, altre ancora devono essere capite, altre non bisogna per forza farle. Alla fine, insomma, questo blog è qui da sette anni e, spero, continuerà ad esserci per tanto tempo ancora, nonostante la stanchezza. Mo, però, basta, non vorrei che mi si dica che sono patetico; tanti auguri al mio blog per il suo compleanno, perchè ormai è un ometto, per tutte le persone con cui mi collega, per quello che verrà.

08 luglio 2013

Tornato

E' che ce ne sarebbero di parole, tante, su ogni volta che torno a Milano, che ogni volta è uguale, che ogni volta è diversa. Ho rispettato quello che avevo scritto, viverla libero da certi pesi che comunque ci sono, sono dentro, non se ne andranno mai ma se li metti nel loro compartimento stagno, dopo che sono tracimati per un sacco di tempo, beh, forse riesci ad essere quello che dovresti essere, te stesso. Sono tornato, come ogni volta, più ricco; no, non di soldi (magari) ma più ricco di vita, di immagini, di rabbia buona, di fame. Sono tornato ed ogni tanto penso e sorrido e per questa cosa ringrazio, ma tanto. Scriverò ancora, ne ho voglia, ne ho rabbia, scriverò ancora. Sono tornato.


17 maggio 2013

La settima...na sta per finire, eccovi un'altra cinquina

Lo so che non vedete l'ora che finisca di rispondere alle domande perché non ce la fate più a sopportare i miei titoli, non preoccupatevi siamo in dirittura d'arrivo, si vede il traguardo (sempre che, nel frattempo non mi vengano a fare altre decine di domande in questo post qui). Siamo alla settima cinquina di domande (se non lo avevate capito dal titolo)

pOpale chiede:
Domanda seria (?):
è più facile scrivere un post o un twitter?

Domanda interessata:
Che marca di birra preferisci?

Amico mio, secondo me sono tutte e due domande serie, soprattutto la seconda. Per me è molto più facile scrivere un tweet che un post; principalmente su twitter cazzeggio alla grande, è prettamente un luogo in cui faccio battute, principalmente in risposta ad altri tweet, niente di particolarmente serio. Il blog invece per me è molto più importante per tantissimi motivi, uno dei più importanti è la quantità di persone meravigliose che mi ha fatto conoscere (sì, dico soprattutto a te, mi leggi ancora?) e poi è il canale in cui, come ho scritto tante volte, metto i miei racconti; pensa che buona parte dei miei post prima nasce su carta, poi viene ricopiato, corretto ed integrato su word e solo a quel punto arriva sul blog (chi è che ha detto "E nonostante questo ti escono 'ste cazzate?!"???). Quanto alla birra, non mi considero un espertone, sono un fan delle lager o, meglio, non mi piacciono molto le weiss; una birra che adoro bere, non ci crederai mai, è la Peroni Gran Riserva (sia rossa che bionda) che trovo davvero ottima, se, però, la volta che avremo la fortuna di berne una insieme tu volessi farmene conoscere un'altra altrettanto buona, mica mi tiro indietro.

Fata Morgana chiede:
ti ritieni un moralista? sei uno di quelli che "io non tradisco mai", "io non perdono", "se è sposata o fidanzata non potrei mai"...e poi un bel "che schifo!" con faccia disgustata? la vita è multisfaccettata...

No, mi ritengo il contrario, un immoralista. Non mi piacciono quelli che dicono "io mai" o "io non perdono", in trentasette anni ho conosciuto tante persone, tante storie mi sono state raccontate, tante ne ho viste con i miei occhi, altre ne ho vissute, che se emanassi sentenze assolute non sarei un moralista, sarei proprio uno stupido. Alla base delle scelte della vita ci sono milioni di componenti che, consciamente o inconsciamente, prendiamo in considerazione, il "bianco o nero" non è mai stato nelle mie corde. Sono perfettamente d'accordo con te, la vita è multisfaccettata e quelli che credono che sia solo in un modo si perdono un sacco di cose, soprattutto emettendo sentenze.

endi chiede:
ti piace doraemon?

Sono nato nel 1976 quindi la mia infanzia e prima adolescenza è stata tutta negli anni '80, potrebbe non piacermi doraemon?? Magari avercela una tasca come la sua (o come il gonnellino di Eta Beta)

Zion chiede:
io ne faccio una: ti piacerebbe diventare papà adesso?

Sinceramente no, per tantissimi motivi. Magari in futuro sarà diverso ma adesso è così. (Mi viene da sorridere però, pensando al fatto che credevi che Oceano fosse un uomo e quindi fossimo una coppia gay)

elena chiede:
come mai questa idea?
... ma tu sai come funziona una risaia? :) ciao
p.s. lo so sono due... sccegli :)

Visto che sul "come mai questa idea?" ho già risposto a Lorenzo, rispondo a quella sulla risaia. Certo che so come funziona una risaia, chi non lo sa?? Praticamente si crea un terreno perfettamente livellato e lo si concima, lo si allaga la prima volta, poi si prosciuga, si semina, si allaga una seconda volta per circa otto giorni per fare in modo che il chicco di riso si gonfi e tiri fuori le piccole radici e si prosciuga un'altra volta, da lì il chicco e già abbastanza cresciuto e se la deve vedere da solo, e chi sono io? La mamma chioccia??

Bene, anche questa cinquina è termina, passate un buon weekend.