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02 settembre 2016

Dieci anni

Ebbene sì, oggi questo blog compie dieci anni, se solo ci penso mi vengono un po' i brividi, cavolo, sono tanti; insomma, dieci anni a scrivere cazzata è un lavoraccio, eppure a quanto pare ci sono riuscito. Lo so, ultimamente, diciamo da almeno un paio d'anni, scrivo meno e giro meno per blog, e mi manca, ma è come se mi sentissi a corto di parole, di quelle giuste almeno. Di quelle messe per bene, in fila, a creare un po' di emozioni. Il bello è che, anche se a stento, non ho mai pensato di chiudere questo spazio, lo amo troppo. Internet è cambiato in questi dieci anni, sono cambiato io, o, meglio, mi sono "evoluto"; anche il modo di fruirne è cambiato, in realtà è come se avesse fatto un piccolo passo indietro, come se fosse tornato al periodo dei forum, con la gente che deve per forza esprimere un parere su tutto, che litiga per qualsiasi cosa, che offende con una facilità che fa rabbrividire. I blog, rispetto a tutto questo, sono sempre stati un'isola non dico "felice" ma quantomeno differente, il modo stesso di utilizzarli, come sversatoi di parole, li rende differenti dall'approccio diretto; proprio per questo non credo che abbandonerò questo posto, anzi spero di tornare a scrivere come prima, anche se sembra, in questo momento, difficile. Mi guardo indietro e la cosa che mi lascia perplesso è che alcuni dei problemi che c'erano dieci anni fa ci sono ancora, parlo di me, del mio approccio alla vita, solo che adesso ho dieci anni di più e mi sento stanco; stanco di dover sempre trovare una buona parola per tutto quando invece vorrei solo alzarmi, distribuire con gentilezza dei "vaffanculo", e andare via; dove non so ma via, perché spesso non è che vuoi andare in un posto, vuoi semplicemente andartene da dove stai. Poi ci penso e dico che risolvo poco così, risolvo poco se il malessere continuo a portarmelo vicino, ovunque andrò sarà con me, come la "casetta" delle lumache. Ad uno sguardo attento, in questi anni, appare chiaro che si è "evoluto" anche il modo di scrivere, le cose dette magari rimangono le stesse, l'occhio che le guarda, la luce che le illumina, invece sono diversi. Ecco, questa cosa della luce è il mio modo di spiegare il fatto che non cambiamo, a parte il periodo di sviluppo che va dall'infanzia alla post-adolescenza, alla fine, in potenza, siamo già tutto quello che saremo, solo che cambia la luce. Per spiegarmi meglio, immaginate un uovo, no, non fritto, un uovo intero, con il guscio; ora pensate di illuminarlo da un lato, uno qualsiasi, con una luce; vedrete che dove batte la luce il guscio è chiaro, dall'altro lato, quello in ombra, è scuro; se spostate la luce la situazione cambia e quello che era illuminato va in ombra e viceversa. "Hai scoperto l'acqua calda" direte voi, avendo anche un po' ragione, solo che era per dirvi che anche per un oggetto liscio e semplice come un uovo i lati in luce e quelli in ombra dipendono da dove arriva la luce. Ecco, immaginate, adesso, una roccia, imperfetta, dalla superficie piena di buchi ed escrescenze, ecco, ancora di più quello che viene illuminato e quello che rimane nell'ombra dipendono dalla luce e da dove colpisce. Le persone sono così, abbiamo "anfratti" e "bitorzoli" e come reagiamo alle cose dipende dalla luce che ci sta illuminando in quel momento; noi siamo già bene o male tutto, solo che la vita, la stronza, sposta la luce. Ecco, questo è il mio punto di vista sui "cambiamenti"; magari la luce non tornerà mai più dove stava prima, magari ci tornerà velocemente, non ci è dato saperlo. Comunque, alla fine sono passati dieci anni e luce o non luce, sono qui, poco, ma ci sono e ripenso a tutti quelli che sono passati, quelli che ci sono ancora e quelli che sono spariti, quelli che sono diventati persone in carne ed ossa e anche se magari da qui non ci passano più spero sempre che abbiano il sorriso sulle labbra. Sì, alla fine non posso chiudere questo posto, gli voglio troppo bene.

20 luglio 2016

Ogni anno

C'è una cosa che facevo ogni anno, di oggi, ed era un semplice post su Carlo Giuliani in cui non scrivevo nulla, mettevo il link alla canzone di Guccini "Piazza Alimonda" e chiudevo i commenti perché Carlo Giuliani è sempre un argomento che fa ribollire gli animi, mi chiedo perché però; me lo sono sempre chiesto, in fondo basta un attimo di lucidità e di ricerca sul web per capire che "se l'è cercata" non è esattamente la realtà dei fatti; per capire che non ci sarebbe stata tutta la mistificazione dell'avvenuto che, invece, è stato dimostrato sia avvenuta. Basterebbe leggere un po' per accorgersi che quel povero ragazzo è morto non tanto per il proiettile che gli è stato sparato deliberatamente, non a cazzo, non in aria e deviato da un sasso volante che si trovava a passare per caso (converrete che questa è la scusa più cretina dai tempi del compito mangiato dal cane); quanto dal Defender che gli è passato sopra tre volte. Capisco anche che uno non accetti che possa essere successa una cosa che pensiamo accada solo in Paesi non democratici, che le forze che sono lì per difenderci abbiano offeso; ma io nemmeno credo nel male in tutti loro, anzi, io sono convinto che la maggioranza delle persone che fanno parte delle forze dell'ordine abbiano diritto ad un abbraccio ed un "grazie". La maggioranza, non quelli che erano lì, dalla base ai capi; questo è un fatto, dimostrato ma non accettato. Tutto qui. Non ve la metto la canzone quest'anno, faccio il mio solito saluto a Carlo con cui, se lo avessi conosciuto, ci avrei pure litigato, lo so, ma che alla fine è quello che si è trovato, come un Pharmakon, ad accumulare in sé tutti i peccati del nostro mondo, e non è giusto.

11 gennaio 2016

Era il '99

Io ancora non ci credo che sono passati diciassette anni; diciassette anni in cui non ci sei, andato via in una mattina fredda di gennaio. Ancora non ci credo che tutta questa acqua sia passata sotto i ponti perché tutto è più vivo che mai, forse è questo il potere dei grandi, aver lasciato qualcosa che li farà ricordare per sempre. Però a me ci sono i giorni in cui non basta sai? Soprattutto oggi, a diciassette anni di distanza, mi chiedo quanta altra poesia avresti potuto regalarci e mi chiedo anche se ce la saremmo meritata, quella poesia o se, come quasi tutte le cose belle che ultimamente ci vengono donate, non ce ne saremmo accorti. E poi penso pure che io sì, io me le meritavo le tue parole e la tua musica, anche solo per imparare la vita come ho sempre fatto con le tue canzoni. Per questo mi fa male pensare che non ci sei più, perché mi sono accorto che ho ancora molto da imparare, che ogni tanto mi scordo la tolleranza che hai contribuito a farmi imparare. Diciassette anni sono tanti, troppi, e saranno sempre di più perché ci sono vuoti che è giusto che non si colmino dall'esterno ma che sia io, quando ci riesco, a reimparare dalle tue parole.
Ciao Fabrizio

23 febbraio 2015

La problematica della gestione del tempo

Va da sè che devo avere qualcosa che non va alle mani visto quanto mi sta sfuggendo la sabbia del tempo ogni volta che stringo; mi ritrovo a spolverare suppellettili e orpelli inutili dalla polvere di giorni che non mi ricordo come sono passati. Il tempo ha questa sua caratteristica strana di essere fortemente soggettivo ed un po' anarchico; mi volto che sono un ragazzo e mi ritrovo che sto qui a non sapere ancora, esattamente, cosa voglio. Il tempo quando c'ha voglia lui, invece, se ne sta fermo, di solito verso le tre di notte, sul soffitto sopra il mio letto, ovunque capiti che sia il letto e se pure uno volesse giocarci a scopa lui ti inchioda a pensieri, spesso e volentieri, inutili o, peggio, pesanti come vecchie coperte di lana grezza. Ho questo problema sulla gestione del tempo che non mi accorgo quando mi passa davanti, quanto me ne passa davanti e magari me ne sto placido e dovrei muovermi un minimo e poi corro come un forsennato. Il tempo, il suo passaggio, le mani di vernice che dà ai ricordi, alle pareti di tutte le mie stanze, le mie paratie stagne; il tempo passa diverso per ognuno di noi e ripensi, festeggiando o commemorando da solo un anniversario che sembra ricordi solo tu, ripensi che un anniversario, già di suo, quando si sta formando non te ne accorgi mica che sta diventando un anniversario, soprattutto quando, a parametri sbilanciati, per te è un "ciao" e magari invece è un "addio". Il tempo e la sua gestione è un problema irrisolvibile, una di quelle equazioni indifferenziali che la vita ci propina a giorni alterni e con cui, vuoi o non vuoi, devi averci a che fare; equazione che dà un risultato diverso ad ogni persona, ed anche alla stessa persona in momenti diversi; poi ci siamo noi professionisti dell'ingovernabilità del tempo, a cui quella equazione dà un risultato diverso nello stesso momento. Il tempo è segnato nello scorrere e viene detto nel suo esistere, ci diciamo che ore sono e già quando lo diciamo, effettivamente non è più quella data ora; mi arrabatto per pareggiare una gara che non posso che perdere inventandomi il mio persona metodo di gestione del tempo che si basa sull'esistere nel momento stesso in cui avviene.

08 gennaio 2015

It's so easy...

E' così facile, adesso, convincersi di una fantomatica "supremazia" culturale del mondo occidentale, dimenticandosi tutte le guerre che ha scatenato e che scatena ancora adesso questa supremazia. E' così facile, adesso, dirsi tutti Charlie quando da noi la satira l'abbiamo calpestata fino a farla sparire. E' così facile, adesso, dirsi tutti civili quando fino a ieri abbiamo chiamato "merda" quello che aggiungeva fin anche una virgola al nostro pensiero. E' così facile, adesso, parlare dimenticandosi della regola che dice che il silenzio è d'oro ed invece unire le proprie voci (compresa la mia) al coro di parole che da ieri non fanno che riempire l'etere. E' così facile, adesso, ergersi a paladini di non si sa quale causa, giustificando tutto quello che facciamo noi, a prescindere. E' così facile, adesso, gridare ad una vendetta e non accorgersi che la cosa più spaventosa di questo atto è che fa uscire l'animale che è in tutti noi (in alcuni più, in altri meno). E' così facile ed invece l'unica cosa che dovrebbe essere così facile è innamorarsi.

04 dicembre 2014

Cinque anni che sto qui

Dovrei scrivere come faccio di solito ma, in realtà, la cosa più triste è che posso tranquillamente riproporre quello che ho scritto un anno fa; non è cambiato nulla, tranne che sono un anno più stanco.

02 novembre 2014

Momenti

Erano forse questo? Quelle dilatazioni e accelerazioni di tempo, quelle vibrazioni, quell'osmosi tra dentro e fuori, tra corpo e anima? No, non c'era, c'è e mai ci sarà nulla di trascurabile in tutto ciò.

02 settembre 2014

Otto

I compleanni sono date da ricordare con piacere o segnano semplicemente lo scorrere del tempo? Appare chiaro dai miei ultimi due post come io stia avendo dei problemi con la gestione del tempo; la verità è che sto avendo problemi con la gestione di un po' di cose. Per quanto riguarda la scrittura mi piace pensare che, come altre volte, questo sia un momento di tiraggio; tipo quando carichi la fionda e tiri l'elastico, lo tiri fino al suo punto massimo di resistenza, fino a quando non ti tremano i muscoli del braccio, e poi rilasci di colpo e il sasso che, di solito, si utilizza con le fionde, schizza via fino a colpire il suo obiettivo, carico di quella forza di cui si parlava prima. Insomma, spero sia uno di quei momenti in cui le parole stanno aspettando la loro occasione per uscire, si stanno organizzando in bande, combriccole, formazioni a testuggine, per poi attaccare. Quanto al resto, credo di trovarmi in uno dei tanti punti bassi dell'oscillazione della mia onda personale, probabilmente risalirò, non importa, so di essere fatto così e questo mi basta.; trentotto anni mi hanno insegnato che non si cambia, la più grande cazzata che ci si possa raccontare è il cambiamento proprio o degli altri, al massimo ci si evolve, ma non si cambia; si finge per un po' fino a quando il beneficio supera il costo, poi si torna sempre quello che si è, nel bene e nel male. No, non sono felice ma nemmeno disperato; mi sono convinto, magari sbagliando, che inseguire una vita piatta, nel senso emozionale, sia uno sbaglio; che ognuno di noi ha la propria ricetta e via così. Ma torniamo ai compleanni, mi facevo la domanda con cui ho esordito perché oggi questo blog compie otto anni e, come ogni volta, mi sono trovato a ripensare a tutto quello che ho scritto in questi anni, il "capitale letterario", chiamiamolo così ma, soprattutto, il "capitale umano" che ho accumulato con questo blog, che non ha prezzo; su questo posso affermarlo senza tema di smentita: SONO FELICE delle persone che questo blog mi ha fatto incontrare, le vite, le storie, le facce anche, quando ho avuto la fortuna di materializzarle. Se ci penso non ci credo, otto anni, sono un bel po' di tempo, un sacco di cazzate dette eh, io lo so, ma anche cose piacevoli, divertenti, azzardo a dire anche belle eppure sono passati e posso dire che questo blog mi rappresenta perfettamente, rappresenta la mia evoluzione, il mio ondeggiare, le mie altalene emotive, i miei scazzi e le mie paturnie; insomma, me. Penso a tutto questo e mi dico che, per quanto in questo momento non sembri, ho ancora fame, ho ancora voglia di far festeggiare compleanni a questo blog anche se, a volte, mi viene voglia di chiuderlo perché tutto quello che porta tanta felicità porta anche tanto dolore e questo solo gli stupidi lo ignorano, e voi non siete stupidi. Virtualmente, vi abbraccio tutti, grazie.

20 luglio 2014

Come tutti gli anni

Come ogni anno, da quando questo blog esiste; come ogni anno, senza commenti perché la memoria è un esercizio collettivo che si fa in solitaria. Bisogna guardare dentro la propria testa e dentro il proprio cuore e togliere la polvere che abbiamo accumulato sui ricordi.

03 luglio 2014

Sympathy for the devil


Please allow me to introduce myself...
Ciao, sono quello che ti guarda tutte le mattine, dallo specchio, sono l'abisso in cui ti rifiuti di guardare. Sono il demone che ti striscia dentro e che rinchiudi nelle pieghe più nascoste della tua testa, sono il male, il tuo. Lo sai bene che il male è necessario, che senza buio la luce non avrebbe nessun senso di esistere ed io sono il tuo buio; sono quello che ti guida la mano quando scrivi i tuoi racconti neri, scuri come la pece; sono la tua cattiveria che affiora, come lo zucchero sui frutti lasciati essicare, come il sale nei salumi stagionati male. Il male, appunto. Sono quello che la tua coscienza tiene a bada, quello che, a volte, si porta a bere la tua coscienza. Sono il te stesso che nascondi nel labirinto delle tue paratie stagne, sono il puntello che non ti fa crollare. Ogni giorno ti guardo dallo specchio, ti vedo fare i tuoi soliti bilanci quotidiani, ingoiare alcuni rospi, partorire altri sorrisi ed intanto me la rido, mi gingillo con le parole, sai? Sì, con quelle parole che ti tieni dentro, quelle che ti offro sempre su un piatto d'argento ma che tu, stoicamente, rifiuti, non dici, ricacci da me. E rido. Sì, rido di te e me insieme, tu così pubblico, io così ben nascosto, il diavolo sta nei dettagli, no? Nel guizzo degli occhi, nella lama di sorriso, nel gesto trattenuto delle mani; io sto lì, lo sai bene, lo senti anche tu che ci sono perchè tu sei me ed io te, tu che sei bugiardo e infido così come sei fidato e chiaro. Sono quello che ti mette in testa le immagini peggiori, i pensieri che ti fanno ritorcere lo stomaco, che te lo stringono in una morsa, i pensieri che non ti fanno dormire. Sono io quello che ti porta alla bocca le parole cattive, quelle che riesci sempre a tenerti dentro, quelle che sai bene che sono la verità. Sei troppo buono, lo sai? Sei così buono che io è necessario che ci sia, sempre, ma tu mi trattieni, mi blandisci, mi concedi parole imbandite su una pagina bianca ed io mi accontento, non preoccuparti, il tuo diavolo si tiene le parole ma mi senti, vero? Sono il ruggito che ti vibra dentro, la rabbia che ti stringe la mascella, sono quelle cazzo di verità che non sbatti in faccia mai, cazzo, mai. Sono l'ultimo baluardo della tua sanità mentale, il male è quello, non è mica follia, il tuo demone ti vuole bene, il tuo demone ti regge in piedi. Tu sei quello che sorride, io quello che ghigna; tu sei quello che capisce, io quello che deride; tu sei l'empatico, io l'antipatico; io sono il tuo nocciolo duro, il nucleo centrale e sono lì che attendo, perchè prima o poi mi farai uscire, prima o poi non sorriderai più, scoppierai a ridere e tenendoti la pancia dirai tutti i "non avete capito un cazzo", riderai e gli occhi non saranno i tuoi, saranno i miei, non saranno i tuoi denti, saranno le mie zanne e non saranno le tue parole, saranno, finalmente, le mie e sarà un piacere presentarsi al mondo...
Pleased to meet you
Hope you guess my name
Non abbiate paura, è solo il mio post numero 666

08 marzo 2014

Le donne

Oggi è l'8 marzo, la "festa della donna"...certo, in realtà dovrebbe, più che altro, essere una commemorazione di una strage ma, si sa, a volte tutto fa brodo. Ci sono donne che gli auguri, oggi, li vogliono, ci sono quelle che "assolutamente no" (intendo gli auguri, non altro), ci sono anche quelle "la donna si festeggia tutti i giorni". Io, di donne, in questo blog ne ho parlato spesso, ho scritto di donne, creato donne o solo raccontato donne; non sono per la diversità di genere, sono per l'uguaglianza sostanziale, il riconoscimento di pregi e difetti che ci sono in uomini e donne e poi, soprattutto, guardo alla persona, esistono uomini perbene come esistono delle immonde merde, esistono donne meravigliose e stronze immani, non dovreste fermarvi ad una categorizzazione, dovreste guardarle, le persone, conoscerle. Detto questo, ieri pensavo ad oggi (io guardo sempre al futuro) e mi sono ricordato un post di tanto tanto tempo fa, del 24 giugno del 2008, che scrissi in collaborazione con il mitico Digitoergosum (i lettori più anziani si ricorderanno sicuramente di lui), sono andato a rileggermelo e mi sono accorto di quanto sentissi ancora mie sia le parole che scrisse lui, sia quelle che scrissi io, in alcuni passaggi erano una specie di predizione; per questo motivo oggi, per festeggiare la donna, le ripropongo, magari chi le ha già lette avrà piacere di rileggerle e chi se le è perse le leggerà ora. Non me ne vogliano i lettori maschi se do un abbraccio forte alle mie lettrici e non me ne vogliano loro se, nella mia testa, ne scelgo una in particolare.

La parte scritta da Digito:

Certe donne sono il primo pensiero di ogni giorno, anche se poi è un giorno fottuto.
Che quando le cose vanno male le chiamiamo per nome e le amiamo per come sono. Loro, non noi.
Che, quando arriva la sera, è sempre meno male che arriva la sera.

Certe donne, ad abbracciarle, ci si sente rinati. Con quel profumo naturale che scende dal collo.
Lo stesso profumo che poi ci perseguita, quando non sono con noi e ci fa impazzire quando non sono più
con noi.
Certe donne, per motivi che a noi sfuggono sempre, accettano in modo silenzioso e spontaGneo di fare un pezzo di strada con noi. Eppoi, quando se ne vanno, per noi niente è più come prima.

Certe donne, a guardarle bene, le sposeresti al primo bacio e al primo abbraccio. Poi, quando ci fai all'amore, preghi ogni santo che non ti faccia cambiare mai.
Che quando poi l'abitudine viene c'è qualcosa che sviene ma, quando poi siete lontane, non ci fate dormire più.

La parte scritta da me:

Così mi disse l’amico mio
Ed io ribattei a mia volta:
“Le donne sono sogni
che si sognano più di una volta;

sono profumi che torneranno
alle narici, alla memoria
lasciandoci ancora storditi
come all’inizio di ogni storia.

Le donne sono grammatica,
punteggiatura del nostro romanzo,
sorriso intrigante di una cena
risata squillante dell’ora di pranzo.

Le donne sono un rifugio
dove non c’è sofferenza e paura,
fatto di abbracci e carezze gentili
dove scordiamo qualunque sventura;

spesso sono anche dolore
unghie sull’anima lacerata
parole taglienti sui nostri sogni,
fiori recisi da lama affilata.

Le donne sono il nostro destino
il tutto ed il niente dell’esistenza,
tasselli di un solo mosaico,
voci silenti della coscienza.

Le donne sono sguardi leggeri
a scardinare la resistenza rimasta,
loro tutto questo lo sanno
ed a noi, in fondo, ci basta”.

16 febbraio 2014

Oggi

La chiesa è piena in ogni ordine di posti, anche quelli in piedi, sono appoggiato al muro, praticamente all'ingresso, e guardo i fiori di gesso sul soffitto della cupola. Non mi piacciono i funerali, ma ci sono persone per cui è giusto esserci, soprattutto se, obiettivamente, sono andate via troppo presto. Sento le parole del sacerdote di colore, parla italiano meglio della maggior parte di quelli che assistono alle esequie, ognuno con la propria motivazione, dalla più seria alla più frivola. Invidio i credenti, il pensiero che, per loro, la morte sia l'inizio di qualcosa; per me non è così, per me la vita è ciò che accade tra la nascita e la morte ed è quella che va vissuta, per quello, non per ciò che, ipoteticamente, avverrà dopo. Non è una questione di religione o cristianità, a me non frega un cazzo nemmeno del karma, della vita successiva basata sulla vita precedente; la vita che va vissuta è questa, e basta, e non per guadagnare un ipotetico paradiso ma per sentire ogni fottuto attimo di questa esperienza terrena che sia lungo quanto la vita stessa o che sia più breve. Ascolto le parole del parroco e mi soffermo su quello che dice, racconta un aneddoto di vita della persona che siamo venuti a salutare; lavorava allo sportello, alle poste, e quando ci andava un suo conoscente, per salutarlo, tendeva la mano dalla fessura del vetro per avere un contatto fisico, lo ha fatto spesso anche con me, ti sorrideva, ti chiedeva come stavi e passava quattro dita sotto il vetro, per salutarti. Parla di mani tese, il parroco e, pur utilizzando una dialettica lontana dalla mia, dice una cosa che trovo giusta, dice che una mano tesa è il più bel gesto che si possa fare, che significa "ecco, sono qui, se hai bisogno, questa è la mia mano". Non sono religioso, credo in Dio ma a mio modo, credo in Dio ma non nell'umanità e, soprattutto, credo che il nostro tempo sia questo, non quello di una vita precedente, non quello di una vita successiva, e per questo dico che la mia mano è questa, è qui, prendila se ti serve, se hai bisogno.



11 gennaio 2014

Quindici anni



La verità, Dio, è che ti dovevi chiamare altri, non lui. Se vuoi te lo faccio io un bel elenco di teste di cazzo, almeno ti fai un po' perdonare.

02 dicembre 2013

Quattro anni che sto qui

No, non è il compleanno del blog, quello è stato a settembre ed erano comunque sette anni. No, questo è un post che, verso la fine di novembre, scrivo tutti gli anni. Quest'anno, come in molte cose della mia vita, sono in ritardo. Il post serve a ricordarmi da quanti anni non sto più a Milano, da quanti anni ho preso la coraggiosa (?) decisione di tornare in Puglia, in provincia. Credo di avervi fracassato le palle abbastanza, con Milano, con quanto mi manca, con cosa significa e blablabla...e vi assicuro che non vi ho raccontato tutto. In realtà è un post che uso per tirare un po' le somme, per raccontare, anzi, raccontarMI un po', visto che sto sempre ad inventare storie, questo, invece, è uno di quei post che servono per mettere giù un po' di punti di vista. Quest'anno però sono stanco, più stanco del solito, me ne accorgo da alcuni gesti, da alcune epifanie, da alcune attese, da alcune insonnie. Me ne accorgo dai miei stessi pensieri, nemmeno troppo positivi, dai bandoli non trovati, dai pezzi sempre più piccoli di puzzle che, alla fine, sarebbero davvero semplici, di quelli a cubotti di quando ero piccolissimo. Me ne ricordo uno, di nove pezzi, dentro una valigetta rossa, credo fosse di Goldrake. Mi ricordo che mi sedevo per terra, sul tappeto, e ci giocavo, impilavo i cubotti, componevo l'immagine, era facile. Alla fine le cose non sono tutte complicate, a volte sono facili, di una facilità disarmante: Tutto è meglio di poco, poco è meglio di nulla. Ho speso gli ultimi quattro anni, oltre che a cazzeggiare, a cercare una motivazione nel lavoro, nel saper fare bene le cose e vi dico una cosa, a fine novembre del 2009 ero all'apice, avevo la consapevolezza, non dico al 100% ma quasi, di quanto fossi capace di fare, di quanto fossi capace di imparare ancora; solo che abbiamo vizi atavici, noi italiani, e non la butto in politica perché, sinceramente, sono stanco anche di quello; abbiamo vizi atavici che tolgono il respiro e la voglia, tolgono la spinta e l'illusione, tolgono. E dolgono. Quindi mi perdonerete se, questa volta, non sto a fare l'elenco di quanto sono stato stupido a tornare indietro, di come mi manchi la casa che avevo in via Biancardi, al numero sei; se non sto a raccontarmi che quella scelta ha comunque portato altre cose bellissime, dopo. No, sinceramente, non faccio nessun elenco. Alla fine, sono sicuro, dalle parole che ho scritto, c'è chi capira molto ma molto di più. Vi abbraccio e prometto che tornerò ai racconti quanto prima.

15 settembre 2013

I giorni mi cadono via veloci...

...tanto da scordarmi molte cose e ricordarne altre, sempre, fisse nel cervello. Eppure me lo sarei dovuto ricordare, cazzo, è partito tutto da qui, ormai sette anni fa; per gioco credo, per la voglia di provarci. Non pensavo nemmeno che sarebbe durato, che dopo sette anni, SETTE, sarei stato ancora qui a scrivere parole, mie, di altri, di altre vite, di universi paralleli, di universi trasversali; ed invece sono ancora qui e per favore non tirate in ballo Vasco Rossi. Questo post, per stare in regola, avrei dovuto scriverlo il due settembre e non quasi due settimane dopo ma m'è passato di mente, d'altronde, il 4 ho scritto di pensieri, per raccontare quanto tempo, dentro una testa, si possono fermare alcuni pensieri, è una cosa che sapevo da tempo ed ho imparato da poco. Solo che i pensieri, quelli forti, costanti, spingono via gli altri, quelli futili, chiamiamoli così. Eppure ripenso spesso a tutto quello che è passato attraverso questo blog, a tutti gli amici che m'ha fatto conoscere, che, spero, continuerà a farmi conoscere e mi accorgo anche che, bene o male, dentro questo blog ci sono tutti i miei cicli evolutivi, i momenti in cui scrivevo per far ridere ed i momenti no, quelli tristi. Mi è stato detto tempo fa che non scrivo più con la stessa leggerezza, mi è stato detto anche nello scorso post, e quando te lo dice una persona che ti conosce bene, penso significhi che è così. Vi confesso che, a volte, sono stanco, guardo tutte le cose che ho scritto, guardo le idee folli in cui mi sono imbarcato, le promesse che ho fatto, e sono stanco; finirò mai i racconti dalle tre parole? L'ultimo è quasi di un anno fa. Ed i racconti che ho promesso di scrivere, gli altri, quelli che nascono dalle canzoni? Ed i reloaded? Ne scriverò ancora? A volte ho un sacco di entusiasmo, davvero, ho anche l'idea giusta in testa ma poi qualcosa mi mozza il pensiero, mi mozza il respiro. Passerà? Si attenuerà? Non lo so, alla fine anche questo è crescere, non sapere o sapere bene, tanto bene. Quanta vita ci sta dentro sette anni? Tanta, così tanta che, spesso, nemmeno si riesce a raccontare, quello che ero in quel lontano 2 settembre 2006, quello che sono in questo 15 settembre 2013, quello che è stato e spero sia ancora, sempre e per sempre, io non mi siedo o siederò mai con le spalle alla porta, io attendo e spero sempre, al bancone. In questi sette anni ho fatto tante scelte, tante non scelte, alcune sono palesi, altre meno, altre ancora devono essere capite, altre non bisogna per forza farle. Alla fine, insomma, questo blog è qui da sette anni e, spero, continuerà ad esserci per tanto tempo ancora, nonostante la stanchezza. Mo, però, basta, non vorrei che mi si dica che sono patetico; tanti auguri al mio blog per il suo compleanno, perchè ormai è un ometto, per tutte le persone con cui mi collega, per quello che verrà.

02 luglio 2013

Milano

Sono a Milano, appena arrivato. Come ogni volta ho fatto mio, da subito, ogni passo, ogni respiro. Non importa sia di polvere e caldo, ogni respiro è un ricordo, ogni strada un'immagine. Si dice che un posto, per capirlo, va vissuto; io questa città l'ho vissuta, un tempo breve e eterno ed ogni volta che torno mi riconosce e mi dà qualcosa. Sempre uguale, sempre diversa; felicità, tristezza, euforia, rabbia. Da sole e tutte insieme. Per un periodo l'ho guardata appannata, dietro una cataratta di tristezza e rabbia, cercavo risposte dentro le cose, cercavo persone dentro le facce, senza nemmeno sapere cosa avrei fatto una volta trovate le risposte. Senza nemmeno sapere cosa avrei detto se avessi incontrato le persone. Quando ogni angolo ti racconta qualcosa è difficile tirare un respiro; che sia una fermata della metro, o un tram o, addirittura, una fredda panchina di cemento. Poi, l'ultima volta che sono stato qui, una rivelazione, come il click di una telefonata che si chiude e cadono, con la comunicazione, anche gli orpelli e cade, addosso a te, la tua stanchezza e ti ripiomba addosso anche la tua logica ma, soprattutto, il tuo orgoglio e allora quella cataratta, quella patina, cade anche lei e vedi tutto. Tutto il bello che tale rimarrà ma anche tutte le stronzate che le persone hanno il coraggio di dirti, le stronzate che hanno il coraggio di bersi. Sono di nuovo a Milano e torno a rivedere i ricordi, nitidi, belli; torno a ripensare alle penombre e alle strade, al caldo di luglio e al freddo di febbraio. Sono di nuovo a Milano ma, soprattutto, ho di nuovo fame.

25 aprile 2013

Liberi, tutti!


Da ciò che uccide te e tutto ciò che ho intorno
Dall'uomo che non è padrone del suo giorno
Da tutti quelli che inquinano il mio campo
Io mi libererò perché ora sono stanco

"Libertà", parola enorme, bella, assordante; parola sfruttata, stuprata, vilipesa e svilita. Che torni a significare quello che ha sempre significato, che torni ad essere bandiera pulita e nitida e non marchio di partito. Bisogna capire di essere schiavi, di essere succubi, per poter cercare la libertà perché le dittature ci sono sempre, anche solo tra due persone e vanno distrutte, non vanno subite.

11 gennaio 2013

11 gennaio 1999

Te ne sei andato quattordici anni fa, d'inverno, come cantavi fosse meglio. La tua mancanza ha l'età di un ragazzino che comincia la scuola superiore, la stessa che avevo io quando t'ho scoperto grazie ad uno strano passaggio televisivo di Don Raffaè. Da lì è stata una vertigine, come una macchia d'olio buono che si allarga sulla tovaglia bianca sono andato a cercarmi quello che c'era prima, ho aspettato con ansia quello che ci sarebbe stato dopo. Ingenuamente pensavo che non ci sarebbe stata fine, no, non sarebbe mai arrivato il giorno in cui non ci sarebbe stato un dopo, che ci sarebbe stata sempre un'altra canzone a spiegarmi le cose ma non è andata così, come natura vuole, e mi tocca ripercorrere il tempo sulle tue parole, sulle strofe lunghe e quelle brevi e interpretare il mondo senza le tue istruzioni in musica ma, semplicemente, con tutto quello che ho accumulato.