29 gennaio 2015

Takki alti

La leggenda vuole che, per fare i capelli a Mr Takki, arrivi appositamente un barbiere che per tutto il resto del tempo vive rinchiuso in un manicomio criminale di Manaus, al centro della foresta amazzonica. Altre versioni della stessa leggenda, invece, dicono che il barbiere sia stato rinchiuso lì dopo aver visto i capelli di Mr Takki. Fatto sta che una volta al mese Takki si chiude in una stanza da cui provengono, per due ore, urla disumane e dopo esca con i suoi capelli in perfetto stato brado; dopo di lui, solitamente, pare esca una certa Wanda, una stangona di due metri con un vezzoso neo sul pomo d’Adamo. Il suo vero nome, all’anagrafe, è Carlo ma viene chiamato Mr Takki per la sua insana passione per la carne di tacchino. Va detto, per dovere di cronaca, che alcune malelingue affermano che il nome è dato dalle scarpe che solitamente indossa, la sera, sui controviali. Bambino timido ma precoce, quando, a sei anni, seppe che avrebbe cominciato la scuola elementare disse solo “C’è figa?”, i suoi furono molto divertiti da questa affermazione, lo furono meno quando, il secondo giorno di scuola, furono mandati a chiamare dal Dirigente scolastico perché il figlio aveva guardato sotto la gonna della maestra. Alla domanda “Perché lo hai fatto?!” il bimbo rispose “Per interesse antropologico”; dopo aver controllato sul dizionario la parola ‘antropologico’ il padre si soffermò, con il piccolo, sull’eziologia di questo suo interesse; il piccolo ascoltò con molta cura le parole del padre, soppesò le affermazioni e si convinse di essere andato troppo avanti con il metodo sperimentale, questo tra una cinghiata e l’altra. Va da sé che tale interesse antropologico comunque non poteva essere estirpato dalla mente del piccolo; tanta era la sua voglia di sapere che, ogni volta che poteva, prendeva in pugno la situazione e studiava dei trattati che i compagni di scuola più grandi gli passavano a prezzo di favore, come dimostra la tesina “L’importanza de ‘Le ore mese’ nello sviluppo muscolare del fanciullo”. Questo studio “matto e disperatissimo” (Cit.) non poteva che avere conseguenze sul fisico in crescita del piccolo Carlo; due fra tutte, un braccio destro da giavellottista olimpico ed un evidente calo della vista. Il problema alla vista diventa serio quando, all’età di tredici anni passa mezzora a parlare con l’attaccapanni credendo fosse sua zia Pinuccia; portato ad una visita oculistica il medico cerca insistentemente di fargli leggere la seconda riga del pannello sulla parete, quando ormai sta per dire ai genitori di prendergli un cane con la pettorina con la croce si accorge che Carlo non sta guardando il pannello ma la scollatura della sua assistente, debitamente allontanata la quale gli viene diagnosticata una forte miopia che lo obbligherà a portare gli occhiali, gli stessi occhiali che diventeranno il suo segno distintivo, insieme al tatuaggio “Ramon sfondami” sulla chiappa sinistra, ricordo di un viaggio in Sudamerica di cui non ama parlare. Dopo una carriera scolastica abbastanza positiva ed un corso da video maker da migliore della sua classe, due eventi accadono, a poca distanza l’uno dall’altro, che cambiano per sempre la sua vita: la scoperta dell’esistenza di Vine e l’incontro con il Bomma. Pare si incontrino per la prima volta ad un gruppo di autocoscienza per dipendenti da internet, i “pipparoli anonimi”; in realtà questa versione dei fatti è stata messa in giro dai loro familiari per coprire l’amara verità: i due si sono incontrati per la prima volta tra il pubblico di un concerto di Paolo Belli in cui uno indossava una t-shirt con la scritta “Ruba la mia bicicletta, sarò il tuo sellino” e l’altro aveva un cartoncino con su “Baccini non ti merita”. Si conoscono nell’attesa del loro idolo mentre comprano due birre da 66cl che bevono in un sorso solo e, ruttando in contemporanea, lacerano il timpano del bibitaro; e lì, suggellata da una risata e dalle legnate del neosordo, nasce una solida amicizia.

In questi giorni avevo bisogno di ridere ed allora, ecco a voi un altro di quei personaggi incredibili che ho incontrato su Twitter.

27 gennaio 2015

26 gennaio 2015

23 gennaio 2015

Jeans

Tutti ne hanno uno nell'armadio, magari in fondo ad un cassetto oppure appeso sull'ultima delle grucce. Non lo metti tutti i giorni, forse non è adatto al lavoro, forse è un po' liso sul sedere o magari s'è un po' decolorato. Non è l'abito della cena elegante, in tessuto pregiato, quello che ti fa sentire al centro dell'attenzione e nemmeno il pigiama della notte che ti scalda il sonno. Non è la camicia nuova, quella che togli dalla carta, che apri e profuma di nuovo. Non è né il cappotto da cerimonia o la giacca da uscita. Magari c'è stato un periodo in cui lo mettevi ogni volta che potevi, altre che lo trovavi brutto, che ti stava stretto, che non lo trovavi adatto perché era meglio un pantalone elegante; il pantalone che hai sempre desiderato, quello che forse è un po' stretto ai fianchi, che forse la lana punge un po' ma che indossi perché pare sia quello che si deve indossare. Probabilmente è un po' sformato, magari la maggior parte del tempo te lo scordi ma lui è lì, in fondo ad un cassetto oppure sull'ultima gruccia e sai che se un giorno avrai bisogno di comodità, di qualcosa con cui sai di stare bene, potrai aprire l'armadio e mettere quel jeans. Anche alcune persone sono così.

17 gennaio 2015

Fili

Alla fine siamo matasse, gomitoli di fili sparsi, ragnatele di collegamenti che si tirano e si spingono fra di loro. Fili, collegati a frasi, a mezze parole non dette, a esternazioni ripetute. Fili attaccati a immagini, a volti definiti, ad ombre in chiaroscuro. Siamo matasse di terminazioni, collegamenti, ponti tra terre lontane, tra distanze imperscrutabili. Fili tra le persone, tra sconosciuti incontrati per caso, facce in mezzo alle facce. Siamo fili che si spezzano, si riannodano, si aggrovigliano tra le dita fino a non poterle districare. Siamo burattini senza burattinaio appoggiati alle quinte del teatro con i nostri fili sparsi intorno. Fili che ci collegano a tutto come capillari verso la vita, verso le vite. Siamo matasse stese, arrotolate, capovolte; tiriamo i nostri fili, lenze di pesca d'altura, tiriamo collegamenti e conclusioni, tiriamo righe ma non cancelliamo nulla.

08 gennaio 2015

It's so easy...

E' così facile, adesso, convincersi di una fantomatica "supremazia" culturale del mondo occidentale, dimenticandosi tutte le guerre che ha scatenato e che scatena ancora adesso questa supremazia. E' così facile, adesso, dirsi tutti Charlie quando da noi la satira l'abbiamo calpestata fino a farla sparire. E' così facile, adesso, dirsi tutti civili quando fino a ieri abbiamo chiamato "merda" quello che aggiungeva fin anche una virgola al nostro pensiero. E' così facile, adesso, parlare dimenticandosi della regola che dice che il silenzio è d'oro ed invece unire le proprie voci (compresa la mia) al coro di parole che da ieri non fanno che riempire l'etere. E' così facile, adesso, ergersi a paladini di non si sa quale causa, giustificando tutto quello che facciamo noi, a prescindere. E' così facile, adesso, gridare ad una vendetta e non accorgersi che la cosa più spaventosa di questo atto è che fa uscire l'animale che è in tutti noi (in alcuni più, in altri meno). E' così facile ed invece l'unica cosa che dovrebbe essere così facile è innamorarsi.

03 gennaio 2015

Nel 2014...

1) Diego De Silva – Mancarsi
2) Jo Nesbo – il leopardo (ebook) trad. Eva Kampmann
3) Claudia Delillo – Dire fare baciare
4) Christian Raimo – Latte (ebook)
5) Stefano Benni – Pantera
6) Jo Nesbo – lo spettro (ebook) trad. Eva Kampmann
7) Friedrich Durrenmatt – Racconti trad. Umberto Gandini
8) Diego De Silva – Sono contrario alle emozioni
9) Fabio Deotto – Condominio R39
10) Marco Presta – Il piantagrane
11) Giogio Scerbanenco – Europa molto amore (ebook)
12) AA.VV. – Giochi criminali
13) Jo Nesbo – Il pipistrello (ebook) trad. Eva Kampmann
14) Karin Slaughter – Tre giorni per morire (ebook) trad. Tommaso Tocci
15) AA.VV. – Vacanze in giallo
16) Paolo Sorrentino – Tony Pagoda e i suoi amici
17) John Niven – A volte ritorno (ebook) trad. Marco Rossari
18) Gianrico Carofiglio – Una mutevole verità
19) Tom Rob Smith – Bambino 44 trad. Annalisa Garavaglia
20) Gianrico Carofiglio – Il silenzio dell'onda
21) Sebastian Fitzek – La terapia (ebook) trad. Claudia Crivellaro
22) Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile felicità
23) Lars Kepler – L'esecutore trad. Alessandro Bassini, Monica Corbetta, Barbara Fagnoni
24) Riccardo Dal Ferro – I pianeti impossibili
25) Alessandro Robecchi – Questa non è una canzone d'amore
26) Edgar Wallace – Il segreto del passato trad. Noemi Fargion
27) George Saunders – Dieci dicembre trad. Cristiana Mennella
28) Tommy Dibari & Fabio Di Credico – La cambusa storia d'amore di altre malattie

Come consuetudine vuole il primo post dell'anno nuovo porta l'elenco dei libri letti l'anno scorso; novità di questo nuovo anno è l'aggiunta del traduttore perché, come dice l'amica Silvia, fanno un grosso lavoro ed è giusto vengano elogiati. Devo dire che mi compiaccio, nove libri in più che nel 2013. Tutti buoni, direi, ottimi anzi; fra tutti consiglio De Silva e Robecchi (di Benni non dico nulla, lo sapete che sono troppo di parte). Quanto al resto, sul 2014 non ho molto da aggiungere a quello che i 90 post già dicono, lo so che spesso sono da interpretare ma mi conforta essere abbastanza sicuro che chi mi conosce mi sa interpretare e chi deve capire, alla fine, capisce.
Detto questo, proprio perché avete insistito tanto vi regalo un'altra foto del viaggio in America.

28 dicembre 2014

Per la stessa ragione del viaggio...viaggiare

Sono sicuro che molti di voi diranno "finalmente!", ci ho messo quattro mesi a processare tutte le foto che ho scattato nel viaggio negli Stati Uniti, milleeduecento foto da cui ho tirato fuori anche più di cinquanta panoramiche; quattro mesi ma, alla fine, le ho finite, sono pronte, poi mi sono detto che forse mettere tante foto avrebbe fatto tanto "diapositive delle vacanze", quelle cose per cui gli amici ti tolgono l'amicizia, fingono di non conoscerti, cominciano a parlare in sanscrito ed allora ho deciso di metterne solo una, di foto ma che in realtà il viaggio lo rappresenta in pieno, totalmente. Ma prima parliamone, no? Era la fine di luglio e dopo tre voli e ventiquattro ore nel corpo ma non sull'orologio ecco Los Angeles, tappa di partenza, non vista, solo lievemente annusata. Il giorno successivo si cerca il bus che, nei sei giorni successivi ci farà attraversare l'Ovest americano, su asfalto; si trova il bus e una compagnia che si rivelerà ottima e si parte, 620 km di tappa di trasferimento, in mezzo a due deserti, fino ad arrivare in un posto chiamato Scottdale, in Arizona, dentro un caldo secco da circa 50° alle sette di sera, praticamente un phon perennemente acceso sulla faccia. Il giorno dopo è ancora roccia e cactus dalle braccia ampie fino ad arrivare al Gran Canyon, una lunga frattura scavata da acqua e vento, una rappresentazione della pazienza della natura. Mentre eravamo lì ci hanno raggiunto pioggia e vento fino a portarci, a cena, sulla Route 66, con 12 gradi. Vi tralascio le mie colazioni americane, buone per alimentare uno staterello centr'africano e continuiamo fino ad arrivare in mezzo alla magnificenza, alla vastità, alla Monument Valley; potrei dire che è solo roccia rossa e polvere ma non sarei onesto, vi mentirei, ci ho lasciato un bel po' di occhi lì e descriverlo non renderebbe che un centesimo di quello che è. Come non rende parlare di Lake Powell, luogo di villeggiatura per americani, lago creato da una diga dentro un canyon enorme, vicino al paese con il maggior numero di chiese di religioni diverse che io abbia mai visto: cercano Dio come minatori belgi e forse lo hanno sotto gli occhi e non lo sanno. Dall'immensità alla ristrettezza, siamo passati attraverso un lungo cammino sottoterra in cui il vento ha disegnato dei Mirò naturali e ne siamo usciti, immersi nel caldo. Forse ci saremo mossi in un modo particolare, in circolo o ballando; o sarà stato perché eravamo in terra indiana ma fatto sta che abbiamo chiamato la pioggia che ci ha accompagnato per un bel tratto tra le montagne, tra paesini con lo stadio del rodeo, con il canestro da basket sul garage, con le sedie a straio sul patio. Ma l'America è grande, talmente grande da riproporci un deserto, quello del Nevada e al centro di quel deserto il più grande luna park per adulti mai visto: Las Vegas, la città degli eccessi e delle luce, la città del kitch per eccellenza. Ho giocato al tavolo del blackjack, ho vinto, al tavolo del blackjack, mi sono divertito, al tavolo del blackjack e poi, il giorno dopo, siamo andati via, abbiamo preso un aereo pieno di statunitensi e siamo arrivati a San Francisco. Meriterebbe un capitolo a parte, San Francisco, e forse lo avrà, chissà; una città bellissima, metropoli che sa di esserlo ma non te lo fa pesare; sarà che mi sono sentito a casa incontrando due blogger, due amiche, Simona e Silvia, che ci hanno spiegato in due modi diversi San Francisco facendola capire molto meglio; facendola amare un po' di più, se già quello che avevamo visto non fosse bastato. Pesante è stato ripartire per tornare in Italia, dove abbiamo trovato, ad attenderci, uno sciopero. Ora, direte voi, "E la foto???", un attimo, un attimo, adesso arriva; dicevo che ho deciso di sceglierne una, una che rappresentasse il viaggio, ed ho scelto questo:
Adesso, però, andiamo a chiudere, il 2014 si sta per concludere, negli anni scorsi l'ho chiuso felice, l'ho chiuso triste, l'ho chiuso incazzato; ho augurato cose buone, cose brutte, cose pessime e cose meravigliose, parti di me lo fanno ancora adesso, augurano, stramaledico, amano e odiano ma l'anno lo voglio chiudere e basta, senza buoni o cattivi propositi, senza saluti speciali ma solo con la convinzione precisa che il tempo è tempo, magari a volte sembra, a posteriori, essere passato in un attimo ma non è così, è fatto di ogni fottuto secondo e questo sarà sempre. Chiudo il 2014 con questo post anche perché questo è il mio post numero settecento, il seicentesimo era stato un bellissimo regalo che mi hanno fatto e in cento post, incredibilmente, sono cambiate un sacco di cose e un sacco di altre, per quanto mi riguarda, sono rimaste uguali. Non lo so cosa ci sarà su questo blog nel 2015, l'ho scritto prima, niente buoni o cattivi propositi; so che sarò sempre quello che sono, nel bene e nel male, e questo è assolutamente il mio pregio migliore.
Tanti auguri a tutti, vi voglio bene (chi più chi meno ma mi permetterete classifiche personali).

19 dicembre 2014

Esercizio n. 6

Parole

Volto
sguardo sorriso
calore vampa brivido
contatto stretta abbraccio
respiro apnea buio odore mani pelle
attimo
eternità
distacco
trauma
lacrime rabbia
banchina vagone fischio finestrino
sguardo
volto
addio
no

04 dicembre 2014

Cinque anni che sto qui

Dovrei scrivere come faccio di solito ma, in realtà, la cosa più triste è che posso tranquillamente riproporre quello che ho scritto un anno fa; non è cambiato nulla, tranne che sono un anno più stanco.

26 novembre 2014

Esercizio n. 4

Un interno

La stanza è piccola, il pavimento è fatto di assi di legno consumate dall’usura e le pareti, di un celeste chiaro, ospitano diversi quadri, tra cui un paesaggio e due ritratti. Un letto singolo prende tutto lo spazio della parete alla destra della porta, è in legno, con testiera e pediera ed ha su una coperta rossa. All’angolo opposto, alla sinistra del letto, un tavolino con su un catino ed una brocca azzurra fa da toeletta, alle sue spalle, appeso accanto alla finestra, uno specchio e, sulla parete a sinistra, quasi addossato, un chiodo regge un telo per asciugarsi. Alle spalle del letto, che è quasi attaccato al muro, una stretta asse con dei chiodi fa da appendiabiti. A fare da comodino una sedia di paglia e un’altra fa da seduta, un po’ discostata dal tavolino.

Un esterno

Un bosco immerso nelle tenebre, sulla riva di un placido lago dalle acque scure; è sormontato da un cielo luminoso puntellato di candide nubi bianche creando un’innaturale frattura tra luce e buio. Giusto davanti al lago una grande casa di tre piani; un solitario lampione ne illumina il davanti ma la sua luce non va oltre il piano terra e solo due spicchi del primo piano; sembra quasi che una tettoia, giusto sopra il lampione, crei un cono di buio. A sinistra del lampione un albero che supera, in altezza, tutti gli altri del bosco; l’albero, con le sue fronde, copre tutto il secondo piano. Alle sue spalle, immerse nell’oscurità, due finestre aperte da cui proviene una debole luce lasciano intuire la presenza di un’altra ala della casa.

25 novembre 2014

Facciamo che

Facciamo che oggi non è la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che non c'è bisogno di una giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Facciamo che ogni giorno lavoriamo per eliminare la violenza contro le donne.
Facciamo che chiamiamo violenza non solo il picchiare ma anche l'offendere, il deridere, lo sminuire, l'umiliare, il sottomettere.
Facciamo che i violenti non li chiamiamo uomini ma merde, come vanno chiamati.
Facciamo che non giriamo la testa dall'altra parte, mai.
Facciamo che fermiamo i carnefici.
Facciamo che smettiamo di essere vittime.
Facciamo che non speriamo nei cambiamenti che non esistono.
Facciamo che quando vediamo qualcuno essere violento lo blocchiamo.
Facciamo che quando qualcuno si vanta di essere "uomo" lo facciamo sentire una nullità.
Facciamo che stiamo attenti a tutti i possibili segnali.
Facciamo che non ci stiamo zitti perché "tanto va così".
Facciamo tutte queste cose.
Facciamone anche una sola ma
FACCIAMO.

23 novembre 2014

Intermezzo


Il Talmud dice che chi uccide un uomo uccide il mondo intero; siamo noi a rendere il mondo il posto che è. Vale per tutto, vale per tutti e non serve sbattersi per l'universo tutto se poi chiniamo la testa per noi stessi.

Punto.

20 novembre 2014

Esercizio n. 3

Un pettine d’avorio

Di mio nonno ricordo la schiena, quando, seduto sulla sua sedia di paglia, al tavolo da lavoro, aggiustava tutto quello che si rompeva in casa. Si era ricavato un laboratorio nel garage e ci si rintanava lì ogni volta che poteva; mi permetteva di stare con lui a patto che non lo disturbassi ed allora mi mettevo lì, leggevo i miei fumetti e lo osservavo; non diceva una parola, concentrato nell’aggiustare quello che aveva sotto le mani; una volta gli chiesi “Nonno, tu sai aggiustare tutto?”, si fermò e si girò a guardarmi, mi disse “Non tutto si può aggiustare” e senza aggiungere altro tornò a quello che stava facendo. Non era di molte parole, il nonno, non aveva amici e non usciva mai, da quando era morta la nonna non andava nemmeno più a messa; non che prima ci andasse volentieri, diceva che, se c’era uno Dio, era in debito con lui e gli doveva delle spiegazioni; però la nonna lo costringeva e lui non sapeva dire di no alla nonna. Se non stava nel suo laboratorio si metteva a guardare fuori dalla finestra e stava fermo così per ore; mio padre diceva che il nonno non era più lo stesso da quando era tornato dalla guerra ma mi aveva proibito di fargli domande in merito. In casa non si parlava mai della guerra, solo una volta la nonna mi raccontò che il nonno, tanto tempo prima, aveva nascosto lei e mio padre in un rifugio in montagna e una notte, uscendo a cercare qualcosa da mangiare, era stato preso dai soldati e mandato in un posto brutto chiamato Buchenwald, da cui era riuscito a tornare solo dopo anni. Mio nonno, in realtà, non aveva molta voglia di parlare di qualsiasi cosa ma se gli facevo una domanda mi rispondeva sempre e non si arrabbiava mai. Una volta, mentre guardava fuori dalla finestra, gli chiesi cosa facesse e mi rispose “Aspetto”, “Cosa aspetti nonno?”, “Il passato”, e quando gli dissi che, se era passato, allora non poteva tornare, mi guardò negli occhi, mi sorrise lieve e mi disse “Un sasso lanciato in uno stagno continua a produrre onde concentriche anche quando il sasso ha ormai toccato il fondo; così sono le azioni che facciamo, producono effetti anche tanto tempo dopo che sono state compiute” e riprese a guardare fuori. Sul momento non capii molto bene quello che voleva dirmi, lo imparai, mio malgrado, tempo dopo. Un giorno eravamo in casa solo io e lui e bussarono alla porta, andai ad aprire ed una signora di mezza età chiese del nonno, si chiamava Maria e disse di essere la figlia di un suo vecchio amico. Chiamai il nonno che si avvicinò e chiese spiegazioni; la signora spiegò di essere la figlia di Arturo Bianchini, a quel nome mio nonno sembrò quasi essere colpito da uno schiaffo, sbarrò gli occhi e dovette mantenersi allo stipite della porta; al mio gesto di aiutarlo mi disse di andare in camera e fece accomodare la signora Maria in salotto. Mi nascosi in corridoio, non avevo mai visto mio nonno così ed ero preoccupato, curioso e preoccupato. Sentii Maria parlare di quel posto brutto, Buchenwald, di come, dopo anni, erano riusciti a farsi restituire alcuni oggetti che erano appartenuti al padre, tra questi anche un diario in cui si parlava anche del nonno, della loro amicizia ed allora aveva deciso di incontrarlo per dargli uno di quegli oggetti perché, pensava, era giusto lo avesse mio nonno. Appiattendomi sul pavimento guardai nella stanza e vidi Maria porgere un oggetto al nonno, era un pettine di avorio; il nonno lo prese come se fosse la cosa più fragile del mondo e ricordo che cominciò a piangere. Senza dire una parola la signora Maria si alzò ed uscì dalla stanza, mi passò davanti ma non mi vide, piangeva anche lei; la sentii chiudersi la porta d’ingresso alle spalle e mi ritrovai nel silenzio; il nonno era ancora seduto, guardava il pettine che aveva in mano e piangeva senza emettere un gemito, senza fare un sussulto, composto; volevo andare da lui ma temetti che si sarebbe arrabbiato e così, cercando di non fare rumore me ne andai nella mia stanza. Il giorno dopo mio padre lo trovò nel garage, la sedia di paglia rovesciata per terra; aveva legato una corda ad una trave del soffitto. Il passato che aspettava era arrivato.

17 novembre 2014

Esercizio n. 2

Scambio di battute

- Ciao.
= Ciao…
- Come va la vita?
= Mah, gira. A te?
- Guarda, non me ne parlare, mi consuma.
= Eh… Ma tu che cosa sei?
- Io sono una saponetta. Vita grama la mia; costretta a ripulire mani sporche delle peggior cose e, nel farlo, a consumarmi. Vita grama la mia, ad ogni paio di mani perdo un po’ di me, mi arrotondo, mi smusso, fino a diventare piatta, un fragile osso di seppia, per poi sbriciolarmi e sparire nella schiuma. Vita grama la mia. E tu, cosa sei?
= Ma vaffanculo va, io sono la carta igienica!

14 novembre 2014

Esercizio n. 1

La bottiglia

Eccoti, arrivi sempre alla stessa ora, mi afferri per il collo, quasi mi strangoli. Mi stappi strappando via il tappo senza nessuna cura e mi avvicini alle labbra, impaziente. Sento il tuo alito di sigaretta, prima di tirare un lungo sorso, di succhiarmi via un po’ di anima, in apnea. Destino crudele nascere bottiglia di whisky, mia cugina sì che è stata fortunata, lei che è una bottiglia di olio la trattano con cura.

10 novembre 2014

I blog comunitari

E che dire? Non ho molta fortuna con i blog comunitari, Senza Quarta, l'ultimo a cui avevo aderito, ha subito una specie di boicottaggio; mi sono ritrovato, insieme ad altri, di punto in bianco ad essere solo autore e non più amministratore. Ho deciso semplicemente di cancellarmi e di cancellare anche quei due o tre post che avevo scritto, peccato, perché era una idea interessante. Alla fine rimango fedele a questo mio blog e continuerò a scrivere qui.