12 dicembre 2012
Quello che non...
Il cazzo è proprio quello...non siamo.
10 dicembre 2012
La bocca brutta
E quando pensi di aver digerito, ti risale in bocca un brutto sapore, ti impasta le fauci, ti enfia le gote; ti fa soffiare sbuffi che appestano il naso, gorgogliare lo stomaco, risalire di acido. Ti chiedi quale delle cose che hai mangiato si sia fermata lì senza andare via davvero, aspettando il momento di tornare a galla, appesantirti la testa e distrarti il cervello; scorri il pranzo al contrario, dal caffè all'aperitivo, ti studi le portate ingrediente per ingrediente, tra uno sbuffo e l'altro. Proprio non ci credi che risalga quest'aria mischiata con non si sa cosa, una vecchia pietanza che credevi passata, ormai ricordo addirittura del fegato; eppure risale peggio di come è entrata, magari avariata già dalla partenza, lasciandoti la bocca brutta, cerchi una mentina, un digestivo, una limonata, qualcosa che sciacqui via il sapore, che fermi quella risalita.
01 dicembre 2012
La casa
Oltre ai ricordi che ho in testa ho solo un paio di foto scattate nel momento sbagliato, con il letto ormai tornato divano e scatole e bagagli ad occupare lo spazio. Ero già un ritornante in quel momento e traspare da quel pieno così provvisorio, da quello sfondo impersonale nelle foto. Non ho foto della casa quando ne facevo parte ma, ironicamente, ne ho di quando me ne stavo staccando. So perchè le ho scattate, me lo ricordo perfettamente, volevo avere un'immagine da far vedere, almeno una; un'immagine da cui si capisse poco quello che erano state quelle mura, quello spazio; un'immagine in cui fosse quello che, alla fine, era: un monolocale. Nient'altro. Senza la vita che ci avevo messo dentro, senza la mia voce, senza le mie cose sparse in giro, senza gli odori, i profumi; senza il tempo, lungo o breve, dipende dai punti di vista, in cui l'ho vissuta; solo una casa, via Biancardi 6, quinto piano. L'ho scattata perché così, ogni volta che l'avessi guardata sarebbe stata diversa dai miei ricordi, diversa da quella prima volta in cui l'avevo vista, alla fine di agosto del 2008, e ancora non sapevo che mi era piaciuta, non sapevo ancora che sarei stato lì. Era buia, e vuota da tanto, non aveva odore, me la mostrava, in fretta, un collaboratore di un'agenzia immobiliare che, alla fine, nemmeno avrei visto, mandato da un'agente che, alla fine, avrei sentito solo al telefono. Ogni volta che avrei guardato la foto, la casa sarebbe stata diversa da quel 5 ottobre in cui ci misi piede per restarci, già più personale, più mia, senza che, di mio, ci avessi ancora messo nulla. Non c'è niente da fare, raramente ti accorgi del sapore della vita mentre è in movimento; allora era solo una casa, un luogo che avevo scelto quasi con una monetina, un vuoto, piccolo, da riempire con troppa roba. Mi stupisco ancora adesso di quanta vita ci entri, in un monolocale. Diversa, mi doveva apparire, da quella volta in cui non riuscivo più a rientrarci perché ci fu un problema alla serratura; la foto doveva solo servire da spunto, l'ho scattata apposta così, come un foglio bianco, perché fosse diversa da come mi sembrò quella volta che avevo bevuto troppo, da quella volta in cui avevo riso tanto, e da quella in cui scappai via per tornare qualche ora a casa, come se quella, in quel momento, non lo fosse anche lei, la mia casa; vallo a capire, allora, per quanto ne avessi sentore, vallo a credere che quella stanza tutto fare con un bagno attiguo, era casa mia e tale è rimasta anche se non ci sto più, anche se il contratto d'affitto è risolto ed il tempo ha continuato a scorrere come sempre fa, ma cuore e corpo, spesso, hanno orologi diversi e quella nelle foto anonime è ancora casa mia e tale rimarrà anche se ormai sono tre anni che mi sono chiuso la sua porta alle spalle.
24 novembre 2012
Un po'(st) di distensione
Un po' di distensione ci vuole, troppa rabbia, troppo astio, troppo nervoso...
E poi questa è una gran canzone, ne sono sempre più convinto!
21 novembre 2012
Trooooppo coglione
(avere) Ideali alti non significano (essere) gente elevata.
(spero, con questo post, di terminare la Trilogia della rabbia di Baol e tornare a scrivere qualche racconto.
(spero, con questo post, di terminare la Trilogia della rabbia di Baol e tornare a scrivere qualche racconto.
16 novembre 2012
Le pezze al culo
Seduto guardo la storia, a volte, o almeno credo sia quella, quell'insieme di immagini che mi passano davanti, spesso troppo veloci e non trovo la ragione da nessuna parte ma proprio da nessuna, eppure la cerco con la lente di ingrandimento, tanto per essere sicuro. Ascolto attentamente e non trovo ragione nell'astio, mi dispiace, non trovo ragione nel livore e se c'è uno che ne capisce di livore, quello sono io e mi fate ridere, imbambolati alle parole di un nuovo messia, chiunque sia, che ci illude che farà questo e quello, ma crescete! Cresciamo, per una volta almeno, anche una sola sarebbe già una conquista. Preferisco la musica, quella dove non capisco le parole, non mi va proprio di capire, lo capite? Proprio perché pensate di aver capito, tutto, preferisco non capire e starmene qui ad orecchie spiegate alle note. Preferisco un porno, guardate, alle cazzate, a tutte le cazzate, quelle scritte, quelle parlate; quelle gridate e sussurrate, meglio degli ansimi assestati bene. Preferisco un panino da McDonald credetemi, ché meglio scempiarmi il fegato dei coglioni ché all'estremo non c'è ragione e non lo capiamo proprio, non lo vogliamo capire. Come palloncini attaccati al rubinetto, ci gonfiamo, tutti incazzati, alla fin fine, con le palle vorticose, gelosi di quello che pensiamo, orgogliosi di quello che ci fanno pensare gli altri. Preferisco cambiare canale, guardami il Boss delle torte, le cucine da incubo i masterchef di tutto il mondo perché mi sono rotto e non c'ho il millechiodi, l'ho finito all'ultima lettura, fracassato in anima e corpo e rimontato. Seduto mi metto a ridere ché non c'è rigo che leggo in giro che non mi vuole dire che sbaglio, che ne sa più di me, che c'hanno ragione loro; sono seduto, dalla parte del torto, naturalmente, causa posti occupati dall'altra parte.
09 novembre 2012
Malessereumano
Qualche giorno fa mi sono interrogato sulla natura dell'essere umano, probabilmente aver terminato un libro di Roth mi ha un po' predisposto a questa cosa ma, tant'è, mi è venuto in mente che l'essere umano è l'esatta rappresentazione della relatività, che può essere tranquillamente spiegata con una battuta che ho letto tempo fa su un libro: "La lunghezza di un minuto dipende dal lato della porta del bagno da cui ci si trova". Per quanto ci sforziamo di essere oggettivi non ce la faremo mai ad esserlo totalmente; ci viene naturale avere la lancetta del nostro credere orientata nel verso a noi più consono. Tanto per fare un esempio, se c'è qualcosa in cui crediamo, che ci è affine, siamo propensi a credere anche alla singola voce fuori dal coro e non alle mille che la smentiscono, di solito, in quel caso, le mille voci sono "una lobby", "una congiura", "una comunità chiusa", siamo propensi a credere alla più classica delle "voci da bar" senza nemmeno andare a constatare se la cosa è vera o falsa; ci sforziamo, studiamo, ci informiamo ma, dentro, saremo sempre più propensi verso le nostre convinzioni che verso quelle contrarie, non c'è nulla di male, è nell'essere umano, è naturale. La differenza, al massimo, sta nella gradazione; per fortuna non siamo tutti uguali, fa parte della bellezza della vita, la varietà, e questa varietà differenzia chi si pone dei dubbi e chi invece accetta le cose come verità apodittiche. A me 'sta cosa, tutto sommato, non mi dispiace; certo, preferirei che si analizzasse un po' di più quello che abbiamo di fronte ma capisco quando non ci riusciamo, se lo scrivo è perchè tante volte mi sono accusato, ex post, di non obiettività e discernimento. Fatto sta che, secondo me, la civiltà di un discussione è direttamente proporzionale alla voglia che ha l'interlocutore di convenire con noi qualcosa e inversamente proporzionale a quanto sentiamo nostro l'argomento della discussione; praticamente un'equazione. Vale anche per le persone eh, anzi, soprattutto per le persone; se una affermazione proviene da qualcuno con cui ci sentiamo affini, per cui proviamo simpatia, che sappiamo la pensa come noi, che ammiriamo, siamo più propensi ad accettarla, se non proprio a condividerla, ci viene quasi inconsciamente un moto di affinità. Mettiamo che una persona che sta ai nostri antipodi, un soggetto che ci sta antipatico, affermi: "Io sono il migliore e quelli che non lo hanno capito sbagliano", la prima cosa che pensiamo, forse l'unica, è: "Che persona presuntuosa". Se a fare una affermazione che abbia, bene o male, lo stesso senso della precedente viene fatta da una persona a noi affine, un sodale, qualcuno che, per un qualsiasi motivo, stimiamo, allora saremo meno categorici, ci penseremo su, magari saremo anche d'accordo e se qualcuno ci farà notare che, forse, in tale affermazione c'è un po' di presunzione magari risponderemo "E' una persona limpida, non è un ipocrita, dice le cose in cui crede"; quasi automaticamente saremo portati a giustificare la cosa sottolineando come non abbia un altro difetto, anche se sappiamo che presunzione e ipocrisia non sono comportamenti in antitesi. Vale per le affermazioni come per i comportamenti e come tutte le cose che riguardano l'essere umano, come ho detto prima, va anche in gradazioni, varia da persona a persona (e meno male), ci sono gli estremi che portano l'apprezzamento ai livelli della piaggeria e ci sono, la maggioranza, quelli che cercano l'oggettività ma, per la stessa natura umana, sono portati a preferire la parte verso cui pende la propria bilancia. Non credo che ci sia nulla di male in tutto ciò, semplicemente, magari, saperlo mi può aiutare nel tentativo, a volte da parte mia poco riuscito, di essere un po' meno partigiano; a pensare qualche attimo in più prima di dire "Ha torto" o "Ha ragione", "Ha fatto bene" o "Ha fatto male", ad applaudire qualcuno o a fischiarlo.
02 novembre 2012
Cinquecento
Mi piaceva un sacco questo spot, soprattutto la canzone, la voce di Finardi era una specie di calmante e ricordo che mi fermavo sempre a guardarla quando passava in tv. Lo spot era per l'uscita della "nuova" 500, era il 1991, almeno così dice Wikipedia, ed io avevo quindici anni, almeno così dice la mia carta d'identità. Non me la ricordo un'età tanto tanto facile, praticamente non è cambiato niente, però mi ricordo questa macchinetta che, a detta loro, doveva riportare in auge quella meraviglia che era stata la Fiat 500 originale, certo, quella era sinuosa e sensuale e questa sembrava una scatola di sardine ma, non so, a me piaceva. Mi piaceva vederla curvare per le "cinquecento strade che portan verso il mare", le immagini e la voce facevano il loro dovere, dovrei ringraziare di aver avuto solo quindici anni e quindi di non pensare nemmeno ad una macchina per me, altrimenti avrei tranquillamente potuto essere una sardina nella scatoletta. Ricordo che ascoltavo le parole e me le ripetevo in testa, le canticchiavo; chi, a quindici anni non ha almeno cinquecento sogni? Con i sogni che avevo io ci sarebbe stata bene anche la riedizione della 1100, tanto per dire. A pensarci adesso, "cinquecento albe a veder nascere il sole", sono un anno, quattro mesi e quindici giorni, quasi un anno e mezzo a svegliarsi prima delle sei, praticamente ci auguravano, già da allora, di diventare operai del primo turno, magari in Fiat. Io di albe coi controcazzi, quelle che ti si scolpiscono dentro a caldo, sì e no se ne ricordo quattro o cinque, qualche festa con amici e un paio di cieli che si colorano dentro inverni milanesi ma niente di più. Magari di albe ce ne saranno altre, chissà, ma intanto dal 1991 ad oggi sono passati ventun'anni, mi sa che devo farmi venire l'insonnia se voglio andare in pari. A quindici anni però va bene tutto, per sognare, magari la compagna di classe carina che t'ammollerà un due di picche da antologia oppure un concerto a cui non ti sarà permesso di andare, avoghj, ce ne stanno di cose da sognare, compresa l'alba.
Ah, sì, questo è il mio cinquecentesimo spot
Ah, sì, questo è il mio cinquecentesimo spot
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29 ottobre 2012
22 ottobre 2012
Un Martini please...non Carlo Maria però
Spalanco con un calcio la porta del mio cervello e mando a fanculo il SuperIo, stava già cominciando a menarmela sulle aspettative, mi stravacco con l'Es e comincio a grufolare beato immaginandomi il chissàcosa. Da qualche parte ringhia la Rabbia alla catena del quieto vivere, c'ha ragione ad incazzarsi ché l'ennesimo "non puoi fare a meno di...", sinceramente, sfracassa un po' i coglioni. Me la vedo, l'Invidia, che va a menare l'incazzatura con i suoi deliri metafisici sull'essere ed il non essere, poi si lamenta che mando a fanculo lei e pure Amleto che, poverino, alla fine non m'ha fatto niente. L'Es mi propone due o tre immagini che sto lì lì per collassare quando il Buonsenso mi dice che non va. Come se non lo so che ci stanno un sacco di cose che vanno a cazzo, nel mondo ma quelle due o tre immagini non erano mica male per non pensarci, mi sa che erano i ricordi di qualcuna importante. Ecco che s'è staccata la rabbia e a mandato a gambe all'aria Invidia, SuperIo e pure Buonsenso ed adesso sbava in giro il suo livore su questi e quelli che, francamente, sono meno dell'unghia di un decimo di 'sto cazzo e non ci stanno nemmeno in uno stadio da quanto son gonfiati, guardati da folle gongolanti per non so cosa, uno sberleffo trito e ritrito su cose di cui, fortunatamente, non hanno mai saputo un cazzo ma questo non gli ha mai impedito non solo di professare ma pure di interrogare gli altri. Mentre Rabbia sta sfanculando almeno tre dimensioni di esistenza, SuperIo s'alza incazzato pure lui e mi viene a prendere per la giacca proprio mentre Es mi sta giusto raccontando di alcune rotondità. Alla fin fine, da che mondo e mondo, m'alzo di malavoglia dal mio stravaccamento e vado a prendere per un orecchio Rabbia dando, lungo la strada, un calcio in culo ad Invidia; lo riporto alla catena del quieto vivere, gli do da mangiare un po' del godimento delle teste di cazzo sparite, ché lo so che si calma sempre e, rimettendo a posto la porta me ne esco un po' fuori, all'aria.
Mi sa che sto lavorando troppo (o troppo poco)
17 ottobre 2012
Non vorrei mai diventare...
...uno di quelli che, mentre guida, discute con il passeggero e muove le mani come se cacciasse le mosche, con un occhio alla strada ed un occhio all'interlocutore come se fosse un camaleonte con la vista stereoscopica. Uno di quelli che procede lento ed ogni tanto indica in direzione di qualcosa con il dito indice rigido come uno stecco oppure, peggio, fa ondeggiare in su e in giù la mano destra tenendo fisso il polso e mettendo attaccati il polpastrello del pollice con quello dell'indice, che prima usava per indicare, e le altre tre dita aperte. Uno di quelli che cerca l'approvazione della persona seduta accanto che annuisce ma dentro è preoccupata del buon esito del percorso come se si aspettasse, da un momento all'altro, lo spuntare di un qualche animale ignaro, dal ciglio della strada e, per questo, tiene, rigido, il braccio destro sullo sportello. Uno di quelli che, approfittando del semaforo rosso, aumenta l'energia della perorazione della causa sconosciuta, spesso anche a se stesso, unendo le mani in una giaculatoria poco religiosa e guarda, senza guardare, davanti a se, fino a quando uno squillo di trombe alle sue spalle non lo avvisa che il semaforo gli sta chiedendo, per favore, di ripartire. Uno di quelli che tira fuori dal cilindro gli argomenti più disparati fino al parcheggio o, alternativamente, allo sfinimento del passeggero che tenta di lanciarsi fuori dall'auto in corsa. No. Mai.
10 ottobre 2012
08 ottobre 2012
Verità, lasco, mentire
Il post dalle tre parole di 24 Fotogrammi
Lo sguardo del Maestro
Lo sguardo del Maestro
Il monastero si intravede a malapena, nella bruma, appare etereo a strapiombo sulla vallata, quasi sospeso. Un’ombra ingobbita si avvicina lentamente, strascinando il passo, al portone antico come le montagne, è un uomo intabarrato in una gabbana nera, le nuvole di fiato che il freddo condensa immediatamente sottolineano un affanno, un debito d’ossigeno che la postura non fa che confermare. Appoggia una mano ossuta ad un vecchio battente d’ottone e, con uno sforzo che lo piega sulle ginocchia, lo lascia cadere due volte sul legno, rompendo il silenzio della valle. Il portone, leggero, senza un cigolio, si apre su un lungo corridoio illuminato solo da fiaccole, su entrambi i lati. L’uomo lo percorre, attento a non cadere al peso della stanchezza, con passo malfermo, lasco nelle giunture che, sicuramente, dolgono nel profondo. Al termine del corridoio si apre una grande stanza al centro della quale c’è un altare rialzato, alla fine di una scala e, in cima un anziano in tunica. Medita nella posizione del loto, sembra circonfuso di luce e levita ad una ventina di centimetri come fosse una cosa naturale. L’uomo si inginocchia, quasi crollando, ai piedi della scala e scopre il suo volto, scavato e dolorante, non ha fiato e non ha voce e stringe con forza quasi rabbiosa le dita sulle ginocchia, a cercare forze ormai del tutto fuggite. Con fatica comincia a parlare: “Antico Maestro, con il cuore pieno di gioia e timore mi appresto a voi, grato di essere stato accolto al vostro cospetto. Ho attraversato deserti e montagne per essere qui, meravigliandomi di aver trovato, nel mio corpo decadente, la forza per affrontare tutti i pericoli che il lungo percorso mi ha riservato. Sono partito mesi fa, dal centro di un mondo che si crede civile, perché stanco delle ingiurie del tempo ma, soprattutto, di quelle dell’uomo; stanco della finta pietà e del godimento di un dolore, il mio, che mai mi abbandona. Stanco della falsità del popolo che mi blandisce ed avvelena, stanco della ricerca di una verità, di una epifania, che non arriva. Le chiedo, dunque, Antico Maestro, con tutta l’umiltà dovuta al vostro cospetto, di poter avere l’onore di essere accolto fra i vostri discepoli, così da poter imparare la sospensione del dolore e la conquista della pace”. Il silenzio si può quasi toccare fino a quando, come un respiro, giunge la risposta dell’anziano in meditazione: “No, prendi ristoro per le tue membra stanche e domattina lascia questo luogo”. L’uomo sgrana i suoi occhi neri, un’ombra dura li attraversa, “Perché Antico Maestro?”, “Perché non sei puro”; un moto di rabbia contrae la maschera dell’uomo, “Mai avrei pensato che anche voi vi fermaste all’apparenza di un corpo finito”, “Stolto, guardami”, l’anziano Maestro schiude le palpebre e mostra uno sguardo vuoto, due pupille bianche come la neve delle cime, “Io non posso vedere il tuo corpo finito, però posso guardare il tuo spirito ferito ancor più delle membra. Smetti di raccontarti una bugia, smetti di mentirti sul mondo; hai lasciato che gli sguardi che avevi intorno ti entrassero dentro, diventassero il tuo, fino a marcire; non è il corpo a decadere, è la tua anima ad essere putrefatta”. Finito di parlare, il vecchio Maestro richiude gli occhi ed il silenzio ritorna tutto intorno, su di lui e sull’uomo, in lacrime, ai piedi della scala.
04 ottobre 2012
02 ottobre 2012
L'ultimo boccale
L'ultimo boccale di birra è il mio. Sempre.
Quando l'ultimo cliente se n'è andato, con le sue gambe o con quelle di un altro.
Quando ho tirato su l'ultima sedia e spazzato l'ultima nocciolina.
Quando ho asciugato l'ultima goccia di un qualsiasi liquido caduto e Diotipregofachesiaacqua perché il nettare non si spreca.
Quando ho lavato l'ultimo bicchiere.
Quando ho contato l'ultimo coccio frantumato.
Quando ho chiuso la cassa e i conti.
Quando ho spento tutti i fornelli e controllato il forno.
Quando ho messo il lucchetto al frigo e alla dispensa.
Quando ho letto tutti i messaggi graffiati sui tavoli, i luiamalei, i leiamalui, i luiamalui e i leiamalei perché qui ci possono venire tutti, le squadre di calcio, le stramaledizioni e le benedizioni, i noisiamoqui.
Quando ho sorriso sull'ultimo tovagliolo di carta con il numero di telefono scritto con il rossetto e i cosatifarei.
Quando ho spento l'ultima luce e lasciato solo il bancone illuminato.
Quando ho pulito l'ultimo sgabello.
Metto su l'ulltimo pezzo allo stereo, prendo il boccale grosso e lo riempio di birra, fino all'orlo, schiuma permettendo, mi siedo con le spalle all'entrata. E bevo.
Sorseggio la birra fredda, mi asciugo le labbra e lascio il boccale lì perché è il primo boccale del mattino che devo lavare.
E' l'ultimo boccale di birra che viene svuotato ed è il mio. Sempre.
26 settembre 2012
I primi passi
1) La nascita
L'inclinazione di Ezio Nardulli allo sfrangiamento di palle apparve subito chiara ai genitori quando si accorsero che il piccolo aveva la capacità di mettersi a piangere ed urlare nel momento esatto in cui uno dei due prendeva sonno. I motivi per cui piangesse erano i più disparati, dalla fame alle interrogazioni parlamentari, dalle colichette ai risultati del fantacalcio; le urla si sentivano nel raggio di due chilometri, cosa che, si capisce, non li fece ben volere dai vicini di casa tanto che, per uscire, erano soliti travestirsi da testimoni di Geova. I poveri genitori le provarono tutte, dal ciuccio in lattice alla sedazione coatta ma non ottennero che una denuncia dai servizi sociali per maltramenti, denuncia che misero insieme alle trecentoventisei avute per rumori molesti, di cui venti dalla discoteca a due isolati da casa loro. Oltre alla caratteristica di percepire il sonno dei genitori e bloccarlo sul nascere, il piccolo Ezio sviluppo anche il senso critico che, negli anni successivi, avrebbe continuato ad affinare; praticamente non gli andava mai bene un cazzo. Al momento della pappa non gli andavano bene, nell'ordine: il sediolone, il tavolo, il piatto, il cucchiaino, il bavaglino e, naturalmente, la pappa e così per il bagnetto, le fiabe e la nanna. Una volta, mentre la mamma gli cambiava il pannolino, lui mise la manina su uno dei nastri adesivi di chiusura e se lo sistemò meglio, infatti gli cadde appena la mamma lo tirò sù vanificando tutto il lavoro. Nel periodo in cui i suoi coetanei cominciavano a biascicare cose tipo "mamma" e "papà" le sue prime parole furono "è sbagliato", indicando la madre mentre cucinava. La prima volta che disse "papà" fu prima di "no così", mentre il padre aggiustava il rubinetto della cucina, cosa che, per inciso, faceva da anni visto che era idraulico. Era un bambino sveglio, Ezio, imparò velocemente ad articolare frasi fino ad arrivare a formulare anche discorsi di senso compiuto in cui giudicava negativamente cose di cui non sapeva assolutamente niente, cosa che avrebbe continuato a fare fino alla fine dei suoi giorni. In quegli anni dell'infanzia crebbe molto grazie all'enorme amore dei suoi genitori; grazie a quello e alla presenza del reato di infanticidio nel codice penale.
Come per il post precedente, nomi, situazioni (cose e città) sono frutta della mia fantasia (malata), ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è purà e semplice casualità.
21 settembre 2012
18 settembre 2012
La nascita
Di poche persone si può dire di aver saputo da subito, con certezza, quale sarebbe stato il loro destino come di Ezio Nardulli. Ezio nacque alle 4 del mattino del 15 agosto in un piccolo ospedale di una località di mare che si guarda bene dal renderlo noto. Alla madre si erano rotte le acque nel momento stesso in cui il padre aveva posato le valigie sul letto della stanza di un albergo della sopra menzionata cittadina; esattamente cinque ore dopo che il ginecologo aveva detto queste testuali parole: "Il tracciato è chiarissimo, ci vogliono almeno altre due settimane, partite tranquilli, un weekend al mare può solo farvi bene". Ezio nacque dopo ventitre ore di travaglio, dopo che si furono fatti l'epidurale anche il medico, l'ostetrica e pure due portantini fuori della sala. Il padre, nel frattempo, si era fumato anche il ficus benjamin di plastica che ornava la sala d'attesa; al sessantasettesimo "Non si preoccupi, andrà tutto bene" aveva cominciato a demolire il reparto tanto che avevano dovuto sedarlo, con delle stampelle, ce ne erano volute sei ma, alla fine, lo avevano abbattuto. Ezio non ne voleva sapere di venire al mondo, avevano provato di tutto, il medico di turno aveva tentato anche offrendogli del denaro parlando con un megafono direttamente tra le gambe della mamma. Quando ormai lei era pronta a farsi, da sola, un cesareo con i cocci di una flebo Ezio decise che era il momento giusto e nacque, fregando l'ultimo posto disponibile della nursery ad una mamma del luogo. Di poche persone si può dire di aver saputo da subito, con certezza quasi matematica, il loro destino, cosa avrebbero fatto nella vita come di Ezio Nardulli: avrebbe rotto i coglioni.
10 settembre 2012
Hope
"La speranza è una specie di scarlattina infantile che ci portiamo dietro tutta la vita"
Gesualdo Bufalino
02 settembre 2012
Prima che mi scordo...
Oggi il mio blog compie sei anni, praticamente è pronto per la scuola elementare!
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