25 giugno 2014

La misura del cazzo che me ne frega

Giusto poco fa, in un simposio su Twitter, si discuteva animatamente con altri esimi studiosi sulla misura che può assumere, in particolari situazioni, il cazzo che me ne frega. La discussione contrapponeva gli “statici”, che ipotizzano una misura costante del cazzo che me ne frega, uguale per tutti e molto ampia, e i “dinamici” che, invece, sono dell’idea che il cazzo che me ne frega sia variabile. Essendo io uno dei massimi esperti del cazzo che me ne frega vorrei, dunque, chiarire una volta per tutte la querelle: il cazzo che me ne frega, che alcuni, molti, chiamano anche “il cazzo che me ne fotte” e altri ancora, meno, “il cazzo che me ne sbatte”, per lo stesso riferimento all’organo in questione, è variabile. La sua elasticità o anelasticità varia in base a molte, scusate la ripetizione, variabili; anche la stessa identificazione della misura non ha avuto una classificazione metrica precisa, c’è chi parla di metri, chi di chili, chi di yarde, chi di pounds, metri quadri, metri cubi, eoni, parsec e via così; questo, però, non incide sul fatto che il cazzo che me ne frega subisca forti variazioni, anche basate su progressioni geometriche, sulla base di molteplici fattori. Uno dei fattori è lo stato del soggetto che chiameremo “passivo”, ovvero colui che quantifica il cazzo che me ne frega; se il soggetto passivo si trova in una condizione di empatia, dovuta al buon andamento della giornata, oppure, più probabile, all’assunzione di sostanze psicotrope, il cazzo che me ne frega è di dimensioni molto ridotte, a volte anche nulle, anche di fronte a notizie di importanza vitale quali “Hai visto il nuovo taglio di capelli di Rihanna?!”. Sono chiaramente, questi, stati di alterazione che capitano raramente, per fortuna, perché, di solito, la misura del cazzo che me ne frega del nuovo taglio di capelli di Rihanna è pari, spesso e volentieri, ad un campo di calcio compresa pista di atletica. Un altro dei fattori che incide sulla misura del cazzo che me ne frega è il soggetto che chiameremo “attivo”, ovvero quello che interagisce con il soggetto passivo e su cui quest’ultimo parametrizza il cazzo che me ne frega. Tale variabile è soggetta, chiaramente, al concetto quanto mai poco identificabile e valutabile dell’affezione; c’è un rapporto di semi proporzionalità indiretta tra affezione e cazzo che me ne frega: più è alta l’affezione nei confronti del soggetto attivo più è bassa la misura del cazzo che me ne frega, e viceversa. Per fare un esempio che può essere chiaro a tutti, se la persona che amate vi comunica che il suo punto di vista sulla questione mediorientale è di favore ad un sottogruppo di matrice cattomusulmana composto da tre membri che non si conoscono, voi chiedete addirittura i nomi dei tre; mentre se il collega dell’ufficio vicino che spara cazzate alla velocità di un Uzi vi chiede quale sia l’indirizzo mail del cliente su cui state lavorando così da mandargli il report del lavoro al posto vostro, firmato però da voi, voi rispondere: “sono le quattro meno un quarto”. Questo avviene perché nel primo caso la misura del cazzo che me ne frega è praticamente nulla, in inversa proporzionalità con l'affetto che provate (o con la misura del reggiseno del soggetto attivo); mentre nel secondo caso la misura del cazzo che me ne frega è pari alla distanza tra la Terra e la Luna passando prima da Plutone. I più attenti di voi avranno notato che, però, ho parlato di SEMI proporzionalità, per il semplice motivo che esiste quello che noi scienziati chiamiamo BBP, Breaking Ball Point, Punto di Rottura dei Coglioni che sfalsa la proporzionalità relativa alle alte affettività: se una persona verso cui provate alta affettività insiste su posizioni chiaramente sbagliate e controproducenti che continua incessantemente a professare come verità assolute autoconvincendosi, si raggiunge il BBP e la misura del cazzo che me ne frega raggiunge estensioni che vanno a comprendere anche la quarta dimensione. L’ultimo dei fattori che possono modificare sensibilmente la misura del cazzo che me ne frega, forse il più importante, è l’oggetto su cui si basa il cazzo che me ne frega, l’argomento specifico; va da sé che, su argomenti importanti, quali il mio stato di salute, lo stato di salute dei miei cari, cosa si mangia a pranzo e, soprattutto, l’ammontare delle birre in frigo, il cazzo che me ne frega rasenta lo zero e, a volte, è anche un numero negativo; mentre, nel caso di comunicazioni riguardanti personaggi mai cagati nemmeno di striscio, posizioni politiche basate sull'estremismo, esultanze sportive di dubbio gusto ed esposizioni personali non richieste, la misura del cazzo che me ne frega arriva a livelli di guardia. Come avete visto, dunque, la misura del cazzo che me ne frega non è affatto statica ma dinamica e variabile sulla base di “quando”, “chi” e “cosa” e raggiunge, spesso e volentieri, dimensioni ragguardevoli.

22 giugno 2014

Try walking in my shoes



Now I'm not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

20 giugno 2014

Antenne


La sera si fa spazio dentro il giorno, piano, quasi chiedendo permesso e muta la luce, senza uno stacco, senza un'indecisione.

15 giugno 2014

I awake



La prima cosa che gli venne in mente fu il desiderio di non essere lì, di cacciarsi in gola quella fottuta birra, alzarsi e, con il passo più svelto che potesse, raggiungere la prima fermata della metro disponibile, vedere quale treno partisse prima e saltarci su, direzione “vaffanculo”. Bevve solo un sorso, sperando buttasse giù quel nodo enorme e, magari, si portasse appresso un po' d'aria perché gli sembrava non ne entrasse più da un pezzo. Ascoltava capendo tutto e sentendo niente o sentendo tutto e capendo niente; dentro gli si sommavano “ma” come se fosse un'addizione infinita, emetteva dei rantoli che, a quanto pareva, in realtà erano parole perché ottenevano risposte di senso compiuto mentre dentro gli si affollavano pensieri di senso incompiuto. Anche il secondo pensiero fu quello di buttare giù la birra e alzarsi di scatto, come se la sedia fosse arroventata, ma temeva che gli sarebbero tremate le gambe; era sicuro gli sarebbero tremate le gambe e si era immaginato alzarsi con l'intenzione di sembrare risoluto ed invece ricadere con un tremito delle ginocchia e fermarsi con le mani sul tavolo, magari rovesciando il suo bicchiere vuoto e quello di lei, ancora pieno, ed invece di sembrare risoluto, sarebbe sembrato impacciato, imbecille ed infantile; tutte cose che, era consapevole, lo caratterizzavano più di “risoluto”. L'immagine dei bicchieri rovesciati lo bloccò, lo tenne seduto in quell'attimo di silenzio che si era formato; quel silenzio imbarazzato ma non del tipo che cerchi di baciare qualcuno e sei sicuro che quel bacio ci sarà e l'altra persona si ritrae, no, più che altro un silenzio imbarazzato di verità, di quelli fatti principalmente di non detti, di percepiti. Guardò il piatto con gli scampoli di cibo ma fu come se il suo stomaco avesse scattato l'ultima foto e si fosse chiuso del tutto il diaframma; gli venne in mente l'immagine di quei palloncini usati per formare figure, quei lunghi salsicciotti che vengono girati fino a stringersi, ecco, il suo stomaco era così in quel momento: un lungo salsicciotto con una strozzatura al centro. Ebbe quasi la nausea ed il “quasi” fu solo un'illusione, non riuscì nemmeno a capire bene cosa ci fosse nel piatto, cosa sul tavolo, cosa intorno; tutto sfocatamente indistinto, come qualcosa che sappiamo che c'è ma non ce ne frega praticamente un cazzo. Bevve un altro sorso come se fosse una medicina amara, sperando davvero fosse una medicina miracolosa che lo curasse dal male. Lei gli parlava e lui, incredibilmente, rispondeva ma le parole che tirava fuori non erano esattamente le stesse che gli venivano alla mente o, meglio, non erano le sole, come si affrettassero all'uscita a suon di spintoni e “Passo io!”, “No, io!” ed avessero la meglio, come in molte occasioni della vita, gli “Ho capito”, i “Certo”, giusto un paio di “Sì, ma” e nulla di più. Ancora una volta ebbe l'impulso di trangugiare la birra rimasta, quella che continuava incessantemente a cedere la sua freschezza all'aria intorno o a prendere il calore da essa; ancora una volta si trattenne perché quella tra la voglia di rimanere e la voglia di andare non era un'uguaglianza ma era ancora una disuguaglianza con il segno di “maggiore di” in mezzo; consapevole che con lei sarebbe sempre stato così. Le parole si fermarono un attimo, come se si fosse accorta del suo trambusto; giustificò la pausa con un sorso della sua bevanda verde. Lui si chiese il perché dell'accondiscendenza delle parole che aveva detto, del perché, nell'affannarsi all'uscita, l'avessero sempre vinta loro, con lei, e si rispose che la colpa di cui si era macchiato quasi tre anni prima aveva tolto per sempre autorevolezza al suo punto di vista, questo sarebbe sempre stato ricoperto di una luce sbagliata, di una puzza di errore. Gli ripassò in testa tutto il rosario di appunti, considerazioni, puntualizzazioni, che portava dentro e che aumentava con il tempo ma spense l'affollamento dentro la sua gola con l'ultimo sorso di birra calda; conclusero uno dei mille discorsi senza conclusioni e si salutarono con un sorriso. Strinse i denti e resistette fino alla scala della metro, sparito alla sua vista si accasciò contro il muro, come se la tensione di ogni resistenza autoimposta fosse terminata di colpo; si appoggiò alla parete respirando come in debito d'ossigeno, come dopo una corsa; avvisò chi lo attendeva che avrebbe tardato e partì per un pellegrinaggio dei loro luoghi.

31 maggio 2014

Intermezzo



Un giorno la vedrò con i miei occhi, lo so, ergersi dentro un alba rossa dai riflessi d'oro; la vedrò con i miei occhi e sarà come averla già vista dai racconti di altri occhi.
Un giorno ascolterò la voce del muezzin dal minareto richiamare i fedeli alla preghiera, lo so, la ascolterò con le mie orecchie e sarà come averla già sentita dai ricordi di altre orecchie.
Un giorno annuserò odore di spezie a mille, dai banchi dei mercati, lo so, li annuserò con il mio naso e sarà come averle già annusate, nel bruciore di altre narici.
Un giorno assaggerò il çay, seduto al tavolo di un bar, guardando la vita scorrermi intorno, lo so, lo assaggerò con la mia bocca e sarà come averlo già bevuto nel palato di un'altra bocca.
Un giorno accarezzerò uno dei tanti gatti che, amati, sostano per le sue strade, lo so, e lo farò con la mia mano e sarà come averlo accarezzato nel brivido di un'altra mano.
Un giorno, lo so.

26 maggio 2014

Un notte senza nubi

Disclaimer: Il post seguente è molto crudo, a voi decidere di leggerlo o meno.

“Ciao Guido, ben svegliato. Io sono Mario, sono quello che ha ripulito dopo che sei stato da Beatrice; complimenti, proprio un bel lavoro: l’hai presa a calci e pugni, aveva la faccia fracassata e dei lividi enormi su pancia e schiena, anche alle spalle l’hai colpita. Poi le sei salito sopra, sul divano, aveva un po’ di costole rotte, e l’hai strangolata a mani nude; aveva gli occhi sbarrati, una fine terribile. Il capo mi aveva detto che sei una merda ma sei davvero di livello pro, ti faccio un applauso. Una fine terribile dicevo ma nulla in confronto a quella che stai per fare tu; su, non fare quella faccia, realmente credevi che il capo ti avrebbe fatto passare anche questa? Ti aveva ordinato di stare lontano da Beatrice e tu hai disobbedito; sai, per caso, di qualcuno che ha disobbedito al capo ed è rimasto vivo? Io no, e ti assicuro che da ‘addetto alle pulizie’ sono informatissimo. Mi ha solo detto di dirti che questa volta gli hai fatto girare le palle più dei soldi. Ma vedo che ti stai guardando intorno, siamo in un’officina di riparazioni auto e prima che tu ti illuda, ti dico che siamo in periferia, nella zona industriale, e che non c’è nessuno nel raggio di chilometri, nemmeno coppiette che trombano. Ah, se stai pensando che qualcuno si accorgerà della tua scomparsa, beh, non preoccuparti, sono un ripuliture professionista, tu non sarai assolutamente scomparso, sarai partito. Ti posso dire che ho provveduto, poco fa, a comprare, con la tua carta di credito, due biglietti aerei per il Brasile, uno a tuo nome, l’altro a nome di Beatrice. Sul lavoro invierò la lettera di dimissioni in bianco che hai firmato quando hai cominciato a lavorare per il capo, come tutti; dimissioni che, naturalmente, verranno accettate immediatamente. Da casa tua e da casa di Beatrice mancheranno indumenti e passaporto, e risulterete nell’elenco dei decollati, non ci vuole molto a craccare il sistema, non sei l’unico bravo con i computer. In pratica sarete scappati insieme, come reciterà l’sms che invierò ai genitori di Beatrice dal suo cellulare; quella povera coppia ci crederà perché sarebbe solo l’ennesima volta che la convinci, sarebbe solo l’ennesimo ritorno con te. A nessuno, a quel punto, verrà in mente di controllare se in Brasile sarete realmente entrati e, anche fosse, mi sono occupato di casa di Beatrice, mi occuperò anche di qui, domani mattina non ci sarà il minimo segno che racconterà quello che sto per farti. Qui nessuno farà domande, se ancora non lo hai capito anche questa officina è del capo, qui, domani, smonteranno pezzo per pezzo la tua auto e la faranno sparire. Domani però, per questa notte invece è tutta per me ed io farò sparire te, pezzo per pezzo. Anche se ti sei già pisciato addosso, ti starai chiedendo perché proprio una officina, c’erano sicuramente tanti altri posti in cui, dopo, avrei dovuto faticare molto meno per ripulire ed invece ho scelto questo. Ti spiego subito cosa ti sto per fare; premetto che, visto il poco tempo a disposizione, ho dovuto improvvisare ma penso di aver organizzato qualcosa di efficiente, almeno per quanto mi riguarda. Per prima cosa ti anestetizzerò nuovamente e dopo averti spogliato ti stenderò su quel piano di lavoro alle tue spalle, a pancia in giu. Dopo averti bloccato per bene gambe e braccia ti aprirò dalla cima del cranio fino alla punta del coccige; non preoccuparti, come sai faccio il ‘ripulitore’, ho un’ottima conoscenza dell’anatomia; allargherò i muscoli della schiena fino a mettere in mostra la tua spina dorsale, cauterizzerò i vasi sanguigni con un saldatore ad arco voltaico, sai com’è, devo adattarmi a quello che c’è qui, non voglio mica farti morire dissanguato. Fatto questo lesionerò ogni tendine che collega la spina dorsale al resto del corpo ma starò ben attento a lasciare intatti i nervi. Sei diventato bianco e tremi, ma mica ho finito; taglierò con la sega tutte le costole che partono dalla spina dorsale, la staccherò anche dalle clavicole e dall’osso pelvico. Una volta esposta per bene la spina dorsale ci passerò intorno queste, le vedi? Sono le cinghie che usano per tenere i motori quando li prendono dai cofani e li portano sul banco di lavoro, sono resistentissime; per spostarli utilizzano quell’argano a motore che è sospeso sopra il tavolo. Ancora non capisci, lo vedo da come mi guardi, sei terrorizzato ma non capisci; ti spiego, le cinghie le attaccherò all’argano e poi aspetterò che ti svegli dall’anestesia, non ci vorrà molto, ho calcolato bene la dose rispetto al tuo peso. Quando il torpore sarà svanito e comincerai a sentire il dolore dell’intervento che ti avrò fatto, farò partire l’argano, prima a potenza media, le cinghie si tenderanno e cominceranno a tirare la tua spina dorsale che incontrerà solo la resistenza dei tendini lesionati e dei nervi, impazzirai di dolore; a quel punto metterò l’argano alla massima potenza e ti strapperò la spina dorsale. Naturalmente ti avrò tolto il bavaglio e mi godrò sia le urla che, se ce la farai ad articolarle, le suppliche, tanto, come ti ho detto prima, non ti sentirà nessuno. Il tuo corpo poi lo chiuderò in un sacco e lo farò sparire nell’acido, con calma. Ma che fai, piangi?! Come Beatrice quando la massacravi con le parole e con le mani? Ma forse è semplicemente fretta, la tua, meglio che mi metta all’opera; non preoccuparti, me le lavo le mani. Ah, se, per caso, ti stessi chiedendo il perché di tutto questo, beh, è per ‘affetto’, mi ricordi una persona, la persona che mi ha fatto diventare quello che sono.”

La fine di Guido era da giorni che aspettava nel mio taccuino...

25 maggio 2014

23 maggio 2014

Terra bruciata

Avete presente le reazioni chimiche? Ci sono quelle immediate e quelle che ci mettono un po', quelle che, magari, da sole non fanno tutti questi danni ma che, combinate con altre, diventano pericolose. Ecco, come gli strati accumulati di diverse cose adesso ho traboccato il vaso, in questo momento esatto. Mi sono rotto il cazzo. Davvero, mi sono rotto il cazzo. Poi magari si reincolla ma, sinceramente, ne ho le palle piene.

26 maggio 2014 ore 9:20
A chi mi ha commentato, a chi mi ha scritto, a chi mi ha chiamato, a chi no. A chi ha capito tutto, a chi non ha capito nulla, a chi ha capito metà. A chi ha spronato, a chi ha taciuto, a chi ha colto l'occasione di parlare, a chi non ha colto l'occasione di stare zitto. A chi mi è vicino, a chi lo è stato, a chi lo sarà.

GRAZIE.

22 maggio 2014

Intermezzo


Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused.

20 maggio 2014

Ma poi ho pensato

Volevo scrivere un post di politica, magari partire dalle elezioni amministrative che si svolgeranno nel mio ameno paesello e raccontare di coalizioni quantomeno assurde, di soggetti incomprensibili, quando va bene, impresentabili, in tutti gli altri casi. Magari avrei pure potuto piazzare qualche "santino" con queste facce assurde, divertenti, spaventose. Poi sarei passato alla politica nazionale e a tutto quello che, ormai da anni, ci sta girando intorno. Poi ho pensato che sono strano io, sì, perchè, sinceramente, a me non spaventano quelli che arrivano, a me spaventano quelli che ci stanno, soprattutto quelli che ci stanno da generazioni, proprio gli italiani. Sono strano io perchè a me sentire "Sono oltre Hitler" mi fa venire solo il vomito, solo rabbia, solo paura e se penso a chi ha votato il soggetto, beh, veramente mi si apre un buco nero nell'anima e ci caccio dentro tutte le parole che è meglio non dire. Sono strano io perché ho studiato tanto, studio ogni giorno, eppure devono essere dei perfetti incompetenti che, dai giornali, dai bar, dalla viva voce del popolo, mi devono spiegare la MIA materia. Sono strano io perchè sono un commercialista che sa bene che pericolosità c'è nella piaga dell'evasione, DA CHIUNQUE SIA FATTA, anche dal più piccolo dei soggetti. Sono strano io perché mi piace si mantengano le promesse e si scontino le pene, tutte; strano perchè non urlo al complotto, non guardo le scie chimiche, non penso di avere un chip sotto pelle. Sono strano io perché mi viene sempre da pensare quando gli scampati eravamo noi e ci trattavano di merda e ci incazzavamo ed adesso per gli altri non vale. Sono strano io perché non sono per la lotta, per la violenza, perchè penso che portino sempre dal lato sbagliato della ragione. Sono strano io perché non sono fatto per l'iperliberismo e nemmeno per il suo contrario. Ho constatato di essere così strano, troppo strano per scrivere di politica; e poi sono troppo impegnato a ritrovare tutti i numeri della rubrica, che ho perso.

19 maggio 2014

Un metro e mezzo

No, non sto citando la canzone "un giudice" di De Andrè; ieri mi è caduto il cellulare da circa un metro e mezzo, di piatto, sul marciapiede.


Vabbè, direte, tanto il cellulare è vecchio, volevi cambiarlo, adesso passi la scheda sim nel nuovo e via. Ho i numeri memorizzati nella memoria interna.
Vabbè, direte voi, tanto c'è il programma di gestione della Samsung, il Kies, con quello i backup effettuati si possono trasferire su altri telefoni. Non faccio un backup da mesi.
Vabbè, direte voi, tanto il su menzionato Kies, basta collegare il telefono al pc e scarica in automatico i dati. Bisogna attivare la funzione dal meno del cellulare e per farlo serve che funzioni lo schermo.
Vabbè, direte voi, allora sei scemo. Sì.

Bestemmio in circassico da ieri pomeriggio, adesso devo trovare un modo per recuperare almeno rubrica, foto e video. Se alcuni di voi non mi sentono il motivo ora lo sapete. Per altri è proprio una scelta.

16 maggio 2014

Punti ciechi

Una delle caratteristiche delle merde come Guido è la ripetitività; e la ripetitività, va sa sé, implica prevedibilità. Ogni mattina colazione nello stesso posto, la solita battuta alla cassiera, il solito percorso in macchina, il solito parcheggio sotterraneo dove lasciare l’auto. Il fatto è che ci si fida troppo del sistema di telecamere di un parcheggio sotterraneo, si pensa che garantiscano sicurezza ma, in realtà, hanno tantissimi punti ciechi ed uno che fa il mio lavoro riesce sempre a trovarne; per questo, nonostante io, ora, sia qui non risulto in nessuno video della sorveglianza. Ho incrociato un paio di persone ma per loro ero soltanto un altro che tornava alla propria auto. Io li conosco bene i punti ciechi, alla fine ci vivo dentro, per questo io vedo arrivare Guido mentre esce dall’ascensore ma lui non mi nota nemmeno, sta chiacchierando con una tizia; come se non avesse fatto nulla a Beatrice ha già puntato un’altra preda, si capisce dai movimenti, dallo sguardo. So come fa; fa in modo, soprattutto all’inizio, di farsi trovare per caso, di esserci, di farsi riconoscere non come un estraneo ma come una figura familiare per poi essere sempre una parola davanti, una frase davanti; lui non conosce i punti ciechi, no, sente solo l’odore delle debolezze e come uno squalo per il sangue, appena ne scova una morde, strappa, dilania. Non conosce i punti ciechi Guido, per questo, quando ha ormai salutato, pronto per il prossimo round quanto prima, quando ormai ha raggiunto la sua auto, non mi sente arrivare alle sue spalle e le ultime parole che sente, prima della puntura sul collo, sono: “Ciao Guido, il capo ha detto che sei licenziato”.

13 maggio 2014

Un’alba senza nubi

Mario fissa la fiamma che, a temperatura altissima, sta eliminando pezzi della vita di Beatrice, si mette una mano in tasca e tocca un sacchetto di plastica, ne tasta il contenuto anche se sa bene cosa contiene; pensa che forse sarebbe meglio tornare a dare un’occhiata ai maiali, prima poteva essergli sfuggito qualcosa, potrebbe essere avanzato qualche pezzo del corpo di Beatrice; non ha dubbi, di solito non avanza nulla ma è sempre meglio accertarsene. Una volta fatto il controllo Mario esce nell’aria fredda e umida della notte che sta per finire, con un lieve sorriso sulla faccia si dice che, se fumasse, quello sarebbe un ottimo momento per farsi una sigaretta. Prende lo smartphone, apre skype attraverso una ben precisa applicazione e chiama l’unico numero in rubrica. Il bello della tecnologia, ha reso lo strumento più facilmente intercettabile che esistesse, il cellulare, praticamente irrintracciabile: skype utilizza un protocollo internet e quindi un flusso di dati e l’applicazione specifica fa rimbalzare questi dati in giro per il mondo fino a farne perdere le tracce, non c’è nemmeno troppo ritardo di latenza nella comunicazione. Il capo, come al solito, risponde al secondo squillo, non è mai arrivato al terzo, non ha mai anticipato al primo, in qualsiasi orario Mario lo chiami, sembra quasi che non dorma mai. Il capo è l’unica persona al mondo che mette i brividi a Mario e Mario è l’unico al mondo che mette i brividi al capo, vanno d’accordo per quello.
- Hai finito?
- Sì.
- Hai lasciato tracce?
- Potrei ritenere questa domanda offensiva, ma no, niente tracce.
- Come hai proceduto?
- Prima di cominciare ho portato via un borsone, qualche indumento e il passaporto. Poi ho fatto a pezzi il corpo nella vasca e l’ho messo nelle buste, nel trolley. Ho lavato il sangue con la candeggina ed ho ripulito le tracce che quel coglione di Guido aveva lasciato. Sono venuto qui, il corpo è stato fatto sparire dai maiali, le altre cose dall’inceneritore.
- I denti? Sai che i maiali, a volte, non li digeriscono.
- I denti li ho cavati e ce li ho in tasca in un sacchetto, li farò sparire con l’acido, con calma, nel mio laboratorio.
- Bene. Quanto tempo hai per Guido?
- Poco, in un paio di giorni qualcuno si domanderà di Beatrice, procederò già domani.
- Sai già come?
- Sì.
- Non me lo vuoi dire?
- Non lo vuoi sapere.
Mario sa che il capo, in questo momento, ha avuto un brivido come lui lo ha avuto prima, quando ha detto che avrebbe potuto offendersi.
- Mario…
- Sì?
- Mi sembra che questo, per te, sia un lavoro speciale, perché?
- Perché Guido mi ricorda qualcuno.
La telefonata si chiude così; non si aprono e non si chiudono mai con dei convenevoli. Mario guarda il cielo che schiarisce, è un’alba senza nubi.

11 maggio 2014

Fuori per lavoro


Sono stato fuori per lavoro, torno e mi ritrovo 677 post da leggere. Ora, mi capirete se vi dico che non ce la posso fare, vero? Bisogna avere una certa predisposizione, in certi momenti della vita, per prendersi dei compiti improbi. Credo che farò una specie di tabula rasa e attenderò i nuovi post ma, detto questo, vi devo un aggiornamento sul miocardo ballerino, mi pare giusto. Dopo aver scoperto, tenendomi sotto controllo 24 ore di seguito, che il cuore balla abbastanza, all'incirca il 20% del suo tempo lo passa a ballare, a quel punto o lo mandavo ad "Amici" oppure provavo a vedere se fosse una cosa con cui ci si può convivere. Vi dirò, l'opzione "Amici" l'ho anche valutata, già me lo immaginavo in sfida con il mio fegato, un grande attore drammatico, quello; poi mi sono detto che era meglio di no, che magari non avrebbe retto un cazziatone della Celentano e l'avrebbe mandata a cagare in diretta sotto un tripudio d'applausi, ma questo sarebbe stato il meno, lo avrebbero intervistato e avrebbe parlato. No, meglio di no. Ho deciso che era meglio la seconda opzione ed ho trovato un posto dove fare la prova da sforzo; mi hanno messo su una cyclette con degli elettrodi sul petto, con uno sfigmomanometro al braccio destro che mi prendeva la pressione ogni due minuti, ed ogni due minuti quella cyclette diventava sempre più dura. A quanto pare il mio miocardo quando si impegna negli sforzi, smette di ballare e quindi, alla fine, tutto bene. Ho guardato il medico che mi diceva che era tutto ok ed ho chiesto perchè, al mio cuore, piacesse tanto ballare e lui m'ha detto che era probabilmente colpa di una miocardite; devo aver fatto una faccia a punto interrogativo perché mi ha subito detto che, semplicemente, una bronchite, da piccolo, mi deve aver creato una cicatrice nel cuore che, deviando il flusso del sangue, crea la musica su cui il cuore balla. "Una cicatrice nel cuore", detto così sembra il titolo di una telenovelas brasiliana, lo so, però non ho potuto fare a meno di pensare, ancora una volta, che tutta questa storia ha un che di poetico (e anche di molto indicativo) perchè questa cicatrice ha un effetto, una deviazione, un controcanto. A quel punto il medico, dopo avermi ribadito che stavo benissimo, alla fine, mi ha detto che ero un paziente asintomatico perchè il ballare del mio cuore, alla fine, non mi infastidisce ma, se volevo, c'era anche il modo di farlo smettere di ballare: prendere una pillola ogni giorno oppure, addirittura, farsi infilare una sonda dalla gamba, fino al cuore, bruciare un po' di cellule per creare un'altra cicatrice che annulla l'effetto della prima; questo è un po' come il "chiodo schiaccia chiodo" sentimentale, alla fine. Ho guardato il medico ed ho detto di no, sapevo che avrei detto di no, non mi sottopongo ad un intervento, non inizio una terapia all life long, non elimino, non cancello: non è il mio stile.

Comunque, vi dicevo, prima, che sono stato fuori per lavoro, ormai è una trasferta all'incirca mensile, certo, è pesante, per ora dà piccoli, piccolissimi, frutti ma sento di doverla fare, finchè resisto devo continuare. Naturalmente ho cercato, come sempre, di vivere (in questo specifico caso "sopravvivere") ogni volta che torno, ed ogni volta è sempre più di quello che dovrebbe essere, nel bene e nel male; ogni volta emetto tante di quelle parole che mi stupisco sempre che quelle non dette siano, ogni volta, molte molte di più. Le parole non dette, secondo la medicina naturale, sono la causa del reflusso gastrico di cui soffro e, forse, dovrei cercare di guarire un po', non credete? Dovrei dirle quelle parole che, ancora una volta, per quieto vivere, per rispetto, per amicizia, per amore, non ho detto; ogni tanto lo faccio, tipo il post precedente, o alcuni altri che, fortunatamente, scrivo ma sono sempre troppo poche e sono sempre quelle meno importanti, perchè magari non vuoi perdere le briciole ed allora approvi, abbozzi, sorridi, ti concedi magari una piccola alzata di testa ma è solo per illuderti un po' ma la verità è che le parole vere, quelle che dovresti dire perchè sono quelle giuste, te le tieni dentro perchè tanto, dall'altro lato, da te, non si vogliono sentire, saranno sempre "sbagliate".

04 maggio 2014

La cosa divertente...

...è che fate lo stesso errore da anni, non avete mai imparato un benemerito cazzo e vi prendete la briga di pontificare e parlare a gli altri come se aveste capito tutto.

30 aprile 2014

Pagine non scritte

Dopo una consistente produzione letteraria fatta di romanzi e racconti, Francisco Quinoa Descartes smise improvvisamente di scrivere; comunicò la cosa al suo agente con un semplice biglietto spedito tramite posta ordinaria, con su scritto “Smetto”. A niente servirono i tentativi dell'agente di contattarlo perché Francisco Quinoa Descartes, insieme allo scrivere, smise anche di fare vita pubblica; non rispose più al telefono, alle lettere, alla posta elettronica. Quando il suo agente fece il tentativo di incontrarlo di persona si rifiutò di aprirgli e quando questi gli chiese, davanti alla porta chiusa, “Perché?”, una voce attutita dal legno rispose solo “Per le storie”, per poi tacere. Dopo quel tentativo estremo da parte del suo agente, Francisco Quinoa Descartes sparì del tutto; si affrettò a vendere la sua casa, svuotò i suoi conti correnti e chiuse tutte le utenze. Per un periodo se ne occuparono anche i giornali, si parlò di malattia, di pazzia, di morte; i suoi tanti lettori si chiedevano che fine avesse fatto, speravano tornasse, sognavano un nuovo libro. Come per tutte le cose della vita, con il tempo, l'interesse per la sparizione di Francisco Quinoa Descartes andò scemando; nuovi libri furono pubblicati, nuovi autori divennero famosi ma, come per tutte le cose della vita, non per tutti il tempo fa questo effetto; c'è sempre qualcuno, alla fine, che ricorda, che pensa, che spera. Vicente Ilario Dos Passos era uno di quelli per cui il tempo non cancellava nulla; era una di quelle persone per cui le foto non sono solo immagini ma vite; è pesante un'esistenza così, portandosi addosso tutte le vite importanti incrociate ma Vicente Ilario Dos Passos non ne conosceva altre e non ne avrebbe mai vissute di diverse, nemmeno potendo scegliere. Quando guardava la sua libreria con i libri di Francisco Quinoa Descartes non poteva non chiedersi dove fosse, quali altre parole avrebbe potuto scrivere; ricominciò a leggere i suoi libri partendo da quello che aveva amato di più: “Persistenza”; fu nella storia di quel villaggio tra i monti che lo ritrovò, nella storia di Donna Maite ed il suo curare con le parole ed il silenzio. Vicente Ilario Dos Passos partì senza pensarci, come si dovrebbe fare per tutte le cose importanti della vita; partì per il villaggio natale di Francisco Quinoa Descartes, quel villaggio le cui strade, sapeva, avevano ispirato quelle in cui si muoveva Donna Maite. Appena sceso nella piccola stazione del paese ebbe la sensazione di conoscere ogni angolo, ogni via, ogni pietra; girò per ore, non come un turista o qualcuno che cerca ma come uno tornato a casa dopo anni lontano. Visitò i luoghi di cui aveva letto, incontrò, nei volti, nei gesti, i personaggi del libro; incontrò anche il matto perché, come diceva il poeta, “per ogni matto c'è un villaggio”, quello che nel libro veniva chiamato Zorro, e fu proprio a lui che chiese, perché, spesso, per avere la risposta che cerchi devi chiedere ai folli, a patto di fare la domanda giusta. Infatti Vicente Ilario Dos Passos a lui chiese “Dove posso trovare Donna Maite?” e non ottenne un “Chi?!” come risposta, non ottenne un blaterare incomprensibile ma un semplice “Quella che cura con le parole ed i silenzi? Lo trovi al bar di Jesus”. Vicente Ilario Dos Passos non ebbe necessità di chiedere altro, si avviò sicuro lungo la strada alla sua destra e dopo circa 300 metri vide l'insegna del bar dove sapeva che l'avrebbe trovata e senza sorprendersi, e questo lo sorprese, guardò a colpo sicuro all'ultimo tavolino in fondo e lo trovò; Francisco Quinoa Descartes era seduto con davanti una birra, uguale a come lo ricordava dalle tante foto che aveva visto. Si sedette allo stesso tavolo come se fosse la cosa più naturale del mondo e l'uomo che si trovò davanti lo guardò come si guarda uno che aspetti ma che arriva in orario e disse “Ciao”. Vicente Ilario Dos Passos prima di tutto ordinò una birra e poi, senza nemmeno presentarsi, come sentisse la cosa inutile, chiese semplicemente “Perché sono io il primo?”. Francisco Quinoa Descartes parlò: “Sai perché si scrive? I motivi sono tanti, si scrive per se stessi, per gli altri, per tutti, per uno o una sola; per la gloria, per il denaro, per la noia; per capire, per capirsi, per centinaia di motivi diversi; le parole, però, decidono loro cosa fare. Probabilmente le mie era a te che volevano raccontare dove fossi.”, “Ma perché ha smesso di scrivere?”, Vicente Ilario Dos Passos aveva fatto la domanda per cui, alla fine, era partito; la domanda per cui era seduto a quel tavolo, davanti ad un bar di un villaggio sperduto tra i monti. Francisco Quinoa Descartes rispose come aveva fatto al suo agente da dietro una porta: “Per le storie”, ma poi continuò, “Scrivevo per raccontare, era una specie di bisogno fisico, una necessità, poi, un giorno, mi resi conto che, per quanto scrivessi, non avrei mai potuto raccontare tutte le storie possibili; per ogni pagina che scrivevo ce ne erano infinite non scritte. Cominciai a non finire le storie perché ogni finale escludeva tutti gli altri; fu allora che decisi di smettere, perché la pagina bianca racchiudeva tutte le storie possibili.”, “Anche la vita si sa solo che finisce ma non si sa mai come, forse per questo vale meno la pena di viverla? Non è il finale, sono i momenti che portano a lui a fare il racconto, a fare la vita. Le storie sono fatte di parole, non sono solo un finale ma anche, e soprattutto, quello che c'è in mezzo; non chiudiamo un libro perché non ci piace come finirà. La vita è uguale, non è quello che la conclude che la fa ma quello che avviene prima, è quello che deve farci stare bene.”. Detto questo Vicente Ilario Dos Passos bevve la sua birra, si alzò, strinse la mano di Francisco Quinoa Descartes e mise sul tavolo ciò che aveva portato con sé da casa, un taccuino vuoto ed una penna nera.

24 aprile 2014

Clichè

E niente, è che giusto poco fa, prima di entrare in ufficio, pensavo che, a volte, soffriamo di omologazione; ci convinciamo che sia nostro dovere seguire un copione senza sapere nemmeno bene quale sceneggiatore l'ha scritto. Sì, insomma, magari lo ha scritto un premio Oscar e allora, via, potrebbe essere un ottimo copione, che tu sia protagonista, coprotagonista, antagonista, comprimario o comparsa; ma metti che lo ha scritto uno "scalzacani"? Con tutto il rispetto per i cani, si intende. Metti che questo sceneggiatore sia del tutto privo di fantasia, che non conosca nemmeno le regole base del racconto? Eppure spesso ci convinciamo che una cosa debba andare in un determinato modo perchè è quello che ci si aspetta da noi, come se davvero noi avessimo un ruolo, come se dovessimo rispettare un clichè. Ci convinciamo che la cosa migliore è seguire delle "regole sociali", come il non poggiare i gomiti sul tavolo quando si mangia, come il non rispondere quando non si dovrebbe. Ci facciamo indirizzare la vita da una specie di Monsignor Della Casa che è dentro di noi perchè ci siamo convinti non tanto che sia la cosa giusta per noi quanto quella più confacente ad un Regolamento non scritto. Vorremmo essre sbracati ma rimaniamo compunti, vorremmo essere solitari ma dobbiamo socializzare, e via così alla ricerca di cosa poi? Com'è che la chiamano? Felicità? Tranquillità? Equilibrio? Ma rispetto a cosa? Continuiamo a dire che una cosa ci fa felice perchè abbiamo visto che fa felice qualcun altro e allora pensiamo che debba essere così anche per noi e via a dire sì o dire no sulla base di un preconcetto; e via a sopportare palate di merda perchè, quantomeno, riusciamo ad essere vicini ad un obiettivo. Non è nemmeno più una questione di essere ed apparire, quanto una questione di ricalco; mi viene in mente una cosa che, da piccolo, facevo spesso: prendevo la carta velina e l'appoggiavo su un disegno che mi piaceva molto e poi, con la matita, ne ricalcavo i bordi, poi alzavo la velina e la guardavo controluce, alla fine il disegno poteva essermi venuto meravigliosamente ma non raggiungeva mai l'originale, anche se gli somigliava tantissimo. Ecco, per quanto in molte cose della vita faccia comodo, a me non piace essere carta velina, preferisco essere disegnato fuori dai bordi.