11 dicembre 2013
08 dicembre 2013
04 dicembre 2013
Con questa pioggia battente
"È notte alta e sono sveglio...". Il mio vicino è in revival anni '80 oggi, la butta sul malinconico. Sarà il tempo, con questa pioggia battente che mette un filtro opaco a tutto non è facile essere allegri. Ormai conosco perfettamente i suoi stati d'animo, le pareti di questi appartamenti sono così sottili che si sentono i respiri, figurarsi i sospiri. Se non sbaglio fa il consulente, sembra simpatico, dovrebbe avere poco meno di quarant'anni, a volte sembra ne abbia poco più del doppio. Credo abbia l'hobby della lettura, spesso lo incrocio con buste della Feltrinelli, piene. Bello avere un hobby, anche io ne ho uno, ogni volta che ho tempo pulisco per bene tutte le mie armi, come oggi che sto qui, tra odore di solvente e di cordite. Certo, non è solo questione di hobby ma, direi, grammaticale; un'arma efficiente può cambiarti anche i verbi, che detta così sembra una cosa stupida ma, credetemi, c'è una bella differenza tra aver colpito ed essere colpito. Non che le usi spesso, le armi; di solito nel mio lavoro di ripulitore arrivo sempre dopo che qualcun altro le ha usate ma non è detto che, a volte, non mi chiamino per ripulire prima. Nell'immaginario comune, lo so, adesso mi si figurerebbe qui al tavolo, magari al buio, solo con la luce tecnica accesa e puntata sul piano di lavoro, magari con una sigaretta, accesa, appoggiata al bordo che, ogni tanto, prendo con il pollice e l'indice e porto alle labbra per un lungo tiro. In realtà non fumo e non per salutismo ma perchè non devo avere addosso nessun odore particolare, devo passare inosservato come un'immagine sfocata, devo essere poco ricordabile. Anche il mio vicino, in realtà, se mi incontrasse per strada non so se mi riconoscerebbe, nonostante ci siamo incrociati per le scale e ci siamo anche parlati, a volte. Sto pensando a queste cose quando mi squilla il cellulare; è Lui.
- Dimmi.
- Ho un lavoro per te, Mario.
- Chi?
- Guido...
- Beatrice?
- Sì.
- Peccato, mi piaceva, Beatrice, era una brava persona.
- Lo so.
- Che le ha fatto?
- Strangolata.
- Dove?
- L'ha seguita fino a casa sua.
- Lo sai che quello è una merda pericolosa, vero?
- Lo so.
- Mandami l'indirizzo via sms, vado subito. Devo occuparmi anche di lui?
- Sì.
CLICK
Era quello che volevo sentire.
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02 dicembre 2013
Quattro anni che sto qui
No, non è il compleanno del blog, quello è stato a settembre ed erano comunque sette anni. No, questo è un post che, verso la fine di novembre, scrivo tutti gli anni. Quest'anno, come in molte cose della mia vita, sono in ritardo. Il post serve a ricordarmi da quanti anni non sto più a Milano, da quanti anni ho preso la coraggiosa (?) decisione di tornare in Puglia, in provincia. Credo di avervi fracassato le palle abbastanza, con Milano, con quanto mi manca, con cosa significa e blablabla...e vi assicuro che non vi ho raccontato tutto. In realtà è un post che uso per tirare un po' le somme, per raccontare, anzi, raccontarMI un po', visto che sto sempre ad inventare storie, questo, invece, è uno di quei post che servono per mettere giù un po' di punti di vista. Quest'anno però sono stanco, più stanco del solito, me ne accorgo da alcuni gesti, da alcune epifanie, da alcune attese, da alcune insonnie. Me ne accorgo dai miei stessi pensieri, nemmeno troppo positivi, dai bandoli non trovati, dai pezzi sempre più piccoli di puzzle che, alla fine, sarebbero davvero semplici, di quelli a cubotti di quando ero piccolissimo. Me ne ricordo uno, di nove pezzi, dentro una valigetta rossa, credo fosse di Goldrake. Mi ricordo che mi sedevo per terra, sul tappeto, e ci giocavo, impilavo i cubotti, componevo l'immagine, era facile. Alla fine le cose non sono tutte complicate, a volte sono facili, di una facilità disarmante: Tutto è meglio di poco, poco è meglio di nulla. Ho speso gli ultimi quattro anni, oltre che a cazzeggiare, a cercare una motivazione nel lavoro, nel saper fare bene le cose e vi dico una cosa, a fine novembre del 2009 ero all'apice, avevo la consapevolezza, non dico al 100% ma quasi, di quanto fossi capace di fare, di quanto fossi capace di imparare ancora; solo che abbiamo vizi atavici, noi italiani, e non la butto in politica perché, sinceramente, sono stanco anche di quello; abbiamo vizi atavici che tolgono il respiro e la voglia, tolgono la spinta e l'illusione, tolgono. E dolgono. Quindi mi perdonerete se, questa volta, non sto a fare l'elenco di quanto sono stato stupido a tornare indietro, di come mi manchi la casa che avevo in via Biancardi, al numero sei; se non sto a raccontarmi che quella scelta ha comunque portato altre cose bellissime, dopo. No, sinceramente, non faccio nessun elenco. Alla fine, sono sicuro, dalle parole che ho scritto, c'è chi capira molto ma molto di più. Vi abbraccio e prometto che tornerò ai racconti quanto prima.
24 novembre 2013
La comprensione universale dei sentimenti
Entra che la serranda è ancora abbassata per metà, all'apertura manca un quarto d'ora.
C'ha il sorriso permanente che può avere solo chi è inconsapevole della vita o chi lo è fin troppo... e non gli rimane che ridergli in faccia.
Lui non lo so, esattamente, che via abbia percorso per arrivare fin qui. Quando ha cominciato a star male, com'era prima, se c'era... un prima. Io so che la mia superstrada, affollata di pensieri, ha incrociato la sua stradina di campagna. Isolata. Ci sono soltanto vie deserte, per persone come lui. E penso spesso a come le persone si incontrano/scontrano, per quei miliardi di avvenimenti casuali o combinati che l'esistenza regala ad ognuno di noi.
Oggi indosso la mia divisa che fa molto massaia: lo 'znale (come si dice dalle mie parti) lo sopporto, il problema è tutto nella cuffietta, c'è un conflitto a fuoco tra lei e i miei capelli... alla fine, l'unica vittima di questa guerriglia sono io.
Pane, salse, verdure, condimenti... mi faccio l'appello a mente mentre lui parla veloce di qualcosa che non riesco nemmeno lontanamente a capire. Il problema è che poi fa domande e proprio non me la sento di dare una di quelle risposte-prezzemolo, universali, che stanno bene su tutto. Io lo so, lo so che se ora avvio quel circolo vizioso del “come?!” non ne verremo più a capo. Lo so e lo dico, tutt'uno. C'è qualche terminazione interrotta tra il mio cervello e la mia lingua...
Quando fai ripetere qualcosa a qualcuno, quando questo qualcuno ha già una sua particolare difficoltà a spiegarsi, bisogna prestare tanta attenzione. Ne va del rispetto. Così mi sporgo più che posso sul bancone, “appizzo le recchie”, stringo i denti e faccio gli occhi a fessura: in poche parole cerco di annullare tutti i sensi e lasciare via libera solo all'udito. Lui fa quella faccia un po' sconsolata, è la faccia di uno che nella vita ha dovuto ripetere ogni singola parola innumerevoli volte: è già così difficile comprendersi... figuriamoci se si salta la fase del capirsi... Scandisce lettere che io faccio fatica a comporre sotto forma di parole a senso compiuto, alla fine “acchiappo” al volo l'ultimo concetto e come la migliore delle codarde, mi aggancio a quello per dare una risposta appena sufficiente. Mi stupisce quest'uomo, non so dargli un'età e non saprei capire quale male lo affligge, ma so che adora la salamella nel panino, con poca poca maionese, che conosce a memoria tutte le canzoni straniere anni 80 che passano su radio capital... quando parte il video lui spara gruppo/titolo e data d'uscita. C'è un equilibrio straordinario nella natura che toglie dignità per poi restituirla sotto altre forme. E così mentre lavoro lui parla, e parla, e parla, seduto di lato al bancone... ogni tanto se la ride; capisco un 10% e nonostante la percentuale sia molto bassa, quel che sento mi va dritto nelle costate. Se il mio cuore mi volesse un po più bene indosserebbe quell'impermeabile che gli ho regalato parecchio tempo fa. Bastardo.
Quando fa cenno di alzarsi per andare via mi lascia sul bancone questi foglietti, gli prometto che li leggerò quando non ci sarà folla, così da potergli dedicare la mia attenzione... fa cenno di si con la testa e saluta con questo suo accento del nord che qui, davvero, faccio fatica a capire. Me li tengo nella tasca del grembiule per tutta la sera e all'una di notte, sul tram gelido di questa città grigia, li apro e me li leggo. Due, tre, volte. Quanta tenerezza nel dolore, quanta delicatezza nella solitudine. L'impotenza è una sensazione feroce, ancora una volta mi rendo conto che prima di poter riuscire ad aiutare gli altri, sarebbe opportuno che io riuscissi ad aiutare me stessa.
Non scrivo da tanto (in realtà mi racconto un sacco di storie a mente tutti i santi giorni) e come in passato, sono pezzetti di sensazioni vissute, quelli che vengono a galla. Cambiano molte cose tutt'intorno, ma quasi mai la nostra essenza. Grazie Baol.
Questo è il post numero 600 di questo blog, non l'ho scritto io, me lo sono fatto regalare.
20 novembre 2013
Un pesante passato
La sala d’attesa è gremita come al solito, è periodo di influenze, periodo di mali di stagione e qui vengono da me anche per un semplice starnuto ma, in fondo, non mi dispiace, mi fa passare le giornate. Lui lo noto subito, è seduto alle sedie sulla destra dell’ingresso, spicca di una buona ventina di centimetri su quelli che ha ai lati. Indossa una giacca mimetica, occhiali a specchio e legge una rivista di caccia e pesca. Lo si potrebbe scambiare facilmente per uno dei tanti cacciatori di questo tranquillo paesino di montagna, venuto a farsi fare il certificato medico per il rinnovo della licenza ma capisco subito che è qui per me ma che non gli interesso come medico. Se fai parte, per anni, dell’Organizzazione, certi particolari non ti sfuggono; faccia nuova, mani curate, posizione tesa sulla sedia, come ad essere pronti allo scatto, rigonfiamento sotto la giacca: è dell’Organizzazione anche lui, ex reparti speciali, il tatuaggio sulla mano sinistra racconta quello; ne ho uno simile sulla schiena, in mezzo alle cicatrici. Mi hanno trovato; sapevo che prima o poi sarebbe successo, dall’Organizzazione non te ne puoi andare quando vuoi, non esiste la pensione, dall’Organizzazione te ne vai quando muori, da solo o con l’ausilio di altri. Quando ci sono entrato lo sapevo, ne ero consapevole, solo che la vita non è mica una linea, no, non sai mai cosa ti capita, è il suo bello. Ecco, a me era capitata una missione di troppo e, alla fine, avevo deciso di dire “basta” e mi ero finto morto, ma sapevo che con l’Organizzazione non si può fingere, non per molto. Peccato, mi piaceva fare il medico generico in questo paese, la gente mi aveva accolto bene nonostante fossi “il forestiero”, come mi chiamano qui. La sala d’aspetto risponde compatta al mio buongiorno, lui mi guarda, sembra calmo ma lievi vibrazioni delle dita denotano nervosismo, lo avranno sicuramente avvisato di chi lo mandavano ad eliminare, di cosa ero capace; all’Organizzazione lo sapevano bene, non avrebbero mandato uno sprovveduto, se mai ve ne fossero tra le loro fila. Per un attimo ripenso a quante volte mi sono trovato io al suo posto ed ho un brivido, so bene che potrebbe fare fuori tutti i presenti, anzi, sono sicuro che lo farà, è un protocollo standard: non si lasciano testimoni. Il sorriso che spunta dalla sua barba precisa mi fa capire che è uno che segue il protocollo alla lettera, perché gli piace. Mi guardo intorno, anziani, donne con bambini; un lampo, il ricordo della mia ultima missione, le mani che ho continuato a lavare per ore, dopo, fino a consumare la pelle. Sento quasi la sua adrenalina, con quella stazza gli basterebbero le mani nude con più della metà dei presenti, senza nemmeno scomporsi troppo, ma so anche che sotto quelle giacca mimetica ha un mezzo arsenale; devo fare in fretta. “Chi è il primo”, chiedo, come d’abitudine. “Io, dottore”, Marta, non l’avevo notata, troppo impegnato a controllare lui, senza insospettirlo; gestisce il rifugio per animali ai piedi della montagna, vicino al cimitero, praticamente da sola oltre a lavorare come cameriera nel bar del paese; ogni volta che la vedo, così esile, mi chiedo dove la trovi tutta l’energia per fare quello che fa. Chiacchieriamo, ogni tanto, quando vado al bar a fare colazione, mi mette serenità, una cosa che mi ero scordato pure esistesse. Ci si potrebbe innamorare, di Marta, perdersela dentro un abbraccio per farla riposare un po’. Ci ho pensato tante volte ma la vita ha quella sua ironia crudele e non sempre, non tutto, ha davvero il giusto incastro. Come potrei spiegarle i segni che ho sulla pelle? Come farle capire i segni che ho nell’anima, quelli che mi fanno urlare nel pieno della notte? Quelli che mi fanno dormire con un occhio semi aperto? Come glielo racconto tutto il mio passato? No, non si può, non tutto si può. “Marta, che sei venuta a fare? Si vede che sei sanissima! Vai a casa, và”, “Seeee, dottore, ma che dice? Mi sento a pezzi!”. So di aver fatto un errore, il mio “vai a casa” era troppo serio, lui se ne accorge, me ne sarei accorto anche io; è questo che differenzia i membri dell’Organizzazione. Non ho più tempo; lo guardo direttamente, in maniera plateale, e sorrido, come avessi un’illuminazione: “Giulio! Vecchio stronzo! Non ti ho riconosciuto subito, come stai?! Sono anni che non ci vediamo, come hai fatto a scovarmi su questi monti?!”, non devo dargli il tempo di reagire; mi rivolgo alla sala “Signori, scusatemi ma questa specie di armadio che faceva finta di non conoscermi è un caro vecchio amico, non vi dispiace se, prima di cominciare le visite vado a prendere un caffè con lui, vero?”. Ormai gli sono vicino, può essere grosso quanto gli pare ma sa benissimo che da quella distanza non è sicuro di uscirne indenne, non contro di me. La sala mormora qualcosa ma, per fortuna, sono riuscito a farmi volere abbastanza bene da farmi perdonare questo piccolo inconveniente. Guardo Marta che non sembra molto convinta, “Scusami Marta, sono subito da te, accomodati in ambulatorio intanto”. Lui fa buon viso a cattivo gioco, ha capito di aver perso l’effetto sorpresa e sta rivalutando la situazione; si alza, è enorme, ci saranno almeno quaranta chili di muscoli in più tra lui e me; anche io devo capire bene cosa fare ma adesso la cosa più importante è allontanarlo da tutta quelle gente, allontanarlo da Marta; fuori sarà solo una questione tra me e lui.
14 novembre 2013
Tris
Rope
Come fili di canapa si intrecciano, le dita, strette.
Si cercano, trovandosi nel buio, nell'inconscio, nel sonno.
Si cercano alla luce, volontariamente, oltre le convinzioni, oltre le coperture.
Si intrecciano, corda a filo doppio, le dita, legame tra la barca e il molo,
nell'abbraccio del nodo indissolubile.
Dope
Metadone, le parole, per astinenze incolmabili, leniscono a momenti,
sfamano di aria e nuvole.
Palliativo di istanti, tentativo di allungare i respiri brevi,
mozzati dalla mancanza della propria droga.
Le parole.
Inutili.
Come fili di canapa si intrecciano, le dita, strette.
Si cercano, trovandosi nel buio, nell'inconscio, nel sonno.
Si cercano alla luce, volontariamente, oltre le convinzioni, oltre le coperture.
Si intrecciano, corda a filo doppio, le dita, legame tra la barca e il molo,
nell'abbraccio del nodo indissolubile.
Nope
Trancianti, le spalle, a volte,
nel loro volgersi al proprio orizzonte, al proprio sole.
Male interpretabili, fraintendibili, dolorose.
Negazione, a volte, solo di se stesse.
Delle paure.
Dope
Metadone, le parole, per astinenze incolmabili, leniscono a momenti,
sfamano di aria e nuvole.
Palliativo di istanti, tentativo di allungare i respiri brevi,
mozzati dalla mancanza della propria droga.
Le parole.
Inutili.
10 novembre 2013
Bookwebcrossing
Post un po' diverso dal solito questo, sì, parlerò di un libro; non che non lo abbia già fatto altre volte ma questa volta mi trovo a scrivere di un libro che mi è arrivato da una blogger ed io passerò, a mia volta, ad un altro blogger mio lettore, che vorrebbe leggerlo perchè, come recita il titolo del post, questo è un bookwebcrossing. Il libro è "La cultura si mangia!" di Bruno Arpaia e Pietro Greco; chiaramente non è un libro di cucina ma, confesso, il fegato me lo ha fatto rodere tantissimo, per tanti motivi; parla della tendenza italica, degli ultimi anni, a sottovalutare la cultura, a guardarla con occhio critico, considerarla inutile se non dannosa. Il titolo deriva dalla famosa CAZZATA detta da Tremonti: "Con la cultura non si mangia" ed il libro fa proprio quello, chiarisce, punto per punto, che quella detta da Tremonti (e appoggiata da praticamente quasi tutto l'arco costituzionale) è UNA CAZZATA: con la cultura si mangia eccome! Chiariamo che parla di cultura in tutti i suoi aspetti e sottolinea che sviluppare la cultura può solo far del bene all'economia della nostra nazione ma anche all'evoluzione stessa del nostro popolo che, vuoi o non vuoi, si troverà, continuando così, sempre più in ritardo rispetto al resto del mondo, di tutto il mondo. Chiariamo anche che non sono affatto d'accordo con chi parla di "decrescita felice", sono per una "crescita felice" fatta per l'umano, per migliorare il modo di vivere di tutti e, per favore, non cominciamo con CAZZATE come le scie chimiche, il fracking, i chip sottopelle e tutto il folklore della "lotta all'evoluzione"; la "decrescita felice" è una teoria che merita rispetto ma va esposta da chi la conosce bene. Detto questo, il libro esplica, in maniera chiara come siamo su una china discendente e che bisognerebbe fare qualcosa per invertire questa tendenza, che non significa semplicemente valorizzare il nostro patrimonio culturale ma sviluppare un patrimonio di cervelli che ci potrebbe consentire di sviluppare tutta quanta l'economia. Io, si sa, sono molto pessimista rispetto all'italiano medio, rispetto al nostro stesso futuro e gli ultimi anni non hanno fatto che peggiorare questa mia sensanzione ma, almeno, il libro mi ha fatto pensare che c'è chi ci sta provando, e questo è bello.
Da ultimo aggiungo, per campanilismo, il fatto che sia portato, come esempio positivo, tutto quanto fatto di buono in Puglia in quest'ultimo periodo.
Detto questo, vi chiedo, chi vuole leggerlo? Io lo spedirò al primo.
07 novembre 2013
Quattro rintocchi di campana
Quattro rintocchi di campana e poi il silenzio, mi siedo sul letto, non riesco a dormire; mi stavo innervosendo lì disteso, tanto, anche a stringere gli occhi non serve a niente. Penso qualcosa, una frase che mi voglio annotare, cerco un foglio, una penna e scrivo le parole che mi sono venute in mente prima che un altro pensiero, o un ricordo, le spinga via. Accendo la tv, una vecchia serie, di quando si chiamavano "sceneggiati", un giallo in bianco e nero. Siamo alla scena finale, il commissario sta per svelare chi è l'assassino, nulla, nelle facce dei presenti, fa presagire la verità. Mi viene da pensare che nemmeno gli attori la sapessero, prima che venga svelata. Non è stato il maggiordomo, no, ma l'anziana padrona di casa. cinque rintocchi di campana e poi il silenzio.
Questa cosa è vecchia, ha poco meno di due anni, scritta in un novembre sospeso, di attese e mancanze, riempito di parole scritte. Tanto e poco è cambiato da allora, la mancanza è rimasta uguale.
04 novembre 2013
Che Dio ti benedica
"Fighj mì, mi faresti aprire per favore? Tengo il peis mecher non ci posso passare, in mezzo". La signora potrebbe tranquillamente essere mia nonna, considerando che, come età, potrei essere padre, è bella che anziana. Niente, non c'è barba che tenga, né sguardo cattivo da rabbia che continua ad accumularsi dentro e che non riesco a far esplodere, né fila in banca appena sostenuta: mi guardano e mi chiedono un favore, sanno che non glielo negherò. Anche su gli autobus, sfuggo gli sguardi, altrimenti mi fregherebbero ed i questuanti li passo veloci e dico dei "NO!", fermi, decisi, inutili. "Va bene signora, adesso entro e le faccio aprire", "che Dio ti benedica, figlio mio", ancora? Vabbè che "nipote mio" suonerebbe peggio ma, poi, "che Dio mi benedica?" e lo facesse porca miseria ma mica solo Lui, io due o tre nomi che dovrebbero benedirmi ce li ho, belli, sicuri, piantati in testa. No, non mi ha preso nel giorno giusto la signora, né nella settimana giusta, forse nemmeno nel mese giusto; direi che nemmeno l'anno è quello azzeccato. Fosse stato, che so, cinque anni fa, magari a maggio, tipo di venerdì; ecco, forse sarebbe stato meglio. Che benedizione potrebbe darmi Dio? Mica mi manca niente, almeno così dicono quelli che mi conoscono; oddìo, quelli che davvero mi conoscono lo sanno che cosa mi manca, lo sanno bene; e potrebbe mai, Dio, benedirmi di una cosa che, a quanto pare, a quanto dicono i suoi scriba, non apprezza un gran che? Io non credo proprio. Benedica chi sta male senza conoscere un ministro, chi non lavora e continua a cercare. Benedica chi cerca e non chi se l'è cercata, chiunque sia. Benedica i buoni, non le merde come, invece, a quanto pare, fa; denotando quantomeno un umorismo sottile, direi inglese. La gente mi guarda rientrare e sorride, sorrido anche io, alla fine non avrei mai fatto nulla di diverso, nemmeno quando stramaledicevo anche a voce e non solo dentro, come faccio ora. In banca mi conoscono talmente bene che chiamo tutti per nome "Giampà potresti aprire alla signora? Grazie". In fondo lei che colpa c'ha? Mica è colpa sua se mi girano i coglioni. Lei c'ha solo la faccia di una, poverina, che si trova davanti una cosa che non capisce e vuole solo una mano. "Che Dio ti benedica!", e due. Magari ti ascolta signò, magari chiude pure un occhio, che tanto lo chiude pure spesso, e mi benedice un po' e magari mi addrizza il cervello, o magari mi ascolta un attimo, o parla a qualcun altro e gli spiega due o tre cose sull'illinearità della vita. Ecco signò, io ti ringrazio, ché una benedizione dal Gran Capo mica te la danno tutti i giorni, no; a me, al massimo, mi stramaledicono o, peggio, mi ignorano con una facilità che fa male. Ti ringrazio signora che potresti essere mia nonna, alla fine la benedizione di Dio mi starebbe proprio bene ma 'sta carta me la gioco come voglio, non è che poi se la tira indietro perchè non la uso per cose serie eh?! Siam chiari! Sorrido alla signora, in fondo voleva solo una gentilezza e non m'è costato niente farla, nonostante, forse, essere una merda sarebbe meglio.
01 novembre 2013
Solo un sogno
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26 ottobre 2013
Intermezzo
Le perle cadono sul pavimento, fanno un rumore di pioggia fredda quando comincia a cadere. Il gatto scappa di là come se non ne volesse sapere nulla, lui. Sempre il solito. La luce dalla finestra muore piano tanto per non far scordare subito che era giorno fino a pochi attimi fa; non che importi, non ora, non in questo momento, in questa stanza piena di foto e libri. Le perle cadono sul pavimento perché non sai mai quando si spezza il filo che le tiene, magari ci giochi un attimo e poi perdi tempo a cercarle, loro. Rotolano ovunque le perle che cadono sul pavimento, un po' è bello il rumore che fanno, quel ticchettio sempre più ravvicinato che, alla fine, si trasforma nel fruscio della rotolata.
Tic
Tic
Tic
Tic
Tic
TicTicTicTic
Rrrrrrrrr....
Fino a fermarsi, loro, le perle, ché noi non ci fermiamo davanti al rumore, non adesso che la luce sta morendo per rinascere domani, non in questo momento che ha spaventato anche il gatto, non ora che le vita, sì, la vita, sta aprendo il sipario.
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17 ottobre 2013
Durante la pioggia
- Pronto.
- Ho fatto una cazzata, una cazzata grossa.
- Che cosa è successo?
- Sono venuto da Beatrice.
- Sei un coglione.
- Sono venuto da Beatrice.
- Ma...
- Nessun "ma". Nessun "però". Sei un coglione. Un coglione ed un pazzo, ti avevo ordinato di non vederla mai più.
- Lo so ma ieri l'ho incrociata in Piazza Sant'Alessandro.
- Questo non significa un cazzo. Che cosa hai combinato?
- Sono venuto da lei.
- Questo lo hai già detto. Diventi ripetitivo. Ripetitivo e prolisso e sai che non lo sopporto.
- Sì, scusa. Sono venuto da lei, l'ho seguita e mentre si infilava in casa l'ho spinta dentro e sono entrato anche io. Volevo solo parlarle, giuro.
- Tu non dovevi nemmeno pensarla, Guido, nemmeno fantasticare su una persona che le somigliasse anche lontanamente. Te lo avevo ordinato io.
- Ma...
- Ti ho già detto cosa me ne faccio dei "ma", vero?
- Sì...
- Che cosa è successo?
- Abbiamo litigato.
- Pensavi ti avrebbe offerto un caffè? Pensavi ti avrebbe dato il culo Guido? Cosa pensavi? Dimmelo, sono curioso; voglio proprio sapere cosa ti ha convinto a non seguire un mio ordine diretto.
- Non lo so cosa pensavo, forse non pensavo.
- Non hai mai saputo farlo, questo è certo.
- ...
- Continua.
- Abbiamo litigato, mi ha riempito di insulti, MI HA DETTO CHE NON VALGO UN CAZZO!
- Non. Urlare.
- UN CAZZO! HA DETTO CHE SONO UN ESSERE INUTILE!!
- Ripeto. Non. Urlare. Mai. Più. Tu sei un essere inutile Guido, sei una merda, lo sei sempre stato, lo sarai sempre. Non sei altro. Una merda.
- Ma che dici???
- Quello che hai capito. Quel poco che riesci a capire. Sei una merda Guido, una merda di maiale che non è buona nemmeno a far concime. Beatrice ti ha detto solo quello che sei. Ti tengo solo perché sei un bravo analista e sai far girare i miei soldi ma mi fai girare anche i coglioni e prima o poi i secondi gireranno più velocemente dei primi. L'hai picchiata?
- Sì...
- E?
- E l'ho strangolata. Ma non volevo! NON VOLEVO!
- Se non avessi voluto adesso era viva. Ora te ne devi andare da lì, subito.
- Ma lei è qui, morta!
- Manderò un mio uomo, si chiama Mario, è un ripulitore. Una bravo. Lui. Ti ha visto nessuno seguirla in casa?
- No, stava già piovendo a dirotto.
- Bene. Ora vattene immediatamente da lì, e cerca di non farti vedere da nessuno.
- Va bene...
- Ah, Guido...
- Sì?
- Ti avevo ordinato di dimenticartela.
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TUTUTUTUTUTUTUTU
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13 ottobre 2013
Beato
Tu, che ti godi beato un momento di piacere e vibri sorridendo con la coda, tu, nemmeno lo sai il bene che mi fai in quei momenti, anche se non bastano.
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11 ottobre 2013
Arcobaleno
La luce del sole, attraversando le piccole gocce sospese nell'aria nel cielo, terso, dopo la pioggia, si scindono nei colori fondamentali e, per la curvatura della difrazione si piegano a gobba creando un arco colorato nel cielo. C'è chi pensa che alla fine di quell'arco ci sia un tesoro, una pentola di monete d'oro messa lì da un folletto con le orecchie a punta. Così pensava Mario chiudendo la valigia in cui aveva riposto accuratamente tutti i pezzi di Beatrice, chiusi in buste di plastica sigillate. Non poteva ancora togliersi la tuta bianca con cui si era coperto, doveva prima lavare con la candeggina la vasca da bagno. Fuori, l'arcobaleno si sbiadiva mentre il sole, lento, spariva all'orizzonte.
10 ottobre 2013
Intermezzo
Le barche sulla sabbia sparse alla rinfusa,
spogliate e capovolte al sole...
07 ottobre 2013
Due libri
Sono anni che non scrivo una recensione, agli albori del blog la facevo per ogni libro letto, mi divertivo; ora sono un po' arrugginito ma questa recensione ci tengo particolarmente a farla. Il bello di avere un blog da tanto tempo è che, negli anni, ti ha permesso di incrociare un sacco di persone, amici, di conoscere tante vite ed io ho sempre pensato che ogni persona, ogni vita, racconta una storia, bella o brutta che sia; il blog non mi ha mai deluso, tutte le persone che ho conosciuto, tutte quelle che conoscerò, mi hanno sempre fatto crescere, migliorare. Tra queste persone che ho conosciuto ci sono anche Nathan e la Francese (e la maghetta), dopo anni di conoscenza virtuale, finalmente, quest'estate sono riuscito a materializzarli, ed è stato davvero un piacevole incontro che mi ha confermavo tutto quello che già pensavo di loro. Tutta questa premessa per dire che Nathan, al secolo Fabio Mazzoni, ha scritto due libri che, a distanza di mesi, ho divorato in pochissimo tempo; due libri diversi ed uguali, un romanzo ed una raccolta di racconti. Sono due libri autoprodotti e dopo averli letti sono qui che mi chiedo perché siano autoprodotti, nel senso che non capisco perché nessuno abbia avuto l'idea geniale di produrglieli, al buon Fabio. Lo so, ora direte: "Tu sei di parte, siete amici", ok ok, è vero che siamo amici e che Fabio mi sembra, ad occhio, un buon amico, un buon fratello maggiore. Uno zio no, gli zii, spesso, se scrivono, sono molto presuntuosi. Però vi assicuro che sono obiettivo, i libri sono molto belli e meritano di essere letti. Mi accorgo ora di non aver ancora scritto i titoli, dei due libri, presto fatto: il romanzo si intitola "La voce del muto" e la raccolta di racconti "Quaranta chilometri ed altri racconti"; non vi sto a raccontare nulla sui libri, se non che il romanzo l'ho divorato in un giorno ed i racconti, spesso, mi hanno fatto sognare e ricordare. Potete tranquillamente saperne di più andando sul sito la voce del muto, da lì viene facile farsi un regalo (o due) e comprarsi i libri; secondo me vi piaceranno un sacco.
06 ottobre 2013
Sostanze stupefacenti
Pare, dico "pare", ma essendo una cosa che è apparsa anche nei Simpson DEVE essere reale, che leccando il dorso di determinati rospi ci si sballi un bel po'. Dunque c'è gente che leccherebbe volentieri un rospo, io invece leccherei volentieri una tartaruga.
03 ottobre 2013
Tirando le somme
Guardando il mio blog, l'altro giorno, mi sono accorto che, in questo 2013, ho scritto già 74 post, 75, con questo qui, e siamo ancora ad ottobre. Constatavo che sono vicino ai 78 post del 2009 e sono ancora ad ottobre, mi viene da sperare che potrei addirittura ambire ad avvicinarmi (se non superare) i due anni top, 2008 e 2010, in cui ho scritto rispettivamente 104 e 105 post. Ok, non sto a fare un confronto sulla qualità dei post perchè, altrimenti, non ne uscirei bene, lo so anche io, però mi fa piacere aver scritto un po' di più degli ultimi due anni, che sono stati, si vede, molto poco prolifici. Naturalmente m'è anche venuto da pensare a gli anni passati. Il 2008 è stato un anno di scelte ma, alla fine, lo sono tutti; sono diventato commercialista, mi sono interrogato sul cosa fare, mi sono impelagato nell'avventura "Milano"; non lo so perchè ho scritto così tanto, forse avevo più voglia, non lo so. Il 2009 è stato il mio anno a Milano, sono successe tante cose, anche e sopratto IN me, non solo fuori di me; cambiamenti? Non so se definirli così, negli ultimi mesi ho maturato la considerazione che, in realtà, bene o male, siamo, in potenza, tutto quello che saremo e le nostre evoluzioni, le nostre giravolte, beh, sono solo dovute al fatto che i periodi della vita che attraversiamo mettono in luce certi aspetti e ne mettono in ombra altri; poi i periodi cambiano e, come durante una giornata, cambia anche la luce. Milano per me è stato il "grande salto", oh, certo, so che c'è chi ne fa di più lunghi, anche di più sconsiderati, direi io, nascondendosi il motivo reale delle cose, inventandosene altri, finti, o minori e poi portandosi ad interrogarsi sul perché le cose non vadano. Vabbè, dicevo che è stato il mio "grande salto", sono stato fortunato, sono stato bene e, forse sbagliando, l'ho fatto finire a fine 2009. Quante cose ho fatto finire che non volevo finissero? Quante cose sono finite e non dovevano finire? Tantissime, sia in quell'anno che, soprattutto, in quelli successivi. Il 2010 è stato l'anno del "record" di cose scritte e, so bene, è stato l'anno in cui è cambiata, fondamentalmente, la luce che mi illuminava. C'è chi mi ha scritto, in quell'anno, che non ero più il blogger di una volta, che non scrivevo più cose divertenti, che ero "diverso". E' vero, ero diverso, l'ho scritto, è cambiata la luce, cambiato il messaggio di ciò che scrivevo e scrivo, identificato il destinatario, che, vuoi o non vuoi, tale è rimasto. Però è stato un anno meraviglioso, e pauroso, insieme; un anno esplosivo e calmo. Sì, credo che 2009 e 2010 possano definirsi GLI ANNI, almeno di questo breve periodo di vita. E siamo al 2011, il punto più basso del blog, almeno per quanto riguarda i numeri, solo 58 post; un anno anche difficile, soprattutto nella seconda metà; un anno pieno, anche, di piccoli dolori da poco, come direbbe Benni che, sommati, fanno tanto male, anche a chi li produce, non solo a chi li riceve. Il 2012 è andato a ruota, sono successe tante cose anche in questo anno, mi sono sposato, tanto per dirne una. Sì, lo so, non ve l'ho detto, non mi piace pubblicizzarmi troppo e poi, avevo una remora di troppo. Ora siamo al 2013 e, cosa di cui mi ero accorto già da fine 2012, la luce è come scesa, tipo tramonto, e si sa che la luce del tramonto crea ombre lunghe e porta luce negli anfratti bassi, ed ho scoperto la mia rabbia, la mia amata Rabbia che mi fa stare qui, mi coccola, a volte e si è messa a braccetto con l'Amore e sta portando avanti quest'anno. So che qualcuno dirà "passerà", "cambierà", perchè cambierà la luce ma, torno a quello che ho scritto prima: siamo tutti, in potenza, tutto quello che saremo quindi quello che sono non è una cosa che cambia, ma solo che va in ombra o in luce, a seconda della provenienza della luminosità. Come dice il titolo, tirando le somme ci sono circa altri tre mesi davanti, mesi in cui mi auguro di scrivere ancora molto, di raggiungere e superare i 600 post del blog, di ritrovare vecchi amici, di scoprirne di nuovi ma, soprattutto, mi auguro che chi sa leggere, legga, e capisca.
01 ottobre 2013
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